Righe su “La strada di casa” di Kent Haruf

“I come from down in the valley
Where, mister, when you’re young
They bring you up to do like your daddy done”

(Vengo dal fondo della valle dove, signore, quando sei giovane ti fanno crescere per fare il lavoro di tuo padre)

The River, Bruce Springsteen

La strada di casa, Kent Haruf (NNEDITORE)

“Alla fine Jack Burdette tornò a Holt. Nessuno di noi se l’aspettava più. Erano otto anni che se n’era andato e per tutto quel tempo nessuno aveva saputo niente di lui. Persino la polizia aveva smesso di cercarlo. Avevano ricostruito i suoi movimenti fino in California, ma dopo il suo arrivo a Los Angeles se l’erano perso e a un certo punto avevano rinunciato. Quindi nell’autunno del 1985, per quanto se e sapeva, Burdette era ancora là. Era ancora in California, e noi ci eravamo quasi dimenticati di lui.”

È su quest’ultimo quasi che si regge tutta la trama di La strada di casa di Kent Haruf (1943-2014), romanzo del 1990 uscito prima della più nota Trilogia della pianura (Benedizione, Canto della pianura, Crepuscolo).

Il titolo inglese originale è in realtà molto più significativo, ai fini della comprensione della storia, di quello italiano: Where You Once Belonged, il posto a cui un tempo appartenevi.

Una sfumatura semantica e una carica emozionale diversa rispetto a La strada di casa, che comunque è un buon titolo.

La storia è sì quella di una partenza e di un ritorno a casa: è la storia di Jack Burdette, raccontata dell’amico Pat Arbuckle, che si svolge in un arco temporale che va dagli anni ’60 al 1985. Dalla nascita al momento della sua scomparsa di Jack da Holt, proprio nel momento in cui sta per diventare padre per la terza volta, e fino al suo ritorno inaspettato che porta non poco scompiglio nelle vite delle persone che lo hanno conosciuto.

Holt è la cittadina, inventata, dell’America rurale che fa da sfondo a tutti i romanzi di Haruf, con i suoi personaggi dalle anime graffiate, dove nessuno è destinato alla redenzione e tutti devono sottostare alla teoria del caos e all’effetto farfalla.

“Boulder [Università ndr] era uno stagno ben più profondo di quanto non si aspettassero quei due ragazzi della contea di Holt.”

Nel film Big Fish di Tim Burton c’è una bella frase che pronuncia il protagonista Ewan McGregor: “tenuto in un piccolo vaso, il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica, o quadruplica la sua grandezza”.

Ne La strada di casa Haruf ci dice esattamente l’opposto. Ci dice che quello che in una realtà piccola può sembrare un pesce grosso, tolto dal suo contesto e messo nella vasca dei pesci grandi, si rivela in realtà solo un piccolo pesce rosso, che per sopravvivere deve comportarsi come un predatore.

Il come sarà proprio Pat a spiegarcelo nel corso della narrazione.

La strada di casa emoziona, fa arrabbiare, fa piangere, fa riflettere su cosa vuol dire amare, sul senso di giustizia e soprattutto di ingiustizia di chi non riesce a fare pace con le proprie radici.

Un romanzo che tocca dei punti altissimi di capacità di scrittura, di resa delle immagini, con descrizioni sintetiche e precise come tocchi in punta di fioretto.

Un romanzo per chi ama la buona scrittura e le buone storie, che lascia nelle orecchie il suono metallico e malinconico dell’armonica di Bruce Springsteen e la sensazione destabilizzante, da pugno in faccia, dei libri di Raymond Carver.  

E l’immensa capacità di Haruf di fare assurgere gli altari della Grande Letteratura e a rendere immortale il solo apparente ordinario della vita nella provincia americana.

Paola Cavioni

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