Amara la vita o amare la vita. A lezione da mio figlio (e da Nietzsche)

“Se anche ti restasse solo un attimo
Ricordati di vivere
Se nelle tasche avessi solo polvere
Ricordati di vivere
Come se fosse sempre il primo battito
Ricordati di vivere”

(Ricordati di vivere, Jovanotti)


Una cosa che sto imparando con l’età, o almeno ci provo, è quella di ascoltare di più chi mi sta attorno.

Un po’ ovviamente per reale interesse, un po’ come esercizio quotidiano di presenza mentale. Perché, in fondo, ascoltare gli altri richieda uno sforzo nettamente maggiore rispetto al raccontarsi, quindi lo prendo anche come un esercizio brucia-calorie in vista della prova costume.

E non è affatto semplice.

Perché stare a sentire e ascoltare sono due cose completamente diverse.

Ovviamente tra i miei interlocutori quotidiani ci sono Gaia e Francesco, che ormai stanno crescendo ed è bellissimo poter avere con loro scambi veri, piccoli dialoghi sempre più profondi che spesso mi sorprendono. Conversazioni intervallate da risate improvvise che riescono a sciogliere anche i momenti di tensione del tutto naturali tra madre e figli.

Francesco poi ha da sempre una capacità innata: pur nella sua innocenza riesce a lanciarmi ogni giorno piccole massime che mi lasciano senza parole e che finiscono sempre per farmi riflettere.

Per esempio, qualche mattina fa, dopo averlo faticosamente svegliato— come ogni mattina, del resto ha pur sempre otto anni— stavamo facendo colazione.

Io ero già pronta per andare in ufficio e vestita da un pezzo, mentre lui era ancora in pigiama, con il naso dentro una tazza di latte e cereali, i piedi nudi sul pavimento e gli occhi ancora un po’ persi nel mondo dei sogni. Non pensavo nemmeno che mi stesse ascoltando.

Faccio il rabbocco alla mia tazza preferita, quella con il faccione di Alberto Angela che mi ricorda ogni mattina che lui “divulga forte”. Fra un sorso e l’altro del mio caffè — rigorosamente senza zucchero — ripeto sovrappensiero la classica frase:

“Buono questo caffè… amaro come la vita.”

Francesco a quel punto si rianima di colpo e mi corregge, perché in effetti sì che mi stava ascoltando:

“Non è vero mamma. La vita non è amara. La vita è bella, come il titolo del film di Benigni. Ricordatelo!”

Piccolo saggio.

Riesce sempre a prendermi a schiaffi morali con una naturalezza disarmante.

Ho sorriso e me lo sono abbracciato tutto, come faccio ogni volta che posso, consapevole che, essendo un maschio, tra qualche anno inizierà a scansarsi.

Hai ragione, sai, nanetto mio.
La vita non è amara.

Dopo essere usciti di casa, in macchina, per tutto il tragitto ho continuato a pensare alla sicurezza con cui mi aveva risposto e a quanta verità ci fosse dietro quelle parole.

A quante volte ce la raccontiamo così, quasi per abitudine: la vita è complicata, la vita è dura, la vita è un casino. Anche quando, se siamo sinceri, in quel preciso momento non c’è un vero problema, o nulla che non sia risolvibile.

A quante volte ci parliamo male da soli, anche senza pensarci, come avevo fatto io davanti al caffè-
A quante volte scegliamo parole pesanti per descrivere giornate che magari sono semplicemente… normali.

Non è superficialità pensare che la vita non sia amara.
Anzi, è quasi un esercizio quotidiano.

Perché altrimenti senza che ce ne accorgiamo, alcune parole diventano parte di noi. Girano per casa, restano nell’aria, arrivano alle orecchie dei nostri figli. Finiscono per plasmare le nostre giornate — e anche quelle di chi abbiamo intorno — solo perché abbiamo indossato gli occhiali con il filtro sbagliato.

Mi torna in mente spesso anche la mia tesina di quinta liceo e gli studi di filosofia. C’è un concetto molto affascinante proposto da Friedrich Nietzsche: il tempo circolare, legato all’idea dell’eterno ritorno.

Nella concezione occidentale più tradizionale — soprattutto quella cristiana — il tempo è lineare: ha un inizio e avrà una fine. Nietzsche immagina invece una visione diversa: tutto ciò che accade è destinato a ripetersi infinite volte, esattamente nello stesso modo.

La domanda che dovremmo farci ogni giorno, allora, diventa semplice: come voglio vivere qualcosa che potrebbe ripetersi per sempre?

Per qualcuno può sembrare una condanna.
Io penso invece che sia una possibilità meravigliosa: quella di dare un significato profondo a ogni singolo respiro.

Senza cadere nelle banalità, credo che in fondo siano davvero poche — per fortuna — le cose che possono rendere la vita davvero difficile. Tutto il resto, il più delle volte, siamo noi a costruircelo nella testa: paure che anticipiamo, problemi che ingigantiamo, scenari che immaginiamo prima ancora che esistano.

I bambini, invece, hanno uno sguardo diverso.
Più semplice. Più diretto. Meno carico di sovrastrutture.

Vedono quello che c’è, non quello che temiamo o immaginiamo. Non passano il tempo a rimuginare su ciò che è stato o a preoccuparsi continuamente di ciò che potrebbe essere. Vivono il presente con una naturalezza che, crescendo, sembra quasi sfuggirci di mano.

Forse è proprio questo che dovremmo imparare da loro.
O meglio: questo che dovremmo riuscire a conservare anche nell’età adulta.

Quella capacità di guardare le cose per quello che sono, senza appesantirle ogni volta con il peso dei nostri pensieri.

Perché alla fine, pensandoci bene, tra “amara la vita” e “amare la vita” cambia solo una cosa.

Una vocale che cambia completamente la prospettiva.

Paola Cavioni, 16 marzo 2026



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Di amore e coraggio: Righe su “Camere separate”, di Pier Vittorio Tondelli

“Tu hai l’anima che io vorrei avere”
(En e Xanax, Samuele Bersani)

Se sapessi già come e quando finirà un amore — magari il più travolgente della tua vita — lo vivresti comunque fino in fondo? Diciamo: se potessi vederne il trailer…

È la domanda che nasce dalla terza pagina di Camere separate, dove, senza alcun preavviso né protezione per chi legge, Pier Vittorio Tondelli scopre subito le carte: Thomas, il grande amore di Leo, è morto.

Non suggerisce, non prepara dolcemente il terreno: lo dice e basta, con una frase che arriva come un colpo secco —
«… Thomas, o almeno ciò che sulla terra aveva questo nome e a questo nome, per lui e per chi lo amava, era riconducibile, non c’è più».

È come se l’autore si fermasse a guardarti negli occhi dicendo: le cose stanno così.

Prendere o lasciare.
Se vuoi continuare, devi accettarlo fin da subito.

Forse è proprio per questo che la storia colpisce così forte: perché, se ci penso, nella vita è capitato a tutti di amare qualcuno pur sapendo fin dall’inizio che quella storia non avrebbe avuto un futuro — pur riempiendo ogni spazio del presente.

Eppure ci si butta lo stesso.

Perché, nel poco o tanto tempo concesso a quell’amore, non servono giustificazioni né etichette.

Serve solo attraversarlo.

Pubblicato nel 1989, Camere separate (Bompiani) — il romanzo della maturità di Tondelli — racconta la storia di Leo, uno scrittore italiano che cerca di sopravvivere alla morte di Thomas, il suo grande amore.

Attraverso viaggi, ricordi e solitudine — sullo sfondo di un’Europa degli anni ’80 ancora divisa dal muro di Berlino e attraversata dall’ombra dell’AIDS — il romanzo esplora il lento e doloroso confronto con il lutto, con la memoria e con il senso stesso dell’amore e della scrittura.

La narrazione procede per frammenti, per ritorni e flashback, per episodi che si aprono e si chiudono come stanze della memoria.

Camere separate racconta un amore esploso con forza, ma costretto fin da subito a fare i conti con la propria fragilità.

È anche un romanzo sull’amore non vissuto fino in fondo, più per mancanza di coraggio che per paura.

Il vuoto.
La memoria.
Il lento tentativo di imparare a vivere quando la persona che dava forma alla tua vita non esiste più.

Per me è una delle storie d’amore più belle mai scritte.

La scrittura di Tondelli sembra musica: respira, procede per onde emotive, per movimenti, come una composizione musicale, seguendo i moti dell’anima del protagonista.

È un romanzo sulle macerie che restano degli amori vissuti a metà.
Sulla felicità non afferrata.

Ma anche sul coraggio necessario per vivere una vita — e una relazione — che ci rappresentino davvero, al di là delle convenzioni sociali e delle circostanze.

Sullo scegliere di non lasciarsi scivolare l’amore tra le mani.

Camere separate è un romanzo così pieno d’amore da lasciare quasi storditi, scritto con un realismo limpido, capace di raccontare il dolore senza retorica.

Un amore che non è soltanto desiderio o attrazione, ma qualcosa di più profondo: il riconoscersi nell’altro, il sentirsi improvvisamente meno soli nel mondo.

Ed è forse proprio questo che rende Camere separate un romanzo così intenso: la consapevolezza che alcune storie d’amore continuano a vivere dentro di noi anche quando sono finite.

Anche quando restano soltanto ricordi, fotografie, sensazioni condivise.
Stanze attraversate.

Camere separate, appunto.

E per rispondere alla domanda iniziale. Io sì, lo vivrei lo stesso.

«Nessuno può tenere distanti due persone che si appartengono e che si stanno cercando, forse anche da molto tempo e da molto distante.»

Paola Cavioni, 11 marzo 2026


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