Righe su “Per un pò” di Niccolò Agliardi e anche un pò su di me…

“È primavera da pochi giorni, e il cielo sereno filtra dal parabrezza della macchina ancora sporca di pioggia e polvere depositate dagli ultimi colpi dell’inverno. Io non ho smesso di combattere contro la mia malinconia, contro quella solitudine esasperata e invisibile che a ogni nuovo giro di carte, da qualche anno, batte il banco e si porta via il malloppo. Eppure sono un uomo fortunato, lo riconosce la mia ragione, ho una famiglia scomposta ma presente a ogni mio richiamo, ho buoni amici e un corpo in salute nonostante la mente si ostini sporadicamente a lanciare falsi segnali di vere ipocondrie.

L’anima no, non è ancora in porto. Di certo ho attraversato burrasche peggiori, ma so che per le acque calme c’è ancora bisogno di tempo e di molte miglia.”

(Niccolò Agliardi)

Spoiler: volevo scrivere un post a misura di Instagram ma non ci sono riuscita.

Dovrete avere la pazienza di leggere di più di 2200 caratteri e 30 hashtag, ma è un bel po’ che non scrivo quindi so che mi perdonerete la lunghezza del post perché per arrivare dove devo arrivare sono obbligata a fare una piccola digressione che parte dal mio personale.

Nel maggio scorso dopo più sei anni ho cambiato lavoro.

Uscire dalla mia zona di comfort non è stato facile, proprio per niente, soprattutto dopo più di un anno fra lockdown e didattica a distanza.

È stato difficile abbandonare routine e percorsi conosciuti, lasciare la sicurezza di relazioni consolidate, saltare nel vuoto di una nuova realtà, con nuovi orari e responsabilità.

Giorni intensi in cui il sano entusiasmo tipico di tutte le cose nuove che iniziano si alternava a più di un umano timore.

Sarei riuscita a svolgere bene il mio nuovo lavoro?

Mi sarei integrata con il gruppo di nuovi colleghi?

Stavo facendo la cosa giusta per me e per i miei figli?

Avevo paura perché tutto stava capitando in un momento in cui la mia famiglia richiedeva ancora tante attenzioni: le conseguenze emotive della perdita di mio papà lo scorso anno, mia figlia Gaia che si stava ristabilendo dopo un brutto incidente in bicicletta, mio figlio Francesco nel pieno della fase dei “terribili tre”. Insomma, un casino.

Questa è stata la cornice personale del mio arrivo in Fondazione L’Albero della Vita Onlus come Coordinatore delle Risorse Umane.

Paura, gioia, entusiasmo unite alla consapevolezza di essere davanti al coronamento di un sogno personale che credevo quasi impossibile: lavorare in una ONG.

Una ONG, quanto di più umano ci possa essere, per una come me che ha scelto di lavorare nel settore delle Risorse Umane perché convinta che le persone non siano solo numeri di matricola.

In questa nuova realtà ho scoperto e sto scoprendo ogni giorno la bellezza della gentilezza come modalità di approccio tra colleghi e fra superiori e collaboratori.

Sto conoscendo persone che, da varie strade, sono arrivate a lavorare per una Onlus lasciando anche lavori molto più pagati ma meno appaganti.

Mi sto gustando ogni giorni la soddisfazione di tornare a casa alla sera consapevole di avere contribuito, per la mia piccolissima parte, al lavoro di persone che si prestano al servizio del prossimo, nei contesti più difficili, in favore di quella silenziosa massa che vive ai margini della società.

Ma soprattutto sto scoprendo moltissime storie legate all’attività che Fondazione L’albero della Vita Onlus svolge da più di vent’anni in Italia e nel mondo.

Come le tante piccole e grandi storie legate al progetto dell’affido familiare, istituto importantissimo per la tutela dell’infanzia e della adolescenza.

È proprio da questa voglia di conoscere sempre meglio la mia nuova realtà lavorativa che sono arrivata al libro di Niccolò Agliardi, Per un po’. Storia di un amore possibile (Salani Editore).

Un romanzo ma una storia vera allo stesso tempo.

Niccolò Agliardi è un cantautore, autore e scrittore milanese. Ha 40 anni, una famiglia, degli amici, una vita indipendente, viaggia molto. Un uomo realizzato, certo ogni tanto ha qualche attacco di panico, ma chi non ne ha nella nostra società?

E poi diverse storie d’amore anche importanti ma tutte ormai finite.

E in questa vita che si divide fra musica e scrittura, Niccolò sente che c’è uno spazio che può essere colmato. Anzi, uno spazio che può essere donato.

Donato rendendosi disponibile, e risultando idoneo, per un affido familiare, una particolare forma di affido chiamato prosieguo amministrativo.

Così Niccolò diventa genitore affidatario di Federico, Chicco, che è un ragazzo già maggiorenne, segnato da una vita difficile, con più di un affido precedente terminato male e una madre fragile e inconsapevole di quanto la sua assenza pesi sulla vita del figlio.

L’affido di Federico viene seguito dal personale educativo proprio de L’Albero della Vita, che affianca tanti genitori come Niccolò nel percorso spesso emotivamente pesante di una genitorialità differente, che non inizia con una gestazione, ma da un atto di amore altruistico.

In Per un po’ Agliardi racconta il cammino insieme a Federico, le cui fragilità lo obbligano a fare i conti con le proprie zone d’ombra e tutto il non risolto della sua vita.  

Un cammino pieno di difficoltà nel tentativo di diventare solo un padre e un figlio. Anche solo per un po’.

Ci saranno dei passaggi che vi faranno piangere, altri che vi faranno arrabbiare, altri ancora in cui ritroverete anche un pezzo della vostra storia.

Perché questa storia non è una favola, non ci sono buoni e cattivi. Questa è solo e semplicemente vita vera.

Per un po’ è va letto con il cuore aperto e con la consapevolezza che ci sono delle esistenze che precedono l’inizio del racconto e continuano dopo la fine del libro.

Mi sono ritrovata molto nella profondità delle riflessioni di Niccolò e lo ringrazio per avere regalato al mondo una storia così personale, mettendosi a nudo anche davanti agli occhi troppo spesso giudicanti degli altri genitori.

Per questo per poter parlare di Per un po’, ho sentito che dovevo donarvi anche un piccolo pezzo della mia storia.

E vi ringrazio per avermi letta.

Paola

Per un po’. Storia di un amore possibile è acquistabile anche su Amazon. Clicca QUI per andare direttamente al negozio online.

Se volete conoscere tutte le attività di Fondazione L’Albero della Vita potete visitare il sito web https://www.alberodellavita.org/

Ciao e benvenuto/a!

Io sono Paola, dal 2015 Righediarte è il mio blog, il luogo nel quale condivido la passione che mi anima da che ho memoria: la scrittura. Ricordo ancora l’emozione del primo tema letto di fronte a tutta la classe quando ero bambina. Quella emozione è stessa che metto dentro a ogni mio post, a ogni racconto, ogni poesia che qui condivido con chiunque abbia voglia di leggere e magari lasciare un commento.

L’altra mia più grande passione? Che domanda, i libri! Su Righediarte trovi tante recensioni di libri, senza un ordine preciso perché amo spaziare in ogni ambito della narrativa.

Se ti sono piaciuti gli articoli e le recensioni di Righediarte, condividili sui tuoi canali social e iscriviti subito al blog per non perdere i prossimi post.

Segui Righediarte anche su Facebook e Instagram (@righediarte – Paola Cavioni) per rimanere sempre in contatto.

Per informazioni e collaborazioni (anche gratuite) scrivi a righediarte@gmail.com

Righe su “Elisabetta e le altre” di Eva Grippa.

Elisabetta e le altre. Dieci donne per raccontare la vera regina, di Eva Grippa con prefazione di Enrico Franceschini (DeAgostini Editore, 2021).

Pochissimi giorni fa DeAgostini ha pubblicato un libro che racconta la Regina Elisabetta partendo dalle storie di dieci donne della sua vita. Non ne manca nessuna: ci sono madri, sorelle, figlie, nipoti e nuore.

Il 2021 per la monarchia inglese è un anno importante: si festeggiano i dieci anni di matrimonio di William e Kate, i novantacinque della regina, l’anno del consolidamento della Brexit e della Megxit. Lady Diana avrebbe compiuto sessant’anni. Se fosse stata ancora la Principessa Diana chissà quale festa sarebbe stata in tutto il Regno Unito.

A giugno il Principe Filippo avrebbe compiuto cento anni, se non fosse che il 9 aprile i riflettori si sono spenti sulla lunga vita del tenente Philip Mountbatten, Sua Altezza Reale il Duca di Edimburgo.

Che smacco per il Principe Carlo, proprio il 9 aprile: il giorno dell’anniversario di matrimonio di Carlo e Camilla. Giorno evidentemente infausto dato che nel 2005 la coppia, dopo oltre trent’anni di relazione più o meno clandestina, aveva dovuto posticipare le nozze di un giorno (fissate per l’8 aprile)perché Carlo doveva essere a Roma, presente ai funerali di papa Giovanni Paolo II.

Ma tornando al libro, chi sono queste donne, di cui grazie alle parole di Eva Grippa conosciamo vizi, virtù e soprannomi?

Il libro segue un ordine strettamente cronologico dall’infanzia di Elisabetta, Lilibet, prima ancora di essere l’erede al trono d’Inghilterra. Lei, appartenente ad un ramo cadetto della famiglia Windsor, non era destinata a diventare regina. Almeno fino a quando non è arrivata Wallis Simpson.

Nell’infanzia della regina c’è Marion Crawford, detta Crawfie. Marion è la tata delle giovanissime Elisabeth e Margaret, molto amata dalle due sorelle ma che subisce una vera damnatio memoriae alla fine del suo servizio a seguito della pubblicazione, nel 1950, del libro scandalistico The Little Princesses. Libro che la Regina Madre commenta con un flemmatico “È uscita di senno” riferendosi alla sua autrice ed ormai ex collaboratrice.

Elizabeth Bowes-Lyon, la Regina Madre, mummy, vero simbolo del secolo passato perché nasce nel 1900 e muore alla veneranda età di centodue anni, dopo aver seppellito un marito e una figlia. Dotata da Madre Natura di un viso che sembra sempre sorridente, rotondetta e rassicurante, tanto che la cognata Wallis Simpson (con la quale non correrà mai buon sangue) la chiama Cookie, biscotto. Con le figlie, in particolare con Elisabetta, ha un rapporto speciale. Oltre che con il gin.

Più controverso è invece il rapporto con Filippo.

“Era soprattutto l’ascendenza tedesca di Filippo a disturbarla: era nato principe di Grecia in una casa reale derivata da ceppi tedesco-danesi, che gli avevano dato il cognome di Schleswig-Holstein-Soderburg-Glücksburg, poi cambiato in Mountbatten come adattamento del cognome di sua madre, Battenberg. Un certo legame con il partito nazista delle sorelle di Filippo non farà che confermare l’antipatia. Mummy sapeva quanto la figlia fosse innamorata di lui, ma ciò non le ha impedito di combattere contro il genero una sottile guerra tra le mura delle residenze di corte.”

C’è sua Altezza Reale la Principessa Margaret, contessa di Snowdon, donna tanto bella ed elegante quanto sfortunata, in amore e non solo. Muore lo stesso anno di sua madre, anzi poco prima, e possiamo solo immaginare quanto sia stato difficile per la Regine Elisabetta perderle a così poca distanza l’una dall’altra. Leggendo la sua storia penso che l’appellativo di principessa triste sia più adatto a lei che a Diana Spencer.

È il turno poi di Wallis Simpson, That woman (quella donna). Pietra dello scandalo nella famiglia Windsor perché pluri divorziata e filo nazista, donna assolutamente indipendente e pronta a tutto pur di difendere il suo amore, tanto osteggiato e non creduto, per Edoardo VIII, in questo forse spirito guida della bella Meghan Markle.

La principessa reale Anna, unica figlia femmina di Elisabetta, che con la madre condivide l’amore per i cani,  la vita all’aria aperta e l’impegno nella vita pubblica. È anche l’unico membro della famiglia reale che abbia mai partecipato ai Giochi olimpici. Una donna, tanto per dire.

Lady Diana Spencer, sulla quale ormai si è detto e scritto qualunque cosa, fino a farla diventare quasi una figura al limite del mitologico, cui per contrasto viene associata la scandalosa, e forse un po’ sgraziata, Sarah Ferguson, che solo di recente ha riconquistato la simpatia e la stima della Regina Elisabetta.

Chiudono il libro la sempre presente Camilla Parker Bowles, la Queen to be Kate Middleton e l’ultima arrivata (per modo di dire) Meghan Markle, che non ha saputo adeguarsi alla vita di corte. Henry forse non conosce il significato del proverbio “mogli e buoi dei paesi tuoi”, ma credo che ora, lontano dai flash dei paparazzi che tanto sono costati nella vita della sua famiglia, sia un uomo più felice e realizzato.

La vita della Regina Elisabetta e di chi ha fatto e fa parte, a vario titolo, della famiglia reale, è cosparsa di scandali, tradimenti, divorzi, grandi amori e figli illegittimi. Ma lei ha saputo sempre tenere fede al suo motto: never complain never explain, mai lamentarsi e mai dare spiegazioni.

Eva Grippa ci accompagna in un viaggio piacevole, fatto di storia, di etichetta ma anche di gesti spontanei, di ripicche e aneddoti assolutamente inediti. Un libro fondamentale per capire la personalità della regina come donna e come leader di una potenza quale è quella inglese e dell’intero Commonwealth.

Leggere Elisabetta e le altre in questi giorni porta con sé inevitabilmente un velo di tristezza, al pensiero che, fra tante donne, ora Elisabetta II, la regina dei record, abbia perso il suo uomo, il suo grande amore, il suo Cabbage (cavolo), come affettuosamente lo chiamava.

Ma così è la vita, anche i ricchi (e i nobili) piangono.

Paola Cavioni

Eva Grippa è giornalista di Repubblica dal 2004 e royal watcher per passione e professione.

Il libro Elisabetta e le altre è acquistabile anche su Amazon. Clicca QUI per andare direttamente allo shop dal link affiliazione di Righediarte.

Ciao e benvenuto/a!

Io sono Paola Cavioni, dal 2015 Righediarte è il mio blog, il luogo nel quale condivido la passione che mi anima da che ho memoria: la scrittura. Ricordo ancora l’emozione del primo tema letto di fronte a tutta la classe quando ero bambina. Quella emozione è stessa che metto dentro a ogni mio post, a ogni racconto, ogni poesia che qui condivido con chiunque abbia voglia di leggere e magari lasciare un commento.

L’altra mia più grande passione? Che domanda, i libri! Su Righediarte trovi tante recensioni di libri, senza un ordine preciso perché amo spaziare in ogni ambito della narrativa.

Se ti sono piaciuti gli articoli e le recensioni di Righediarte, condividili sui tuoi canali social e iscriviti subito al blog per non perdere i prossimi post.

Segui Righediarte anche su Facebook e Instagram (@righediarte – Paola Cavioni) per rimanere sempre in contatto.

Per collaborazioni: righediarte@gmail.com

Righe su “Canto della pianura” di Kent Haruf

Well, my sense of humanity has gone down the drain

Well, my sense of humanity has gone down the drain

Behind every beautiful thing there’s been some kind of pain

She wrote me a letter and she wrote it so kind

She put down in writin’ what was in her mind

I just don’t see why I should even care

It’s not dark yet but it’s gettin’ there

(Bene, la mia umanità è andata nella fogna

Dietro ogni cosa bella, c’è sempre qualche tipo di dolore

Lei mi ha scritto una lettera ed era così dolce

Nelle parole ha messo tutto quello che aveva in testa

Ma perché tutto questo dovrebbe importarmi?

Non è ancora buio, ma lo sarà fra poco)


Not dark yet, Bob Dylan

Canto della pianura (Plainsong, Enne Enne Editore, 2015. Traduzione di Fabio Cremonesi)

Meno di un mese fa ho condiviso sul blog la recensione di La strada di casa.

Oggi torno a parlarvi nuovamente di Kent Haruf con il secondo romanzo della Trilogia della Pianura (il primo è Benedizione, il terzo Crepuscolo, e lo so che non sto andando in ordine ma come dice Karl Kraus “Ben venga il caos, perché l’ordine non ha mai funzionato”)

Il magnifico Canto della pianura è del 1999 e consacra definitivamente il suo autore nell’olimpo della grande letteratura americana, accanto a nomi come Hemingway, Faulkner, Carver e Chandler, ai quali spesso Haruf viene paragonato.

Un libro che è realmente un canto, un romanzo corale ambientato nella tanto amata Holt, che se seppur non esista sembra di vederla sulla cartina, proprio lì accanto a Denver, nell’America che più rurale di così non si può.

Canto della pianura all’interno della Trilogia è il libro dedicato al tema della nascita: un viaggio lungo nove mesi in cui ci accompagnano Tom Guthrie con i figli Ike e Bobby, Vittoria Roubideaux che si trova a dovere affrontare una gravidanza in età adolescenziale, senza un compagno, o meglio con un ex fidanzato che non si può proprio definire un gentiluomo, e con la madre che la caccia di casa, i due anziani fratelli McPheron che sono chiamati ad un compito molto lontano dalla loro natura solitaria e schiva, e poi ci sono Ella, Maggie Jones e gli altri che si muovono sullo sfondo.  

La trama è tutta qua, uno spaccato di nove mesi o poco più nelle vite di un gruppo di persone di Holt che affrontano i problemi del quotidiano: matrimoni che finiscono e figli da crescere, adolescenti difficili, bambini che scoprono come si nasce e come si muore, ragazzine che diventano donne pur non essendo mai state del tutto amate come figlie.

Kent Haruf è un maestro nella tessitura di trame che si intrecciano solo al momento giusto, non un minuto prima; ci fa scorrere sotto agli occhi le vite dei personaggi che alla fine in un modo o nell’altro si ricongiungono, ognuna con le proprie ferite più o meno rimarginate.

E poi quello stile inconfondibile nei dialoghi, che seppure non sono mai indicati dalle virgolette non affogano nel resto del testo. I protagonisti prendono davvero la parola, la vita e si animano davanti al lettore.

Canto della pianura è un fiume in piena, un film che non si può smettere di guardare, idealmente da leggere senza soluzione di continuità.  

Ho terminato la lettura di questo romanzo con le lacrime agli occhi e l’ammirazione sempre più grande nei confronti di un autore che forse ci ha lasciato orfani troppo presto, a poco più di settant’anni nel 2014, che avrebbe potuto regalarci ancora tanta emozione e tanta vita fra le pagine dei suoi libri.

Chiudo con due parole sul lavoro di traduzione di Fabio Cremonesi, che è la voce italiana di Haruf. Chi leggerà il libro si renderà conto, almeno in un paio di occasioni, di quanto possa essere stato difficile rendere in italiano dei termini tecnici legati alla vita rurale, senza però perdere nulla della potenza di quelle particolari scene (che non vi anticipo perché dovete “godervele” in tutto e per tutto). Quindi chapeau, Fabio Cremonesi.

Paola Cavioni

I romanzi di Kent Haruf si possono acquistare anche su Amazon, clicca sul titolo del romanzo per andare direttamente al negozio dal link affiliazione di Righe di Arte:

Leggi la recensione di La strada di casa cliccando QUI.

Ciao e benvenuto/a!

Io sono Paola, dal 2015 Righediarte è il mio blog, il luogo nel quale condivido la passione che mi anima da che ho memoria: la scrittura. Ricordo ancora l’emozione del primo tema letto di fronte a tutta la classe quando ero bambina. Quella emozione è stessa che metto dentro a ogni mio post, a ogni racconto, ogni poesia che qui condivido con chiunque abbia voglia di leggere e magari lasciare un commento.

L’altra mia più grande passione? Che domanda, i libri! Su Righediarte trovi tante recensioni di libri, senza un ordine preciso perché amo spaziare in ogni ambito della narrativa.

Se ti sono piaciuti gli articoli e le recensioni di Righediarte, condividili sui tuoi canali social e iscriviti subito al blog per non perdere i prossimi post.

Segui Righediarte anche su Facebook e Instagram (@righediarte – Paola Cavioni) per rimanere sempre in contatto.

Per collaborazioni: righediarte@gmail.com

Righe su La moglie di Ponzio Pilato di Massimo Trifirò (NeptUranus editore)

La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.

Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Via della Croce, Fabrizio de Andrè (La buona novella)

Quale occasione migliore degli auguri di Pasqua per parlarvi del libro La moglie di Ponzio Pilato. Tradire se stessi per la verità di Massimo Trifirò, edito da NeptUranus nella collana Il nome della prosa.

Ringrazio la casa editrice per avermi inviato copia dell’opera; un libro particolare e unico nel suo genere, a metà fra il saggio storico e il racconto breve, che offre un punto di vista differente sulla vicenda storica di Gesù di Nazareth, partendo proprio dal racconto de sogno di Claudia Procula, per poi spostarsi sulla ricostruzione prettamente storica delle vicende che portano alla morte di Gesù Cristo.

La romana Claudia Valeria Procula, moglie del governatore Ponzio Pilato, nei Vangeli canonici è nominata una sola volta dall’evangelista Matteo, in poco più di una riga.

Gesù, dopo essere stato giudicato dal sommo sacerdote Caifa, si trova davanti a Ponzio Pilato, l’uomo che ha il potere e l’autorità per confermare la sua condanna alla crocifissione oppure liberarlo.

In occasione della festa, il governatore era solito rilasciare al popolo un detenuto a loro scelta. In quel tempo c’era un prigioniero distinto, di nome Barabba.

Mentre essi erano radunati, Pilato domandò: “Chi volete che vi rilasci, Barabba o Gesù, quello che è chiamato Cristo?”.

Sapeva, infatti, che per odio l’avevano consegnato.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie mandò a dirgli: “Nulla vi sia fra te e questo giusto, poiché oggi ho molto sofferto in sogno a causa sua”.

Dal Vangelo secondo Matteo 27, 15-19

Mentre alcuni dei suoi discepoli lo tradiscono, lo rinnegano e cercano di salvarsi per non fare la fine del loro maestro, una donna romana, una first lady come la chiameremmo oggi, si schiera dalla parte di Gesù.

Mentre la folla inneggia la liberazione di Barabba, Claudia chiede che si risparmi la vita a un uomo giusto.

Con un atto di coraggio, che dice molto del rapporto che poteva esserci con il marito, chiede la liberazione di Cristo quasi come un favore personale, perché turbata da un sogno di cui possiamo solo ipotizzare il contenuto.

Un sogno che avrebbe potuto cambiare la Storia dell’umanità se solo Pilato l’avesse ascoltata.

E chissà quali scenari si sarebbero aperti se in una remota provincia romana, oltre duemila anni fa, Gesù Cristo non fosse morto da martire e gli evangelisti non avessero raccontato la sua storia.

Forse sarebbe rimasto solo uno dei tanti profeti? Chi può dirlo.

Claudia Valeria Procula, donna romana e di nobili origini, va contro la cultura dalla quale proviene perché sente che quella è la cosa giusta da fare.

Sembra addirittura che appartenesse alla dinastia Giulio-Claudia perché figlia di Giulia Maggiore (e quindi nipote di Giulio Cesare) ma nata al di fuori del matrimonio con l’imperatore Tiberio, che era il terzo marito di Giulia. Insomma, ce n’è per una soap opera solo per ricostruire il suo albero genealogico, era inevitabile che la sua figura diventasse mitica.

Nonostante l’esiguo spazio dedicatole nei Vangeli, Procula è venerata nella Chiesa Ortodossa e la sua figura storica è ampiamente documentata nell’arte figurativa e anche nel cinema (se volete approfondire vi consiglio di guardare La tunica e The Passion, in cui Claudia Procula ha il volto di Claudia Gerini). Segno quindi che non è riuscita a salvare Gesù, ma è diventata lei stessa immortale.

Vi consiglio di approcciarvi al libro di Massimo Trifirò, che racconta molto di più di quanto ho brevemente riassunto in questo post, con la voglia e la curiosità di esplorare la vicenda umana di Gesù Cristo, oltre che la valenza storica e religiosa. Un libro che regala molti spunti di riflessione e spazio per approfondimento personale, se si è curiosi di conoscere quello che volente o nolente è parte del retaggio culturale occidentale.

Ora concludo con gli auguri di una serena Pasqua, vi lascio al vostro pranzo di festa (nel rispetto di tutte le norme per il contenimento della pandemia) e vi auguro di passare comunque una bella giornata in serenità, in compagnia delle persone che amate.

Buona Pasqua

Paola Cavioni

La casa editrice

NeptUranus è una piccola casa editrice che propone un numero limitato di titoli scelti con cura, suddivisi in tre collane dai nomi assolutamente geniali: Fuorismi, Increspature e Il nome della Prosa.

Il motto di NeptUranus è “Meglio essere dilettanti che lavorano in maniera professionale, piuttosto che essere professionisti che operano in modo dilettantesco.”

www.nepturanus.com

info@nepturanus.com

L’autore

Massimo Trifirò nasce a Lecco, città della quale è Cittadino Benemerito.

Ha una laurea in Scienze Politiche con specializzazione in Storia.

È autore di numerosi saggi  e racconti (La lama nel buio, Il dono della lentezza, Racconti tra Lecco e Oggiono).

Con NeptUranus ha pubblicato anche La necessità del bene, Vide e credette, La buona notizia.

Se ti sono piaciuti gli articoli e le recensioni di Righediarte, condividili sui tuoi canali social e iscriviti subito al blog per non perdere i prossimi post e se vuoi lascia subito un commento al post.

Segui Righediarte anche su Facebook e Instagram (@righediarte – Paola Cavioni) per rimanere sempre in contatto.

Per collaborazioni: righediarte@gmail.com

Righe su “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Non lasciarmi (Never let me go, Einaudi 2005, traduzione di Paola Novarese)

“Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre […] Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell’insieme, lo sono io. I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto.”

Per parlare di Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (nato in Giappone nel 1954 ma cresciuto in Inghilterra) è obbligatoria una premessa: bisogna per forza dare qualche anticipazione sulla trama e sui protagonisti del romanzo, senza ovviamente svelarne il finale (penso che non me lo perdonereste mai).

Partiamo dalla definizione: Non lasciarmi è un romanzo ucronico (che parolone per un venerdì pomeriggio).

Cosa vuol dire questo termine dal suono così duro?

Il romanzo ucronico (letteralmente “di nessun tempo”) è un genere di narrativa, a metà fra il romanzo fantastico, lo storico e per certi versi il fantasy, che parte dalla premessa che la storia del mondo abbia avuto un corso differente rispetto alla realtà (per gli amanti del cinema, Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino è un esempio dello stesso genere di narrazione).

Non lasciarmi inizia in Inghilterra alla fine degli anni ‘90, ma poi è tutto un lungo flashback.

Il mondo è quello che conosciamo, tranne per i protagonisti della storia.

Kathy (la voce narrante), Tommy e Ruth vivono insieme ad altri ragazzi ad Hailsham, un collegio immerso nella campagna inglese. I ragazzi che vivono e studiano in questo collegio che sembra una comune non hanno cognome (solo una lettera puntata, Kathy H.), non hanno fratelli o sorelle, non hanno genitori o famiglia, ma non sono neanche orfani, e non possono avere figli.

Ad Hailsham i ragazzi studiano l’arte e la letteratura con i loro insegnanti ma scoprono anche ogni giorno cosa significano sentimenti come amicizia e amore vivendo sempre in compagnia di coetanei, e si interrogano sul loro futuro fuori dal collegio.

La responsabile della struttura è una donna che tutti conoscono come Madame, che regolarmente selezione e porta via con sé le opere d’arte migliori prodotte dagli ospiti della scuola.

Ma cosa rende così particolari Kathy, insieme agli altri ragazzi, e soprattutto il loro istituto?

Ed è qui che bisogna anticipare il tema fondamentale del libro per poterne parlare.

Gli ospiti del collegio non sono ragazzi normali perché, più o meno a metà del libro, scopriamo che sono dei cloni umani creati appositamente per diventare, un giorno, donatori di organi.

Esseri viventi, con dei sentimenti, destinati ad essere fatti “a pezzi” per salvare altre vite.

Nel loro futuro non ci può essere un lavoro, una famiglia, dei viaggi, perché il loro destino è stato scritto nel momento stesso della loro creazione. Ma forse una speranza c’è, e ha molto a che fare con l’amore… Ma mi fermo qua per non togliere l’effetto sorpresa.

Dal punto di vista narrativo, il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono grosso modo al racconto di infanzia, adolescenza e età adulta.

Non lasciarmi è scritto con lo stile inconfondibile e già maturo di Ishiguro, sul quale non è necessario spendere parole dato che parla per lui la sua vittoria al Nobel per la Letteratura nel 2017.

La grande forza del romanzo risiede nella domanda drammaturgica che fa nascere la storia: è giusto creare una vita e sacrificarla per salvarne un’altra?

Fino a che punto la scienza si può muovere, entrando in modo preponderante nel campo dell’etica e della morale?

Le domande ovviamente rimangono senza risposta, ognuno trovi la propria.

Quello che posso dire è che personalmente rilevo altre due critiche alla società moderna occidentale.

La prima è il fatto che i ragazzi di Hailsham studino materie artistiche. Forse perché queste sono considerate dalla società come inutili e superficiali? È più sacrificabile un futuro Pablo Picasso oppure un futuro Stephen Hawking? L’arte costringe lo spirito ad una evoluzione, ma forse non è quello che la società occidentale materialista vuole.

Il secondo tema, preponderante, è legato al fatto che ognuno di noi, quando nasce, abbia già un destino che è in gran parte segnato. Segnato dalla propria condizione famigliare, dal proprio paese, dal proprio stato di. Non sono molti quelli che riescono a sottrarsi a questo destino, che nella società in cui viviamo consiste per molti nel prendere un titolo di studio, trovare un lavoro, comprare una casa, fare figli e lavorare fino alla pensione o fino alla morte. Che comunque alla fine arriva per tutti, indipendentemente dalla nostra felicità in questo mondo.

È quindi un libro che, in ultima analisi, ci parla di amore, ma anche di cosa vuol dire veramente felicità e libertà.

Nel 2010 dal romanzo di Ishiguro è stato tratto un film omonimo diretto da Mark Romanek e ha, tra i protagonisti, anche Keira Knightley nel ruolo di Ruth. Carey Mulligan presta il volto a Kathy.

La pellicola si aggiudica il British Independent Film Award nello stesso anno della sua uscita.

Paola Cavioni

Non lasciarmi si può acquistare anche su Amazon, clicca QUI per accedere direttamente al negozio online con il link affiliazione di Righediarte.

Se ti sono piaciuti gli articoli e le recensioni di Righediarte, condividili sui tuoi canali social e iscriviti subito al blog per non perdere i prossimi post.

Righediarte è anche su Facebook e Instagram (@righediarte – Paola Cavioni).

Puoi leggere la mia recensione di Quel che resta del giorno, il più famoso dei romanzi di Kazuo Ishiguro, al seguente link: https://righediarte.com/tag/ishiguro/

Righe su “La strada di casa” di Kent Haruf

“I come from down in the valley
Where, mister, when you’re young
They bring you up to do like your daddy done”

(Vengo dal fondo della valle dove, signore, quando sei giovane ti fanno crescere per fare il lavoro di tuo padre)

The River, Bruce Springsteen

La strada di casa, Kent Haruf (NNEDITORE)

“Alla fine Jack Burdette tornò a Holt. Nessuno di noi se l’aspettava più. Erano otto anni che se n’era andato e per tutto quel tempo nessuno aveva saputo niente di lui. Persino la polizia aveva smesso di cercarlo. Avevano ricostruito i suoi movimenti fino in California, ma dopo il suo arrivo a Los Angeles se l’erano perso e a un certo punto avevano rinunciato. Quindi nell’autunno del 1985, per quanto se e sapeva, Burdette era ancora là. Era ancora in California, e noi ci eravamo quasi dimenticati di lui.”

È su quest’ultimo quasi che si regge tutta la trama di La strada di casa di Kent Haruf (1943-2014), romanzo del 1990 uscito prima della più nota Trilogia della pianura (Benedizione, Canto della pianura, Crepuscolo).

Il titolo inglese originale è in realtà molto più significativo, ai fini della comprensione della storia, di quello italiano: Where You Once Belonged, il posto a cui un tempo appartenevi.

Una sfumatura semantica e una carica emozionale diversa rispetto a La strada di casa, che comunque è un buon titolo.

La storia è sì quella di una partenza e di un ritorno a casa: è la storia di Jack Burdette, raccontata dell’amico Pat Arbuckle, che si svolge in un arco temporale che va dagli anni ’60 al 1985. Dalla nascita al momento della sua scomparsa di Jack da Holt, proprio nel momento in cui sta per diventare padre per la terza volta, e fino al suo ritorno inaspettato che porta non poco scompiglio nelle vite delle persone che lo hanno conosciuto.

Holt è la cittadina, inventata, dell’America rurale che fa da sfondo a tutti i romanzi di Haruf, con i suoi personaggi dalle anime graffiate, dove nessuno è destinato alla redenzione e tutti devono sottostare alla teoria del caos e all’effetto farfalla.

“Boulder [Università ndr] era uno stagno ben più profondo di quanto non si aspettassero quei due ragazzi della contea di Holt.”

Nel film Big Fish di Tim Burton c’è una bella frase che pronuncia il protagonista Ewan McGregor: “tenuto in un piccolo vaso, il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica, o quadruplica la sua grandezza”.

Ne La strada di casa Haruf ci dice esattamente l’opposto. Ci dice che quello che in una realtà piccola può sembrare un pesce grosso, tolto dal suo contesto e messo nella vasca dei pesci grandi, si rivela in realtà solo un piccolo pesce rosso, che per sopravvivere deve comportarsi come un predatore.

Il come sarà proprio Pat a spiegarcelo nel corso della narrazione.

La strada di casa emoziona, fa arrabbiare, fa piangere, fa riflettere su cosa vuol dire amare, sul senso di giustizia e soprattutto di ingiustizia di chi non riesce a fare pace con le proprie radici.

Un romanzo che tocca dei punti altissimi di capacità di scrittura, di resa delle immagini, con descrizioni sintetiche e precise come tocchi in punta di fioretto.

Un romanzo per chi ama la buona scrittura e le buone storie, che lascia nelle orecchie il suono metallico e malinconico dell’armonica di Bruce Springsteen e la sensazione destabilizzante, da pugno in faccia, dei libri di Raymond Carver.  

E l’immensa capacità di Haruf di fare assurgere gli altari della Grande Letteratura e a rendere immortale il solo apparente ordinario della vita nella provincia americana.

Paola Cavioni

La strada di casa e acquistabile anche su Amazon, puoi accedere allo shop direttamente dal link affiliazione di Righediarte cliccando QUI.

Righediarte è anche su Facebook e Instagram (@righediarte – Paola Cavioni)

Se ti sono piaciuti gli articoli e le recensioni di Righediarte, condividili sui tuoi canali social e iscriviti subito al blog per non perdere i prossimi post.

Righe su “La donna degli alberi”di Lorenzo Marone

“I bilanci non sono per la nostra ultima parte di vita, stanno invece nel mezzo, sono per chi ha ancora tempo da tessere, mia nonna non si perdeva dietro ai bilanci, aveva da tirare avanti con dignità.”

Lorenzo Marone

Oggi torno a parlare di Lorenzo Marone, autore napoletano che apprezzo e stimo molto e che ho avuto anche la fortuna – dico fortuna perché è scrittore di successo ma assolutamente affabile e soprattutto profondo – di conoscere di persona nel 2018 in occasione dell’uscita del suo romanzo Un ragazzo normale (incentrato sulla storia del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985).

A ottobre del 2020 Marone esce con La donna degli alberi (Feltrinelli editore), romanzo molto differente rispetto ai suoi precedenti.

La copertina è evocativa: una donna ci cammina distrattamente davanti agli occhi, scalza e alta come gli alberi, una moderna Gulliver dei monti. Questa donna non ha volto, come nel romanzo la protagonista, che parla in prima persona, non ha un nome.

Nessuno ha un nome nella storia, i personaggi che portano avanti la narrazione sono identificati dalla loro caratteristica principale: lo Straniero, la Guaritrice, la Rossa, il Cane.

Personaggi che richiamano agli archetipi della psicologia e che guidano il lettore in un processo di profonda identificazione.

La donna degli alberi è la storia di una donna in fuga dalla città e da una vita nella quale non si riconosce più, da un passato forse doloroso che ci viene presentato in frammenti di ricordi e lunghe riflessioni, e da un complesso rapporto con i genitori, in particolare con il padre, tema ricorrente nell’opera di Marone.

È una storia di fuga e ritorno, di ricerca e di elevazione dello spirito umano che esplora e scopre se stesso nel contatto con la natura, con la montagna che è sfondo e ambientazione della vicenda, che non ha però una precisa collocazione temporale e spaziale.

La montagna, che può essere una madre amorevole ma anche una Medea inconsapevole che uccide i suoi figli.

La montagna è anche una madre esigente, che costringe l’uomo a fare i conti con l’infinitamente grande e con l’infinitamente piccolo: la maestosità degli alberi secolari, l’altezza delle vette che sfiorano il cielo e conoscono il mistero dell’esistenza di dio, che ricordano con forza quanto sia fragile la vita.

La donna degli alberi è un libro che profuma di resina e legno che brucia nel camino, che fa sentire nelle mani la fatica del freddo che spacca la pelle alla fine di una giornata di lavoro.  

Un libro che commuove, che insegna, come solo la montagna sa fare, carico di riflessioni sul senso di chi siamo, con il tempo che è assolutamente il protagonista indiscusso. Il tempo che scandisce le vite, unico reale comune denominatore di ogni esistenza.

Chiudo questa recensione con la descrizione che si trova in terza di copertina e che riassume pienamente lo spirito che accompagna tutta la narrazione: “un romanzo lirico e poetico sulla forza d’animo che, a volte senza saperlo, custodiamo dentro di noi. Un invito a coltivare la bellezza del minuscolo e dell’essenziale, a preoccuparsi anche per ciò che verrà e che è altro da noi.”

Puoi acquistare il romanzo su Amazon, al link affiliazione di Righediarte cliccando QUI.

Trovi le mie recensioni ad altri due romanzi di Lorenzo Marone, Un ragazzo normale e Magari domani resto, a questo link:

https://righediarte.com/tag/lorenzo-marone/

L’autore

Lorenzo Marone è nato a Napoli nel 1974.

Esordisce nel 2015 con il romanzo La tentazione di essere felici (Longanesi). Con Longanesi pubblica anche La tristezza ha il sonno leggero, premio Como 2016 da cui è stato tratto il film omonimo.

Con Feltrinelli pubblica Magari domani resto (Premio Bancarella 2017), Un ragazzo normale (Premio Giancarlo Siani 2018), Tutto sarà perfetto (2019) e i saggi Cara Napoli (2018), Inventario di un cuore in allarme (2020).

Il sito web dell’autore è  www.lorenzomarone.net

Per acquistare i romanzi su Amazon clicca sul titolo del libro.

Paola Cavioni

Se ti sono piaciuti gli articoli e le recensioni di Righediarte, condividili sui tuoi canali social e iscriviti subito al blog per non perdere i prossimi post.

Righediarte è anche su Facebook e Instagram (@righediarte – Paola Cavioni).

https://www.instagram.com/righediarte/

https://www.facebook.com/righediarte

Donne dell’anima mia di Isabel Allende

“Ho vissuto in un mare in tempesta, con onde che mi portavano sulla cresta e poi mi facevano precipitare nel vuoto. Queste ondate sono state così forti in passato, che nei periodi in cui tutto andava bene, invece di rilassarmi e godermi la pace del momento, mi preparavo alla successiva violenta caduta, che credevo inevitabile.

Adesso non è più così. Ora navigo alla deriva, giorno per giorno, contenta del semplice fatto di galleggiare finché è possibile.”

Isabel Allende

C’è chi si affida al comfort food nei momenti di tristezza o malinconia.

Io preferisco un buon comfort book, e Isabel Allende è sicuramente in cima alla lista degli autori che riescono sempre a farmi stare bene, a prescindere da tutte le circostanze.

Sono consapevole che non valuterò mai in modo oggettivo la sua opera perché è troppo grande la stima e l’ammirazione che nutro nei confronti di questa donna che con i suoi libri riempie la mia vita da oltre vent’anni, da quando, grazie al consiglio di una cara amica, lessi La casa degli spiriti e mi si aprì un mondo: quello magico, tragico e meraviglioso dei personaggi usciti dalla penna di Isabel Allende.

Ricordo con grandissima emozione il momento in cui ebbi occasione di vederla di persona alla fine del 2019. Si trovava in Italia per la presentazione di Lungo petalo di mare, in una Feltrinelli in centro a Milano così gremita, che solo qualche mese dopo sarebbe stato impensabile e impossibile organizzare un evento simile.

Io fui tra i fortunati che riuscirono a vederla e ascoltarla bene perché ero davvero a pochi metri da lei.

Fra lacrime di emozione – le mie – trovai esattamente la Allende che mi ero sempre immaginata: spiritosa, profonda, decisamente folle (ma quale animo artistico non è un po’ folle?) e sempre innamorata. Innamorata del suo nuovo marito (il terzo, di cui parla anche in Donne dell’anima mia), innamorata ancora della scrittura, innamorata del Cile anche se non è più la sua casa da molti anni ormai, innamorata della vita e riconoscente per tutto quello che le ha dato, nel bene e anche nel male.

Perché la sua non è stata una vita semplice: l’abbandono del padre quando era solo una bambina, l’esilio durante gli anni della dittatura di Pinochet in Cile, la malattia e la morte dell’amata figlia Paula, solo per fare qualche esempio.

Una donna però che non si è mai lasciata abbattere dagli eventi e che riesce ancora a trasmettere una grandissima carica, la stessa che leggiamo nei suoi romanzi che da sempre parlano di donne solo apparentemente fragili, ma dotate in realtà di una forza straordinaria.  

Anche da una riflessione su tutte le eroine che hanno popolato le sue storie, nasce Donne dell’anima mia (Feltrinelli editore), scritto nei primi mesi del 2020, terminato a marzo nel pieno della prima ondata di Coronavirus, e uscito alla fine dell’anno appena trascorso.

Il titolo riprende quello di un suo precedente romanzo, Inés dell’anima mia, del 2006.

C’è da premettere che in questo caso non si tratta di un vero e proprio romanzo ma una sorta di breve autobiografia rivista sotto la lente di ingrandimento del suo femminismo “innato”.

“Non esagero quando dico che sono femminista dai tempi dell’asilo, da prima che questo concetto entrasse nella mia famiglia.”

Isabel Allende

Il libro si articola in brevi capitoli tematici che seguono un flusso di pensieri più che un ordine logico o cronologico, come se fossimo di fronte alla trascrizione di un diario, scritto sotto la spinta di un bisogno intimo di fissare nero su bianco in maniera indelebile i ricordi, per farne tesoro in questi anni della “maturità”.

Isabel Allende parla di sua madre Panchita, inconsapevole causa del suo femminismo, proprio lei così legata ai tradizionali ruoli maschili e femminili, della figlia e della sua malattia, delle nipoti, del rapporto con le donne che nel corso degli anni le sono state vicine in vario modo (dalla sua editor alle amiche), e dall’esempio di queste donne ci trasporta in una riflessione generale che è la fotografia della condizione della donna nel mondo di oggi, delle speranze per il futuro e per una reale uguaglianza fra uomo e donna.

Con lo stile profondo ma anche ironico che da sempre caratterizza la sua scrittura, la Allende regala ai lettori tanti ricordi preziosi legati alla sua vita lunga e ricchissima, rivivendoli senza malinconia ma con la determinazione di chi ha fatto tesoro di ogni evento e vuole vivere pienamente fino all’ultimo istante.

Forse per la prima volta in modo così chiaro e diretto, Isabel Allende racconta le sue convinzioni personali e politiche perché in Donne dell’anima mia, tra un ricordo e l’altro, parla di immigrazione, di contraccezione e di aborto, del mondo occidentale dove si vive sempre più a lungo ma spesso la vecchiaia è vista erroneamente come una malattia, della tutela delle donne soprattutto nei paesi in cui anche solo nascere è una sfida, se non si ha la “fortuna” di essere uomini.

La Isabel che ci sorride dalla seconda di copertina in Donne dell’anima mia è ancora affascinante, con lo stesso sguardo e lo stesso sorriso cui siamo ormai abituati.  

L’unica cosa che è cambiata negli anni sono i capelli, che ora porta bianchissimi, testimonianza esteriore del tempo che passa, dei suoi anni che non rimpiange, della sua saggezza.

Consiglio Donne dell’anima mia a chi è già un lettore di Isabel Allende, mi sembra quasi scontato dirlo, ma anche a chi ancora non la conosce perché la lettura di questo libro sarà certamente scintilla di curiosità per scoprire l’opera di una delle voci più importanti dell’America Latina.

Paola Cavioni

Puoi acquistare Donne dell’anima mia su Amazon. Cliccando qui sarai reindirizzato direttamente sullo shop e potrai acquistare il libro dal link affiliazione di Righediarte.

Per tutte le informazioni sull’autrice puoi consultare il sito web ufficiale (in lingua inglese e in spagnolo) https://www.isabelallende.com

Se ti sono piaciuti gli articoli e le recensioni di Righediarte, condividili sui tuoi canali social e iscriviti subito al blog per non perdere i prossimi post.

Righediarte è anche su Facebook e Instagram (@righediarte – Paola Cavioni).

Righediarte, intervista con l’autrice Silvia Zucca

Il mio primo personale incontro con i romanzi di Silvia Zucca risale all’inizio del 2019, quando quasi per caso comprai Il cielo dopo di noi*, pubblicato qualche mese prima da Editrice Nord. E fu amore a prima lettura.

M’innamorai della complessità tutta umana dei suoi personaggi, della storia, persino della copertina che, con una veste grafica molto semplice ma d’effetto, presentava una ragazza seduta ai lati di una strada sterrata, le gambe strette in vita, una bicicletta alle sue spalle e lo sfondo con il cielo azzurro a riprendere il titolo.  

Leggere Silvia Zucca regala la stessa piacevole sensazione di quando ci si trova in compagnia di una cara amica di lunga data. Un’amica che può offrirti un tè all’inglese nel salotto di casa, in un pomeriggio qualunque, ma che un minuto dopo può anche dirti “prepara la valigia perché domani si vola a Londra”.  Imprevedibile.

E con uno stile sempre ricercato ed elegante, mai scontata nei contenuti e nelle trame.

Di tenebra e d’amore (More Stories), acquistabile anche in formato Kindle

Silvia è di nuovo in libreria dallo scorso ottobre con Di tenebra e d’amore, che non è il suo ultimo romanzo in ordine cronologico (fra poco scoprirete il perché), romance storico ambientato fra la Francia e l’Inghilterra di fine ‘800 che ha per protagonisti i giovani Odyle e Tristan, due “eroi” tutt’altro che convenzionali…

Oggi l’autrice regala un po’ del suo tempo ai lettori di Righediarte concedendomi una una lunga intervista.

Quindi mettetevi comodi, rilassatevi e… buona lettura.

Righediarte. Ciao Silvia, anzitutto ti ringrazio per avere accettato il mio invito ad esplorare un po’ il tuo mondo in questa intervista, dove non si parlerà solo dei tuoi libri ma anche di tanto altro.

Vorrei però iniziare dal tuo ultimo romanzo: Di tenebra e d’amore è ambientato in Inghilterra alla fine del XIX secolo, epoca della rivoluzione industriale e di grandi scoperte e innovazioni tecnologiche, alcune delle quali sono ben raccontate nel romanzo. Quali sono stati i testi fondamentali per la ricostruzione del contesto storico in cui si inserisce la vicenda dei protagonisti? Quanto tempo hai impiegato per la prima stesura del romanzo?

Silvia. Una delle cose che amo di più della scrittura è che mi porta ad allargare le mie conoscenze. Ho sempre adorato studiare, soprattutto la storia. Quindi scrivere romanzi storici mi dà modo di approfondire diversi argomenti. Uno di questi, per Di tenebra e d’amore, è proprio quello dello sviluppo tecnologico avvenuto nel XIX secolo. Trovo molto affascinante pensare a come doveva essere il mondo visto dagli occhi di qualcuno che viveva in un’epoca di così grandi e profonde trasformazioni. Oggigiorno siamo talmente bombardati da informazioni che il meccanismo del nostro stupore si è come ingolfato. Anche se, magari, non siamo mai stati in Egitto, le Piramidi le abbiamo già viste in mille modi; così come siamo abituati ai super effetti speciali dei film. Mentre chi si trovava a fare un Gran Tour nel XIX secolo riusciva a meravigliarsi profondamente, per una cultura o, un’architettura ecc così diverse dalle sue. La stessa cosa successe con il cinematografo. È storia acclarata ormai lo scalpore che fece il famoso arrivo del treno filmato dai Lumière, in cui molti spettatori si spaventarono pensando che davvero un treno avrebbe potuto investirli.

Silvia Zucca (photo Yuma Martellanz)

E se la nostra vita è tanto comoda ai nostri giorni un po’ lo dobbiamo anche alle tante invenzioni che sono state sviluppate nel XIX secolo. Il telefono, il treno, l’auto, i primi tentativi di volo, ma anche la radio, i raggi X. C’era davvero un fermento senza pari nella ricerca.

Per rispondere alla tua domanda, utilizzo moltissimi testi per documentarmi. E un po’ su tutto. Sia in inglese che in italiano. Vediamo, per quanto riguarda la tecnologia: The Making of Modern Science, di David Knight. The Subterrean Raylway di Christian Wolmar, per lo sviluppo della metropolitana a Londra, che infatti già funzionava, se non ricordo male, dagli anni Sessanta del XIX secolo.

Ma poi molto importante è anche la storia del costume, ossia il modo di vivere delle persone all’epoca, la stratificazione sociale, il modo di vedere il mondo. Qui, uno per tutti potrebbe essere Londra, l’oro e la fame, edito da Frassinelli.

La stesura è stata abbastanza lunga, ma anche perché avvenne in due tempi. Di tenebra e d’amore era il mio primo libro, quando ancora la scrittura non era per me un mestiere. Iniziai a scriverlo e poi rimase incompleto per mesi, finché non mi decisi a dargli una chance per presentarlo a una casa editrice. La quale – ne sono molto orgogliosa – lo acquistò immediatamente.

Righediarte. Pensi di scrivere un seguito alla storia di Odyle e Tristan?

Silvia. Odyle e Tristan fanno parte del mio passato. La loro storia è nata nel 2005, quando mi affacciavo alla scrittura. Non ho mai pensato di scrivere un seguito e la loro storia è a tutti gli effetti conclusa. Il loro universo invece no. Ci sono altri romanzi che ho scritto in cui in qualche modo il mondo di Odyle e Tristan ritorna. Sono attualmente fuori commercio ma sto pensando alla possibilità di dare una nuova veste e una nuova vita anche a loro.

Righediarte. Questo libro è già stato tradotto o verrà tradotto in altre lingue?

Silvia. Attualmente Di tenebra esiste solo nella versione italiana. I diritti di traduzione sono disponibili però, se qualche editore estero lo desiderasse. Non nego che sarei molto felice se venisse tradotto.

Righediarte. Nel contenuto e nello stile del romanzo si percepisce chiaramente l’influenza della narrativa inglese del 1800, da Jane Austen e alla Brontë, e tu non fai mistero di esserti ispirata proprio a Jane Eyre. Quali sono gli autori di questo periodo a cui sei più affezionata e perché?

Silvia. Oh… sono tanti! Amo la letteratura inglese, e ho una laurea per dimostrarlo! A parte le battute, mi piace molto il periodo storico del XIX secolo, come dicevo, e la letteratura che ne fa parte. Il romanzo è stato anche una scusa quindi per far degli omaggi a queste pagine del passato. C’è Shakespeare, c’è Jane Eyre della Bronte, c’è Walpole insieme alla schiera dei romanzi gotici che tanto piacevano all’epoca. Paradossalmente uno dei miei autori preferiti invece è rimasto fuori, forse perché le sue tematiche non erano troppo in linea con quelle della storia raccontata, parlo di Thomas Hardy (La brughiera, Via dalla pazza folla, Giuda l’oscuro, Tess dei D’Uberville…).

Righediarte. Nei tuoi romanzi, penso anche a Il cielo dopo di noi e Guida astrologica per cuori infranti, hai affrontato diversi temi: l’amore, la ricerca delle proprie radici, i rapporti famigliari, la storia dell’occupazione nazista in Italia, per citarne alcuni, dando prova di notevoli capacità di scrittura e di padronanza delle tecniche narrative. Di tenebra e d’amore, che come hai già detto, è in realtà il tuo primo romanzo completamente rivisitato e riscritto, si inserisce nel filone del romance. Vorrei chiederti se c’è un genere letterario che vorresti affrontare perché ti incuriosisce, o che apprezzi come lettrice, ma sul quale non ti senti ancora sufficientemente pronta.

Silvia. Devi sapere una cosa: io non mi sento mai sufficientemente pronta.

Ogni libro è un viaggio senza garanzie di arrivare davvero da qualche parte, e questo mi succede perché ritengo che la scrittura debba sempre rappresentare qualche novità per me, mi debba sempre far imparare qualcosa. È per questo motivo che affronto libri diversi anche per genere. Mi rendo conto che la cosa può mettere in difficoltà i miei lettori (e non ti dico gli editori!) che magari apprezzando un genere e non un altro si trovano con libri molto diversi tra loro, quando invece solitamente quando un autore trova “un buon filone” lì sta e batte chiodo magari sfornando una bella serie, una trilogia per lo meno. Purtroppo la mia testa funziona in modo diverso. E bada che non lo dico per dire che sono da biasimare quelli che invece scrivono delle serie, anzi, hanno tutta la mia stima, perché progettare una pentalogia non deve essere affatto facile, io proprio non riesco.

Ci sono le storie o i temi che mi chiamano. Purtroppo non c’è niente di romantico in questo, sono solo idee che iniziano a frullare in testa e farmi stare in ansia finché non le tiro fuori.

Tornando al genere, dicevo, ritengo che sia un grandissimo stimolo per me battere strade nuove, che non ho mai percorso, per questo i romanzi sono diversi e mi piacerebbe scrivere un po’ di tutto e in tutti i modi.

Se c’è un genere che ammiro ma per cui proprio non mi sentirei pronta al momento, è il distopico [romanzo in cui viene rappresentata un mondo immaginario del futuro, presentando talvolta società dalle caratteristiche inquietanti o orribili – NdR]. Ammiro moltissimo chi lo scrive, perché per scrivere un distopico devi avere sotto controllo non dei personaggi ma un mondo, un mondo intero, con delle leggi proprie e tutto quanto. E deve avere un senso profondo. La cosa che trovo meravigliosa della distopia è quella sua lucida capacità di tagliare con il bisturi alcune parti della nostra realtà per offrirle, orrendamente sanguinanti, agli occhi del lettore. Non mi accontenterei di fare niente di meno.

Righediarte. So che non si dovrebbe chiedere, ma a quale dei tuoi personaggi sei più legata, magari perché ci hai messo più tempo per darle/dargli “corpo e voce”?

Silvia. Eh… non si dovrebbe chiedere, hai ragione, perché poi gli altri ci rimangono male.

A dire il vero sono legata in modi diversi a molti personaggi che ho scritto, e non sono necessariamente i principali. Be’, con Alice di Guida astrologica ho un debito di sangue, in pratica, e lei e io ci siamo assomigliate moltissimo in un periodo che risale a diversi anni fa. Amo tantissimo Tio, e ne vorrei uno tutto per me. Ho odiato profondamente Miranda, de Il cielo dopo di noi, perché era talmente arrabbiata con la vita che ho faticato a farla parlare sulla pagina, poi però, quando ci siamo intese, trovate, è stato un dialogo meraviglioso, che mi ha fatto scoprire molte cose di me stessa. Poi, magari ti sembrerà strano, ma ho voluto un bene profondo al Tenente Bonfanti, sempre de Il cielo. Ho una vera e propria passione per i personaggi cupi, negativi, ma che poi hanno sempre quella sfumatura, quella motivazione che rende ogni azione, anche la più terribile, tremendamente umana.

Di Di Tenebra e d’amore, a parte Tristan, che è praticamente un Rochester nella sua vulnerabilità, mi piacciono molto i personaggi della parte più leggera, gli intermezzi comici dei Montgomery, padre e figlia, per cui ricordo di essermi un po’ ispirata alla vasta fauna umana di Jane Austen.

Righediarte. Silvia, tu lavori anche come traduttrice, hai anche tradotto Cinquanta sfumature di nero, di E.L. James, giusto per citarne uno. Quanto la lettura dei testi in lingua originale influenza la tua scrittura? Ti capita di leggere un romanzo in lingua originale e non apprezzarne invece la traduzione in italiano? Ovviamente senza fare nomi, ma come riflessione generale sulle sfumature linguistiche che si perdono nell’operazione di traduzione.

Silvia. Allora, non mi azzarderei mai a criticare il lavoro di qualche collega. Purtroppo ora con Internet, le recensioni online sui siti di e-commerce eccetera, mi è capitato spesso di leggerne, e mi chiedo sempre se chi le muove abbia davvero la competenza per capire il lavoro che sta dietro una traduzione.

Per restare però nel tema della tua domanda, mi è capitato di leggere qualche traduzione dove ho sentito il testo inglese sotto quello italiano o mi sono accorta di una traduzione un po’ troppo letterale, questo sì. Ritengo che ci siano egregi traduttori in Italia, e alcuni sono anche dei carissimi amici, che lavorano cesello con le parole.

Quanto alle sfumature linguistiche, come dici, è vero, sicuramente qualcosa si perde; lo diceva già Eco: una traduzione fedele è quasi un ossimoro. La traduzione comunque tradisce. Si passa a un diverso mondo che non è soltanto linguistico ma anche un diverso sistema culturale. Una cosa che personalmente trovo molto divertente da tradurre, per esempio, sono i modi di dire, che non sono quasi mai uguali da una lingua all’altra. Perché dietro a un modo di dire c’è magari un aneddoto che fa parte della storia del paese cui appartiene quella lingua, o magari un riferimento letterario. E tu, traduttore, lo devi rendere nella tua lingua. È una bella sfida. Perché non devi soltanto riportare un senso che riguarda le parole, ma anche un’emozione.

Ma, tornando alle sfumature linguistiche che traducendo magari vengono perse… mi domando se per un lettore italiano che l’inglese (o un’altra lingua) la capisce mediamente bene, pur non essendo la sua lingua madre, riuscirebbe ad apprezzarle davvero dalla prima all’ultima.

Righediarte. Il titolo del tuo romanzo mi ricorda altre due opere di tuoi illustri colleghi: Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz e D’amore e Ombra di Isabel Allende. L’amore rimane ancora oggi quindi la più grande fonte di ispirazione per gli artisti di tutto il mondo. Quale è la storia d’amore letteraria a cui sei più legata? Quanto invece c’è delle tue storie d’amore nei tuoi romanzi.

Silvia. Ci sono tanti romanzi che al loro interno parlano d’amore e che io amo moltissimo, ma se devo eleggerne uno soltanto allora devo dire L’età dell’innocenza di Edith Wharton. La storia dell’amore travagliatissimo e dolente tra la Contessa Olenska e Newland Archer mi colpì molto quando la lessi, avevo circa vent’anni, e credo ci sia tantissimo di loro, o meglio di ciò che io ho provato per loro e poi per tutto il vasto universo della Wharton e le sue tematiche, nei libri che ho scritto.

Poi però sforo e ne aggiungo un altro che è Espiazione, di Ian McEwan… che infatti si trova citato ne Il cielo dopo di noi.

Per quanto riguarda le mie personali storie d’amore, sì, certamente ci sono dei riferimenti nei libri che ho scritto, perché dopotutto la mia vita, e soprattutto le mie emozioni, fanno parte di uno di quei grandi magazzini cui posso attingere per scrivere. Certo, non scriverei mai un romanzo autobiografico, almeno non per ora, visto che non ritengo la mia vita in toto di così grande interesse per gli altri, e ho anche un certo pudore per ciò che mi riguarda intimamente. Ma diverse situazioni che ho realmente vissuto, opportunamente rielaborate e viste con un occhio molto ironico e autoironico si trovano, per esempio, in Guida astrologica per cuori infranti.

Righediarte. Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

Silvia. Ho pochi amori costanti, mi piacciono i libri e le storie che raccontano, ma sono davvero pochi gli autori che compro a scatola chiusa. Tra questi ultimamente c’è un’autrice inglese che si chiama Jane Harris, perché mi piace il suo stile e il modo di raccontare. Ho avuto una passione folle per Agatha Christie da ragazzina e credo di aver letto quasi tutto.

Righediarte. Quando inizi a scrivere un romanzo ti capita mai di pensare a chi potrebbe essere il tuo lettore-tipo o lasci questa riflessione al tuo editore?

Silvia. Uno scrittore pensa sempre a chi sono i suoi lettori, a chi si sta rivolgendo. La scrittura è prima di tutto una comunicazione, perciò, perché questa comunicazione avvenga nel modo più corretto dobbiamo sapere a chi stiamo parlando.

Righediarte. Quando hai iniziato a scrivere? Quale è stato il tuo percorso?

Silvia. Ho sempre desiderato scrivere. Ho iniziato da ragazzina, sui quaderni, inventavo storie. Poi per un lungo periodo ho accantonato tutto. Finché appunto non ho iniziato a scrivere Di tenebra e d’amore. Traducevo già da qualche anno quando mi dissi che mi sarebbe piaciuto provare, e lo feci anche grazie a una cara amica – la Patrizia a cui è dedicato il libro – che era a casa dal lavoro per via di una gravidanza difficile – da cui poi nacque Elisabetta, che adesso ha quindici anni, a cui ancora è dedicato il libro – e visto che Patrizia è attrice e insegna teatro, mi aiutò molto a comprendere i personaggi e a farli “vedere” sulla carta.

Righediarte. La storia della letteratura, italiana ma anche internazionale, vede oggettivamente una presenza maggiore di autori uomini rispetto alle donne. Nella tua carriera come autrice, ti è mai capitato di subire il peso del pregiudizio proprio in funzione del tuo essere donna?

Pensi che sia più difficile per una donna affermarsi nel mondo della scrittura?

Silvia. Assolutamente sì. C’è poco da aggiungere purtroppo. Il divario c’è, lo sentiamo. Siamo autrici donne, la prima cosa che si pensa è che la nostra sia una scrittura “femminile”, per esempio, una scrittura per donne. Conosco anche diversi signori uomini che hanno ammesso candidamente di non leggere donne per partito preso. Non ho mai sentito dire altrettanto da parte di una donna.

Righediarte. Come anticipato, tu non sei solo autrice ma anche traduttrice ed editor,  ti chiedo se hai mai tenuto dei corsi di scrittura o se ti piacerebbe farlo?

Silvia. Ho tenuto dei seminari di scrittura creativa, un paio di volte anche con i bambini di scuole elementari, ed è stato bellissimo. È un’esperienza che mi piacerebbe ripetere, e in effetti, insieme a un’associazione, stavamo pensando a un corso di scrittura. Ho qualche problema di tempo, purtroppo, visto che, come hai giustamente detto anche tu, oltre a scrivere, faccio la traduttrice, l’editor e la lettrice per un’agenzia letteraria.

Righediarte. Ti lascio con un’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo (se si può sapere ovviamente)?

Sì, certo, si può sapere. Sto lavorando a un nuovo romanzo. Ma di più non si dice.

Concludo questa lunga intervista con l’augurio di leggere presto un nuovo romanzo di Silvia, alla quale va nuovamente il mio grazie di cuore.

Paola Cavioni

*Di Il cielo dopo di noi trovi la recensione su Righediarte, a questo link:

https://righediarte.com/tag/il-cielo-dopo-di-noi/

I libri di Silvia Zucca sono acquistabili anche su Amazon, clicca sul titolo del libro per essere reindirizzato direttamente allo shop e, se vuoi, acquistare tramite link affiliazione di Righediarte:

Se ti sono piaciuti i miei articoli e le mie recensioni, condividi sui tuoi canali social e iscriviti sul blog per non perdere i prossimi post di Righediarte.

Un commento a La bella di Lodi, di Alberto Arbasino

“Le ragazze di Lodi, grandi, belle, con la loro pelle splendida e un appetito da uomo, quando son dritte possono essere molto più forti di quelle di Milano.”

La bella di Lodi, edizione Adelphi 2002

La bella di Lodi di Alberto Arbasino (Voghera , 22 gennaio 1930 – Milano, 22 marzo 2020) viene pubblicato per la prima volta nel febbraio del 1961 come racconto in due puntate, un rimando ai romanzi d’appendice francesi del XIX secolo, sul settimanale Il Mondo.

Nel 1963 La bella di Lodi diventa un film, alla regia Mario Missiroli e una giovanissima Amanda Sandrelli per protagonista. Il romanzo viene pubblicato, in un’edizione rivista e ampliata, una prima volta nel 1972 da Einaudi, e una seconda nel 2002 da Adelphi, edizione in cui la Sandrelli campeggia in copertina in tutta la sua bellezza tanto provocante quanto raffinata.

L’incipit del romanzo, l’amicizia che lega l’autore con Ennio Flaiano (redattore capo di Il Mondo e sceneggiatore), la sua pubblicazione su un settimanale che era la voce dell’ideologia borghese e laica del secondo dopoguerra e la sua immediata trasposizione cinematografica: questi elementi insieme sono già una dichiarazione d’intenti e un’anticipazione su quello che il romanzo rappresenta a livello stilistico e di messa in scena, con poca mediazione, della società dell’Italia settentrionale negli anni del boom economico, le cui caratteristiche sono disseminate qua e là lungo tutta la trama, con rimandi alla musica, alle automobili, alla cultura dei primi anni ’60.

La bella è Roberta, giovane lodigiana appartenente alla ricca borghesia rurale, orfana di entrambi i genitori, che gestisce l’azienda di famiglia insieme alla nonna e ad un indolente fratello, Sandro, a cui è molto legata e he si atteggia a dandy di provincia.

Una dichiarazione d’intenti nell’incipit, dicevamo, che anticipa quella misoginia latente presente in tutto il romanzo che, a discapito del titolo e nella cornice di una storia che racconta una gestione matrilineare dell’azienda di famiglia, fa capire chiaramente al lettore che ci muoviamo nel contesto di una società ancora maschilista, che non tollera lo scandalo, la società del matrimonio riparatore e del pettegolezzo contenuto dietro i ventagli delle signore in chiesa.

Il titolo e il Capitolo Primo introducono  appunto al contesto sociale e culturale in cui si svolge la vicenda, a partire da Lodi, anche se in realtà la storia scorre su più “set”, la maggior parte dei quali sono spazi aperti: strade, autostrade, autogrill, la spiaggia di Forte dei Marmi dove avviene il primo incontro di Roberta con Franco, l’altro protagonista del romanzo, oggetto di amore e odio da parte della bella.

Franco, uomo dalla dubbia identità: meccanico, proletario, guitto, inetto, furfante e galeotto. E forse non si chiama neanche Franco.

Si possono individuare due momenti, due scintille che fanno partire l’azione della storia, che travolge Roberta come una valanga: il primo momento è l’incontro della donna con Franco. I due giovani, che non sappiamo quale età abbiano, dopo una breve fase di “avvicinamento” fanno sesso e alla mattina dopo Franco scompare, insieme a diversi beni di valore di Roberta che però sceglie di non denunciarlo.

La seconda scintilla si può collocare poco prima dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei nonni di Roberta, quando Sandro intercetta una lettera che Franco ha spedito alla sorella e la convince a incontrarlo ancora, ma per farlo arrestare.

Se la voce narrante lungo tutto il romanzo è quella di un narratore esterno, a volte onnisciente a volte invece che si sovrappone al punto di vista di uno dei personaggi, c’è un Intervallo in cui è Sandro che parla, che racconta la sua versione dei fatti e chiarisce alcuni punti oscuri della vicenda, oltre a rovesciare addosso tutto il disprezzo che prova nei confronti di Franco, tanto da sperare che muoia in un incidente automobilistico.

Dalle parole di Sandro sappiamo che Franco ha in realtà una compagna e che torna da Roberta solo quando ha finito di spendere tutti i soldi che le aveva rubato alla fine del loro primo incontro.  

Ma i piani non vanno esattamente come Sandro spera perché la sorella, dopo avere fatto arrestare Franco, lo cerca ancora e, una volta uscito di prigione, si unisce al suo gruppo di guitti e inizia a recitare per l’Italia. Qui abbiamo l’unico riferimento temporale sicuro di tutto il romanzo: l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, che fissa con sicurezza lo svolgimento dei fatti nel 1961.

Roberta, Sandro, Franco. Ma quali sono gli altri protagonisti di questo romanzo? Si possono distinguere due tipologie di personaggi: ci sono personaggi principali, il trio formato da Roberta, Sandro e Franco, attorno ai quali la storia è costruita. Ma c’è anche tutta una serie di personaggi secondari che si muovono sullo sfondo (le vere “ombre vivaci sullo sfondo”) che rappresentano una sorta di coro come nel teatro greco: i nonni di Roberta e Sandro, i genitori di cui non sappiamo nulla se non che sono morti (e chissà cosa direbbero davanti ai comportamenti della figlia), gli amici,  i genitori di Franco, la coppia che aiuta Roberta quando Franco la aggredisce, la zia Giuseppina e lo zio Cesare, i guitti della compagnia teatrale cui Roberta si unisce per un periodo.

Tutti questi personaggi secondari parlano con le loro azioni, senza alcuna caratterizzazione psicologica, anche la nonna che è il vero deus ex machina della vicenda, colei che ne decide di fatto la conclusione.

Nel gruppo di amici, Giorgio merita qualche parola a parte. Forse antagonista di Franco, il giovane, sicuramente di buona famiglia, ha un rapporto così intimo e speciale con Sandro da fare quasi pensare che i due siano una coppia di amanti, più che amici, e che la vicinanza a Roberta non sia altro che un pretesto per i due giovani per stare insieme in un momento storico in cui sicuramente l’omosessualità non era ancora socialmente accettata, così come la libertà sessuale per le donne.

Dal punto di vista della lingua e dello stile, La bella di Lodi sembra pensato per diventare sceneggiatura, con una scrittura che suggerisce immagini, periodi studiati come partiture musicali che puntano a rendere azioni e descrivere ambientazioni come fossero scenografie, e dialoghi che più che esplorare la condizione psicologica dei protagonisti o dare informazioni aggiuntive, come vorrebbero i manuali di scrittura creativa, sono pura e semplice trasposizione del parlato, anche sotto forma di discorso indiretto libero. 

Dai dialoghi emerge con forza la cadenza settentrionale dei protagonisti (quei arda o ciavete per esempio, disseminati qua e là) tranne Franco che forse tradisce una provenienza meridionale, non confermata dall’autore.

Uno stile diretto, neorealistico, senza filtro alcuno, con la descrizione di scene di sesso che sono a volte disturbanti anche per lo smaliziato lettore contemporaneo, quindi si può solo immaginare l’effetto sul pubblico degli anni ’60 o ’70.

Quello che rimane terminata la lettura di La bella di Lodi è una sensazione di stordimento, di storia senza lieto fine, che vede in Roberta e Franco due moderni Romeo e Giulietta la cui fine non coincide con la morte ma, per assurdo, con il matrimonio.

Bibliografia:

Come ombre vivaci sullo sfondo, di Federico Della Corte (Libreria Universitaria Edizioni, 2014)

Paola Cavioni

Se ti sono piaciuti i miei articoli e le mie recensioni, condividi sui tuoi canali social e iscriviti sul blog per non perdere i prossimi post di Righediarte.