“Torno a casa a piedi” di Jack Jaselli

“Esattamente due anni fa partivo per il mio tour musicale a piedi lungo la Via Francigena.

800 km con zaino e chitarra in spalla. Chilometri di passi, incontri, avventure incredibili e ovviamente musica.

Questo viaggio è diventato un libro. Non vedevo l’ora di dirvelo.”

Jack Jaselli, 13 aprile 2021

Jack Jaselli sul palco della edizione 2020 di Lungo La Strada (Il Portichetto Landriano, Pavia).

In questo primo lunedì di maggio lascio da parte l’appuntamento con i Lune-dì scrittura, dedicati allo storytelling, per parlare invece di Torno a casa a piedi, primo libro del cantautore milanese Jack Jaselli uscito il 27 aprile per DeAgostini.

Chi segue il blog da tempo sa che amo raccontare i libri più che scrivere delle vere e proprie recensioni. In questo caso la premessa è dovuta: conosco personalmente Jack Jaselli dato che ha partecipato a più di una edizione di un evento musicale che si tiene ogni anno nel mio paese, Landriano (in provincia di Pavia), un festival di musica e arte chiamato Lungo la Strada, nato in ricordo di mio fratello Stefano scomparso prematuramente nel 2008.

Sono ovviamente molto legata a questo evento e a tutti gli artisti che negli anni vi hanno partecipato.

La stima che provo per Jack Jaselli come musicista, ma soprattutto come persona dalla grandissima sensibilità e umiltà, è difficilmente riassumibile in poche righe e mi risulta complicato scindere l’autore dal contenuto del libro.

Ma al contrario, mi viene molto semplice raccontarvi perché dovreste leggere Torno a casa a piedi, che io ho letteralmente divorato in una notte di settimana scorsa.

Partiamo da un presupposto: Jack è una di quelle persone con cui partiresti subito per un viaggio all’avventura, con lo zaino in spalla, il sacco a pelo e una manciata di accordi nella chitarra. Un’anima buona.

È un musicista unico nel panorama italiano contemporaneo, difficilmente collocabile in un solo genere: timbro vocale soul e uno stile che sfonda limiti e definizioni passando dal rock al pop, dal folk al blues. Una musica che risente di influenze internazionali, soprattutto statunitensi, tanto che i suoi primi album sono integralmente in inglese. Un crossover musicale che sa di California e di estate, di gavetta nei locali milanesi, di strada e di emozioni. In sintesi, se non conoscete le sue canzoni vi invito a cercarlo su YouTube a comprare i suoi album, capirete subito cosa intendo.

“Si va avanti con il cuore, mica con le gambe.”

Jack Jaselli, Torno a casa a piedi

Dopo anni di meritati successi musicali (giusto un paio di esempi: ha suonato con artisti internazionali come Ben Harper e Jack Savoretti e nel 2016 ha firmato la colonna sonora, insieme a Lorenzo Jovanotti, del film L’estate addosso di Gabriele Muccino) nel 2021 Jack approda alla carta stampata.

Torno a casa piedi racconta un’esperienza forte e totalizzante: il  cammino lungo la via Francigena, che Jack compie nella primavera del 2019, prima di pandemie, lockdown e distanziamento sociale, quando lui, come tanti altri artisti, si nutriva di concerti e live.

Ottocento chilometri da Pavia a Roma, suddivisi in circa trenta tappe e con quindici concerti lungo il percorso.

La copertina di Torno a casa a piedi (DeAgostini)

Jaselli ha quindi percorso una buona parte del tratto italiano della antica via che portava i pellegrini dal nord Europa fino al nostro paese, fino alla Città Eterna.  

Nessun cammino è uguale a un altro, nessuna esperienza è sovrapponibile a quella dei nostri compagni di viaggio, neanche nella medesima fatica: in Torno a casa a piedi Jack Jaselli ci parla del suo approccio laico e curioso alla Francigena, raccontando ogni tappa del viaggio con uno stile che scorre piacevole e veloce come lo slide sulla chitarra. Unendo ricordi della sua vita a riflessioni sul senso del cammino (e pensare che neanche amava camminare, da buon milanese…), Jack condivide anche i momenti vissuti con le persone incontrate nel lungo percorso che ha affrontato nonostante le difficoltà, prima fra tutte la pioggia quasi incessante nel maggio più piovoso degli ultimi vent’anni.

Ogni capitolo una tappa, ogni tappa un nuovo paese e le parole di una canzone come sottotitolo, una scintilla per accendere la curiosità del lettore e portarlo nel punto esatto da dove Jack ci scrive, regalandoci quanto conservato nel suo diario di bordo.

Un libro sul cammino che diventa metafora di ricerca interiore, un viaggio fra il silenzio della natura e il suono della piccola chitarra con cui Jack ha accompagnato i suoi concerti; nota di colore, si tratta di una minuscola chitarra  in formato “tascabile” affettuosamente soprannominata Il Garpez come la gamba di legno del film di Aldo, Giovanni e Giacomo.

Un libro da scoprire per scoprirsi alla fine un po’ tutti pellegrini in questa vita, tutti con la voglia di partire per un nuovo viaggio, ognuno alla ricerca delle proprie risposte e della colonna sonora perfetta.

Vi lascio con il video di una canzone di Jack di qualche anno fa, una delle mie preferite.

Enjoy.

Per maggiori informazioni su Jack Jaselli puoi visitare il sito web ufficiale e le sue pagine social:

https://jackjaselli.com/

https://www.instagram.com/jackjaselli/?hl=it

https://www.facebook.com/jackjaselliofficial

Trovi la registrazione del documentario “Torno a casa”, trasmesso a ottobre 2019 su Discovery+, a questo link:

https://www.discoveryplus.it/programmi/torno-a-casa

Puoi acquistare il libro anche su Amazon, per essere reindirizzato direttamente allo shop dal link affiliazione di Righediarte clicca QUI.

Paola Cavioni

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Righe su “Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong

Brevemente risplendiamo sulla terra, di Ocean Vuong (traduzione di Claudia Durastanti, La Nave di Teseo Editore, Milano)

“Ciao Ma’, ti scrivo per avvicinarmi a te, anche se ogni parola che butto giù è una parola in più che ci allontana. Scrivo per tornare indietro nel tempo, a quella piazzola di sosta in Virginia, dove in preda all’orrore ti sei messa a fissare quel cervo imbalsamato appeso […] accanto ai bagni, le sue corna che ti ombreggiavano il viso.”

“Dicono che ogni fiocco di neve sia diverso dall’altro, ma la tormenta ci ricopre tutti allo stesso modo. Un amico in Norvegia mi ha raccontato la storia di un pittore che è uscito durante una tempesta alla ricerca della giusta sfumatura di verde, e non è mai tornato.”

(Brevemente risplendiamo sulla terra)

Una breve recensione di sabato mattina.

Little Dog arriva in America nel 1990. Vive con la madre Rose e la nonna Lan, sopravvissute alla guerra del Vietnam. Sopravvissute fisicamente ma con l’anima distrutta dai fantasmi degli orrori passati, sia vissuti in prima persona che quelli di cui sono state spettatrici.

Little Dog sa di avere una vita diversa da quella dei suoi coetanei americani. Non parla come loro, non si veste come loro, non ha una madre come la loro, non ha una famiglia come la loro.

Come tutti gli adolescenti, è in cerca del suo posto nel mondo.

La ricerca della sua identità passa attraverso il rapporto con la madre, che soffre di un disturbo da stress post traumatico, la nonna che vive in un mondo tutto suo e i sentimenti che non può nascondere nei confronti di un coetaneo problematico.

Brevemente risplendiamo sulla terra è un romanzo di formazione che unisce uno stile poetico alla descrizione cruda e cruenta di un’adolescenza “diversa” da quella che ci si aspetta dal sogno americano. Un romanzo che fa riflettere sugli effetti che la guerra del Vietnam ha lasciato in coloro che sono sopravvissuti e che rappresenta una voce assolutamente fuori dal coro rispetto al panorama della narrativa statunitense contemporanea per la potenza della sua narrazione.

L’autore

Ocean Vuong nasce in Vietnam nel 1988 e, proprio come il protagonista del suo romanzo, si trasferisce negli Stati Uniti con la famiglia quando è solo un bambino. Dopo una raccolta di poesie (Cielo notturno con fiori d’uscita), Brevemente risplendiamo sulla terra è il suo romanzo d’esordio, in corso di traduzione in 21 lingue.

Paola Cavioni

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Righe su “Elisabetta e le altre” di Eva Grippa.

Elisabetta e le altre. Dieci donne per raccontare la vera regina, di Eva Grippa con prefazione di Enrico Franceschini (DeAgostini Editore, 2021).

Pochissimi giorni fa DeAgostini ha pubblicato un libro che racconta la Regina Elisabetta partendo dalle storie di dieci donne della sua vita. Non ne manca nessuna: ci sono madri, sorelle, figlie, nipoti e nuore.

Il 2021 per la monarchia inglese è un anno importante: si festeggiano i dieci anni di matrimonio di William e Kate, i novantacinque della regina, l’anno del consolidamento della Brexit e della Megxit. Lady Diana avrebbe compiuto sessant’anni. Se fosse stata ancora la Principessa Diana chissà quale festa sarebbe stata in tutto il Regno Unito.

A giugno il Principe Filippo avrebbe compiuto cento anni, se non fosse che il 9 aprile i riflettori si sono spenti sulla lunga vita del tenente Philip Mountbatten, Sua Altezza Reale il Duca di Edimburgo.

Che smacco per il Principe Carlo, proprio il 9 aprile: il giorno dell’anniversario di matrimonio di Carlo e Camilla. Giorno evidentemente infausto dato che nel 2005 la coppia, dopo oltre trent’anni di relazione più o meno clandestina, aveva dovuto posticipare le nozze di un giorno (fissate per l’8 aprile)perché Carlo doveva essere a Roma, presente ai funerali di papa Giovanni Paolo II.

Ma tornando al libro, chi sono queste donne, di cui grazie alle parole di Eva Grippa conosciamo vizi, virtù e soprannomi?

Il libro segue un ordine strettamente cronologico dall’infanzia di Elisabetta, Lilibet, prima ancora di essere l’erede al trono d’Inghilterra. Lei, appartenente ad un ramo cadetto della famiglia Windsor, non era destinata a diventare regina. Almeno fino a quando non è arrivata Wallis Simpson.

Nell’infanzia della regina c’è Marion Crawford, detta Crawfie. Marion è la tata delle giovanissime Elisabeth e Margaret, molto amata dalle due sorelle ma che subisce una vera damnatio memoriae alla fine del suo servizio a seguito della pubblicazione, nel 1950, del libro scandalistico The Little Princesses. Libro che la Regina Madre commenta con un flemmatico “È uscita di senno” riferendosi alla sua autrice ed ormai ex collaboratrice.

Elizabeth Bowes-Lyon, la Regina Madre, mummy, vero simbolo del secolo passato perché nasce nel 1900 e muore alla veneranda età di centodue anni, dopo aver seppellito un marito e una figlia. Dotata da Madre Natura di un viso che sembra sempre sorridente, rotondetta e rassicurante, tanto che la cognata Wallis Simpson (con la quale non correrà mai buon sangue) la chiama Cookie, biscotto. Con le figlie, in particolare con Elisabetta, ha un rapporto speciale. Oltre che con il gin.

Più controverso è invece il rapporto con Filippo.

“Era soprattutto l’ascendenza tedesca di Filippo a disturbarla: era nato principe di Grecia in una casa reale derivata da ceppi tedesco-danesi, che gli avevano dato il cognome di Schleswig-Holstein-Soderburg-Glücksburg, poi cambiato in Mountbatten come adattamento del cognome di sua madre, Battenberg. Un certo legame con il partito nazista delle sorelle di Filippo non farà che confermare l’antipatia. Mummy sapeva quanto la figlia fosse innamorata di lui, ma ciò non le ha impedito di combattere contro il genero una sottile guerra tra le mura delle residenze di corte.”

C’è sua Altezza Reale la Principessa Margaret, contessa di Snowdon, donna tanto bella ed elegante quanto sfortunata, in amore e non solo. Muore lo stesso anno di sua madre, anzi poco prima, e possiamo solo immaginare quanto sia stato difficile per la Regine Elisabetta perderle a così poca distanza l’una dall’altra. Leggendo la sua storia penso che l’appellativo di principessa triste sia più adatto a lei che a Diana Spencer.

È il turno poi di Wallis Simpson, That woman (quella donna). Pietra dello scandalo nella famiglia Windsor perché pluri divorziata e filo nazista, donna assolutamente indipendente e pronta a tutto pur di difendere il suo amore, tanto osteggiato e non creduto, per Edoardo VIII, in questo forse spirito guida della bella Meghan Markle.

La principessa reale Anna, unica figlia femmina di Elisabetta, che con la madre condivide l’amore per i cani,  la vita all’aria aperta e l’impegno nella vita pubblica. È anche l’unico membro della famiglia reale che abbia mai partecipato ai Giochi olimpici. Una donna, tanto per dire.

Lady Diana Spencer, sulla quale ormai si è detto e scritto qualunque cosa, fino a farla diventare quasi una figura al limite del mitologico, cui per contrasto viene associata la scandalosa, e forse un po’ sgraziata, Sarah Ferguson, che solo di recente ha riconquistato la simpatia e la stima della Regina Elisabetta.

Chiudono il libro la sempre presente Camilla Parker Bowles, la Queen to be Kate Middleton e l’ultima arrivata (per modo di dire) Meghan Markle, che non ha saputo adeguarsi alla vita di corte. Henry forse non conosce il significato del proverbio “mogli e buoi dei paesi tuoi”, ma credo che ora, lontano dai flash dei paparazzi che tanto sono costati nella vita della sua famiglia, sia un uomo più felice e realizzato.

La vita della Regina Elisabetta e di chi ha fatto e fa parte, a vario titolo, della famiglia reale, è cosparsa di scandali, tradimenti, divorzi, grandi amori e figli illegittimi. Ma lei ha saputo sempre tenere fede al suo motto: never complain never explain, mai lamentarsi e mai dare spiegazioni.

Eva Grippa ci accompagna in un viaggio piacevole, fatto di storia, di etichetta ma anche di gesti spontanei, di ripicche e aneddoti assolutamente inediti. Un libro fondamentale per capire la personalità della regina come donna e come leader di una potenza quale è quella inglese e dell’intero Commonwealth.

Leggere Elisabetta e le altre in questi giorni porta con sé inevitabilmente un velo di tristezza, al pensiero che, fra tante donne, ora Elisabetta II, la regina dei record, abbia perso il suo uomo, il suo grande amore, il suo Cabbage (cavolo), come affettuosamente lo chiamava.

Ma così è la vita, anche i ricchi (e i nobili) piangono.

Paola Cavioni

Eva Grippa è giornalista di Repubblica dal 2004 e royal watcher per passione e professione.

Il libro Elisabetta e le altre è acquistabile anche su Amazon. Clicca QUI per andare direttamente allo shop dal link affiliazione di Righediarte.

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Righe su La moglie di Ponzio Pilato di Massimo Trifirò (NeptUranus editore)

La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.

Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Via della Croce, Fabrizio de Andrè (La buona novella)

Quale occasione migliore degli auguri di Pasqua per parlarvi del libro La moglie di Ponzio Pilato. Tradire se stessi per la verità di Massimo Trifirò, edito da NeptUranus nella collana Il nome della prosa.

Ringrazio la casa editrice per avermi inviato copia dell’opera; un libro particolare e unico nel suo genere, a metà fra il saggio storico e il racconto breve, che offre un punto di vista differente sulla vicenda storica di Gesù di Nazareth, partendo proprio dal racconto de sogno di Claudia Procula, per poi spostarsi sulla ricostruzione prettamente storica delle vicende che portano alla morte di Gesù Cristo.

La romana Claudia Valeria Procula, moglie del governatore Ponzio Pilato, nei Vangeli canonici è nominata una sola volta dall’evangelista Matteo, in poco più di una riga.

Gesù, dopo essere stato giudicato dal sommo sacerdote Caifa, si trova davanti a Ponzio Pilato, l’uomo che ha il potere e l’autorità per confermare la sua condanna alla crocifissione oppure liberarlo.

In occasione della festa, il governatore era solito rilasciare al popolo un detenuto a loro scelta. In quel tempo c’era un prigioniero distinto, di nome Barabba.

Mentre essi erano radunati, Pilato domandò: “Chi volete che vi rilasci, Barabba o Gesù, quello che è chiamato Cristo?”.

Sapeva, infatti, che per odio l’avevano consegnato.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie mandò a dirgli: “Nulla vi sia fra te e questo giusto, poiché oggi ho molto sofferto in sogno a causa sua”.

Dal Vangelo secondo Matteo 27, 15-19

Mentre alcuni dei suoi discepoli lo tradiscono, lo rinnegano e cercano di salvarsi per non fare la fine del loro maestro, una donna romana, una first lady come la chiameremmo oggi, si schiera dalla parte di Gesù.

Mentre la folla inneggia la liberazione di Barabba, Claudia chiede che si risparmi la vita a un uomo giusto.

Con un atto di coraggio, che dice molto del rapporto che poteva esserci con il marito, chiede la liberazione di Cristo quasi come un favore personale, perché turbata da un sogno di cui possiamo solo ipotizzare il contenuto.

Un sogno che avrebbe potuto cambiare la Storia dell’umanità se solo Pilato l’avesse ascoltata.

E chissà quali scenari si sarebbero aperti se in una remota provincia romana, oltre duemila anni fa, Gesù Cristo non fosse morto da martire e gli evangelisti non avessero raccontato la sua storia.

Forse sarebbe rimasto solo uno dei tanti profeti? Chi può dirlo.

Claudia Valeria Procula, donna romana e di nobili origini, va contro la cultura dalla quale proviene perché sente che quella è la cosa giusta da fare.

Sembra addirittura che appartenesse alla dinastia Giulio-Claudia perché figlia di Giulia Maggiore (e quindi nipote di Giulio Cesare) ma nata al di fuori del matrimonio con l’imperatore Tiberio, che era il terzo marito di Giulia. Insomma, ce n’è per una soap opera solo per ricostruire il suo albero genealogico, era inevitabile che la sua figura diventasse mitica.

Nonostante l’esiguo spazio dedicatole nei Vangeli, Procula è venerata nella Chiesa Ortodossa e la sua figura storica è ampiamente documentata nell’arte figurativa e anche nel cinema (se volete approfondire vi consiglio di guardare La tunica e The Passion, in cui Claudia Procula ha il volto di Claudia Gerini). Segno quindi che non è riuscita a salvare Gesù, ma è diventata lei stessa immortale.

Vi consiglio di approcciarvi al libro di Massimo Trifirò, che racconta molto di più di quanto ho brevemente riassunto in questo post, con la voglia e la curiosità di esplorare la vicenda umana di Gesù Cristo, oltre che la valenza storica e religiosa. Un libro che regala molti spunti di riflessione e spazio per approfondimento personale, se si è curiosi di conoscere quello che volente o nolente è parte del retaggio culturale occidentale.

Ora concludo con gli auguri di una serena Pasqua, vi lascio al vostro pranzo di festa (nel rispetto di tutte le norme per il contenimento della pandemia) e vi auguro di passare comunque una bella giornata in serenità, in compagnia delle persone che amate.

Buona Pasqua

Paola Cavioni

La casa editrice

NeptUranus è una piccola casa editrice che propone un numero limitato di titoli scelti con cura, suddivisi in tre collane dai nomi assolutamente geniali: Fuorismi, Increspature e Il nome della Prosa.

Il motto di NeptUranus è “Meglio essere dilettanti che lavorano in maniera professionale, piuttosto che essere professionisti che operano in modo dilettantesco.”

www.nepturanus.com

info@nepturanus.com

L’autore

Massimo Trifirò nasce a Lecco, città della quale è Cittadino Benemerito.

Ha una laurea in Scienze Politiche con specializzazione in Storia.

È autore di numerosi saggi  e racconti (La lama nel buio, Il dono della lentezza, Racconti tra Lecco e Oggiono).

Con NeptUranus ha pubblicato anche La necessità del bene, Vide e credette, La buona notizia.

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Righe su “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Non lasciarmi (Never let me go, Einaudi 2005, traduzione di Paola Novarese)

“Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre […] Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell’insieme, lo sono io. I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto.”

Per parlare di Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (nato in Giappone nel 1954 ma cresciuto in Inghilterra) è obbligatoria una premessa: bisogna per forza dare qualche anticipazione sulla trama e sui protagonisti del romanzo, senza ovviamente svelarne il finale (penso che non me lo perdonereste mai).

Partiamo dalla definizione: Non lasciarmi è un romanzo ucronico (che parolone per un venerdì pomeriggio).

Cosa vuol dire questo termine dal suono così duro?

Il romanzo ucronico (letteralmente “di nessun tempo”) è un genere di narrativa, a metà fra il romanzo fantastico, lo storico e per certi versi il fantasy, che parte dalla premessa che la storia del mondo abbia avuto un corso differente rispetto alla realtà (per gli amanti del cinema, Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino è un esempio dello stesso genere di narrazione).

Non lasciarmi inizia in Inghilterra alla fine degli anni ‘90, ma poi è tutto un lungo flashback.

Il mondo è quello che conosciamo, tranne per i protagonisti della storia.

Kathy (la voce narrante), Tommy e Ruth vivono insieme ad altri ragazzi ad Hailsham, un collegio immerso nella campagna inglese. I ragazzi che vivono e studiano in questo collegio che sembra una comune non hanno cognome (solo una lettera puntata, Kathy H.), non hanno fratelli o sorelle, non hanno genitori o famiglia, ma non sono neanche orfani, e non possono avere figli.

Ad Hailsham i ragazzi studiano l’arte e la letteratura con i loro insegnanti ma scoprono anche ogni giorno cosa significano sentimenti come amicizia e amore vivendo sempre in compagnia di coetanei, e si interrogano sul loro futuro fuori dal collegio.

La responsabile della struttura è una donna che tutti conoscono come Madame, che regolarmente selezione e porta via con sé le opere d’arte migliori prodotte dagli ospiti della scuola.

Ma cosa rende così particolari Kathy, insieme agli altri ragazzi, e soprattutto il loro istituto?

Ed è qui che bisogna anticipare il tema fondamentale del libro per poterne parlare.

Gli ospiti del collegio non sono ragazzi normali perché, più o meno a metà del libro, scopriamo che sono dei cloni umani creati appositamente per diventare, un giorno, donatori di organi.

Esseri viventi, con dei sentimenti, destinati ad essere fatti “a pezzi” per salvare altre vite.

Nel loro futuro non ci può essere un lavoro, una famiglia, dei viaggi, perché il loro destino è stato scritto nel momento stesso della loro creazione. Ma forse una speranza c’è, e ha molto a che fare con l’amore… Ma mi fermo qua per non togliere l’effetto sorpresa.

Dal punto di vista narrativo, il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono grosso modo al racconto di infanzia, adolescenza e età adulta.

Non lasciarmi è scritto con lo stile inconfondibile e già maturo di Ishiguro, sul quale non è necessario spendere parole dato che parla per lui la sua vittoria al Nobel per la Letteratura nel 2017.

La grande forza del romanzo risiede nella domanda drammaturgica che fa nascere la storia: è giusto creare una vita e sacrificarla per salvarne un’altra?

Fino a che punto la scienza si può muovere, entrando in modo preponderante nel campo dell’etica e della morale?

Le domande ovviamente rimangono senza risposta, ognuno trovi la propria.

Quello che posso dire è che personalmente rilevo altre due critiche alla società moderna occidentale.

La prima è il fatto che i ragazzi di Hailsham studino materie artistiche. Forse perché queste sono considerate dalla società come inutili e superficiali? È più sacrificabile un futuro Pablo Picasso oppure un futuro Stephen Hawking? L’arte costringe lo spirito ad una evoluzione, ma forse non è quello che la società occidentale materialista vuole.

Il secondo tema, preponderante, è legato al fatto che ognuno di noi, quando nasce, abbia già un destino che è in gran parte segnato. Segnato dalla propria condizione famigliare, dal proprio paese, dal proprio stato di. Non sono molti quelli che riescono a sottrarsi a questo destino, che nella società in cui viviamo consiste per molti nel prendere un titolo di studio, trovare un lavoro, comprare una casa, fare figli e lavorare fino alla pensione o fino alla morte. Che comunque alla fine arriva per tutti, indipendentemente dalla nostra felicità in questo mondo.

È quindi un libro che, in ultima analisi, ci parla di amore, ma anche di cosa vuol dire veramente felicità e libertà.

Nel 2010 dal romanzo di Ishiguro è stato tratto un film omonimo diretto da Mark Romanek e ha, tra i protagonisti, anche Keira Knightley nel ruolo di Ruth. Carey Mulligan presta il volto a Kathy.

La pellicola si aggiudica il British Independent Film Award nello stesso anno della sua uscita.

Paola Cavioni

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Puoi leggere la mia recensione di Quel che resta del giorno, il più famoso dei romanzi di Kazuo Ishiguro, al seguente link: https://righediarte.com/tag/ishiguro/

Righe su “La strada di casa” di Kent Haruf

“I come from down in the valley
Where, mister, when you’re young
They bring you up to do like your daddy done”

(Vengo dal fondo della valle dove, signore, quando sei giovane ti fanno crescere per fare il lavoro di tuo padre)

The River, Bruce Springsteen

La strada di casa, Kent Haruf (NNEDITORE)

“Alla fine Jack Burdette tornò a Holt. Nessuno di noi se l’aspettava più. Erano otto anni che se n’era andato e per tutto quel tempo nessuno aveva saputo niente di lui. Persino la polizia aveva smesso di cercarlo. Avevano ricostruito i suoi movimenti fino in California, ma dopo il suo arrivo a Los Angeles se l’erano perso e a un certo punto avevano rinunciato. Quindi nell’autunno del 1985, per quanto se e sapeva, Burdette era ancora là. Era ancora in California, e noi ci eravamo quasi dimenticati di lui.”

È su quest’ultimo quasi che si regge tutta la trama di La strada di casa di Kent Haruf (1943-2014), romanzo del 1990 uscito prima della più nota Trilogia della pianura (Benedizione, Canto della pianura, Crepuscolo).

Il titolo inglese originale è in realtà molto più significativo, ai fini della comprensione della storia, di quello italiano: Where You Once Belonged, il posto a cui un tempo appartenevi.

Una sfumatura semantica e una carica emozionale diversa rispetto a La strada di casa, che comunque è un buon titolo.

La storia è sì quella di una partenza e di un ritorno a casa: è la storia di Jack Burdette, raccontata dell’amico Pat Arbuckle, che si svolge in un arco temporale che va dagli anni ’60 al 1985. Dalla nascita al momento della sua scomparsa di Jack da Holt, proprio nel momento in cui sta per diventare padre per la terza volta, e fino al suo ritorno inaspettato che porta non poco scompiglio nelle vite delle persone che lo hanno conosciuto.

Holt è la cittadina, inventata, dell’America rurale che fa da sfondo a tutti i romanzi di Haruf, con i suoi personaggi dalle anime graffiate, dove nessuno è destinato alla redenzione e tutti devono sottostare alla teoria del caos e all’effetto farfalla.

“Boulder [Università ndr] era uno stagno ben più profondo di quanto non si aspettassero quei due ragazzi della contea di Holt.”

Nel film Big Fish di Tim Burton c’è una bella frase che pronuncia il protagonista Ewan McGregor: “tenuto in un piccolo vaso, il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica, o quadruplica la sua grandezza”.

Ne La strada di casa Haruf ci dice esattamente l’opposto. Ci dice che quello che in una realtà piccola può sembrare un pesce grosso, tolto dal suo contesto e messo nella vasca dei pesci grandi, si rivela in realtà solo un piccolo pesce rosso, che per sopravvivere deve comportarsi come un predatore.

Il come sarà proprio Pat a spiegarcelo nel corso della narrazione.

La strada di casa emoziona, fa arrabbiare, fa piangere, fa riflettere su cosa vuol dire amare, sul senso di giustizia e soprattutto di ingiustizia di chi non riesce a fare pace con le proprie radici.

Un romanzo che tocca dei punti altissimi di capacità di scrittura, di resa delle immagini, con descrizioni sintetiche e precise come tocchi in punta di fioretto.

Un romanzo per chi ama la buona scrittura e le buone storie, che lascia nelle orecchie il suono metallico e malinconico dell’armonica di Bruce Springsteen e la sensazione destabilizzante, da pugno in faccia, dei libri di Raymond Carver.  

E l’immensa capacità di Haruf di fare assurgere gli altari della Grande Letteratura e a rendere immortale il solo apparente ordinario della vita nella provincia americana.

Paola Cavioni

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Righe su “La donna degli alberi”di Lorenzo Marone

“I bilanci non sono per la nostra ultima parte di vita, stanno invece nel mezzo, sono per chi ha ancora tempo da tessere, mia nonna non si perdeva dietro ai bilanci, aveva da tirare avanti con dignità.”

Lorenzo Marone

Oggi torno a parlare di Lorenzo Marone, autore napoletano che apprezzo e stimo molto e che ho avuto anche la fortuna – dico fortuna perché è scrittore di successo ma assolutamente affabile e soprattutto profondo – di conoscere di persona nel 2018 in occasione dell’uscita del suo romanzo Un ragazzo normale (incentrato sulla storia del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985).

A ottobre del 2020 Marone esce con La donna degli alberi (Feltrinelli editore), romanzo molto differente rispetto ai suoi precedenti.

La copertina è evocativa: una donna ci cammina distrattamente davanti agli occhi, scalza e alta come gli alberi, una moderna Gulliver dei monti. Questa donna non ha volto, come nel romanzo la protagonista, che parla in prima persona, non ha un nome.

Nessuno ha un nome nella storia, i personaggi che portano avanti la narrazione sono identificati dalla loro caratteristica principale: lo Straniero, la Guaritrice, la Rossa, il Cane.

Personaggi che richiamano agli archetipi della psicologia e che guidano il lettore in un processo di profonda identificazione.

La donna degli alberi è la storia di una donna in fuga dalla città e da una vita nella quale non si riconosce più, da un passato forse doloroso che ci viene presentato in frammenti di ricordi e lunghe riflessioni, e da un complesso rapporto con i genitori, in particolare con il padre, tema ricorrente nell’opera di Marone.

È una storia di fuga e ritorno, di ricerca e di elevazione dello spirito umano che esplora e scopre se stesso nel contatto con la natura, con la montagna che è sfondo e ambientazione della vicenda, che non ha però una precisa collocazione temporale e spaziale.

La montagna, che può essere una madre amorevole ma anche una Medea inconsapevole che uccide i suoi figli.

La montagna è anche una madre esigente, che costringe l’uomo a fare i conti con l’infinitamente grande e con l’infinitamente piccolo: la maestosità degli alberi secolari, l’altezza delle vette che sfiorano il cielo e conoscono il mistero dell’esistenza di dio, che ricordano con forza quanto sia fragile la vita.

La donna degli alberi è un libro che profuma di resina e legno che brucia nel camino, che fa sentire nelle mani la fatica del freddo che spacca la pelle alla fine di una giornata di lavoro.  

Un libro che commuove, che insegna, come solo la montagna sa fare, carico di riflessioni sul senso di chi siamo, con il tempo che è assolutamente il protagonista indiscusso. Il tempo che scandisce le vite, unico reale comune denominatore di ogni esistenza.

Chiudo questa recensione con la descrizione che si trova in terza di copertina e che riassume pienamente lo spirito che accompagna tutta la narrazione: “un romanzo lirico e poetico sulla forza d’animo che, a volte senza saperlo, custodiamo dentro di noi. Un invito a coltivare la bellezza del minuscolo e dell’essenziale, a preoccuparsi anche per ciò che verrà e che è altro da noi.”

Puoi acquistare il romanzo su Amazon, al link affiliazione di Righediarte cliccando QUI.

Trovi le mie recensioni ad altri due romanzi di Lorenzo Marone, Un ragazzo normale e Magari domani resto, a questo link:

https://righediarte.com/tag/lorenzo-marone/

L’autore

Lorenzo Marone è nato a Napoli nel 1974.

Esordisce nel 2015 con il romanzo La tentazione di essere felici (Longanesi). Con Longanesi pubblica anche La tristezza ha il sonno leggero, premio Como 2016 da cui è stato tratto il film omonimo.

Con Feltrinelli pubblica Magari domani resto (Premio Bancarella 2017), Un ragazzo normale (Premio Giancarlo Siani 2018), Tutto sarà perfetto (2019) e i saggi Cara Napoli (2018), Inventario di un cuore in allarme (2020).

Il sito web dell’autore è  www.lorenzomarone.net

Per acquistare i romanzi su Amazon clicca sul titolo del libro.

Paola Cavioni

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Lune-dì Scrittura, pillole di storytelling. Il grande libro della scrittura di Marco Franzoso

“La scrittura non è mai stata un lavoro oneroso per me ma qualcosa che essenzialmente mi dava piacere (soprattutto se accompagnato dall’ascolto di tanta buona musica piacevole e qualche sorso di prosecco altrettanto gradevole). Scrivo sempre ascoltando tanta musica che influisce abbastanza sul taglio e sul tono e sul ritmo della mia scrittura che vorrebbe assomigliarli il più possibile.”

Alberto Arbasino, 2004

Caro lettore di Righediarte, inauguro oggi una nuova rubrica del lunedì dedicata all’arte della scrittura con Lune-dì Scrittura, sperando di poter essere utile a chiunque senta di avere una storia da raccontare ma non sa da quale parte iniziare.

Lo storytelling è un argomento che mi appassiona tantissimo sia come lettrice che come bookblogger, perché conoscere e comprendere le tecniche e le macrostrutture che sono alla base di ogni produzione letteraria (ma anche cinematografica) fornisce gli strumenti per apprezzare il reale valore di un’opera.

Ogni lunedì darò una “pillola” di storytelling partendo da un testo specifico.

Il mondo dei manuali di scrittura è davvero infinito, quello che voglio fare è provare ad indicare un possibile percorso di lettura che passi attraverso la manualistica classica (per chi già più esperto, Il viaggio dell’eroe di Vogler per esempio, pietra miliare per chiunque si approcci alla scrittura e di cui parlerò nei prossimi post della rubrica) ma anche, come nel caso di oggi, testi più recenti e, a mio avviso, molto completi, precisi e di facile lettura.

Inizio con Il grande libro della scrittura. Manuale pratico, avventuroso, e filosofico per scrivere qualsiasi storia, edizione il Saggiatore (2020), di Marco Franzoso perché davvero rappresenta un perfetto lavoro di sintesi, rielaborazione e innovazione rispetto al tema della costruzione di una storia e di un romanzo.

Dalle prime pagine di questo bellissimo testo prendo il primo consiglio di scrittura che trovo molto utile per chi aspiri a diventare un autore.

La prima pillola è la Regola delle 25 parole.

Per quanto possa suonare insolito un buon romanzo si può riassumere tranquillamente in 25 parole, non di più.

Per esempio “la giornata di un uomo normale è rivivere nel quotidiano le tappe di un’Odissea contemporanea.”

Lo hai riconosciuto? È l’Ulisse di James Joyce!

Qualsiasi storia tu abbia in mente, dopo averne scritto una breve sinossi (parleremo anche di questo più avanti) prima ancora di pensare all’intreccio, al carattere dei singoli personaggi o alle scene, prova a riassumere la trama rimanendo entro le 25 parole.

Se ci riesci, significa che la storia sta in piedi! Altrimenti non hai bene in mente il punto di partenza e quello di arrivo della tua narrazione.

Prova e riprova fino a quando la frase fila senza intoppi, quando sarai soddisfatto puoi iniziare a scrivere tutto il resto. Facile no? Diciamo che è più facile a dirsi che a farsi, ma è solo iniziando a scrivere che capirai quello che sto dicendo.

Il grande libro della scrittura è un manuale completo, che tratta del processo di scrittura dalla fase iniziale di individuazione dell’idea che fa da traino alla storia, fino all’editing del romanzo e alla vita dello scrittore, in bilico fra il sacro fuoco e le frustrazioni del quotidiano.

Un libro che pulsa di vita e di amore per la scrittura, non semplice elencazione di tecniche e autori, con moltissimi esempi presi dalla grande narrativa mondiale.

Un testo essenziale per chi voglia iniziare a esplorare il mondo della scrittura, ma anche per l’autore esperto che sente di dovere approfondire e affinare la propria tecnica.

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Paola Cavioni

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Righe su “La seconda legge di Mendel” di Barbara Boggio

“Cos’è l’immensità, un vuoto che non ha
Niente di simile al profondo dei tuoi occhi
Che dopo la realtà è un’ombra tiepida
Mentre dal fondo il cuore sembra che mi scoppi”

Edera, Max Gazzè

La seconda legge di Mendel (Divergenze edizioni, 2020, euro 14)

La seconda legge di Mendel di Barbara Boggio è uscito lunedì 14 dicembre in edizione curata da Divergenze.

Un romanzo breve e delicato; una carezza che però si lega all’anima come un’edera su un balcone.

Il titolo richiama, almeno per me che nelle materie scientifiche  al liceo non ero quella che si definisce una cima, all’ansia delle interrogazioni di scienze (“oh ma tu te la ricordi la seconda legge di Mendel???”).

Le leggi di Mendel sull’ereditarietà parlano della trasmissione dei caratteri da una generazione all’altra.

Ed è questo il nodo fondamentale da cui nasce la storia del protagonista nel momento in cui lo conosce il lettore. L’adolescente Jordan, un nome che ricorda quello del famoso giocatore di basket, che ha una famiglia allargata ma incompleta allo stesso tempo, con il padre alcolizzato e in carcere e un presente in salita.

Insieme a Jordan ci avventuriamo in un’indagine alla ricerca della sua identità, della comprensione di ciò che di genetico c’è nel suo carattere, dei pensieri sul tipo di persona che potrà diventare da adulto. Perché questo adolescente pieno di insicurezze ha però una certezza: non vuole somigliare a suo padre.

“Mi chiamo Jordan e ho sedici anni. Devo il mio nome alla creatività dei miei genitori. Giorgio e Daniela. Per il loro primogenito e per celebrare un grande amore hanno unito i loro due nomi in uno, sommando, togliendo, aggiustando.”

Jordan non è però l’unico protagonista, perché in questo breve romanzo corale, narrato in prima persona (e non poteva essere altrimenti) ci sono anche le voci di Daniela, Anna, Cristian e quella di Giorgio, il padre di Jordan, che rimane in secondo piano.

Daniela è la mamma di Jordan e della piccola Anna. Una donna diventata madre forse troppo presto, che ha dovuto affrontare le conseguenze della separazione dal padre di Jordan e le difficoltà e le incertezze di crescere da sola un bambino.

Almeno fino a quando non arriva Cristian, che nella vita fa l’educatore. Anzi sarebbe più corretto dire che è un educatore, perché un lavoro simile per farlo bene devi proprio sentirtelo cucito addosso.

“Era una mia zona sacra; m’ero ripromesso di smettere col sociale il giorno in cui non avessi più sentito il fremito dell’indignazione, il desiderio di ribaltare le ingiustizie, o almeno di provarci.”

Con Cristian, Daniela recupera un po’ di quella serenità e fiducia nel mondo che le consente di diventare ancora madre. Così arriva la Anna a fare compagnia a Jordan.

Anna, il nome palindromo e un amore immenso, non sempre corrisposto, per il fratello maggiore.

La seconda legge di Mendel è un libro sulla ricerca della propria identità, sulle domande che inevitabilmente tutti si pongono nel corso della vita. Perché non possiamo scegliere i nostri genitori. Non possiamo scegliere in quale parte del mondo nascere. Non decidiamo il colore della nostra pelle o la nostra statura, non decidiamo di quali malattie genetiche, o congenite, potremo soffrire.

La seconda legge di Mendel è una storia sussurrata eppure potente come il fischio di un megafono. È il grido di aiuto che si leva da tanti adolescenti, da quei ragazzi che fanno a pugni con la loro identità, per mille motivi diversi.

Jordan, metaforicamente, li rappresenta tutti. È il ragazzo ribelle perché il padre è in carcere, ma è anche il giovane extracomunitario che non si sente accettato dai compagni di classe, è l’adolescente dislessico che è stato bocciato e non vuole riprendere gli studi, è il ragazzino sofferente perché tutti lo chiamano checca.

E poi è un libro che parla ai genitori, e ci parla dei nostri figli.

Perché i figli hanno il potere di riportarti con i piedi per terra, di fare i conti con la tua vera essenza. Se fuori dalle mura domestiche sei un’insegnante, o un manager, o un medico, in casa quando torni alla sera e lasci fuori il mondo, sei solo mamma o papà.

“Specie quando il freddo è fuori e dentro, quando i sorrisi sono appena accennati e le parole da consegnare agli altri sono macigni.”

Ma La seconda legge di Mendel è soprattutto un libro che parla di speranza, di cambiamento, della volontà instancabile di cercare di costruire un futuro migliore, anche a dispetto delle proprie radici, se queste ci costringono a terra e impediscono di spiccare il volo.

Perché, per fortuna, ogni tanto la mela può anche cadere lontano dall’albero.

Barbara Boggio

nasce a Varese nel 1974. Educatrice e pedagogista, ha trascorso gli ultimi vent’anni a seguire bambini, ragazzi e famiglie in situazioni di fragilità. Crede nell’ascolto e nella cura, i più potenti strumenti educativi. Autrice del blog e del libro Per tentativi ed errori, ha tre figli, due lavori e un paio di gatti.

https://pertentativiederrori.com/

Divergenze Edizioni

di Belgioioso (Pavia) è una realtà senza scopo di lucro che nasce per sostenere la promozione e la conservazione dei Sapere attraverso una selezione severa rivolta ad offrire solo testi di qualità, sia l’attività di Onlus e progetti sociali, devolvendo ad esso i proventi.

Trovate tutte le informazioni sui loro progetti nel sito web https://divergenze.eu/

Paola Cavioni

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Oggi faccio azzurro di Daria Bignardi

Oggi faccio azzurro, in edizione ebook su Kindle (Mondadori)

Questo tempo che immobilizza tutti e ci costringe a rimanere forzatamente in casa può avere anche dei risvolti positivi in tante piccole cose, se siamo in grado di apprezzarle. Nel mio caso, da amante dei libri, è avere più tempo per leggere, e scrivere, e la possibilità di assistere alle presentazioni online dei libri, cosa che sicuramente non avrei potuto fare con questa frequenza in un “tempo normale”, presa fra lavoro, famiglia, varie ed eventuali.

Infatti ieri sera ho potuto assistere alla presentazione di Oggi faccio azzurro, ultimo romanzo di Daria Bignardi edito da Mondadori (disponibile anche in edizione ebook), in una piacevole intervista condotta dalla libraia Laura Fedigatti sulla pagina Facebook del gruppo Book Advisor.

È bastato assistere all’evento per farmi venire voglia di prendere il libro e così, complice il Kindle e una notte insonne, eccomi qua a parlare di questo romanzo, dopo averlo iniziato e finito in poche ore.

La storia è presto detta: tre anime ammaccate, alla ricerca di un modo per elaborare i vuoti delle loro vite, in primis la protagonista Galla, si conoscono nello studio della loro terapista e cercano, insieme, di uscire da un momento di stallo della loro vita, che li costringe di fatto ad una non-esistenza.

Ma da una trama così apparentemente semplice, cosa rimane alla fine della lettura di Oggi faccio azzurro?

Le Voci

“Le cinque del mattino sono un buon compromesso: silenzio, buio, ma anche il portinaio già alzato per portare i bidoni della spazzatura in strada si occuperà di smaltire anche il mio corpo, in tempo per risparmiarne la vista ai bambini che escono per andare a scuola.”

È la voce di Galla che ci accoglie nella prima parte del romanzo, e non riesco a non rimanere colpita da due particolari che incontro appena inizio a immergermi nella storia.

Le cinque del mattino e il 13 agosto.

Le cinque del mattino sono il mio orario preferito per scrivere. Amo l’alba, la sveglia presto, proprio alle cinque per godere del silenzio della mattina (ovunque io sia, anche in vacanza) in quello spazio che appartiene ai pochi mentre i più ancora dormono. Un’ora in cui sento forte la vita che scorre, sia quando esco a camminare in estate che quando posso scrivere con una tazza di caffè e una coperta sulle gambe in inverno. Un’ora piena di vita, mentre per Galla le cinque del mattino sono l’orario ideale per suicidarsi. Curioso come si possano avere punto di vista diversi su una cosa così banale come un numero sull’orologio.

E poi il 13 agosto, la data in cui per la prima volta Galla sente la voce “dall’iperuranio” di Gabriele, la pittrice tedesca Gabriele Münter. Il 13 agosto è il giorno del mio compleanno.

La storia è un flusso di pensieri, anzi di più pensieri. Più voci che si uniscono in un coro armonico. Perché se di fatto la narrazione è in prima persona, le voci narranti sono tre: Galla, Bianca e Nicola. Persone diverse che hanno in comune lo studio della terapista Anna Del Fante. Tre vite diverse per tre registri stilistici diversi.

Vite unite dal filo conduttore delle parole della psicologa, una voce che cerca di dirigere i protagonisti come farebbe un direttore d’orchestra.

E poi, come anticipato, c’è la voce sincera, rabbiosa e tagliente di Gabriele, che a suo modo cerca pure lei di fare terapia a Galla, e forse l’aiuta più di quanto lei voglia ammettere, oltre a metterla faccia a faccia con l’elaborazione del dolore e della rabbia per la fine del suo matrimonio.

“Anna Del Fante ha la mia età, ma si veste da anziana. Col pensiero le ho cambiato stile come quando lavoravo per le riviste di moda: starebbe bene con un taglio corto di Pier Moroni con collo scoperto e ciuffo mosso, via quegli occhialetti rossi da farmacia, via quei camicioni da mercato, camicie di Equipment, pantaloni di Biani, mocassini. È alta, di giorno può fare a meno dei tacchi, anche se è un po’ larga di fianchi.”

Autoritratto di Gabriele Münter

I colori

Galla diventa Gialla nel soprannome di quando era bambina. Giallo, il colore della sua pelle da malata di talassemia.

C’è l’azzurro del cielo e dei mosaici del mausoleo di Galla Placidia, l’imperatrice romana di cui la protagonista porta il nome. E il colore del Cavaliere di Kandinskij, compagno di vita e di arte di Gabriele.

Forse non è un caso che l’azzurro in psicologia sia associato all’espressione artistica e alla creatività.

C’è il nero del momento di depressione che, i modo differente l’uno dall’altro, stanno affrontando i protagonisti del romanzo. 

C’è il rosso degli amori che sì sono finiti, come ogni cosa che sulla terra abbia vita, ma che almeno ci sono stati.

Prima e Dopo

Bianca, prima di conoscere di persona Galla e Nicola, li chiama semplicemente “Prima e Dopo”, nell’ordine in cui li vede entrare dallo psicologo.

Prima e dopo.

Questa è la sensazione che si prova a leggere questo libro, scritto e ambientato nel 2019, quindi appena prima  della pandemia che ha sconvolto gli equilibri del mondo.

Prima e dopo.

La sensazione che ognuno prova, nel rispecchiarsi nelle vite degli altri, quando ci si trova davanti a uno spartiacque che cambia la vita in modo inatteso e imprevedibile.

Il raggiungimento della maggiore età. Un matrimonio o cambiare casa dopo un divorzio. Il momento in cui rimani orfano o perdi un bambino. La morte del tuo idolo dell’adolescenza.

La Rabbia e l’Amore

Due sentimenti che spesso vanno a braccetto come due facce della stessa medaglia.  

C’è l’amore finito fra Galla per l’ex marito Doug, che dopo vent’anni insieme la lascia nel momento in cui lei avrebbe più bisogno di essere amata e protetta, proprio come quello di Gabriele e Vasilij.

C’è la rabbia della “voce” di Gabriele che dopo cento anni ancora non ha perdonato Kandinskij per averla lasciata quasi come in un film, quando il marito dice alla moglie “Vado a comprare le sigarette e torno subito”. Kandinskij le sigarette va a comprarle in Russia, lasciando Gabriele e la Germania, per mettersi poco tempo dopo con una donna che ha la metà dei suoi anni. Kandinskij passa alla storia per il suo genio creativo e per le sue opere di riflessione sull’arte.

Gabriele suo malgrado passa alla storia come “l’amante di”. Destino purtroppo molto comune condiviso da donne forti, compagne di uomini altrettanto forti e geniali.

Concludo come mio solito indicando a chi è adatta questa lettura, secondo me.

Per la prima volta mi sento di consigliare questo libro in particolare a donne che hanno bisogno di riconnettersi con la loro autostima, con le loro unicità, con la loro forza ma anche con le fragilità mai ammesse in una società che sempre più stigmatizza chi ammette la propria debolezza.

Una frase su tutte mi rimane della presentazione di ieri sera, ed è con quella che voglio chiudere queste righe dedicate a Oggi faccio azzurro: per chi ama leggere ogni libro è un amico.

E io sento di avere trovato amici sinceri in ognuna delle voci di questo romanzo toccante.

Daria Bignardi

Nata a Ferrara nel 1961, giornalista, intellettuale e volto noto della televisione italiana, dal 2009 ha pubblicato con Mondadori Non vi lascerò orfani, vincitore fra le altre cose del premio Elsa Morante, Un karma pesante (2010), L’acustica perfetta (2011), L’amore che ti meriti (2014), Santa degli impossibili (2015), Storia della mia ansia (2018).

Vive e lavora a Milano, i suoi romanzi sono tradotti in diverse lingue.

Paola Cavioni

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