Righediarte, intervista con l’autrice Silvia Zucca

Il mio primo personale incontro con i romanzi di Silvia Zucca risale all’inizio del 2019, quando quasi per caso comprai Il cielo dopo di noi*, pubblicato qualche mese prima da Editrice Nord. E fu amore a prima lettura.

M’innamorai della complessità tutta umana dei suoi personaggi, della storia, persino della copertina che, con una veste grafica molto semplice ma d’effetto, presentava una ragazza seduta ai lati di una strada sterrata, le gambe strette in vita, una bicicletta alle sue spalle e lo sfondo con il cielo azzurro a riprendere il titolo.  

Leggere Silvia Zucca regala la stessa piacevole sensazione di quando ci si trova in compagnia di una cara amica di lunga data. Un’amica che può offrirti un tè all’inglese nel salotto di casa, in un pomeriggio qualunque, ma che un minuto dopo può anche dirti “prepara la valigia perché domani si vola a Londra”.  Imprevedibile.

E con uno stile sempre ricercato ed elegante, mai scontata nei contenuti e nelle trame.

Di tenebra e d’amore (More Stories), acquistabile anche in formato Kindle

Silvia è di nuovo in libreria dallo scorso ottobre con Di tenebra e d’amore, che non è il suo ultimo romanzo in ordine cronologico (fra poco scoprirete il perché), romance storico ambientato fra la Francia e l’Inghilterra di fine ‘800 che ha per protagonisti i giovani Odyle e Tristan, due “eroi” tutt’altro che convenzionali…

Oggi l’autrice regala un po’ del suo tempo ai lettori di Righediarte concedendomi una una lunga intervista.

Quindi mettetevi comodi, rilassatevi e… buona lettura.

Righediarte. Ciao Silvia, anzitutto ti ringrazio per avere accettato il mio invito ad esplorare un po’ il tuo mondo in questa intervista, dove non si parlerà solo dei tuoi libri ma anche di tanto altro.

Vorrei però iniziare dal tuo ultimo romanzo: Di tenebra e d’amore è ambientato in Inghilterra alla fine del XIX secolo, epoca della rivoluzione industriale e di grandi scoperte e innovazioni tecnologiche, alcune delle quali sono ben raccontate nel romanzo. Quali sono stati i testi fondamentali per la ricostruzione del contesto storico in cui si inserisce la vicenda dei protagonisti? Quanto tempo hai impiegato per la prima stesura del romanzo?

Silvia. Una delle cose che amo di più della scrittura è che mi porta ad allargare le mie conoscenze. Ho sempre adorato studiare, soprattutto la storia. Quindi scrivere romanzi storici mi dà modo di approfondire diversi argomenti. Uno di questi, per Di tenebra e d’amore, è proprio quello dello sviluppo tecnologico avvenuto nel XIX secolo. Trovo molto affascinante pensare a come doveva essere il mondo visto dagli occhi di qualcuno che viveva in un’epoca di così grandi e profonde trasformazioni. Oggigiorno siamo talmente bombardati da informazioni che il meccanismo del nostro stupore si è come ingolfato. Anche se, magari, non siamo mai stati in Egitto, le Piramidi le abbiamo già viste in mille modi; così come siamo abituati ai super effetti speciali dei film. Mentre chi si trovava a fare un Gran Tour nel XIX secolo riusciva a meravigliarsi profondamente, per una cultura o, un’architettura ecc così diverse dalle sue. La stessa cosa successe con il cinematografo. È storia acclarata ormai lo scalpore che fece il famoso arrivo del treno filmato dai Lumière, in cui molti spettatori si spaventarono pensando che davvero un treno avrebbe potuto investirli.

Silvia Zucca (photo Yuma Martellanz)

E se la nostra vita è tanto comoda ai nostri giorni un po’ lo dobbiamo anche alle tante invenzioni che sono state sviluppate nel XIX secolo. Il telefono, il treno, l’auto, i primi tentativi di volo, ma anche la radio, i raggi X. C’era davvero un fermento senza pari nella ricerca.

Per rispondere alla tua domanda, utilizzo moltissimi testi per documentarmi. E un po’ su tutto. Sia in inglese che in italiano. Vediamo, per quanto riguarda la tecnologia: The Making of Modern Science, di David Knight. The Subterrean Raylway di Christian Wolmar, per lo sviluppo della metropolitana a Londra, che infatti già funzionava, se non ricordo male, dagli anni Sessanta del XIX secolo.

Ma poi molto importante è anche la storia del costume, ossia il modo di vivere delle persone all’epoca, la stratificazione sociale, il modo di vedere il mondo. Qui, uno per tutti potrebbe essere Londra, l’oro e la fame, edito da Frassinelli.

La stesura è stata abbastanza lunga, ma anche perché avvenne in due tempi. Di tenebra e d’amore era il mio primo libro, quando ancora la scrittura non era per me un mestiere. Iniziai a scriverlo e poi rimase incompleto per mesi, finché non mi decisi a dargli una chance per presentarlo a una casa editrice. La quale – ne sono molto orgogliosa – lo acquistò immediatamente.

Righediarte. Pensi di scrivere un seguito alla storia di Odyle e Tristan?

Silvia. Odyle e Tristan fanno parte del mio passato. La loro storia è nata nel 2005, quando mi affacciavo alla scrittura. Non ho mai pensato di scrivere un seguito e la loro storia è a tutti gli effetti conclusa. Il loro universo invece no. Ci sono altri romanzi che ho scritto in cui in qualche modo il mondo di Odyle e Tristan ritorna. Sono attualmente fuori commercio ma sto pensando alla possibilità di dare una nuova veste e una nuova vita anche a loro.

Righediarte. Questo libro è già stato tradotto o verrà tradotto in altre lingue?

Silvia. Attualmente Di tenebra esiste solo nella versione italiana. I diritti di traduzione sono disponibili però, se qualche editore estero lo desiderasse. Non nego che sarei molto felice se venisse tradotto.

Righediarte. Nel contenuto e nello stile del romanzo si percepisce chiaramente l’influenza della narrativa inglese del 1800, da Jane Austen e alla Brontë, e tu non fai mistero di esserti ispirata proprio a Jane Eyre. Quali sono gli autori di questo periodo a cui sei più affezionata e perché?

Silvia. Oh… sono tanti! Amo la letteratura inglese, e ho una laurea per dimostrarlo! A parte le battute, mi piace molto il periodo storico del XIX secolo, come dicevo, e la letteratura che ne fa parte. Il romanzo è stato anche una scusa quindi per far degli omaggi a queste pagine del passato. C’è Shakespeare, c’è Jane Eyre della Bronte, c’è Walpole insieme alla schiera dei romanzi gotici che tanto piacevano all’epoca. Paradossalmente uno dei miei autori preferiti invece è rimasto fuori, forse perché le sue tematiche non erano troppo in linea con quelle della storia raccontata, parlo di Thomas Hardy (La brughiera, Via dalla pazza folla, Giuda l’oscuro, Tess dei D’Uberville…).

Righediarte. Nei tuoi romanzi, penso anche a Il cielo dopo di noi e Guida astrologica per cuori infranti, hai affrontato diversi temi: l’amore, la ricerca delle proprie radici, i rapporti famigliari, la storia dell’occupazione nazista in Italia, per citarne alcuni, dando prova di notevoli capacità di scrittura e di padronanza delle tecniche narrative. Di tenebra e d’amore, che come hai già detto, è in realtà il tuo primo romanzo completamente rivisitato e riscritto, si inserisce nel filone del romance. Vorrei chiederti se c’è un genere letterario che vorresti affrontare perché ti incuriosisce, o che apprezzi come lettrice, ma sul quale non ti senti ancora sufficientemente pronta.

Silvia. Devi sapere una cosa: io non mi sento mai sufficientemente pronta.

Ogni libro è un viaggio senza garanzie di arrivare davvero da qualche parte, e questo mi succede perché ritengo che la scrittura debba sempre rappresentare qualche novità per me, mi debba sempre far imparare qualcosa. È per questo motivo che affronto libri diversi anche per genere. Mi rendo conto che la cosa può mettere in difficoltà i miei lettori (e non ti dico gli editori!) che magari apprezzando un genere e non un altro si trovano con libri molto diversi tra loro, quando invece solitamente quando un autore trova “un buon filone” lì sta e batte chiodo magari sfornando una bella serie, una trilogia per lo meno. Purtroppo la mia testa funziona in modo diverso. E bada che non lo dico per dire che sono da biasimare quelli che invece scrivono delle serie, anzi, hanno tutta la mia stima, perché progettare una pentalogia non deve essere affatto facile, io proprio non riesco.

Ci sono le storie o i temi che mi chiamano. Purtroppo non c’è niente di romantico in questo, sono solo idee che iniziano a frullare in testa e farmi stare in ansia finché non le tiro fuori.

Tornando al genere, dicevo, ritengo che sia un grandissimo stimolo per me battere strade nuove, che non ho mai percorso, per questo i romanzi sono diversi e mi piacerebbe scrivere un po’ di tutto e in tutti i modi.

Se c’è un genere che ammiro ma per cui proprio non mi sentirei pronta al momento, è il distopico [romanzo in cui viene rappresentata un mondo immaginario del futuro, presentando talvolta società dalle caratteristiche inquietanti o orribili – NdR]. Ammiro moltissimo chi lo scrive, perché per scrivere un distopico devi avere sotto controllo non dei personaggi ma un mondo, un mondo intero, con delle leggi proprie e tutto quanto. E deve avere un senso profondo. La cosa che trovo meravigliosa della distopia è quella sua lucida capacità di tagliare con il bisturi alcune parti della nostra realtà per offrirle, orrendamente sanguinanti, agli occhi del lettore. Non mi accontenterei di fare niente di meno.

Righediarte. So che non si dovrebbe chiedere, ma a quale dei tuoi personaggi sei più legata, magari perché ci hai messo più tempo per darle/dargli “corpo e voce”?

Silvia. Eh… non si dovrebbe chiedere, hai ragione, perché poi gli altri ci rimangono male.

A dire il vero sono legata in modi diversi a molti personaggi che ho scritto, e non sono necessariamente i principali. Be’, con Alice di Guida astrologica ho un debito di sangue, in pratica, e lei e io ci siamo assomigliate moltissimo in un periodo che risale a diversi anni fa. Amo tantissimo Tio, e ne vorrei uno tutto per me. Ho odiato profondamente Miranda, de Il cielo dopo di noi, perché era talmente arrabbiata con la vita che ho faticato a farla parlare sulla pagina, poi però, quando ci siamo intese, trovate, è stato un dialogo meraviglioso, che mi ha fatto scoprire molte cose di me stessa. Poi, magari ti sembrerà strano, ma ho voluto un bene profondo al Tenente Bonfanti, sempre de Il cielo. Ho una vera e propria passione per i personaggi cupi, negativi, ma che poi hanno sempre quella sfumatura, quella motivazione che rende ogni azione, anche la più terribile, tremendamente umana.

Di Di Tenebra e d’amore, a parte Tristan, che è praticamente un Rochester nella sua vulnerabilità, mi piacciono molto i personaggi della parte più leggera, gli intermezzi comici dei Montgomery, padre e figlia, per cui ricordo di essermi un po’ ispirata alla vasta fauna umana di Jane Austen.

Righediarte. Silvia, tu lavori anche come traduttrice, hai anche tradotto Cinquanta sfumature di nero, di E.L. James, giusto per citarne uno. Quanto la lettura dei testi in lingua originale influenza la tua scrittura? Ti capita di leggere un romanzo in lingua originale e non apprezzarne invece la traduzione in italiano? Ovviamente senza fare nomi, ma come riflessione generale sulle sfumature linguistiche che si perdono nell’operazione di traduzione.

Silvia. Allora, non mi azzarderei mai a criticare il lavoro di qualche collega. Purtroppo ora con Internet, le recensioni online sui siti di e-commerce eccetera, mi è capitato spesso di leggerne, e mi chiedo sempre se chi le muove abbia davvero la competenza per capire il lavoro che sta dietro una traduzione.

Per restare però nel tema della tua domanda, mi è capitato di leggere qualche traduzione dove ho sentito il testo inglese sotto quello italiano o mi sono accorta di una traduzione un po’ troppo letterale, questo sì. Ritengo che ci siano egregi traduttori in Italia, e alcuni sono anche dei carissimi amici, che lavorano cesello con le parole.

Quanto alle sfumature linguistiche, come dici, è vero, sicuramente qualcosa si perde; lo diceva già Eco: una traduzione fedele è quasi un ossimoro. La traduzione comunque tradisce. Si passa a un diverso mondo che non è soltanto linguistico ma anche un diverso sistema culturale. Una cosa che personalmente trovo molto divertente da tradurre, per esempio, sono i modi di dire, che non sono quasi mai uguali da una lingua all’altra. Perché dietro a un modo di dire c’è magari un aneddoto che fa parte della storia del paese cui appartiene quella lingua, o magari un riferimento letterario. E tu, traduttore, lo devi rendere nella tua lingua. È una bella sfida. Perché non devi soltanto riportare un senso che riguarda le parole, ma anche un’emozione.

Ma, tornando alle sfumature linguistiche che traducendo magari vengono perse… mi domando se per un lettore italiano che l’inglese (o un’altra lingua) la capisce mediamente bene, pur non essendo la sua lingua madre, riuscirebbe ad apprezzarle davvero dalla prima all’ultima.

Righediarte. Il titolo del tuo romanzo mi ricorda altre due opere di tuoi illustri colleghi: Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz e D’amore e Ombra di Isabel Allende. L’amore rimane ancora oggi quindi la più grande fonte di ispirazione per gli artisti di tutto il mondo. Quale è la storia d’amore letteraria a cui sei più legata? Quanto invece c’è delle tue storie d’amore nei tuoi romanzi.

Silvia. Ci sono tanti romanzi che al loro interno parlano d’amore e che io amo moltissimo, ma se devo eleggerne uno soltanto allora devo dire L’età dell’innocenza di Edith Wharton. La storia dell’amore travagliatissimo e dolente tra la Contessa Olenska e Newland Archer mi colpì molto quando la lessi, avevo circa vent’anni, e credo ci sia tantissimo di loro, o meglio di ciò che io ho provato per loro e poi per tutto il vasto universo della Wharton e le sue tematiche, nei libri che ho scritto.

Poi però sforo e ne aggiungo un altro che è Espiazione, di Ian McEwan… che infatti si trova citato ne Il cielo dopo di noi.

Per quanto riguarda le mie personali storie d’amore, sì, certamente ci sono dei riferimenti nei libri che ho scritto, perché dopotutto la mia vita, e soprattutto le mie emozioni, fanno parte di uno di quei grandi magazzini cui posso attingere per scrivere. Certo, non scriverei mai un romanzo autobiografico, almeno non per ora, visto che non ritengo la mia vita in toto di così grande interesse per gli altri, e ho anche un certo pudore per ciò che mi riguarda intimamente. Ma diverse situazioni che ho realmente vissuto, opportunamente rielaborate e viste con un occhio molto ironico e autoironico si trovano, per esempio, in Guida astrologica per cuori infranti.

Righediarte. Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

Silvia. Ho pochi amori costanti, mi piacciono i libri e le storie che raccontano, ma sono davvero pochi gli autori che compro a scatola chiusa. Tra questi ultimamente c’è un’autrice inglese che si chiama Jane Harris, perché mi piace il suo stile e il modo di raccontare. Ho avuto una passione folle per Agatha Christie da ragazzina e credo di aver letto quasi tutto.

Righediarte. Quando inizi a scrivere un romanzo ti capita mai di pensare a chi potrebbe essere il tuo lettore-tipo o lasci questa riflessione al tuo editore?

Silvia. Uno scrittore pensa sempre a chi sono i suoi lettori, a chi si sta rivolgendo. La scrittura è prima di tutto una comunicazione, perciò, perché questa comunicazione avvenga nel modo più corretto dobbiamo sapere a chi stiamo parlando.

Righediarte. Quando hai iniziato a scrivere? Quale è stato il tuo percorso?

Silvia. Ho sempre desiderato scrivere. Ho iniziato da ragazzina, sui quaderni, inventavo storie. Poi per un lungo periodo ho accantonato tutto. Finché appunto non ho iniziato a scrivere Di tenebra e d’amore. Traducevo già da qualche anno quando mi dissi che mi sarebbe piaciuto provare, e lo feci anche grazie a una cara amica – la Patrizia a cui è dedicato il libro – che era a casa dal lavoro per via di una gravidanza difficile – da cui poi nacque Elisabetta, che adesso ha quindici anni, a cui ancora è dedicato il libro – e visto che Patrizia è attrice e insegna teatro, mi aiutò molto a comprendere i personaggi e a farli “vedere” sulla carta.

Righediarte. La storia della letteratura, italiana ma anche internazionale, vede oggettivamente una presenza maggiore di autori uomini rispetto alle donne. Nella tua carriera come autrice, ti è mai capitato di subire il peso del pregiudizio proprio in funzione del tuo essere donna?

Pensi che sia più difficile per una donna affermarsi nel mondo della scrittura?

Silvia. Assolutamente sì. C’è poco da aggiungere purtroppo. Il divario c’è, lo sentiamo. Siamo autrici donne, la prima cosa che si pensa è che la nostra sia una scrittura “femminile”, per esempio, una scrittura per donne. Conosco anche diversi signori uomini che hanno ammesso candidamente di non leggere donne per partito preso. Non ho mai sentito dire altrettanto da parte di una donna.

Righediarte. Come anticipato, tu non sei solo autrice ma anche traduttrice ed editor,  ti chiedo se hai mai tenuto dei corsi di scrittura o se ti piacerebbe farlo?

Silvia. Ho tenuto dei seminari di scrittura creativa, un paio di volte anche con i bambini di scuole elementari, ed è stato bellissimo. È un’esperienza che mi piacerebbe ripetere, e in effetti, insieme a un’associazione, stavamo pensando a un corso di scrittura. Ho qualche problema di tempo, purtroppo, visto che, come hai giustamente detto anche tu, oltre a scrivere, faccio la traduttrice, l’editor e la lettrice per un’agenzia letteraria.

Righediarte. Ti lascio con un’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo (se si può sapere ovviamente)?

Sì, certo, si può sapere. Sto lavorando a un nuovo romanzo. Ma di più non si dice.

Concludo questa lunga intervista con l’augurio di leggere presto un nuovo romanzo di Silvia, alla quale va nuovamente il mio grazie di cuore.

Paola Cavioni

*Di Il cielo dopo di noi trovi la recensione su Righediarte, a questo link:

https://righediarte.com/tag/il-cielo-dopo-di-noi/

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Un commento a La bella di Lodi, di Alberto Arbasino

“Le ragazze di Lodi, grandi, belle, con la loro pelle splendida e un appetito da uomo, quando son dritte possono essere molto più forti di quelle di Milano.”

La bella di Lodi, edizione Adelphi 2002

La bella di Lodi di Alberto Arbasino (Voghera , 22 gennaio 1930 – Milano, 22 marzo 2020) viene pubblicato per la prima volta nel febbraio del 1961 come racconto in due puntate, un rimando ai romanzi d’appendice francesi del XIX secolo, sul settimanale Il Mondo.

Nel 1963 La bella di Lodi diventa un film, alla regia Mario Missiroli e una giovanissima Amanda Sandrelli per protagonista. Il romanzo viene pubblicato, in un’edizione rivista e ampliata, una prima volta nel 1972 da Einaudi, e una seconda nel 2002 da Adelphi, edizione in cui la Sandrelli campeggia in copertina in tutta la sua bellezza tanto provocante quanto raffinata.

L’incipit del romanzo, l’amicizia che lega l’autore con Ennio Flaiano (redattore capo di Il Mondo e sceneggiatore), la sua pubblicazione su un settimanale che era la voce dell’ideologia borghese e laica del secondo dopoguerra e la sua immediata trasposizione cinematografica: questi elementi insieme sono già una dichiarazione d’intenti e un’anticipazione su quello che il romanzo rappresenta a livello stilistico e di messa in scena, con poca mediazione, della società dell’Italia settentrionale negli anni del boom economico, le cui caratteristiche sono disseminate qua e là lungo tutta la trama, con rimandi alla musica, alle automobili, alla cultura dei primi anni ’60.

La bella è Roberta, giovane lodigiana appartenente alla ricca borghesia rurale, orfana di entrambi i genitori, che gestisce l’azienda di famiglia insieme alla nonna e ad un indolente fratello, Sandro, a cui è molto legata e he si atteggia a dandy di provincia.

Una dichiarazione d’intenti nell’incipit, dicevamo, che anticipa quella misoginia latente presente in tutto il romanzo che, a discapito del titolo e nella cornice di una storia che racconta una gestione matrilineare dell’azienda di famiglia, fa capire chiaramente al lettore che ci muoviamo nel contesto di una società ancora maschilista, che non tollera lo scandalo, la società del matrimonio riparatore e del pettegolezzo contenuto dietro i ventagli delle signore in chiesa.

Il titolo e il Capitolo Primo introducono  appunto al contesto sociale e culturale in cui si svolge la vicenda, a partire da Lodi, anche se in realtà la storia scorre su più “set”, la maggior parte dei quali sono spazi aperti: strade, autostrade, autogrill, la spiaggia di Forte dei Marmi dove avviene il primo incontro di Roberta con Franco, l’altro protagonista del romanzo, oggetto di amore e odio da parte della bella.

Franco, uomo dalla dubbia identità: meccanico, proletario, guitto, inetto, furfante e galeotto. E forse non si chiama neanche Franco.

Si possono individuare due momenti, due scintille che fanno partire l’azione della storia, che travolge Roberta come una valanga: il primo momento è l’incontro della donna con Franco. I due giovani, che non sappiamo quale età abbiano, dopo una breve fase di “avvicinamento” fanno sesso e alla mattina dopo Franco scompare, insieme a diversi beni di valore di Roberta che però sceglie di non denunciarlo.

La seconda scintilla si può collocare poco prima dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei nonni di Roberta, quando Sandro intercetta una lettera che Franco ha spedito alla sorella e la convince a incontrarlo ancora, ma per farlo arrestare.

Se la voce narrante lungo tutto il romanzo è quella di un narratore esterno, a volte onnisciente a volte invece che si sovrappone al punto di vista di uno dei personaggi, c’è un Intervallo in cui è Sandro che parla, che racconta la sua versione dei fatti e chiarisce alcuni punti oscuri della vicenda, oltre a rovesciare addosso tutto il disprezzo che prova nei confronti di Franco, tanto da sperare che muoia in un incidente automobilistico.

Dalle parole di Sandro sappiamo che Franco ha in realtà una compagna e che torna da Roberta solo quando ha finito di spendere tutti i soldi che le aveva rubato alla fine del loro primo incontro.  

Ma i piani non vanno esattamente come Sandro spera perché la sorella, dopo avere fatto arrestare Franco, lo cerca ancora e, una volta uscito di prigione, si unisce al suo gruppo di guitti e inizia a recitare per l’Italia. Qui abbiamo l’unico riferimento temporale sicuro di tutto il romanzo: l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, che fissa con sicurezza lo svolgimento dei fatti nel 1961.

Roberta, Sandro, Franco. Ma quali sono gli altri protagonisti di questo romanzo? Si possono distinguere due tipologie di personaggi: ci sono personaggi principali, il trio formato da Roberta, Sandro e Franco, attorno ai quali la storia è costruita. Ma c’è anche tutta una serie di personaggi secondari che si muovono sullo sfondo (le vere “ombre vivaci sullo sfondo”) che rappresentano una sorta di coro come nel teatro greco: i nonni di Roberta e Sandro, i genitori di cui non sappiamo nulla se non che sono morti (e chissà cosa direbbero davanti ai comportamenti della figlia), gli amici,  i genitori di Franco, la coppia che aiuta Roberta quando Franco la aggredisce, la zia Giuseppina e lo zio Cesare, i guitti della compagnia teatrale cui Roberta si unisce per un periodo.

Tutti questi personaggi secondari parlano con le loro azioni, senza alcuna caratterizzazione psicologica, anche la nonna che è il vero deus ex machina della vicenda, colei che ne decide di fatto la conclusione.

Nel gruppo di amici, Giorgio merita qualche parola a parte. Forse antagonista di Franco, il giovane, sicuramente di buona famiglia, ha un rapporto così intimo e speciale con Sandro da fare quasi pensare che i due siano una coppia di amanti, più che amici, e che la vicinanza a Roberta non sia altro che un pretesto per i due giovani per stare insieme in un momento storico in cui sicuramente l’omosessualità non era ancora socialmente accettata, così come la libertà sessuale per le donne.

Dal punto di vista della lingua e dello stile, La bella di Lodi sembra pensato per diventare sceneggiatura, con una scrittura che suggerisce immagini, periodi studiati come partiture musicali che puntano a rendere azioni e descrivere ambientazioni come fossero scenografie, e dialoghi che più che esplorare la condizione psicologica dei protagonisti o dare informazioni aggiuntive, come vorrebbero i manuali di scrittura creativa, sono pura e semplice trasposizione del parlato, anche sotto forma di discorso indiretto libero. 

Dai dialoghi emerge con forza la cadenza settentrionale dei protagonisti (quei arda o ciavete per esempio, disseminati qua e là) tranne Franco che forse tradisce una provenienza meridionale, non confermata dall’autore.

Uno stile diretto, neorealistico, senza filtro alcuno, con la descrizione di scene di sesso che sono a volte disturbanti anche per lo smaliziato lettore contemporaneo, quindi si può solo immaginare l’effetto sul pubblico degli anni ’60 o ’70.

Quello che rimane terminata la lettura di La bella di Lodi è una sensazione di stordimento, di storia senza lieto fine, che vede in Roberta e Franco due moderni Romeo e Giulietta la cui fine non coincide con la morte ma, per assurdo, con il matrimonio.

Bibliografia:

Come ombre vivaci sullo sfondo, di Federico Della Corte (Libreria Universitaria Edizioni, 2014)

Paola Cavioni

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Righe su “La seconda legge di Mendel” di Barbara Boggio

“Cos’è l’immensità, un vuoto che non ha
Niente di simile al profondo dei tuoi occhi
Che dopo la realtà è un’ombra tiepida
Mentre dal fondo il cuore sembra che mi scoppi”

Edera, Max Gazzè

La seconda legge di Mendel (Divergenze edizioni, 2020, euro 14)

La seconda legge di Mendel di Barbara Boggio è uscito lunedì 14 dicembre in edizione curata da Divergenze.

Un romanzo breve e delicato; una carezza che però si lega all’anima come un’edera su un balcone.

Il titolo richiama, almeno per me che nelle materie scientifiche  al liceo non ero quella che si definisce una cima, all’ansia delle interrogazioni di scienze (“oh ma tu te la ricordi la seconda legge di Mendel???”).

Le leggi di Mendel sull’ereditarietà parlano della trasmissione dei caratteri da una generazione all’altra.

Ed è questo il nodo fondamentale da cui nasce la storia del protagonista nel momento in cui lo conosce il lettore. L’adolescente Jordan, un nome che ricorda quello del famoso giocatore di basket, che ha una famiglia allargata ma incompleta allo stesso tempo, con il padre alcolizzato e in carcere e un presente in salita.

Insieme a Jordan ci avventuriamo in un’indagine alla ricerca della sua identità, della comprensione di ciò che di genetico c’è nel suo carattere, dei pensieri sul tipo di persona che potrà diventare da adulto. Perché questo adolescente pieno di insicurezze ha però una certezza: non vuole somigliare a suo padre.

“Mi chiamo Jordan e ho sedici anni. Devo il mio nome alla creatività dei miei genitori. Giorgio e Daniela. Per il loro primogenito e per celebrare un grande amore hanno unito i loro due nomi in uno, sommando, togliendo, aggiustando.”

Jordan non è però l’unico protagonista, perché in questo breve romanzo corale, narrato in prima persona (e non poteva essere altrimenti) ci sono anche le voci di Daniela, Anna, Cristian e quella di Giorgio, il padre di Jordan, che rimane in secondo piano.

Daniela è la mamma di Jordan e della piccola Anna. Una donna diventata madre forse troppo presto, che ha dovuto affrontare le conseguenze della separazione dal padre di Jordan e le difficoltà e le incertezze di crescere da sola un bambino.

Almeno fino a quando non arriva Cristian, che nella vita fa l’educatore. Anzi sarebbe più corretto dire che è un educatore, perché un lavoro simile per farlo bene devi proprio sentirtelo cucito addosso.

“Era una mia zona sacra; m’ero ripromesso di smettere col sociale il giorno in cui non avessi più sentito il fremito dell’indignazione, il desiderio di ribaltare le ingiustizie, o almeno di provarci.”

Con Cristian, Daniela recupera un po’ di quella serenità e fiducia nel mondo che le consente di diventare ancora madre. Così arriva la Anna a fare compagnia a Jordan.

Anna, il nome palindromo e un amore immenso, non sempre corrisposto, per il fratello maggiore.

La seconda legge di Mendel è un libro sulla ricerca della propria identità, sulle domande che inevitabilmente tutti si pongono nel corso della vita. Perché non possiamo scegliere i nostri genitori. Non possiamo scegliere in quale parte del mondo nascere. Non decidiamo il colore della nostra pelle o la nostra statura, non decidiamo di quali malattie genetiche, o congenite, potremo soffrire.

La seconda legge di Mendel è una storia sussurrata eppure potente come il fischio di un megafono. È il grido di aiuto che si leva da tanti adolescenti, da quei ragazzi che fanno a pugni con la loro identità, per mille motivi diversi.

Jordan, metaforicamente, li rappresenta tutti. È il ragazzo ribelle perché il padre è in carcere, ma è anche il giovane extracomunitario che non si sente accettato dai compagni di classe, è l’adolescente dislessico che è stato bocciato e non vuole riprendere gli studi, è il ragazzino sofferente perché tutti lo chiamano checca.

E poi è un libro che parla ai genitori, e ci parla dei nostri figli.

Perché i figli hanno il potere di riportarti con i piedi per terra, di fare i conti con la tua vera essenza. Se fuori dalle mura domestiche sei un’insegnante, o un manager, o un medico, in casa quando torni alla sera e lasci fuori il mondo, sei solo mamma o papà.

“Specie quando il freddo è fuori e dentro, quando i sorrisi sono appena accennati e le parole da consegnare agli altri sono macigni.”

Ma La seconda legge di Mendel è soprattutto un libro che parla di speranza, di cambiamento, della volontà instancabile di cercare di costruire un futuro migliore, anche a dispetto delle proprie radici, se queste ci costringono a terra e impediscono di spiccare il volo.

Perché, per fortuna, ogni tanto la mela può anche cadere lontano dall’albero.

Barbara Boggio

nasce a Varese nel 1974. Educatrice e pedagogista, ha trascorso gli ultimi vent’anni a seguire bambini, ragazzi e famiglie in situazioni di fragilità. Crede nell’ascolto e nella cura, i più potenti strumenti educativi. Autrice del blog e del libro Per tentativi ed errori, ha tre figli, due lavori e un paio di gatti.

https://pertentativiederrori.com/

Divergenze Edizioni

di Belgioioso (Pavia) è una realtà senza scopo di lucro che nasce per sostenere la promozione e la conservazione dei Sapere attraverso una selezione severa rivolta ad offrire solo testi di qualità, sia l’attività di Onlus e progetti sociali, devolvendo ad esso i proventi.

Trovate tutte le informazioni sui loro progetti nel sito web https://divergenze.eu/

Paola Cavioni

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Oggi faccio azzurro di Daria Bignardi

Oggi faccio azzurro, in edizione ebook su Kindle (Mondadori)

Questo tempo che immobilizza tutti e ci costringe a rimanere forzatamente in casa può avere anche dei risvolti positivi in tante piccole cose, se siamo in grado di apprezzarle. Nel mio caso, da amante dei libri, è avere più tempo per leggere, e scrivere, e la possibilità di assistere alle presentazioni online dei libri, cosa che sicuramente non avrei potuto fare con questa frequenza in un “tempo normale”, presa fra lavoro, famiglia, varie ed eventuali.

Infatti ieri sera ho potuto assistere alla presentazione di Oggi faccio azzurro, ultimo romanzo di Daria Bignardi edito da Mondadori (disponibile anche in edizione ebook), in una piacevole intervista condotta dalla libraia Laura Fedigatti sulla pagina Facebook del gruppo Book Advisor.

È bastato assistere all’evento per farmi venire voglia di prendere il libro e così, complice il Kindle e una notte insonne, eccomi qua a parlare di questo romanzo, dopo averlo iniziato e finito in poche ore.

La storia è presto detta: tre anime ammaccate, alla ricerca di un modo per elaborare i vuoti delle loro vite, in primis la protagonista Galla, si conoscono nello studio della loro terapista e cercano, insieme, di uscire da un momento di stallo della loro vita, che li costringe di fatto ad una non-esistenza.

Ma da una trama così apparentemente semplice, cosa rimane alla fine della lettura di Oggi faccio azzurro?

Le Voci

“Le cinque del mattino sono un buon compromesso: silenzio, buio, ma anche il portinaio già alzato per portare i bidoni della spazzatura in strada si occuperà di smaltire anche il mio corpo, in tempo per risparmiarne la vista ai bambini che escono per andare a scuola.”

È la voce di Galla che ci accoglie nella prima parte del romanzo, e non riesco a non rimanere colpita da due particolari che incontro appena inizio a immergermi nella storia.

Le cinque del mattino e il 13 agosto.

Le cinque del mattino sono il mio orario preferito per scrivere. Amo l’alba, la sveglia presto, proprio alle cinque per godere del silenzio della mattina (ovunque io sia, anche in vacanza) in quello spazio che appartiene ai pochi mentre i più ancora dormono. Un’ora in cui sento forte la vita che scorre, sia quando esco a camminare in estate che quando posso scrivere con una tazza di caffè e una coperta sulle gambe in inverno. Un’ora piena di vita, mentre per Galla le cinque del mattino sono l’orario ideale per suicidarsi. Curioso come si possano avere punto di vista diversi su una cosa così banale come un numero sull’orologio.

E poi il 13 agosto, la data in cui per la prima volta Galla sente la voce “dall’iperuranio” di Gabriele, la pittrice tedesca Gabriele Münter. Il 13 agosto è il giorno del mio compleanno.

La storia è un flusso di pensieri, anzi di più pensieri. Più voci che si uniscono in un coro armonico. Perché se di fatto la narrazione è in prima persona, le voci narranti sono tre: Galla, Bianca e Nicola. Persone diverse che hanno in comune lo studio della terapista Anna Del Fante. Tre vite diverse per tre registri stilistici diversi.

Vite unite dal filo conduttore delle parole della psicologa, una voce che cerca di dirigere i protagonisti come farebbe un direttore d’orchestra.

E poi, come anticipato, c’è la voce sincera, rabbiosa e tagliente di Gabriele, che a suo modo cerca pure lei di fare terapia a Galla, e forse l’aiuta più di quanto lei voglia ammettere, oltre a metterla faccia a faccia con l’elaborazione del dolore e della rabbia per la fine del suo matrimonio.

“Anna Del Fante ha la mia età, ma si veste da anziana. Col pensiero le ho cambiato stile come quando lavoravo per le riviste di moda: starebbe bene con un taglio corto di Pier Moroni con collo scoperto e ciuffo mosso, via quegli occhialetti rossi da farmacia, via quei camicioni da mercato, camicie di Equipment, pantaloni di Biani, mocassini. È alta, di giorno può fare a meno dei tacchi, anche se è un po’ larga di fianchi.”

Autoritratto di Gabriele Münter

I colori

Galla diventa Gialla nel soprannome di quando era bambina. Giallo, il colore della sua pelle da malata di talassemia.

C’è l’azzurro del cielo e dei mosaici del mausoleo di Galla Placidia, l’imperatrice romana di cui la protagonista porta il nome. E il colore del Cavaliere di Kandinskij, compagno di vita e di arte di Gabriele.

Forse non è un caso che l’azzurro in psicologia sia associato all’espressione artistica e alla creatività.

C’è il nero del momento di depressione che, i modo differente l’uno dall’altro, stanno affrontando i protagonisti del romanzo. 

C’è il rosso degli amori che sì sono finiti, come ogni cosa che sulla terra abbia vita, ma che almeno ci sono stati.

Prima e Dopo

Bianca, prima di conoscere di persona Galla e Nicola, li chiama semplicemente “Prima e Dopo”, nell’ordine in cui li vede entrare dallo psicologo.

Prima e dopo.

Questa è la sensazione che si prova a leggere questo libro, scritto e ambientato nel 2019, quindi appena prima  della pandemia che ha sconvolto gli equilibri del mondo.

Prima e dopo.

La sensazione che ognuno prova, nel rispecchiarsi nelle vite degli altri, quando ci si trova davanti a uno spartiacque che cambia la vita in modo inatteso e imprevedibile.

Il raggiungimento della maggiore età. Un matrimonio o cambiare casa dopo un divorzio. Il momento in cui rimani orfano o perdi un bambino. La morte del tuo idolo dell’adolescenza.

La Rabbia e l’Amore

Due sentimenti che spesso vanno a braccetto come due facce della stessa medaglia.  

C’è l’amore finito fra Galla per l’ex marito Doug, che dopo vent’anni insieme la lascia nel momento in cui lei avrebbe più bisogno di essere amata e protetta, proprio come quello di Gabriele e Vasilij.

C’è la rabbia della “voce” di Gabriele che dopo cento anni ancora non ha perdonato Kandinskij per averla lasciata quasi come in un film, quando il marito dice alla moglie “Vado a comprare le sigarette e torno subito”. Kandinskij le sigarette va a comprarle in Russia, lasciando Gabriele e la Germania, per mettersi poco tempo dopo con una donna che ha la metà dei suoi anni. Kandinskij passa alla storia per il suo genio creativo e per le sue opere di riflessione sull’arte.

Gabriele suo malgrado passa alla storia come “l’amante di”. Destino purtroppo molto comune condiviso da donne forti, compagne di uomini altrettanto forti e geniali.

Concludo come mio solito indicando a chi è adatta questa lettura, secondo me.

Per la prima volta mi sento di consigliare questo libro in particolare a donne che hanno bisogno di riconnettersi con la loro autostima, con le loro unicità, con la loro forza ma anche con le fragilità mai ammesse in una società che sempre più stigmatizza chi ammette la propria debolezza.

Una frase su tutte mi rimane della presentazione di ieri sera, ed è con quella che voglio chiudere queste righe dedicate a Oggi faccio azzurro: per chi ama leggere ogni libro è un amico.

E io sento di avere trovato amici sinceri in ognuna delle voci di questo romanzo toccante.

Daria Bignardi

Nata a Ferrara nel 1961, giornalista, intellettuale e volto noto della televisione italiana, dal 2009 ha pubblicato con Mondadori Non vi lascerò orfani, vincitore fra le altre cose del premio Elsa Morante, Un karma pesante (2010), L’acustica perfetta (2011), L’amore che ti meriti (2014), Santa degli impossibili (2015), Storia della mia ansia (2018).

Vive e lavora a Milano, i suoi romanzi sono tradotti in diverse lingue.

Paola Cavioni

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Che cosa ti aspetti da me? Lorenzo Licalzi e non solo…

Tutto in natura ha un’essenza lirica, un destino tragico, un’esistenza comica.

George Santayana

“Fortunatamente quando avevo vent’anni non c’era il mito di andare a trovare se stessi a Kathmandu, a quei tempi c’era la fame, i nazisti che giravano per le strade e le bombe che cadevano giù. Si era troppo impegnati a cercare di non morire in guerra per giocherellare con la ricerca della pace… interiore. Sopravvivere era un buon modo per ritrovare se stessi. Oggi è diverso, diverso per gli altri, diverso per me. La pace l’ho conquistata per stanchezza, per rassegnazione, per superati limiti di età, o per neuroni cerebrali perduti, forse. Da qualche parte, molto tempo fa, ho letto una frase che diceva all’incirca: il nostro destino è quello di essere inferiori all’idea che avevamo di noi stessi.”

Tommaso Guillermo Perez ha ottantadue anni, un nome altisonante, un passato da fisico nucleare e un presente sulla sedia a rotelle dopo un ictus che lo ha lasciato semi paralizzato e anche parecchio arrabbiato con la vita. È vedovo, senza figli in vita, ed è ospite di una casa di riposo romana dove gli inservienti lo hanno soprannominato “Mister vaffanculo” – vi lascio scoprire il motivo di un così gentile appellativo.

È proprio Tommaso, uscito dalla fantasia e dalla penna dello scrittore genovese Lorenzo Licalzi, a raccontare la sua storia in Che cosa ti aspetti da me? edito nel 2005 da BUR Rizzoli e sicuramente destinato a diventare un piccolo classico della letteratura italiana.

Un libro di neanche 200 pagine che riesce a riassumere con sguardo lucido, spesso cinico, un’esistenza intera, pieno di riflessioni sul senso stesso della vita “alla fine della vita”.

Lorenzo Licalzi conosce molto bene il mondo delle residenze per anziani avendone fondata e diretto  lui stesso una il Liguria.

È un mondo ordinato e confuso insieme, quello delle case di riposo.

Ordinato perché organizzato e fondato su rigidi regolamenti, spazi delimitati, divieti e concessioni, orari precisi di veglia e sonno. Ma è anche un mondo confuso dalla malattia fisica e mentale, dove spesso la mancanza di lucidità è una medicina che allevia il dolore della realizzazione del decadimento fisico, della vita che più o meno lentamente finisce.

Che cosa ti aspetti da me? suscita un misto di emozioni e ci accompagna mano nella mano in un viaggio che va dalla malinconia al sorriso, come è giusto che sia ogni esistenza.

Tristezza e speranze che emergono nel racconto della vita di Tommaso, insieme ad una costante inquietudine, una continua ricerca di qualcosa che sembra non riuscire mai a identificare e tanto meno ad afferrare, e che non gli consente di vivere gli ultimi anni della sua vita con la serenità che ogni essere umano si merita.

E mentre ci racconta la sua vita, tra successi, sconfitte, grandi dolori e curiosità sulla fisica nucleare, Tommaso ha il coraggio di rimettersi in gioco quando nel grigiore delle giornate apparentemente sempre uguali arriva Elena Mattei, che “ha settantasette anni ed è bellissima” e che cerca con dolcezza e pazienza di togliere a Tommaso la corazza di uomo burbero e intrattabile, cercando di mostrargli il suo modo di apprezzare la vita e, perché no, l’amore.

Leggendo Che cosa ti aspetti da me? non riesco a non pensare a un romanzo che ho letto qualche anno fa, che secondo me può essere considerato “l’altra faccia” della storia di Tommaso Perez.

Sto parlando di Piccoli esperimenti di felicità di Hendrik Groen (della collana “I Grandi” Tea, 2015)

Ambientato sempre in una casa di riposo, in questo caso siamo in Olanda e il protagonista è proprio Hendrik Groen, ottantatrè anni suonati, che inizia a tenere un diario il primo di gennaio per decidere se, alla fine dell’anno, valga ancora la pena vivere oppure farsi dare dal suo medico la pillola della dolce morte.

Ma in questo (forse) ultimo anno non vuole farsi mancare proprio nulla e così, insieme ad altri improbabili ospiti della casa di riposo, fonda il “Club dei vecchi ma mica morti”, con risultati … da scoprire.

Due libri che vale la pena di leggere a distanza ravvicinata, soprattutto ora che ci si avvicina alla fine dell’anno, momento di bilanci, per cogliere i punti di vista differenti di due facce della stessa medaglia.

Che cosa ti aspetti da me? e Piccoli esperimenti di felicità sono due riflessioni diverse su uno stesso tema, quello dell’invecchiamento, che può essere considerato un privilegio, un’età dell’oro, un tempo regalato. Oppure una condanna.

Spetta a ognuno decidere da quale parte stare.

Paola Cavioni

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Che cosa ti aspetti da me?

Piccoli esperimenti di felicità

Live della presentazione di Nessuna Scusa! Costruisci il tuo successo.

Per la prima volta sul blog, video di un evento live!

Isabella Catapano Botero mi ha gentilmente invitata a partecipare alla presentazione social del suo ultimo libro, Nessuna Scusa! Costruisci il tuo successo, di cui ho recentemente scritto la recensione sul blog.

Quasi un’ora di parole, emozioni, ricordi di esperienze vissute e qualche piccolo inconveniente informatico (brillantemente risolto!).

Spero che assistere alla presentazione, seppure in differita, vi diverta quando ha divertito noi.

Trovate la recensione completa del libro al seguente link:

https://righediarte.com/tag/nessuna-scusa/

Paola Cavioni

Righe su “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini

“Una pioggia sottile come cipria mi inumidiva senza bagnarmi. Mi strinsi nel mio soprabito mentre passeggiavo, non avevo una destinazione, volevo solo che quella notte non si rivoltasse contro di me. Non mi sentivo stanco, camminavo a gambe leggere. Avevo mangiato poco, e quel poco lo avevo già digerito. Le strade erano deserte e silenziose. Solo dopo un po’ mi accorsi che quel silenzio non era totale, che l’asfalto aveva un gemito sommerso. La città di notte è come un mondo abbandonato dagli uomini, vuoto, ma intriso della loro presenza. Qualcuno che si ama, qualcuno che si sta lasciando, il guaito di un cane su un terrazzo, un prete che si alza. Un’ambulanza che trascina un malato dal caldo del suo letto verso il mio ospedale. E una puttana che torna con le sue gambe negre come il buio, e l’uomo che non l’aspetta e dorme come una montagna sicura e temibile. Esattamente come Elsa. Perché nel sonno le persone si somigliano tutte, si somigliano per chi non dorme e sa che non potrà dormire.”

Non ti muovere, Oscar Mondadori 2001

Non ti muovere è viaggio emozionante e che lascia orfani quando si finisce di leggere il libro.

La firma di Margaret Mazzantini è riconoscibile, con quella magistrale capacità di raccontare i moti dell’anima in modo poetico ma allo stesso tempo cruento, nella cornice di una narrazione drammatica.

In Non ti muovere il tempo della storia è breve, poche ore.

È il tempo della fabula, della narrazione, che si dilata e porta il lettore indietro con un lungo flashback che talvolta provoca smarrimento e vertigine ma che riesce con sapienza a dosare al momento giusto ogni elemento, ogni informazione utile a ricomporre il puzzle della storia.

Nel presente c’è Angela, quindici anni, che una mattina iniziata come tante altre, mentre va a scuola è vittima di un grave incidente in motorino. Nel presente c’è anche su padre Timoteo, affermato medico cinquantenne, che ora si fa piccolo piccolo mentre attende, impotente, che un collega operi sua figlia per salvarle la vita.

E come in un lungo flusso di coscienza che odora di confessione più che di autobiografia, il romanzo ripercorre, nel racconto di Timoteo, l’amore segreto, doloroso e colpevole dell’uomo per una donna segnata profondamente dalla vita e dalla sofferenza.

Il Timoteo del presente racconta come, in un giorno afoso di oltre quindici anni prima, abbia superato quel confine irreversibile fra essere vittima, o quantomeno innocente, ed essere carnefice.

Nel passato c’è Timoteo con sua moglie Elsa, ma c’è soprattutto Timoteo con Italia, emblema della sua colpa.

E nonostante il suo crimine, perché di questo si tratta, non si riesce a non provare empatia per Timoteo. Merito dell’abile stile narrativo dell’autrice.

Il lungo racconto in prima persona è un tentativo di cammino verso la redenzione, un percorso di espiazione dal peccato. Ma è anche un’indagine nelle pieghe dei rapporti d’amore, dello scontro tra essenza e apparenza, tra ideologia borghese e povertà della periferia cittadina.

La Mazzantini naviga fra le emozioni con timone saldo e, come già detto, conosce molto bene l’animo umano, sia maschile che femminile.

Non ti muovere è sicuramente una lettura non semplice e non per tutti, sia per la drammaticità dei fatti narrati che per il realismo, a tratti fastidioso, di alcuni passaggi descrittivi che vengono sbattuti in faccia al lettore con la violenza di uno schiaffo.

Ma è soprattutto una storia che, se non vera, è comunque verosimile. Perché Timoteo potrebbe essere il vostro vicino di casa così gentile, un vostro amico padre di famiglia. Potrebbe essere vostro marito, vostra moglie. Timoteo rappresenta l’ombra che si cela dietro ogni vita che sembra più o meno perfetta, dietro la retorica del “finché morte non vi separi”.

E poi la  frase, non ti muovere, che troviamo più volte nel romanzo come se fosse un ritornello, e che suona più come un non mi lasciare, perché senza di te che nella mia vita non esisti, io non esisto.

L’autrice

Margaret Mazzantini nasce a Dublino nel 1961, figlia di una pittrice e di uno scrittore.

Margaret Mazzantini

Si diploma alla Accademia Nazionale di Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma e alterna l’attività di attrice di cinema e teatro a quella di scrittrice. Il marito è l’attore Sergio Castellitto.

Da più di uno dei suoi romanzi sono stati tratti film di successo (Non ti muovere, Venuto al mondo, Nessuno si salva da solo, Fortunata).

Con Non ti muovere, nel 2001 Margaret Mazzantini vince il  prestigioso Premio Strega.

Sito Ufficiale dell’autrice:

http://www.margaretmazzantini.com/

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Paola Cavioni

Classificazione: 1 su 5.

Righe su Isabella Catapano Botero. Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo.

Nessuna Scusa! Costruisci il tuo successo (Porto Seguro Editore, 2020)

Esiste un denominatore comune nelle vite di Leonardo Da Vinci, Coco Chanel, Frida Khalo, Maria Montessori, Cleopatra e Rudy Giuliani?

Cosa ha reso Andre Agassi lo sportivo vincente che tutto il mondo conosce?

Come è possibile portare avanti il proprio progetto di vita, renderlo un successo, nonostante le avversità contro cui ogni esistenza inevitabilmente si deve confrontare?

Come puoi, a partire da piccoli gesti quotidiani, superare il muro di scuse e di apatia che ti separa dal raggiungere i tuoi obbiettivi?

Queste sono alcune delle domande che trovano risposta nel libro Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo, di Isabella Catapano Botero, edito nel mese di ottobre dalla casa editrice Porto Seguro.

Il libro parte dalla analisi delle biografie di personaggi che nella vita hanno avuto successo superando più di un’avversità per ricavarne degli insegnamenti e dei valori universali senza tempo.

Mi voglio soffermare sul termine successo perché, come sottolinea anche l’autrice, non si intendo solo la fortuna economica ma la capacità di “fare succedere” ciò che ci si è prefissati come obbiettivo, a qualunque costo. Potremmo dire, con un termine che si legge spesso ultimamente, che chi ha avuto una vita di successo ha saputo individuare chiaramente il proprio ikigai, la ragione per cui vivere, e farla diventare una professione o volgerlo al servizio della comunità e dei posteri.

Isabella Catapano Botero ci parla di persone, prima che personaggi, che possono essere fonte di ispirazione per l’uomo moderno, perché esempi di resilienza e resistenza, dove per resistenza si intende il significato primario del termine. La resistenza è la “capacità di opporsi efficacemente agli effetti di un’azione contraria” (Devoto-Oli), dove metaforicamente le azioni contrarie possono essere considerate tutti gli accadimenti avversi che inevitabilmente ogni uomo incontra sul proprio cammino: un lutto, una malattia, un licenziamento, solo per fare alcuni esempi. La risposta che si dà a questi accadimenti, come vengono elaborati ed utilizzati per il miglioramento personale, segna il confine fra una vita di successo e chi si lascia travolgere dagli eventi.

Sia chiaro, il libro non vuole assolutamente essere un giudizio per chi non ce la fa ma, al contrario, si pone come guida pratica più che psicologica, per affrontare le piccole e grandi sfide della vita quotidiana.

Piccoli passi, piccoli suggerimenti per riuscire a focalizzare cosa per ognuno di noi significhi “avere successo” e realizzarlo.

Intenzione, armonia fra corpo e mente, superamento del fallimento, relazione fra talento e opportunità, fra colpa e noia: sono queste le tematiche affrontate, con un taglio mai paternalistico, mai banale pur nella semplicità di esposizione.

Di recente ho letto un articolo “I miei ragazzi, insediati dal demone della facilità” di Marco Lodoli, pubblicato su La Repubblica nel 2002. L’autore, docente di scuola superiore, spiega molto dettagliatamente perché la rincorsa alle “cose facili” stia rovinando intere generazione e che differenza c’è fra facilità e semplicità. Laddove la facilità è immediatezza a scapito dell’approfondimento (Oxford Languages) la semplicità è una “complessità risolta”.

In linea generale, per arrivare ad una semplicità non scontata si deve essere in grado di padroneggiare in pieno un argomento, e questo è esattamente ciò che traspare leggendo Nessuna scusa! L’assoluta padronanza del tema in tutte le sue sfaccettature.

L’autrice ha sicuramente approfondito e fatto sue tutte le tematiche che porta nel libro, che vanno dalla sviluppo delle risorse umane, al coaching, riuscendo a rendere scorrevole e mai banale un argomento già ampiamente trattato.

Significativo da questo punto di vista è il fatto che lei stessa sia riuscita a completare e pubblicare un libro in pieno lockdown, pur avendo un lavoro a tempo pieno e una famiglia da seguire.

L’autrice, Isabella Catapano Botero

Penso che Isabella Catapano Botero sia una fonte di ispirazione, soprattutto per le donne, non solo per il suo libro ma anche per le sue esperienze di vita.

Di origine italo-colombiana, finiti gli studi superiori in Colombia, decide di trasferirsi prima in Inghilterra e poi in Italia nonostante il parere contrario del padre che prevedeva un futuro da disoccupata nel nostro paese per una giovane straniera come lei. I fatti per fortuna non hanno dato ragione ai timori di suo padre ma a Isabella e alla sua determinazione, che l’ha portata in pochi anni a diventare direttore finanziario in contesti multinazionali.

Una volta raggiunta una posizione di responsabilità e diventata anche madre, avrebbe potuto “accontentarsi” e invece no, ha continuato a studiare, a migliorarsi come professionista e come persona.

Ed è proprio per questo che ho avuto modo di conoscerla più di cinque anni fa, in occasione di un master universitario sul tema dello sviluppo delle risorse umane che entrambe stavamo frequentando pur avendo percorsi di vita e di lavoro completamente differenti.

Nonostante la sua carriera ben avviata, avvertiva la necessità di approfondire degli argomenti e degli aspetti non strettamente connessi con il suo lavoro di direttore finanziario ma legati allo sviluppo delle risorse sotto ogni punto di vista, lavorativo e personale.

E poi la necessità di raccogliere  in un libro tutte le sue esperienze, le competenze e la voglia di suggerire una via per migliorarsi anche attraverso la lettura e l’interpretazione delle biografie di grandi personalità della storia antica e contemporanea.

Non entrerò nel merito delle risposte a tutte le domande con le quali ho iniziato questa recensione, perché ti invito caldamente a leggere il libro, reperibile anche su Amazon.

Prenditi del tempo per leggerlo, rileggerlo, sottolinearlo e mettere in pratica quanto esposto, per trovare la strada giusta per focalizzare i tuoi sogni e realizzarli, lasciando per una volta le scuse sul comodino.

Paola Cavioni

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Righe su La mattina dopo, di Mario Calabresi

davLa mattina dopo, di Mario Calabresi

(Mondadori, settembre 2019)

Dovremmo resistere

Dovremmo insistere

E starcene ancora su

Se fosse possibile

Toccando le nuvole

O vivere altissimi

Come due acrobati

Sospesi…

 

Acrobati, Daniele Silvestri

“I primi giorni sono come una corrente a cui non si riesce a sfuggire: non fai che pensare a quello che hai perso. Come un fiume in piena che ti trascina, ogni tanto incontri una roccia o un ramo e per un attimo rallenti, metti la testa fuori, fai un respiro profondo. Per un momento ti illudi di aver razionalizzato, di avere trovato una spiegazione convincente capace di mettere da parte la sofferenza o di contenerla, ma l’istante dopo l’hai già dimenticata e sei tornato in balia della corrente.”

Come è un peccato interrompere un amico che davanti a una tazza di caffè ti sta raccontando la sua vita, così è un peccato interrompere la lettura di La mattina dopo di Mario Calabresi. Poco più di cento pagine che vanno lette tutte d’un fiato, in un paio di ore.

Avevo sul comodino questo libro ormai da qualche mese, mio marito lo aveva comprato appena uscito a settembre dello scorso anno. Fino a ieri non avevo ancora avuto il tempo e il coraggio di leggerlo per timore della tristezza che avrei potuto trovarci.

E invece mi sbagliavo.

Perché un libro dedicato a chi “combatte per tornare alla vita”, non può che trasudare vita ed esaltarla in ogni pagina.

E forse mi è servito leggere questo libro proprio ora, in un momento in cui io stessa mi trovo in prima linea a dover affrontare l’alba di un giorno dopo a provare a ritrovare la rotta dopo la tempesta, per la seconda volta in 34 anni, perché il Covid-19 non ha risparmiato neanche la mia famiglia. E così cerco conforto nei libri, nelle esperienze degli altri, come ho sempre fatto, non potendo più trovare conforto nelle parole di mio padre.

Calabresi parte dal suo presente: è il giorno del suo licenziamento dalla direzione del giornale La Repubblica. Quella prima mattina dopo è lo spunto per ripercorrere a ritroso la sua vita, alla ricerca delle radici della sua famiglia, fino ad arrivare a suo padre e a Giorgio Pietrostefani. E qui è il Mario Calabresi-uomo a parlare, non il giornalista.

Quella di Calabresi non è la sola voce che incontriamo nel libro, perché in ogni capitolo – capitoli brevi che sembrano opera di un pittore più che di un giornalista, poichè ogni frase è stesa con la stessa delicatezza di un artista – ci viene presentata una storia diversa.

Piccole storie nella Storia.

Storie di resilienza, termine del quale si abusa ultimamente, anche a sproposito. Ma sono soprattutto storie di sopravvivenza e di speranza.

“C’è però una mattina dopo che non può essere organizzata perché non poteva essere nemmeno immaginata. Accade con gli incidenti, le morti improvvise, accade quando l’equilibrio della tua vita è sconvolto senza preavviso […] Ci sono lutti e mancanze che forse non si elaborano mai, ma ricordare e provare a sorridere del ricordo è quello che possiamo cercare di fare.”

Calabresi con le sue storie, e i loro insegnamenti, ci racconta una semplice verità: l’unico modo per superare le tragedie è aggrapparsi alla vita e a quello che resta, tanto o poco che sia.

Ci parla così di sua madre Gemma, per due volte vedova, che deve imparare a vivere nuovamente, come se fosse rinata.

C’è Damiano,  giovane sopravvissuto per miracolo a un incidente aereo in Africa, che decide appena rimessosi in piedi di non smettere di fare surf e di viaggiare.

C’è Andra Bucci, “ragazza di 80 anni” sopravvissuta  con la sorella ad Auschwitz, che tutti i giorni va a camminare all’alba e fa tre o quattro mezze maratone all’anno. Ognuno trova una cura per l’anima in modo differente.

“La ascolto parlare e mi viene in mente una canzone degli Oasis, Don’t look Back in Anger. Parla di tutt’altro, ma il suo titolo è la sintesi perfetta di quello che mi porto a casa dei giorni passati con Andra: non guardare al passato con rabbia. Non puoi cambiare ciò che è successo, bisogna farci pace. E prima lo si fa meglio è.”

Perché la mattina dopo è quella in cui ti trovi davanti un bivio: lasciarti consumare dal dolore e dalla rabbia o provare a trovare un accordo con il destino, con Dio o con la sfortuna (ognuno la chiami come vuole). Dove fare pace, trovare un punto d’incontro, non vuol dire smettere di soffrire, ma riuscire a convivere con le cicatrici della vita, che in qualche modo prima o poi colpisce tutti, senza distinzione.

Perché la mattina dopo ha tanti volti. Ha il volto del tempo vuoto di chi ha perso il lavoro di una vita. È il letto vuoto di chi ci ha lasciato per sempre. È il tempo che resta ad un malato terminale. È  il vuoto di un braccio o una gamba che mancano dopo un  brutto incidente.

La mattina dopo è il momento in cui ti rendi conto che devi provare a mettere insieme i pezzi per provare a dare un senso alla sofferenza che vita ti presenta come un conto troppo salato.

Non è un libro su chi ce l’ha fatta, ma su chi ci sta provando.

Perché farsi consumare dalla rabbia o abbandonarsi al dolore possono dare conforto per un breve lasso di tempo, il tempo di decidere se scegliere la vita, la speranza, o la morte.

 

L’autore

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Mario Calabresi nasce a Milano nel 1970, figlio di Luigi Calabresi e di Gemma Capra.

Studia Storia contemporanea all’Università Statale di Milano e si specializza poi alla scuola di Giornalismo “Carlo de Martini”. Inizia nel 1996 la sua carriera come cronista politico all’Agenzia Ansa di Montecitorio.

Lavora come inviato speciale per La Repubblica e La Stampa, raccontando gli Stati Uniti dopo gli attentati del settembre 2011 e le elezioni presidenziali del 2008.

È il più giovane direttore de La Stampa, che dirige dal 2009 al 2016.

Dal 2016 al 2019 è direttore de La Repubblica.

Il suo primo romanzo, Spingendo la notte più in là, tradotto in Francia, Germania e Stati Uniti, vende oltre mezzo milione di copie.

“Faccio il giornalista fin da bambino, se giornalista significa avere curiosità di tutto quello che accade nel mondo. Mi piace capire il perché dei fatti e le storie delle persone.”

Mario Calabresi

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“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare” (F. De Andrè) righe su Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro

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Quel che resta del giorno (Einaudi, 1989) di Kazuo Ishiguro

Traduzione di Maria Antonietta Saracino

Il viaggio.

Un viaggio può diventare occasione di profonda riflessione sulla propria esistenza, sul senso del proprio presente e su come influenzare gli avvenimenti futuri, per quanto sia umanamente possibile. Il viaggio può diventare un momento di intimo confronto con i propri valori, ideali e aspirazioni. Lo sa bene chi ha fatto almeno una volta nella vita un lungo viaggio, soprattutto se da solo.

Un cammino che può assumere un significato catartico, dove per catarsi si intende un momento di purificazione, di abbandono di tutti i rancori e di distacco da tutti gli eventi traumatici subiti nella vita.

Per questo un famoso proverbio cinese dice che chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita. Anche se, come vedremo, il protagonista del romanzo di Ishiguro fa di tutto per opporsi a questo cambiamento, che è insito nella natura umana e che consente la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Il viaggio è proprio il leitmotiv del romanzo Quel che resta del giorno.

Viaggio che non è altro che una lunga metafora della vita, con particolare riflessione sulla sera della propria esistenza, per chi ha il privilegio di poter invecchiare.

Ma di cosa parla Quel che resta del giorno?

La storia.

L’idea centrale del romanzo di per sé è molto semplice: siamo in Inghilterra nel 1956 e Mr Stevens, maggiordomo di mezza età in servizio presso la dimora signorile Darlington Hall, passata dopo la guerra all’americano Mr Farraday, si prende una settimana di ferie per fare un viaggio ad ovest del paese. Più che un viaggio, una “spedizione” come lui stesso la definisce.

La sua destinazione è Weymouth nel Dorset, contea situata a sudovest del paese, sia per visitare alcuni dei luoghi contenuti nella guida Le meraviglie dell’Inghilterra di Mrs Symons, sia per raggiungere una sua vecchia conoscenza, miss Kenton, che vent’anni prima era stata la governante di Lord Darlington e quindi collega di Stevens.

In realtà il viaggio e il romanzo stesso ruotano attorno alla preparazione a questo incontro dato che, si scoprirà dai dettagli disseminati qua e là nella narrazione, la relazione fra il rigido maggiordomo e la governante non è solo di tipo professionale. Ma non voglio sminuire il rapporto fra i due liquidandolo solo come la classica storia d’amore fra colleghi che passando le giornate spalla a spalla finiscono con l’innamorarsi, perché in realtà è molto di più.

L’affinità fra Stevens e miss Kenton è l’attrazione dei poli opposti. Lui così ligio al dovere, rigido, conservatore e difensore di un mondo classista che sta per distruggersi a seguito delle bombe della seconda guerra mondiale. Lei così coraggiosa e dirompente, pur nella compostezza prevista dal suo ruolo. Così viva.

E’ con questo suo carattere così deciso che Mis Kenton riesce piano piano a scalfire la corazza di Stevens, anche se lui non ammette mai neanche a sé stesso di provare un sentimento per la giovane donna e, anzi, sublimando questo affetto trattenuto con la lettura solitaria di romanzi d’amore.

Non solo di viaggio quindi parla questo romanzo, ma anche del sentimento che più di tutti muove le esistenze: l’amore.

Quel che resta del giorno è la storia di un amore che riesce a durare oltre vent’anni senza consumarsi mai e quindi senza spegnersi con l’usura dell’abitudine.

C’è poi un altro tema ricorrente nel romanzo, ovvero quello della dignità, concetto sul quale Stevens si sofferma più volte nel corso dei suoi pensieri e nei discorsi con colleghi e conoscenti.

La dignità è quella che Stevens riesce a dimostrare ogni giorno affrontando il suo lavoro con abnegazione, rifacendosi ad un modello astratto e quasi irrealistico di “maggiordomo ideale”. Il fedele servitore che rimane sullo sfondo mentre il suo signore prende parte alle decisioni che causeranno i grandi svolgimenti in Europa fra gli anni ’20 e la fine della seconda guerra mondiale, schierandosi purtroppo dalla parte dei perdenti. La sua è la dignità di chi ha scelto una strada ed è disposto a difenderla fino alla fine, che è poi lo stesso sentimento che anima il samurai che strenuamente difende il padrone anche a costo della propria vita. Da questo punto di vista Quel che resta del giorno ci mostra tutto il retaggio di cultura giapponese di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954 ma che ha da sempre scritto in inglese dato che vive in Inghilterra dall’età di sei anni.

“Non si fa altro che semplicemente accettare un’inevitabile verità: e cioè che persone come voi ed io non saremo mai in condizione di capire i grandi problemi del mondo di oggi, e pertanto la nostra migliore linea di condotta sarà sempre quella di riporre la nostra fiducia in un padrone che giudichiamo saggio e degno di stima, e dedicare le nostre energie al compito di servirlo al meglio delle nostre capacità.”

C’è anche la dignità di Miss Kenton, che si manifesta in tutta la sua forza quando ferocemente si oppone al licenziamento di due cameriere ebree nel momento in cui Lord Darlington, avvicinatosi al pensiero nazista, vuole adeguarsi alle leggi razziali per è compiacere i suoi ospiti, ambasciatori della Germania di Hitler. Ed è sempre la dignità e il suo amor proprio che la spingono poi ad abbandonare Darlington Hall, sposando un pretendente, quando capisce che il maggiordomo non cederà mai al suo sentimento in favore di un ideale che ritiene al di sopra di tutto: quello del servizio al proprio padrone. Un padrone però dalla morale discutibile.

Rimane il fatto che la dignità è semplicemente il rispetto che l’uomo deve a sé stesso, e che gli è dovuto, semplicemente in quanto essere umano, a prescindere dalla propria condizione sociale.

“La dignità non è cosa riservata ai signori.”

Lo stile.

La cosa che più colpisce, a mio parere, nella scrittura di Ishiguroè l’utilizzo così perfetto, all’interno della narrazione, dei flashback, che formano un puzzle di informazioni che nel suo insieme ci restituisce tutta la storia, che solo alla fine ci scorre davanti agli occhi. Questi accorgimenti narrativi sono stati riprodotti quasi fedelmente anche nella sceneggiatura del film diretto da James Ivory nel 1993 e tratto proprio da Quel che resta del giorno. Non posso che invitare tutti coloro che hanno apprezzato e che apprezzeranno il romanzo a vederne anche la trasposizione cinematografica con un immenso Anthony Hopkins, che sembra nato per vestire i panni del inflessibile Mr Stevens.

C’è ancora una caratteristica dello stile di questo romanzo che mi ha molto colpita. Ishiguro, premio nobel per la letteratura nel 2017, discostandosi da una delle regole base della scrittura, ovvero “show don’t tell” (mostra, non raccontare), riesce a catturare il lettore per interi paragrafi descrivendo solo ed esclusivamente i pensieri del maggiordomo, senza risultare mai incomprensibile o pesante.

Alla fine del romanzo quel che resta, questa volta al lettore, della figura di Stevens e come riflessione in generale sulla vita, è l’immagine di un uomo che vive la sua esistenza quasi come uno spettatore e mai da protagonista, forse per paura di non soffrire. Ma in questo modo non vivendo mai fino in fondo.

Un uomo che prova a non cambiare mai barricandosi nelle sue abitudini e convinzioni, anche se all’esterno di lui e nel mondo tutto inesorabilmente cambia.

Paola Cavioni