Lune-di lettura, 10 aprile 2017

magari domani resto

Magari domani resto, di Lorenzo Marone, Feltrinelli 2017

“Che buffa la vita, ti impegni con tutta te stessa a sembrare diversa da tua madre, anno dopo anno, e poi, a un certo punto, una mattina qualsiasi, ti guardi allo specchio e rivedi il suo volto, le sue stesse rughe, e gli occhi stanchi. E sorridi alla tua immagine riflessa per ritrovare l’antica sensazione di fiducia che provavi a un suo sorriso.”

Sicuramente non sono la prima a elogiare l’ultima uscita di Lorenzo Marone.

Non sarò neanche l’ultima a tessere le lodi di questo romanzo uscito a febbraio del 2017 ed entrato subito nella sestina del premio Bancarella.

Un successo che si comprende fin dalle prima pagine del libro, una storia che riesce ad essere perfettamente bilanciata nel sottile equilibrio fra passato e presente. Perché ci sono delle storie che ti avvolgono e ti scaldano come una coperta.

Magari domani resto è la storia di una giovane dal nome insolito: Luce.

Luce ha trentacinque anni e abita a Napoli, nei Quartieri Spagnoli e, a differenza dal suo nome, ha una vita piena di ombre, in una  Napoli dove ancora si fatica a pronunciare la parola camorra. Luce abita sola in un vecchio palazzo dei Quartieri, dopo una storia d’amore finita male. Ha una madre della quale non condivide le scelte di vita, un fratello che vive “su al nord” e non si fa mai sentire, un cane che si chiama Alleria e un lavoro come avvocato. Luce è una donna che sta cercando il suo posto nel mondo, che fa a pugni con il suo passato di figlia cresciuta senza un padre e con un presente che sembra non avere ancora una direzione.

Questo fino a quando non le viene assegnato un caso di affidamento. Il suo studio legale deve dimostrare che Carmen, una donna di umili origine ed ex moglie di un noto camorrista locale, non è in grado di essere una buona madre per il figlio Kevin, di sette anni. Luce si butta a testa bassa nel caso, senza sapere che la vicinanza con un bambino speciale come Kevin cambierà completamente il suo punto di vista sul mondo e sui rapporti umani, scardinando tutte le sue certezze e insegnandole a mostrare il fianco, senza paura, alle sue fragilità. E così la vita di questa giovane si scopre improvvisamente più ricca di quanto potesse sembrare, prendendo una strada del tutto nuova e diversa.

Magari domani resto è un romanzo che ti parla con la schiettezza del dialetto napoletano, che dipinge immagini come scene di un film. Luce incarna una buona parte dei giovani di oggi, indecisi se rimanere o partire alla ricerca di un futuro (ipotetico) migliore. Un libro popolato di personaggi che sembrano realmente presi dai vicoli di Napoli.

Perché iniziare la settimana con Magari domani resto?

Perché è libro che ti sbatte in faccia una sacrosanta verità: non c’è mai un momento giusto per fare pace con il proprio passato e concentrarsi solo sul presente. Perché il presente è tutto quello che esiste.

“E poi mi fa arrabbiare chi vive nel passato, chi sta sempre lì a cercare di non perdere nulla, chi pensa ad ammassare oggetti e ricordi […] il passato sembra sempre il contenitore perfetto della felicità, ma è un abbaglio, un inganno.”

Perché Magari domani resto?

Perché non è mai troppo tardi per prendere in mano la propria vita e deciderne la direzione.

Perché Magari domani resto è un libro che parla di speranza, di quella speranza che la primavera ogni anno porta con sé.

“Be’, non possiamo decidere da dove partire e dove fermarci, però almeno ci è dato scegliere il tragitto da percorrere. Possiamo prendere la strada principale, quella che tutti ci consigliano, la più trafficata, sicura e comoda. Oppure […]  svoltare nel primo sentiero sterrato e andarcene per i campi, nel sottobosco, fra la sterpaglia, il fango e gli insetti, con la possibilità di incrociare quale squilibrato (o dovrei chiamarlo illuminato?) e perderci, e passare una notte all’addiaccio. La scelta è la nostra, la tua, la mia. Io, per quel che mi riguarda, ho preferito fare il brigante”.

Perché Magari domani resto è un libro che parla del valore della famiglia, nel senso più esteso del termine. Delle famiglie formate non solo dai legami di sangue, ma soprattutto tenute insieme dai lacci del cuore.

Perché è un libro che insegna a non giudicare mai le vite e le scelte degli altri e soprattutto a guardare oltre il muro delle apparenze e dei nostri pregiudizi.

“Ogni esistenza, a pensarci, è un intricato e complesso ecosistema nel quale vivono in equilibrio nevrosi, dispiaceri, frustrazioni, novità belle e brutte, traumi, dolori, piccoli momenti di felicità e tanti di noia, eppure alla vista degli altri la nostra vita appare sempre uguale”

 

L’autore

Lorenzo Marone nasce a Napoli nel 1974. Per dieci anni svolge il lavoro di avvocato poi, proprio come la sua Luce, capisce che quella non è la sua strada. E comincia a scrivere.

Dalla sua penna escono:

Magari domani resto è il suo ultimo romanzo.

 

http://www.lorenzomarone.net

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“Non sarà una guerra contro i mafiosi a cambiare Brancaccio, ma la resistenza paziente e costante all’ignoranza e alla miseria.”

Dopo essermi innamorata della sua ultima uscita, L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, ho deciso di leggere subito un altro romanzo di Alessandro D’Avenia.

Sto parlando di Ciò che inferno non è, edito da Mondadori nel 2014.

Romanzo che anticipa alcuni temi trattati poi nell’Arte di essere fragili come l’adolescenza, la ricerca della bellezza e del senso della vita.

“Cosa è tutta questa vita scomposta dentro di me a cui non riesco a dare nome?”

Ciò che inferno non è è un romanzo di formazione, che attinge a piene mani dalla biografia del suo autore, nato in quella parte di Sicilia che fa da sfondo alla storia.

Protagonista è il diciassettenne Federico, nato e cresciuto nella Palermo bene in una famiglia benestante. Come tutti gli adolescenti però, nonostante la vita agiata e dal luminoso futuro già scritto per lui, è pieno di domande sulla vita e sul mondo. Perché l’adolescenza è realmente “un miscuglio di parole ancora non articolate nella sintassi del futuro”.

Siamo nell’estate del 1993 e Federico è coinvolto da Padre Pino Puglisi (affettuosamente soprannominato 3P) in attività di volontariato a Brancaccio, quartiere di periferia controllato dagli uomini di Cosa Nostra. Siamo esattamente un anno dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio e durante l’ultima estate di Padre Puglisi che sarà ucciso dalla mafia nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 15 settembre 1993.

In questa calda estate dei primi anni ’90, Federico scopre il lato più oscuro e crudele della sua città, buttato fuori dal guscio protettivo in cui lo vorrebbe costretto la sua famiglia, che cerca per lui il meglio: l’istruzione migliore, costose vacanze studio, le giuste amicizie.

Nelle settimane trascorse a Brancaccio Federico impara a conoscere le vite dei ragazzini che frequentano il quartiere: Francesco, Maria, Dario, Giovanni, Serena e soprattutto Lucia. Tutti bambini e ragazzi dal passato problematico e dal difficile presente.

La figura di Federico, con le sue fragilità, la sua profondità e il suo amore per gli autori classici, è sicuramente la trasposizione letteraria proprio di D’Avenia, che sappiamo aver conosciuto padre Puglisi da adolescente poiché il prete fu docente di religione proprio nel liceo frequentato dallo scrittore.

“Non basta leggere libri per essere uomini. Non bastano pensieri buoni per essere uomini buoni”.

Ciò che inferno non è è un romanzo sulla vita e su chi la dedica al prossimo in modo gratuito, poiché se è giusto ricordare chi ha combattuto la mafia con le armi della legge, Falcone e Borsellino prima di tutti, è altrettanto giusto ricordare chi l’ha fatto con le armi dell’amore e con la sola forza delle proprie braccia.

“Due uomini stanno camminando su una spiaggia, una tempesta ha scaraventato sulla sabbia un tappeto di stelle marine. Sembra un cielo stellato al contrario. Il sole le sta bruciando, senza pietà. Le stelle marine si contorcono lentamente, prima di cristallizzarsi del tutto. Uno dei due ogni tanto si china a raccoglierne una e la ributta in mare. Sono migliaia e migliaia. L’altro ha fretta di tornare a casa e gli dice <<Che vuoi fare, ributtarle tutte in mare? È impossibile. Ci vorrebbe una settimana. Sei matto?>>. L’altro gli mostra la stella marina che ha in mano, e subito prima di lanciarla in acqua risponde: <<Pensi che lei dirà che sono matto?>>”

Penso che il senso del romanzo stia tutto qui. Nel rispettoso ricordo dovuto a chi ha provato a salvare quelle stelle, quelle vite, una a una, con fatica ma sempre con il sorriso sulle labbra a mascherare il sudore sulla fronte. Non dando retta a chi lo credeva pazzo. Amando la vita ma pronto a sacrificare la propria per gli altri, secondo un senso di altruismo in parte sicuramente riconducibile alla propria fede cattolica, ma soprattutto l’altruismo di chi rispetta ogni forma di Vita in quanto tale.  Che è pronto, in un estremo atto d’amore, a perdonare anche i propri carnefici, riconoscendo in loro gli stessi occhi dei bambini che cercava di salvare ogni giorno.

Perché questo sappiamo dalle confessioni di chi ha ucciso Padre Puglisi: che ha sorriso davanti agli uomini che stavano per ammazzarlo; li stava aspettando. Un uomo che ha portato con sé il sorriso anche nel suo ultimo viaggio, consapevole di non aver nessun rimpianto: ha dato e ricevuto tutto.

Ciò che inferno non è è un romanzo sulla libertà negata a chi è costretto a nascere e vivere dove la mafia è l’unica scuola, dove l’omertà è l’unica maestra e la violenza è la penna con cui scrivere il proprio destino.

Un romanzo per meditare che anche questo è stato, e che la mafia che è stata capace di ammazzare un prete innocente esiste ancora. Un libro da leggere di pancia e di cuore, tutto d’un fiato.

“ […] Inferno è ogni bellezza volontariamente interrotta. […] Inferno è non vedere più l’inferno. […] Miseria. Ignoranza.”

Ciò che inferno non è è la storia della speranza di un uomo che, da solo, ha combattuto contro quell’inferno nell’unico modo in cui era capace: facendo il prete. Cercando di portare i bambini lontano dalla strada, perché è proprio dai bambini che si deve ripartire per ricostruire un futuro che inferno non è. Battendosi per avere nel quartiere di Brancaccio servizi che potrebbero sembrare assolutamente scontati: fognature, una scuola media, un giardino.

La storia di un uomo che si è battuto con tutta la forza di chi è consapevole che esiste una vita che continua oltre la propria, ed è per quel futuro che si deve lavorare. Che per quella idea di futuro vale anche la pena morire.

“Se nasci all’inferno hai bisogno di vedere almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro.”

Alla fine del libro, D’Avenia ringrazia il lettore che ha impiegato delle ore del suo tempo per leggere il libro. Vorrei invece ringraziare lui per averlo scritto, per la fortuna che nel nostro paese esistano degli autori così raffinati e profondi.

Il sacrificio di Padre Puglisi non è stato vano: a Brancaccio la scuola media intitolata a suo nome è stata inaugurata il 13 gennaio 2000.

Lui non ha potuto vederla. Come ci ricorda D’Avenia: chi semina datteri sa che non mangerà datteri, perché ci vogliono almeno due generazioni perché l’albero dia frutto.

Ma prima o poi il frutto arriva.

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“Onde tende questo vagar mio breve?” Giacomo Leopardi

La vera felicità esiste?

È possibile fare pace con il proprio essere al mondo?

È possibile esistere senza paura di vivere?

Cos’è la fragilità?

Perché bellezza e fragilità sono così legate fra di loro?

Quanto è importante dare al proprio destino anche una destinazione?

Quanto è importante tendere a quell’infinito che va oltre la brevità della nostra esistenza in questo mondo?

È possibile conservare, in tutta la nostra vita (adolescenza, maturità e fragilità della vecchiaia) quel rapimento, tipico dell’innamoramento, che illumina ogni nostra azione caricandola di significato e bellezza?

È possibile conservare quel rapimento ogni giorno, cercando di difendere e conservare la bellezza del fragile mondo che ci circonda e riconoscendo la nostra stessa fragilità in chi ci vive accanto?

Perché viviamo in un’epoca di passioni tristi?

 

A queste domande, e a molte altre, Alessandro D’Avenia prova a dare una risposta nel suo ultimo romanzo, L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita, pubblicato da Feltrinelli il 31 ottobre 2016, scritto sotto forma di corrispondenza con Giacomo Leopardi con una chiarezza, una delicatezza e una lucidità che raramente si trovano in un autore così giovane (39 anni al momento della stesura).

Il punto di partenza del romanzo è chiaro: arriva un momento, nella vita di ogni uomo, in cui ci si pone queste domande esistenziali.

Non per tutti il momento coincide con l’età adulta. Spesso ci confronta con adolescenti che sembrano già sconfitti e sopraffatti dal peso della vita, proprio perché non hanno trovato nessun adulto in grado di indirizzarli nel labirinto di questi interrogativi tanto grandi da smuovere le menti di poeti, filosofi e teologi.

Alessandro D’Avenia, che di adolescenti ne ha visti già tanti nella sua carriera di docente di scuola superiore, prova a dare una risposta a queste domande attingendo a piene mani dall’opera completa di Giacomo Leopardi (Recanati 29 giugno 1798 – Napoli 14 giugno 1837), primo autore moderno in un’epoca ancora classica. Un autore che nei suoi solo 39 anni di vita terrena ha saputo descrivere tutta la storia dell’Uomo nelle sue paure più profonde ma anche nelle sue più struggenti passioni.

Lo fa restituendoci un’immagine molto terrena e concreta del famoso poeta di Recanati, ben lontana dalla versione stereotipata delle nostre antologie, che lo descrivono come il poeta storpio e semi cieco, eternamente pervaso da un pessimismo che si fa storico, psicologico e poi cosmico.

Il Leopardi che qui troviamo, tra le pagine di un libro che è un saggio più che romanzo, è un giovane innamorato e non solo delle donne, come Geltrude Cassi Lazzari, lontana cugina, o la nobildonna fiorentina Fanny Targioni Tozzetti alla quale dedica lettere appassionate e le poesie raccolte nel Ciclo di Aspasia. È un uomo curioso, innamorato della natura, che riesce leggere e a restituirci la poesia scritta fra i crateri della luna, che riesce a decifrare l’infinito oltre la famosa siepe che lo ha reso immortale.

Ma è anche un uomo deciso, tanto da sfidare la fragilità della propria condizione e pronto a fuggire dalla casa natia quando pensa che i suoi genitori, ed in particolare suo padre, non riconoscano il giusto valore della sua arte. Un giovane come quelli dei nostri giorni, che pensano di trovare un futuro migliore scappando di casa quando si sentono incompresi dai genitori, dagli amici, dagli insegnanti, da un amore non corrisposto.

La fuga di Leopardi termina ancora prima di nascere, ma di quell’evento ci rimane una toccante lettera scritta al padre Monaldo, interamente riportata nel libro, pagine di pura letteratura mascherata fra le righe di una corrispondenza privata e incredibilmente moderna. Questo a conferma che Giacomo Leopardi non è solo A Silvia e Infinito.

Leopardi, restituitoci magistralmente dagli occhi di D’Avenia, ci insegna che dobbiamo essere in grado di mantenere il miracolo che si compie ogni giorni nella storia di ognuno, cercando realmente di dare compimento alla nostra vita attraverso le nostre passioni, sfruttando i nostri talenti, sfruttando o sfidando la nostra contingente condizione fisica.

Ci insegna che la poesia è una luce che illumina anche quando tutto sembra buio e che ogni età è parte di un disegno più grande: adolescenza come arte di sperare, maturità come arte del morire, morire come arte di rinascere.

Non voglio svelarvi altro per non togliervi il gusto della lettura, ma mi piacerebbe che un libro come questo entrasse nelle nostre scuole superiori, che a tutti i giovani fosse data la possibilità di trovare in Leopardi un amico, un confidente da consultare nei momenti di crisi e a cui confidare, perché no, soprattutto le proprie gioie.

“Dalla lettura di un pezzo di vera poesia, in versi o in prosa, si può dir quello che di un sorriso diceva lo Sterne; che essa aggiunge un filo di tela brevissima alla nostra vita.”

Giacomo Leopardi, Zibaldone, 1° febbraio 1829

Info:

Alessandro D’Avenia nasce a Palermo il 2 maggio 1977.

Frequenta il liceo classico. Fra i suoi docenti, padre Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra nel settembre 1993.

Studia lettere classiche a Roma e consegue anche un dottorato di ricerca presso l’Università di Siena, con una tesi  su “Le Sirene omeriche e il loro rapporto con le Muse nel mondo antico”.

Nel 2006 si trasferisce a Milano dove si divide fra l’attività di insegnante, scrittore e sceneggiatore.

Il suo romanzo d’esordio, Bianca come il latte, rossa come il sangue, supera il milione di copie e viene pubblicato in 23 paesi stanieri.

Alessandro Dv’Avenia ha anche un blog personale: http://www.profduepuntozero.it

 

Dello stesso autore:

Bianca come il latte, rossa come il sangue, Milano, Mondadori, 2010.

Cose che nessuno sa, Milano, Mondadori, 2011.

Ciò che inferno non è, Milano, Mondadori, 2014

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Il giardino di Amelia

“Eppure imparo più cose sulla natura umana dai romanzi che dalle creature in carne e ossa. Credimi, posso scorgere la grandezza e le miserie, le luci e le ombre di ciascuno, l’ambiguità, quanto buoni e quanto cattivi possiamo essere. Insomma, là dentro incontro la vita.”

Domani sul blog, la recensione dell’ultimo romanzo di Marcela Serrano.

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Librografia. Prima parte.

Ovvero, libri letti al momento giusto

Bibliografia: elenco sistematico di opere, saggi e articoli relativi a uno specifico autore o argomento (Treccani).

Librografia: la vita attraverso un elenco di libri (che la Crusca mi perdoni il neologismo)

 

I libri li senti, sono come musica. Sono colonna sonora di momenti e ricordi. E come la musica si scelgono in base all’umore, ai sentimenti.

Ma non solo. I libri si scelgono, ti scelgono o, se siamo fortunati, ci vengono regalati.

E se siamo ancora più fortunati, alcuni di questi libri entrano a far parte stabilmente della nostra vita, ne segnano i capitoli fondamentali, diventano una parte di noi e ci formano come individui.

Ognuno ha la sua lista, più o meno nutrita.

Potrei iniziare questa lista con il ricordo del primo libro che io abbia mai letto da cima a fondo: Inkiostrik il mostro dell’inchiostro, della tedesca Usel Scheffler, Edizioni Piemme – Il Battello a Vapore. Può far sorridere la cosa, ma ricordo come fosse ieri la soddisfazione – credo di aver avuto poco più di sette anni – provata per aver finito il mio primo libro tutto da sola. Non era la favola della buonanotte letta dal papà o un esercizio di scuola. No. Era un Libro. Un libro vero.

Il primo di una lunga serie di libri e di una altrettanto lunga serie di pomeriggi passati nella piccola biblioteca del mio paese, a fare impazzire i bibliotecari con le richieste più assurde.

La storia, semplice e scorrevole, era quella di un piccolo mostriciattolo, Inkiostrik per l’appunto, che vive in una scuola e si nutre di inchiostro, come un piccolo vampirello. Il contagio è stato rapido, e da allora posso dire di essermi anche io nutrita di inchiostro e carta stampata.

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Il secondo libro che associo alla mia infanzia, come tanti bambini cresciuti fra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, è di Roald Dahl, che ci ha lasciati orfani alla fine del 1990 ma ha cresciuto generazioni di bambini in tutto il mondo, anche dopo la sua morte. Oggi io leggo le sue storie a mia figlia, così come le leggo Gianni Rodari.

Il libro di Dahl che più mi rappresenta è Matilde, che i più conoscono per la trasposizione cinematografica, non del tutto fedele al romanzo, Matilda sei mitica. La storia di questa bambina di cinque anni e mezzo dalla straordinaria intelligenza, incompresa dalla sua famiglia, ricordo, mi appassionava tantissimo, più delle avventure di Willy Wonka e dei suoi Umpa Lumpa.

Avrei voluto avere anche io l’astuzia e il coraggio di Matilde, oltre alla capacità di spostare gli oggetti con la forza del pensiero, che, diciamocelo, male non fa. Non ringrazierò mai abbastanza il maestro Fabrizio, avuto in quinta elementare, che mi spronava ad essere un po’ come lei, a sfruttare il potenziale che ognuno di noi ha, che mi ha fatto appassionare ancora di più alla lettura.

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Inkiostrik e Matide  sono i primi due libri dei quali ho ricordi vividi. Ricordo me stessa mentre li leggevo, alla sera nel mio letto, con la trapunta colorata a scaldarmi, il libro sulle ginocchia. Se chiudo gli occhi sono ancora lì, nella mia cameretta di bambina insieme a mio fratello e a mia sorella.

Poi come tutti i bambini, sono cresciuta, e sono arrivati gli anni delle medie. Alzi la mano chi non ha ricordi terrificanti di quegli anni. Quando ti sentivi goffa, sgraziata e ti vestivi con magliette di almeno due taglie in più per coprire la pancia e i fianchi (e poco ci mancava che arrivassero a coprire anche le caviglie). Anni strani, almeno per me, che a quei tempi ero una ragazzina chiusa e con pochi amici. Anni in cui preferivo ascoltare i Beatles mentre tutte le mie compagne andavano ai concerti dei Take That. Anni nei quali continuavo ad andare bene a scuola nonostante fosse da “sfigati”. Ho sempre pensato che, dato che a scuola dovevo comunque starci tutto il giorno, tanto valeva ottimizzare il tempo, ascoltare i professori e diminuire il tempo dei compiti a casa. E leggevo, leggevo.

Una estate, in seconda media, ho fatto un incontro che mi ha cambiato la vita. Lei si chiamava Harper Lee, e aveva scritto un capolavoro: Il buio oltre la siepe.

Un libro che mi ha aperto un mondo, il mondo della storia contemporanea, della segregazione razziale, della giustizia che fatica a trovare il proprio posto in un mondo ingiusto.

Ma fondamentalmente Il buio oltre la siepe è una storia dei grandi, è il mondo dei grandi, visto con gli occhi di una bambina degli anni ‘30, Jean Luiose (Scout) Finch, orfana di madre, che vede il padre, l’avvocato Atticus Finch, difendere un giovane bracciante di colore dalla falsa accusa di violenza ai danni di una ragazza bianca. Una incarico perso in partenza, siamo nel profondo sud degli Stati Uniti d’America, che comunque Atticus accetta per amore di giustizia e per poter continuare a guardare i suoi figli negli occhi. Una lezione di integrazione per nulla scontata visto che il romanzo è stato scritto nel 1960, quando la segregazione razziale era ancora una realtà negli Stati Uniti. Sullo sfondo di tutta la vicenda, la misteriosa presenza del vicino di casa di Scout, Boo Radley, è lui il buio oltre la siepe, metafora di tutto ciò che ci fa paura solo perché sconosciuto.

Il buio oltre la siepe è un romanzo che realmente consente di “metterti dall’altra parte del muro”, oltre il muro delle nostre certezze e convinzioni, oltre il muro della nostra intolleranza.

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Tra la fine delle scuole medie e le superiori ho scoperto il mondo dei classici, e mi sono letteralmente divorata I tre moschettieri (e Vent’anni dopo) di Alexadre Dumas. Ancora non so come io abbia fatto a leggere tutte le 860 pagine dell’edizione tascabile della Mondadori. Riguardo questo classico c’è be poco da aggiungere, è parte del retaggio culturale dell’Europa, e ne sono state tratte film e serie televisive, dunque la storia è più che nota.

Spero, nel corso della mia vita, di avere tempo per leggere l’ultimo romanzo della trilogia dei Moschettieri, Il visconte di Bragelonne, anche se temo che non potrei sopportare la delusione di leggere la descrizione della morte di D’Artagnan (sono ancora in lutto per la scena della morte dell’eroe nel film ispirato a Il visconte di Bragelonne, La maschera di ferro, del 1998, con un magistrale Gabriel Byrne nella parte di un invecchiato D’Artagnan).

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Questi sono i libri che ricordo con maggior piacere, diciamo dai 6 ai 14 anni. Ovviamente ne ho letti molti di più in quegli anni, ma questi sono quelli cui sono, per diversi motivi, più affezionata.

Nei prossimi giorni continuerò la mia personale lista, con i libri dai 15 anni in poi.

E voi? Quali sono i romanzi che vi hanno accompagnato durante l’infanzia e l’adolescenza?

 

Paola Cavioni

” E’ proprio vero che il difficile non è vivere con gli altri, il difficile è comprenderli “

 

“Adesso, però, (il cieco) si ritrovava immerso in un bianco talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili.”

Cosa succederebbe nel mondo occidentale se una misteriosa epidemia rendesse improvvisamente ciechi tutti gli uomini, risparmiando solo gli animali? Un’epidemia della quale non si conosce la causa né tantomeno le modalità di contagio. Una cecità anomala, un “male bianco” che intrappola chi ne è colpito in una luce perenne, che crea una muro fra lui e il mondo visibile.

Una luce bianca che conduce il lettore in un viaggio nel buio dell’animo umano.

Queste sono le premesse del romanzo Cecità del premio Nobel per la letteratura, il portoghese José Saramago (1922-2010), uno dei libri che mi ha accompagnato in questo primo mese del nuovo anno. Sicuramente fra i 5 libri scelti per aprire l’anno, quello più difficile da digerire, sia per lo stile narrativo che per i contenuti proposti. Lasciate ogni speranza voi che lo leggete.

Lo spunto da cui inizia la storia è pura immaginazione ma  l’autore descrive, attraverso la metafora della cecità fisica, una triste realtà contemporanea: quella del’Uomo cieco ai bisogni di chi gli sta intorno, indifferente ad ogni forma di sofferenza che non sia la propria. Un’umanità più simile alla bestia che alla ragione, senza speranza di salvezza, neanche per mano dell’unica donna scampata alla epidemia: la moglie del medico. L’unico essere umano che continua a vedere anche quando tutto il mondo è diventato cieco. La donna cui i primi uomini diventati ciechi si affidano quando, per ordine del governo, vengono internati in quarantena in un vecchio manicomio, nella vana speranza di contenere un’epidemia incontenibile.

Lei incarna tutte le speranze di tornare ad una vita considerata normale, ad un mondo ordinato. Ma neanche lei è immune alle brutture dell’animo umano, e impara ben presto che la vera cecità va ben oltre quella degli occhi.

“ Non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono ”

Cecità è un romanzo che, per la sua stessa struttura e per lo stile, non è di facile lettura. Difficile è, ad esempio, distinguere i dialoghi fra i personaggi, che sono inseriti nel corpo della frase separati solo da virgole, senza l’utilizzo dei due punti e delle virgolette. Distrarsi nella lettura di una pagina vuol dire perdere il filo logico dei pensieri dell’autore.

Allo stesso modo non è di facile comprensione per il suo contenuto, non per niente il titolo originale in portoghese rimanda alla saggistica più che alla narrativa: Ensaio sobre a Cegueira – Saggio sulla cecità. 

” C’era un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico […] una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall’oculista “

Con i suoi personaggi che non sono caratterizzati da nessun nome (il primo cieco, il medico, la moglie del medico, la donna con gli occhiali da sole, il ladro ecc…) Saramago descrive l’umanità intera, come una massa unica e disperata che piano piano perde tutte quelle caratteristiche che distinguono l’uomo dagli altri animali. La società fondata su regole e principi si sgretola, l’unico pensiero è la soddisfazione dei propri bisogni (con un deciso squilibrio in favore dei bisogni primari: quelli fisiologici e di sicurezza), la mera sopravvivenza, in un mondo in cui le risorse si fanno sempre più limitate perché non c’è più nessuno a produrle, e con una epidemia che cresce in progressione geometrica. Da questo punto di vista, Thomas Robert Malthus e Abraham Maslow avrebbero sicuramente condiviso il pensiero di Saramago.

In questa “nuova” società vale solo una regola: quella del più forte.

” … è risaputo che le ragioni umane non fanno che ripetersi, e anche le non – ragioni “

Non si può leggere questo romanzo senza interrogarsi su diversi aspetti della nostra vita, sul senso stesso della vita. Ogni pagina è un pugno in faccia alla disillusione. Perché Saramago descrive in un certo senso un mondo che è stato e che ancora esiste: la quarantena  dei ciechi nel manicomio viene descritta attraverso scene talmente crude di segregazione e violenza, che potrebbero benissimo essere associate a quanto avvenuto nei campi di sterminio dei regimi totalitari, e a quanto sicuramente succede ancora da qualche parte nel mondo.

” Diceva il proverbio che in terra di ciechi l’orbo è re “

C’è narrativa ma anche tanta sociologia in questo romanzo. Saramago indagata la società umana fin dal suo nucleo principale, la famiglia intesa come legame affettivo oltre che come fondamento della società.

Società della quale descrive le dinamiche più oscure: il tema della lotta del forte sul più debole, la volontà di sopraffazione, la crudeltà gratuita ed insensata, la violenza utilizzata come unico mezzo per impossessarsi del potere e dei mezzi di sostentamento in un mondo ormai senza regole.

Una spirale nel degrado dell’animo umano che ne tocca il punto più basso.

Un punto dal quale difficilmente si torna indietro.

 

Paola Cavioni

“Il momento in cui i tuoi amici hanno bisogno di te è quando hanno torto, Jean Luise. Non hanno bisogno di te quando hanno ragione…”

Righe su Và, metti una sentinella (Go set a watchman) di Herper Lee

 

Premessa dovuta.

Ci sono dei libri che crescono con te, che ti fanno crescere, senza i quali saresti decisamente un’altra persona.

Per me questo libro, IL libro, è stato Il buio oltre la siepe (traduzione un pò troppo libera dall’originale To kill a mockingbird – Uccidere un pettirosso) uscito nel 1960 ed opera della scrittrice statunitense Harper Lee (classe 1926 signore e signori).

Penso di avere avuto più o meno cinque anni quando vidi per la prima volta la trasposizione cinematografica, per la regia di Robert Mulligan, di questo bellissimo romanzo, con la magistrale interpretazione dell’immortale Gregory Peck. Il film, del 1963, ebbe la candidatura a ben otto premi Oscar e ne vinse tre (miglior attore protagonista, miglior sceneggiatura non originale, migliore scenografia). Un vero ed indiscusso capolavoro.

Non ricordo invece quanti anni avevo quando lessi per la prima volta il romanzo, ricordo solo con  quanta gioia dovetti rileggerlo alle medie come compito per le vacanze. Mi sembrò quasi un premio più che una punizione. Mi sedevo su una sdraio al sole, sulla veranda della casa dei miei genitori e passavo ore intere a leggere, immedesimandomi nella piccola “Scout” Finch che corre a piedi nudi per le strade della assolata Maycomb.

Maycomb, città che in realtà non esiste ma che potrebbe identificarsi con una qualunque delle migliaia di cittadine del sud dell’Alabama e che Harper Lee ha plasmato sui ricordi della città della sua infanzia, Monroeville.

Senza rischio di esagerare, questo libro è stato determinante per la mia crescita umana e lo sviluppo della mia coscienza civica. Questo perché, e chiunque lo abbia letto lo può confermare, il libro tocca delle tematiche che erano spigolose negli anni ’50 ma che lo sono ancora oggi: il rapporto con la diversità, i diritti civili, la supremazia immotivata dell’uomo bianco, l’intolleranza e la discriminazione razziale.

Venendo a noi.

Chiedo scusa per la divagazione su Il buio oltre la siepe ma i due romanzi sono ovviamente imprescindibili l’uno dall’altro e avrebbe poco senso parlare solo del secondo.

Và, metti una sentinella, pubblicato in Italia nel novembre del 2015, fa da seguito a quello uscito nel 1960 ma che, come ci dice la stessa autrice, in realtà è stato scritto in precedenza, a metà degli anni ’50 circa.

In questo racconto vengono svelati anche dei dettagli che nel primo romanzo mancano, come la storia d’amore fra Atticus, il padre di Scout, e suo moglie, ma non voglio anticiparvi nulla per non togliervi il gusto della lettura.

Lo sfondo storico di questo romanzo è leggermente differente rispetto al primo: se nel primo i fatti si svolgono durante la grande depressione, ora, vent’anni dopo, siamo nell’Alabama degli anni ’50, dopo quindi la seconda guerra mondiale e in fase di ripresa per l’economia statunitense.

Ritroviamo la piccola Jean Luise Finch “Scout”, diventata ormai una giovane donna, che da New York torna in visita al suo paese natale, ritrovando l’anziano padre Atticus, la sua famiglia  il suo paese che in tutti questi anni non è cambiato. E’ interessante notare la differenza con cui il personaggio di Atticus viene dipinto in questo secondo romanzo. Se nel primo infatti sembra quasi un eroe romantico, qui ne scopriamo il lato più fragile ed umano, un uomo che come tutti commette degli errori, anche se in buona fede e che continua senza tregua a difendere le idee nelle quali crede e si riconosce.

Scout, di contro, fatica a riconoscere in questo anziano l’idea che si era fatta del padre, e da questo punto di vista il libro introduce anche il tema dello scontro fra generazioni: i giovani, idealisti e aperti al cambiamento e alla accettazione del diverso da una parte, e gli anziani ancorati al loro mondo fatto di regole, senza sfumature ma solo in bianco e nero, dall’altra.

Da qui la fatica della protagonista non solo appunto a riconoscere il padre, ma il paese intero, che ancora sembra voler difendere lo status quo della segregazione razziale, incomprensibile già ai suoi occhi di bambina e ancora di più ora che vive in una città cosmopolita come New York. Riuscirà a rimanere a Maycomb oppure cederà alla tentazione di ritornare nella grande città dove bianchi e neri vivono fianco a fianco senza discriminazioni? Riuscirà ad accettare suo padre così come è, consapevole che così era sempre stato anche se lei non riusciva veramente a vederlo? A voi la voglia di trovare una risposta a queste domande leggendo il libro.

In conclusione, devo ammettere che ho faticato a leggere questo romanzo, penso che per comprenderlo appieno sia necessaria una seconda lettura, altrimenti si rischia di perdere dei piccoli passaggi che non sono funzionali alla comprensione della narrazione, ma che sono comunque piccoli dettagli della storia.

A volte nella foga di leggere un libro tutto d’un fiato rischiamo di perderci qualche pezzo.

In questo caso vi consiglio, come facevo io da bambina, una lettura lenta e appassionata, magari all’ombra di una veranda, in un pomeriggio d’estate.

 

 

Siti consultati e per approfondimenti:

https://prezi.com/wupjakk2mq0e/maycomb-alabama-in-the-1930s/

http://www.sparknotes.com/lit/mocking/

“Và, metti una sentinella”

Terminato un altro libro (beate ferie, tutte queste letture mi stanno facendo rinascere).

Và, metti una sentinella, di Harper Lee.

Provo a buttare giù nero su bianco un po’ di pensieri su questo romanzo ma non è facile.

Mi ha lasciato decisamente confusa, nonostante partisse decisamente avvantaggiato vista la mia passione smodata per Il buio oltre la siepe.

Proverò a seguire il vecchio adagio secondo cui la notte porta consiglio. Domani proverò a pubblicare qualche riflessione in merito.

Se qualcuno di voi lo ha già letto, sarò lieta di condividere opinioni e impressioni.

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