Noi, sopravvissuti agli anni ’90

“Tanta nostalgia degli anni novanta
Quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè
Era difficile, ma possibile
Non si sapeva dove e come, ma si sapeva ancora perché
C’era chi aveva voglia, c’era chi stava insieme
C’era chi amava ancora nonostante il male
La musica, c’era la musica, ricordo
La musica, la musica, c’era la musica”

(Articolo 31, 2030)

Eccoci qua. Abbiamo tra i trenta e i quarant’anni e siamo sopravvissuti a un conflitto che neanche sappiamo di avere combattuto. Siamo sopravvissuti agli anni ’90 e nonostante tutto, come nella canzone degli Articolo 31, ne abbiamo ancora tanta nostalgia, anche se ormai siamo molto più vicini al 2030 che al 1999.

Noi siamo le bambine reduci da quelle orribili calze bianche traforate di cotone (che toglievi alla sera, ma la mattina dopo trovavi ancora la trama impressa sulle gambe) immortalate in eterno nelle foto di famiglia. Le stesse fotografie conservate negli album che nostra madre ostinatamente mostra a ogni nostro nuovo fidanzato, salvo poi stupirsi del fatto che alla fine restiamo sempre single.

Siamo sopravvissuti alle scuole medie senza smartphone e 4G, per tanti di noi senza internet completamente. Quando ancora la scuola non si chiamava primaria e secondaria, le ricerche si facevano davvero con “le sudate carte”. Dovevamo passare i pomeriggi in biblioteca o a casa dall’amico con i soldi che aveva la Treccani. Quando ancora stampante e fotocopiatrice (che si chiamava ancora ciclostile!) erano un bene raro, quanti crampi ci sono venuti alla mano mentre copiavamo paragrafi su paragrafi per la ricerca sulla seconda Guerra Mondiale o la tesina di fine anno?

Siamo sopravvissuti senza book fotografico su Facebook, corredato da frase strappalacrime sul tempo che passa, il nostro primo giorno di scuola, che quando andava bene i nostri genitori ci facevano una sola fotografia con il sorriso sdentato, il grembiule nuovo e in mano il diario. Fotografia fatta giusto per finire il rullino “vacanza Liguria ‘93”.

Abbiamo vissuto l’infanzia e la adolescenza senza YouTube ma con le audiocassette e i primi CD, così preziosi perché se li rovinavi la tua musica preferita era persa per sempre (o almeno così ci sembrava a quei tempi).

Siamo andati a scuola senza registro elettronico, senza l’elenco del materiale consegnato dalle maestre a metà agosto, perché il primo giorno di scuola la mamma ti diceva: “Porta solo l’astuccio, un quaderno e il diario”. Ora a scuola il primo giorno i bambini portano: cartella, due astucci, quaderni per tutte le materie con relative scorte, cartellette, carta igienica, sapone, risma di fogli, tovaglietta per la merenda, vocabolario in italiano e inglese e narra la leggenda che ci siano ancora in uso i regoli (vero pezzo di archeologia industriale). Ora si va a scuola con il trolley. Siamo andati a scuola ogni singolo giorno con la schiena più carica di uno sherpa in spedizione invernale sull’Himalaya. Con lo zaino sulle spalle ben posizionato sulle reni, così pesante che dovevi stare piegato e parlavi con il tuo compagno guardandoti le scarpe per non perdere l’equilibrio. E lo sa bene chi sta ancora pagando le sedute dal chiropratico per sistemare la scoliosi.

Siamo sopravvissuti a scuola senza la famigerata chat delle mamme. Perché le chat degli anni ’90 erano le chiacchiere delle vicine di casa, operative alla finestra h24, che se ti beccavano a fare qualcosa che non dovevi, facevi prima a non rientrare neanche a casa e ad arruolarti nella legione straniera perché tua madre ti avrebbe aspettato sulla porta con la ciabatta in una mano e il mestolo nell’altra.

Siamo sopravvissuti alla scuola dell’obbligo che finiva in terza media. Che chi non proseguiva gli studi e andava a lavorare era considerato una capra che non aveva voglia di studiare, ma quando dopo l’università e i master ci siamo trovati alla soglia dei trent’anni disoccupati e precari, abbiamo guardato con malcelata invidia i nostri ex compagni che lavoravano già da dieci anni, assunti in regola e con i contributi pagati. Noi che se ci va bene andremo in pensione a settantacinque anni con la minima.

Siamo la generazione che ha girato l’Italia e l’Europa senza dispositivo anti-abbandono, senza le cinture di sicurezza, senza seggiolini specifici per ogni fascia di età, di quelli moderni scelti in base ad un preciso algoritmo fra peso e altezza. Nei lunghi tragitti in macchina le nostre cinture di sicurezza erano le ginocchia di nostra madre seduta con noi sul sedile posteriore, che diceva di mettere giù la testa perché il viaggio era ancora lungo. Per non parlare di quando si andava in vacanza per due o tre settimane al mare in estate, e si partiva con la macchina zeppa all’inverosimile, senza aria condizionata e con le valigie sul portapacchi, legate con un moschettone elastico che se malauguratamente si sganciava rischiavi di perderci un occhio.

Siamo sopravvissuti alle nonne che avevano visto la guerra e che passavano il tempo fra i fornelli. Le nonne che “prima mangia e poi mi racconti”, che non erano vegane e friggevano anche i tovaglioli e il caffè, alla faccia della dieta mima digiuno.

Siamo l’ultima generazione del servizio militare e delle cabine telefoniche a gettone e la prima degli SMS a 180 caratteri.

Siamo i sopravvissuti ai tanti, troppi amici morti in motorino perché ancora non c’era l’obbligo di potare il casco, e chi lo aveva lo portava alzato sulla fronte, perché così era più figo e non ti spettinavi.

Siamo la generazione di quelli che aspettavano il mercoledì perché in edicola usciva TV Sorrisi e canzoni e si potevano ritagliare i testi di Torn e I’ll be missing you per non doversi inventare le parole in inglese. Siamo riusciti a crescere discretamente sani di mente anche senza il parental control sulla TV e anche se rimanevamo svegli la sera fino a tardi per vedere i programmi televisivi che i nostri genitori ci vietavano.

Siamo quelli sopravvissuti alle contraddizioni di un decennio a metà fra la rabbia della musica dei Nirvana e i testi imbarazzanti delle canzoni degli Aqua.

Siamo sopravvissuti alla moda anni ’90. Ai codini con i ciuffi rosa, ai capelli tagliati a scodella, alle magliette sopra l’ombelico, ai jeans a vita bassa che non lasciavano proprio niente all’immaginazione quando ti piegavi, ai bomber da tamarri, alle zeppe della Buffalo che facevano camminare come un Frankenstein con la sciatica.

Siamo sopravvissuti ai grandi traumi provocati dalla cinematografia anni ’90, il decennio dei film più tristi di tutta storia del cinema. Edward mani di forbice, Titanic, Ghost, Romeo + Giulietta, Lezioni di piano, Philadelphia solo per fare alcuni esempi. E penso che tanti di noi stessero ancora elaborando il lutto per la morte di Mufasa quando la Disney nel 2019 ha ben pensato di ravvivare la nostra sindrome da stress post traumatico con il live action del Re Leone. Grazie. Grazie davvero cara Disney, penso che tu abbia qualche forma di scambio merci con l’albo degli psicologi perché altrimenti non si spiega tanto accanimento sulla nostra generazione, e sì, mi riferisco anche alla mamma di Bambi. Sai che non ti perdoneremo mai.

Siamo sopravvissuti agli anni ’90 e alle cadute sulla ghiaia quando non c’era ancora la pavimentazione anti trauma e non c’erano neanche i parchetti a dire la verità, perché si giocava per strada o in oratorio. Si giocava tanto e si cadeva tanto. Si cadeva per un contrasto a calcio, si cadeva dai pattini e dalla bicicletta. Sbucciati e sanguinanti, si rientrava a casa per l’ora di cena e c’era sempre una nonna che ci disinfettava con litri di mercurocromo e la stessa finezza di Rambo quando si cuce da solo la ferita sul braccio.

Siamo sopravvissuti ai metodi educativi degli anni ’90, che a confronto con il “metodo danese per crescere bambini felici” i nostri genitori sembravano accondiscendenti come il Sergente Maggiore Hartman. Se hai fra i trenta e i quaranta anni, conosci bene il significato della frase “guarda che se poi ti fai male piangi due volte”. Perché negli anni ‘90 non c’erano tata Lucia o gli psicologi a salvarci dalla sicura punizione corporale che ci avrebbe aspettato a casa nel momento in cui nostro padre avesse scoperto che avevamo preso una nota o un’insufficienza a scuola.

Siamo la generazione che è sopravvissuta anche senza centinaia di attività extra scolastiche, perché negli anni novanta a scuola si faceva tutti il tempo pieno e se ti andava bene, facevi un solo sport l’anno o suonavi uno strumento.

Siamo sopravvissuti anche alla noia di pomeriggi passati a ciondolare senza meta per strada e nei cortili condominiali, senza sapere che quell’apparente noia sarebbe stata la più bella forma di libertà di tutta la nostra vita.

Paola Cavioni

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“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare” (F. De Andrè) righe su Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro

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Quel che resta del giorno (Einaudi, 1989) di Kazuo Ishiguro

Traduzione di Maria Antonietta Saracino

Il viaggio.

Un viaggio può diventare occasione di profonda riflessione sulla propria esistenza, sul senso del proprio presente e su come influenzare gli avvenimenti futuri, per quanto sia umanamente possibile. Il viaggio può diventare un momento di intimo confronto con i propri valori, ideali e aspirazioni. Lo sa bene chi ha fatto almeno una volta nella vita un lungo viaggio, soprattutto se da solo.

Un cammino che può assumere un significato catartico, dove per catarsi si intende un momento di purificazione, di abbandono di tutti i rancori e di distacco da tutti gli eventi traumatici subiti nella vita.

Per questo un famoso proverbio cinese dice che chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita. Anche se, come vedremo, il protagonista del romanzo di Ishiguro fa di tutto per opporsi a questo cambiamento, che è insito nella natura umana e che consente la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Il viaggio è proprio il leitmotiv del romanzo Quel che resta del giorno.

Viaggio che non è altro che una lunga metafora della vita, con particolare riflessione sulla sera della propria esistenza, per chi ha il privilegio di poter invecchiare.

Ma di cosa parla Quel che resta del giorno?

La storia.

L’idea centrale del romanzo di per sé è molto semplice: siamo in Inghilterra nel 1956 e Mr Stevens, maggiordomo di mezza età in servizio presso la dimora signorile Darlington Hall, passata dopo la guerra all’americano Mr Farraday, si prende una settimana di ferie per fare un viaggio ad ovest del paese. Più che un viaggio, una “spedizione” come lui stesso la definisce.

La sua destinazione è Weymouth nel Dorset, contea situata a sudovest del paese, sia per visitare alcuni dei luoghi contenuti nella guida Le meraviglie dell’Inghilterra di Mrs Symons, sia per raggiungere una sua vecchia conoscenza, miss Kenton, che vent’anni prima era stata la governante di Lord Darlington e quindi collega di Stevens.

In realtà il viaggio e il romanzo stesso ruotano attorno alla preparazione a questo incontro dato che, si scoprirà dai dettagli disseminati qua e là nella narrazione, la relazione fra il rigido maggiordomo e la governante non è solo di tipo professionale. Ma non voglio sminuire il rapporto fra i due liquidandolo solo come la classica storia d’amore fra colleghi che passando le giornate spalla a spalla finiscono con l’innamorarsi, perché in realtà è molto di più.

L’affinità fra Stevens e miss Kenton è l’attrazione dei poli opposti. Lui così ligio al dovere, rigido, conservatore e difensore di un mondo classista che sta per distruggersi a seguito delle bombe della seconda guerra mondiale. Lei così coraggiosa e dirompente, pur nella compostezza prevista dal suo ruolo. Così viva.

E’ con questo suo carattere così deciso che Mis Kenton riesce piano piano a scalfire la corazza di Stevens, anche se lui non ammette mai neanche a sé stesso di provare un sentimento per la giovane donna e, anzi, sublimando questo affetto trattenuto con la lettura solitaria di romanzi d’amore.

Non solo di viaggio quindi parla questo romanzo, ma anche del sentimento che più di tutti muove le esistenze: l’amore.

Quel che resta del giorno è la storia di un amore che riesce a durare oltre vent’anni senza consumarsi mai e quindi senza spegnersi con l’usura dell’abitudine.

C’è poi un altro tema ricorrente nel romanzo, ovvero quello della dignità, concetto sul quale Stevens si sofferma più volte nel corso dei suoi pensieri e nei discorsi con colleghi e conoscenti.

La dignità è quella che Stevens riesce a dimostrare ogni giorno affrontando il suo lavoro con abnegazione, rifacendosi ad un modello astratto e quasi irrealistico di “maggiordomo ideale”. Il fedele servitore che rimane sullo sfondo mentre il suo signore prende parte alle decisioni che causeranno i grandi svolgimenti in Europa fra gli anni ’20 e la fine della seconda guerra mondiale, schierandosi purtroppo dalla parte dei perdenti. La sua è la dignità di chi ha scelto una strada ed è disposto a difenderla fino alla fine, che è poi lo stesso sentimento che anima il samurai che strenuamente difende il padrone anche a costo della propria vita. Da questo punto di vista Quel che resta del giorno ci mostra tutto il retaggio di cultura giapponese di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954 ma che ha da sempre scritto in inglese dato che vive in Inghilterra dall’età di sei anni.

“Non si fa altro che semplicemente accettare un’inevitabile verità: e cioè che persone come voi ed io non saremo mai in condizione di capire i grandi problemi del mondo di oggi, e pertanto la nostra migliore linea di condotta sarà sempre quella di riporre la nostra fiducia in un padrone che giudichiamo saggio e degno di stima, e dedicare le nostre energie al compito di servirlo al meglio delle nostre capacità.”

C’è anche la dignità di Miss Kenton, che si manifesta in tutta la sua forza quando ferocemente si oppone al licenziamento di due cameriere ebree nel momento in cui Lord Darlington, avvicinatosi al pensiero nazista, vuole adeguarsi alle leggi razziali per è compiacere i suoi ospiti, ambasciatori della Germania di Hitler. Ed è sempre la dignità e il suo amor proprio che la spingono poi ad abbandonare Darlington Hall, sposando un pretendente, quando capisce che il maggiordomo non cederà mai al suo sentimento in favore di un ideale che ritiene al di sopra di tutto: quello del servizio al proprio padrone. Un padrone però dalla morale discutibile.

Rimane il fatto che la dignità è semplicemente il rispetto che l’uomo deve a sé stesso, e che gli è dovuto, semplicemente in quanto essere umano, a prescindere dalla propria condizione sociale.

“La dignità non è cosa riservata ai signori.”

Lo stile.

La cosa che più colpisce, a mio parere, nella scrittura di Ishiguroè l’utilizzo così perfetto, all’interno della narrazione, dei flashback, che formano un puzzle di informazioni che nel suo insieme ci restituisce tutta la storia, che solo alla fine ci scorre davanti agli occhi. Questi accorgimenti narrativi sono stati riprodotti quasi fedelmente anche nella sceneggiatura del film diretto da James Ivory nel 1993 e tratto proprio da Quel che resta del giorno. Non posso che invitare tutti coloro che hanno apprezzato e che apprezzeranno il romanzo a vederne anche la trasposizione cinematografica con un immenso Anthony Hopkins, che sembra nato per vestire i panni del inflessibile Mr Stevens.

C’è ancora una caratteristica dello stile di questo romanzo che mi ha molto colpita. Ishiguro, premio nobel per la letteratura nel 2017, discostandosi da una delle regole base della scrittura, ovvero “show don’t tell” (mostra, non raccontare), riesce a catturare il lettore per interi paragrafi descrivendo solo ed esclusivamente i pensieri del maggiordomo, senza risultare mai incomprensibile o pesante.

Alla fine del romanzo quel che resta, questa volta al lettore, della figura di Stevens e come riflessione in generale sulla vita, è l’immagine di un uomo che vive la sua esistenza quasi come uno spettatore e mai da protagonista, forse per paura di non soffrire. Ma in questo modo non vivendo mai fino in fondo.

Un uomo che prova a non cambiare mai barricandosi nelle sue abitudini e convinzioni, anche se all’esterno di lui e nel mondo tutto inesorabilmente cambia.

Paola Cavioni