Lune-dì Scrittura, pillole di storytelling: scrivere è un’abitudine, non un’arte, con Ann Handley

Stai cercando un testo che ti aiuti a migliorare la resa dei tuoi post sui social media?

Ami scrivere ma non sai come indirizzare i tuoi sforzi per farti conoscere sul web?

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Questo libro fa al caso tuo.

Le nuove regole della scrittura. Strategie e strumenti per creare contenuti di successo, di Ann Handley.

Un libro in cui tecniche di web marketing e storytelling vanno a braccetto, che contiene principi generali e tecniche applicabili a ogni tipo di lavoro inerente la scrittura.

Il consiglio che riporto in questo secondo appuntamento con i Lune-dì Scrittura è una frase provocatoria che dà titolo al secondo capitolo: scrivere è un’abitudine, non un arte.

Ann Hardley riassume così la spinosa questione ispirazioneVSmetodo:

  1. Ritagliati del tempo ogni giorno, quando sei più fresco.

2. Non scrivere tanto, scrivi spesso.

Questo vuol dire che, a prescindere dal fatto che tu ti senta o meno “ispirato”, devi sederti e scrivere, scrivere, scrivere. L’ispirazione arriverà.

Vuol dire anche che momento di maggiore produttività di ogni creatore di contenuti è assolutamente variabile durante la giornata e dipende da molti fattori individuali.

C’è chi scrive meglio appena sveglio alle cinque del mattino dopo una buona dose di caffè, chi invece preferisce fermare i pensieri sulla carta nel silenzio della notte, quando la famiglia già sta dormendo.

L’importante, dopo avere individuato questo momento, è procedere con una pianificazione puntuale e con un piano d’azione.

Perché la scrittura è metodo, dedizione e costanza. Solo in questo modo si può superare l’ansia della pagina bianca.

Perché se pensi che l’ispirazione ti cada in testa da un momento all’altro, forse non sei sulla buona strada…

Ann Handley è Chief Content Officier di MarketingProfs, azienda di formazione è ricerca seguita dalla più grande comunità mondiale di esperti di marketing.

Il libro, edito da Hoepli, è acquistabile anche su Amazon, per andare direttamente allo shop dal link affiliazione di Righediarte clicca QUI.

Paola Cavioni

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Febbraio. A papà.

“Là fuori c’è la guerra e dormi
Ma qui ci penso io a te
Vorrei che non tremassi come me
Ho visto piangere un gigante
Figurati se non piango io
Che sono nato adesso amore mio
Confesso che non so, non so
Come si può, afferrare il vento
E il tempo che non ti do, è tempo perso

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi, i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

E quando il modo di aiutarti
Sarà non aiutarti più
Sorridi in faccia all’odio e manda giù
Potrei svegliarti poi ma poi non so
Se poi, sarà lo stesso
Ora è sempre il mio miglior momento

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

Le stelle appese poi cadranno giù
E un giorno ci diremo addio
Ma se una notte sentirai carezze sarò io

Voglio parlarti adesso
Prima che un bel tramonto porti via
Le corse senza fine, addormentarsi insieme
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma tuo padre sarà sempre qui

Si è fatto tardi, adesso dormi”

(Voglio parlarti adesso, Paolo Jannacci)

13 febbraio 2021

Oggi ho riascoltato “Voglio parlarti adesso” di Paolo Jannacci.

Per uno strano scherzo del destino, l’ultima canzone che ho ascoltato con te papà, un anno fa, giorno più giorno meno.

Ti ricordi? Io e i bambini eravamo tutti ancora mezzi malati e sei venuto una sera, poco prima di cena, per darmi una mano, come facevi sempre.

Ho approfittato di un secondo di calma per farti sentire questa canzone che mi aveva colpito molto per la sua dolcezza, mi sembrava una poesia e volevo che tu la ascoltassi.

Una lettera che un padre scrive a sua figlia, parole importanti e piene; tu non la conoscevi e mi hai detto “certo che somiglia tanto a suo padre”, riferendoti a Enzo Jannacci. Nella tua testa credo che fosse un bel complimento.

L’hai ascoltata tutta la canzone, in silenzio seduto vicino a me, sul letto di Gaia.

Non so cosa hai pensato sentendo la frase “e un giorno ci diremo addio”, non me lo hai detto, forse in quel momento a niente o forse hai pensato la stessa cosa che ho pensato io.

Forse solo non hai detto niente per pudore, perché sapevamo tutti e due che quel giorno sarebbe arrivato, prima o poi, ma lo vedevamo come una cosa ancora lontana, una cosa sulla quale si poteva scherzare.

Come quando ti ho chiamato la sera che mi sono fatta male mentre giocavo a pallavolo, e in macchina sulla strada verso il pronto soccorso mi hai detto “ma cosa farai quando non ci sarò più?”, e io ridendo ti ho chiesto invece cosa avresti fatto tu senza una figlia che ti faceva fare le notti brave in ospedale, in giro fino alle quattro del mattino. Quella notte hai fatto amicizia con tutte le persone che erano con noi in sala d’attesa, hai fatto ridere pure il ragazzo sofferente con la spalla rotta. Perché tu eri fatto così, ogni tanto sopra le righe, ma è da te che ho imparato a non seguire la massa e a ragionare sempre con la mia testa.

Quella sera di un anno fa dopo avere ascoltato la canzone non potevamo immaginare che in poche settimane sarebbe cambiato tutto.

Che ti saresti ammalato e che non ti avremmo più rivisto.

Che saresti stato inghiottito da un mostro più grande di te, di noi, dall’unica cosa che poteva abbatterti, tu che eri la forza di tutti. Che un ombra arrivata dall’altra parte del mondo avrebbe tolto a Gaia e Francesco uno dei loro amati nonni, uno dei loro punti di riferimento.

Francesco era così piccolo, eppure fra di voi c’era un rapporto così speciale che ancora oggi ogni sera lui guarda il cielo e cerca “la stellina del nonno” per salutarti e augurarti la buonanotte.

E Gaia. Bè, Gaia sai come è fatta e quanto ti amava, ha ancora tanta rabbia e la capisco.

Tra pochi giorni sarà il tuo compleanno.

Il verbo giusto è sarebbe, ma faccio ancora fatica a capire cosa sia presente e cosa sia invece passato quando penso a te papà.

Vorrei tanto dirti che mi dispiace di non averti abbracciato quel giorno sul letto, non so perché non l’ho fatto, non volevo essere melodrammatica. Pessima scelta, col senno di poi.

Vorrei tanto chiederti scusa per tutti gli abbracci che non ti ho dato, ma io sono fatta così.

Sono sempre riuscita a esprimere meglio i sentimenti con le parole.  

E quante parole che ci siamo scambiati io e te, soprattutto negli ultimi anni. Era come se sentissimo l’urgenza di confrontarci su ogni cosa, proprio come nella canzone, come se sentissimo il tempo scorrere via dalla mani troppo in fretta, troppo indifferente. Come se cercassimo di fermarlo ogni volta che andavamo insieme a camminare in campagna, ogni volta che al mare si andava al largo a nuotare e parlavamo della vita, dell’educazione dei bambini, dei ricordi e del futuro.

Avrei voluto avere ancora futuro con te papà, c’era un viaggio in Irlanda da fare insieme, ti avevamo appena regalato il kindle così eri più comodo a leggere quando andavate in giro. Ma il destino ha deciso diversamente.

Dopo quasi un anno, e Dio solo sa quanto difficile sia stato, ancora non so se sono capace di andare avanti senza la tua presenza, mi sento ancora persa.

Spero sempre di passare da casa e trovarti nel tuo studio, fra i tuoi libri, intento a lavorare, a scrivere, a parlare con qualcuno che viene a chiederti consiglio.

Ci sono stati dei momenti in passato in cui sono stata gelosa di tutta la gente che veniva a chiederti aiuto, a tutte le persone che portavano via tempo alla tua famiglia. Ma era proprio questo che ti rendeva così speciale e che ti teneva vivo.

La tua capacità di aiutare in modo incondizionato tutti, in un modo molto concreto e umano.

Non eri sicuramente un santo, ma un uomo saggio, quello sì, per questo sei stato un punto di riferimento per molti.

Sono orgogliosa di averti avuto come padre, questo lo sai, te l’ho scritto più di una volta, anche pubblicamente.

Quello che vorrei sapere è se tu sei stato orgoglioso di avermi come figlia, e se lo saresti ancora adesso, adesso che mi sento così fragile anche quanto tutti mi dicono che sono forte.

Per il tuo compleanno invece che darti un regalo te ne chiedo uno io.

Mi piacerebbe tanto sognarti, non so perché ma non succede mai. Vorrei parlarti ancora una volta.

Vorrei darti, anche solo in sogno, quell’abbraccio che non ti ho dato un anno fa, darti tutti gli abbracci che non ci siamo dati da quando sono diventata adulta ma che ti ho dato attraverso le braccia dei miei figli.

Questa lettera è per te papà, ma anche per me, perché ne avevo bisogno. Come ho bisogno di te.

Ed è solo una piccolissima parte delle cose che vorrei dirti in questo momento.

Non c’è cura al vuoto. Manchi immensamente.

Salutami lo Ste.

Tua figlia

Righe su “La donna degli alberi”di Lorenzo Marone

“I bilanci non sono per la nostra ultima parte di vita, stanno invece nel mezzo, sono per chi ha ancora tempo da tessere, mia nonna non si perdeva dietro ai bilanci, aveva da tirare avanti con dignità.”

Lorenzo Marone

Oggi torno a parlare di Lorenzo Marone, autore napoletano che apprezzo e stimo molto e che ho avuto anche la fortuna – dico fortuna perché è scrittore di successo ma assolutamente affabile e soprattutto profondo – di conoscere di persona nel 2018 in occasione dell’uscita del suo romanzo Un ragazzo normale (incentrato sulla storia del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985).

A ottobre del 2020 Marone esce con La donna degli alberi (Feltrinelli editore), romanzo molto differente rispetto ai suoi precedenti.

La copertina è evocativa: una donna ci cammina distrattamente davanti agli occhi, scalza e alta come gli alberi, una moderna Gulliver dei monti. Questa donna non ha volto, come nel romanzo la protagonista, che parla in prima persona, non ha un nome.

Nessuno ha un nome nella storia, i personaggi che portano avanti la narrazione sono identificati dalla loro caratteristica principale: lo Straniero, la Guaritrice, la Rossa, il Cane.

Personaggi che richiamano agli archetipi della psicologia e che guidano il lettore in un processo di profonda identificazione.

La donna degli alberi è la storia di una donna in fuga dalla città e da una vita nella quale non si riconosce più, da un passato forse doloroso che ci viene presentato in frammenti di ricordi e lunghe riflessioni, e da un complesso rapporto con i genitori, in particolare con il padre, tema ricorrente nell’opera di Marone.

È una storia di fuga e ritorno, di ricerca e di elevazione dello spirito umano che esplora e scopre se stesso nel contatto con la natura, con la montagna che è sfondo e ambientazione della vicenda, che non ha però una precisa collocazione temporale e spaziale.

La montagna, che può essere una madre amorevole ma anche una Medea inconsapevole che uccide i suoi figli.

La montagna è anche una madre esigente, che costringe l’uomo a fare i conti con l’infinitamente grande e con l’infinitamente piccolo: la maestosità degli alberi secolari, l’altezza delle vette che sfiorano il cielo e conoscono il mistero dell’esistenza di dio, che ricordano con forza quanto sia fragile la vita.

La donna degli alberi è un libro che profuma di resina e legno che brucia nel camino, che fa sentire nelle mani la fatica del freddo che spacca la pelle alla fine di una giornata di lavoro.  

Un libro che commuove, che insegna, come solo la montagna sa fare, carico di riflessioni sul senso di chi siamo, con il tempo che è assolutamente il protagonista indiscusso. Il tempo che scandisce le vite, unico reale comune denominatore di ogni esistenza.

Chiudo questa recensione con la descrizione che si trova in terza di copertina e che riassume pienamente lo spirito che accompagna tutta la narrazione: “un romanzo lirico e poetico sulla forza d’animo che, a volte senza saperlo, custodiamo dentro di noi. Un invito a coltivare la bellezza del minuscolo e dell’essenziale, a preoccuparsi anche per ciò che verrà e che è altro da noi.”

Puoi acquistare il romanzo su Amazon, al link affiliazione di Righediarte cliccando QUI.

Trovi le mie recensioni ad altri due romanzi di Lorenzo Marone, Un ragazzo normale e Magari domani resto, a questo link:

https://righediarte.com/tag/lorenzo-marone/

L’autore

Lorenzo Marone è nato a Napoli nel 1974.

Esordisce nel 2015 con il romanzo La tentazione di essere felici (Longanesi). Con Longanesi pubblica anche La tristezza ha il sonno leggero, premio Como 2016 da cui è stato tratto il film omonimo.

Con Feltrinelli pubblica Magari domani resto (Premio Bancarella 2017), Un ragazzo normale (Premio Giancarlo Siani 2018), Tutto sarà perfetto (2019) e i saggi Cara Napoli (2018), Inventario di un cuore in allarme (2020).

Il sito web dell’autore è  www.lorenzomarone.net

Per acquistare i romanzi su Amazon clicca sul titolo del libro.

Paola Cavioni

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Lune-dì Scrittura, pillole di storytelling. Il grande libro della scrittura di Marco Franzoso

“La scrittura non è mai stata un lavoro oneroso per me ma qualcosa che essenzialmente mi dava piacere (soprattutto se accompagnato dall’ascolto di tanta buona musica piacevole e qualche sorso di prosecco altrettanto gradevole). Scrivo sempre ascoltando tanta musica che influisce abbastanza sul taglio e sul tono e sul ritmo della mia scrittura che vorrebbe assomigliarli il più possibile.”

Alberto Arbasino, 2004

Caro lettore di Righediarte, inauguro oggi una nuova rubrica del lunedì dedicata all’arte della scrittura con Lune-dì Scrittura, sperando di poter essere utile a chiunque senta di avere una storia da raccontare ma non sa da quale parte iniziare.

Lo storytelling è un argomento che mi appassiona tantissimo sia come lettrice che come bookblogger, perché conoscere e comprendere le tecniche e le macrostrutture che sono alla base di ogni produzione letteraria (ma anche cinematografica) fornisce gli strumenti per apprezzare il reale valore di un’opera.

Ogni lunedì darò una “pillola” di storytelling partendo da un testo specifico.

Il mondo dei manuali di scrittura è davvero infinito, quello che voglio fare è provare ad indicare un possibile percorso di lettura che passi attraverso la manualistica classica (per chi già più esperto, Il viaggio dell’eroe di Vogler per esempio, pietra miliare per chiunque si approcci alla scrittura e di cui parlerò nei prossimi post della rubrica) ma anche, come nel caso di oggi, testi più recenti e, a mio avviso, molto completi, precisi e di facile lettura.

Inizio con Il grande libro della scrittura. Manuale pratico, avventuroso, e filosofico per scrivere qualsiasi storia, edizione il Saggiatore (2020), di Marco Franzoso perché davvero rappresenta un perfetto lavoro di sintesi, rielaborazione e innovazione rispetto al tema della costruzione di una storia e di un romanzo.

Dalle prime pagine di questo bellissimo testo prendo il primo consiglio di scrittura che trovo molto utile per chi aspiri a diventare un autore.

La prima pillola è la Regola delle 25 parole.

Per quanto possa suonare insolito un buon romanzo si può riassumere tranquillamente in 25 parole, non di più.

Per esempio “la giornata di un uomo normale è rivivere nel quotidiano le tappe di un’Odissea contemporanea.”

Lo hai riconosciuto? È l’Ulisse di James Joyce!

Qualsiasi storia tu abbia in mente, dopo averne scritto una breve sinossi (parleremo anche di questo più avanti) prima ancora di pensare all’intreccio, al carattere dei singoli personaggi o alle scene, prova a riassumere la trama rimanendo entro le 25 parole.

Se ci riesci, significa che la storia sta in piedi! Altrimenti non hai bene in mente il punto di partenza e quello di arrivo della tua narrazione.

Prova e riprova fino a quando la frase fila senza intoppi, quando sarai soddisfatto puoi iniziare a scrivere tutto il resto. Facile no? Diciamo che è più facile a dirsi che a farsi, ma è solo iniziando a scrivere che capirai quello che sto dicendo.

Il grande libro della scrittura è un manuale completo, che tratta del processo di scrittura dalla fase iniziale di individuazione dell’idea che fa da traino alla storia, fino all’editing del romanzo e alla vita dello scrittore, in bilico fra il sacro fuoco e le frustrazioni del quotidiano.

Un libro che pulsa di vita e di amore per la scrittura, non semplice elencazione di tecniche e autori, con moltissimi esempi presi dalla grande narrativa mondiale.

Un testo essenziale per chi voglia iniziare a esplorare il mondo della scrittura, ma anche per l’autore esperto che sente di dovere approfondire e affinare la propria tecnica.

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Paola Cavioni

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Donne dell’anima mia di Isabel Allende

“Ho vissuto in un mare in tempesta, con onde che mi portavano sulla cresta e poi mi facevano precipitare nel vuoto. Queste ondate sono state così forti in passato, che nei periodi in cui tutto andava bene, invece di rilassarmi e godermi la pace del momento, mi preparavo alla successiva violenta caduta, che credevo inevitabile.

Adesso non è più così. Ora navigo alla deriva, giorno per giorno, contenta del semplice fatto di galleggiare finché è possibile.”

Isabel Allende

C’è chi si affida al comfort food nei momenti di tristezza o malinconia.

Io preferisco un buon comfort book, e Isabel Allende è sicuramente in cima alla lista degli autori che riescono sempre a farmi stare bene, a prescindere da tutte le circostanze.

Sono consapevole che non valuterò mai in modo oggettivo la sua opera perché è troppo grande la stima e l’ammirazione che nutro nei confronti di questa donna che con i suoi libri riempie la mia vita da oltre vent’anni, da quando, grazie al consiglio di una cara amica, lessi La casa degli spiriti e mi si aprì un mondo: quello magico, tragico e meraviglioso dei personaggi usciti dalla penna di Isabel Allende.

Ricordo con grandissima emozione il momento in cui ebbi occasione di vederla di persona alla fine del 2019. Si trovava in Italia per la presentazione di Lungo petalo di mare, in una Feltrinelli in centro a Milano così gremita, che solo qualche mese dopo sarebbe stato impensabile e impossibile organizzare un evento simile.

Io fui tra i fortunati che riuscirono a vederla e ascoltarla bene perché ero davvero a pochi metri da lei.

Fra lacrime di emozione – le mie – trovai esattamente la Allende che mi ero sempre immaginata: spiritosa, profonda, decisamente folle (ma quale animo artistico non è un po’ folle?) e sempre innamorata. Innamorata del suo nuovo marito (il terzo, di cui parla anche in Donne dell’anima mia), innamorata ancora della scrittura, innamorata del Cile anche se non è più la sua casa da molti anni ormai, innamorata della vita e riconoscente per tutto quello che le ha dato, nel bene e anche nel male.

Perché la sua non è stata una vita semplice: l’abbandono del padre quando era solo una bambina, l’esilio durante gli anni della dittatura di Pinochet in Cile, la malattia e la morte dell’amata figlia Paula, solo per fare qualche esempio.

Una donna però che non si è mai lasciata abbattere dagli eventi e che riesce ancora a trasmettere una grandissima carica, la stessa che leggiamo nei suoi romanzi che da sempre parlano di donne solo apparentemente fragili, ma dotate in realtà di una forza straordinaria.  

Anche da una riflessione su tutte le eroine che hanno popolato le sue storie, nasce Donne dell’anima mia (Feltrinelli editore), scritto nei primi mesi del 2020, terminato a marzo nel pieno della prima ondata di Coronavirus, e uscito alla fine dell’anno appena trascorso.

Il titolo riprende quello di un suo precedente romanzo, Inés dell’anima mia, del 2006.

C’è da premettere che in questo caso non si tratta di un vero e proprio romanzo ma una sorta di breve autobiografia rivista sotto la lente di ingrandimento del suo femminismo “innato”.

“Non esagero quando dico che sono femminista dai tempi dell’asilo, da prima che questo concetto entrasse nella mia famiglia.”

Isabel Allende

Il libro si articola in brevi capitoli tematici che seguono un flusso di pensieri più che un ordine logico o cronologico, come se fossimo di fronte alla trascrizione di un diario, scritto sotto la spinta di un bisogno intimo di fissare nero su bianco in maniera indelebile i ricordi, per farne tesoro in questi anni della “maturità”.

Isabel Allende parla di sua madre Panchita, inconsapevole causa del suo femminismo, proprio lei così legata ai tradizionali ruoli maschili e femminili, della figlia e della sua malattia, delle nipoti, del rapporto con le donne che nel corso degli anni le sono state vicine in vario modo (dalla sua editor alle amiche), e dall’esempio di queste donne ci trasporta in una riflessione generale che è la fotografia della condizione della donna nel mondo di oggi, delle speranze per il futuro e per una reale uguaglianza fra uomo e donna.

Con lo stile profondo ma anche ironico che da sempre caratterizza la sua scrittura, la Allende regala ai lettori tanti ricordi preziosi legati alla sua vita lunga e ricchissima, rivivendoli senza malinconia ma con la determinazione di chi ha fatto tesoro di ogni evento e vuole vivere pienamente fino all’ultimo istante.

Forse per la prima volta in modo così chiaro e diretto, Isabel Allende racconta le sue convinzioni personali e politiche perché in Donne dell’anima mia, tra un ricordo e l’altro, parla di immigrazione, di contraccezione e di aborto, del mondo occidentale dove si vive sempre più a lungo ma spesso la vecchiaia è vista erroneamente come una malattia, della tutela delle donne soprattutto nei paesi in cui anche solo nascere è una sfida, se non si ha la “fortuna” di essere uomini.

La Isabel che ci sorride dalla seconda di copertina in Donne dell’anima mia è ancora affascinante, con lo stesso sguardo e lo stesso sorriso cui siamo ormai abituati.  

L’unica cosa che è cambiata negli anni sono i capelli, che ora porta bianchissimi, testimonianza esteriore del tempo che passa, dei suoi anni che non rimpiange, della sua saggezza.

Consiglio Donne dell’anima mia a chi è già un lettore di Isabel Allende, mi sembra quasi scontato dirlo, ma anche a chi ancora non la conosce perché la lettura di questo libro sarà certamente scintilla di curiosità per scoprire l’opera di una delle voci più importanti dell’America Latina.

Paola Cavioni

Puoi acquistare Donne dell’anima mia su Amazon. Cliccando qui sarai reindirizzato direttamente sullo shop e potrai acquistare il libro dal link affiliazione di Righediarte.

Per tutte le informazioni sull’autrice puoi consultare il sito web ufficiale (in lingua inglese e in spagnolo) https://www.isabelallende.com

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22 gennaio 2021. Tanti auguri a te, omino speciale

Sei il secondo figlio. Un maschio. E ho detto tutto.

Sei il mio matto Franz, oggi compi tre anni e io devo iniziare ad abituarmi all’idea che non resterai piccolo per sempre, al fatto che presto sarò io a chiedere i tuoi abbracci.

Il tuo sorriso, le tue parole inventate, la tua carica senza fine, persino i tuoi capricci e il tuo non dormire mai sono stati la nostra benzina in questo ultimo anno, che ha lasciato più di una cicatrice.

Tu, così piccolo, sei stata la nostra forza.

Eppure la serenità che leggo nei tuoi occhi e in quelli di tua sorella ci ripaga di tutti gli sforzi, di tutti i dubbi sulle scelte che ogni giorno, inevitabilmente, facciamo per voi e che ci fanno chiedere sempre “sarà la cosa giusta?”.

Per questo tuo terzo compleanno vorrei solo augurarti questo, tanta serenità.

Per te, per noi, ora e per un futuro che adesso ci sembra ammaccato, rubato.

Ma tu, che porti il nome di poeti e cantanti, lo sai perché te lo dico sempre, saprai sicuramente colorare, dare voce e forma a tutto ciò che la Vita ti riserva, nel tuo modo tutto speciale.

Auguri piccolo grande Francesco, anima sorridente.

La TUA mamma

Uomini e no, Elio Vittorini e il 1945

“Bisogna che gli uomini possano essere felici.

Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici.

Non è solo per questo che le cose hanno un senso?”

“È per questo.”

“Dillo anche tu, ragazza. Non è per questo?”

Uomini e no, edizione Oscar Mondadori

Oggi voglio parlarvi di un classico della letteratura italiana del secondo dopoguerra: Uomini e no di Elio Vittorini (Siracusa 1908 –  Milano 1966).

A dispetto dell’origine siciliana del suo autore, questo romanzo di poco più di duecento pagine è ambientato in una Milano resa grigia e violenta dall’invasione tedesca. Siamo nel 1944, un anno sanguinoso per la lotta partigiana.

“L’inverno del ’44 è stato a Milano il più mite che si sia mai avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole.”

Uomini e no, che nel titolo fa da eco al famoso Uomini e topi di John Steinbeck, esce nel giugno del 1945, edito da Bompiani, primo dei romanzi italiani incentrati sulle storie della resistenza, reali o verosimili, e sugli orrori del secondo conflitto mondiale.

L’anno dopo, nel 1946, viene pubblicato Il compagno di Cesare Pavese.  Nel ’47 è la volta di Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino e Se questo è un uomo di Primo Levi. La casa in collina, ancora di Cesare Pavese, è del 1948. Opere talmente note che non hanno bisogno di presentazioni.

Sono anni fecondi per la cultura, nonostante le guerre, lo sanno bene gli studenti delle scuole superiori che devono studiare questo periodo in storia, letteratura e arte.

Nel periodo che va dalla guerra civile spagnola al 1945 Vittorini, Pavese (anche lui nato nel 1908), Levi e Calvino sono giovani, giovanissimi (Calvino nasce nel ’23, Levi è del ‘19). Diversi fra loro per luogo di nascita ed estrazione sociale, ma accomunati da ideale che hanno unito tanti uomini e donne che si sono poi impegnati nella ricostruzione del nostro paese dopo la distruzione economica e sociale della guerra: l’amore per la cultura nella sua totalità, anche quella americana percepita come ideale di libertà e felicità, e la necessità di diventare testimoni del loro tempo, per dare voce a chi non ne aveva più.  

Durante il fascismo ciascuno di noi frequentò e amò d’amore la letteratura di un popolo, di una società lontana, e ne parlò, ne tradusse, se ne fece una patria ideale […] Laggiù noi cercammo e trovammo noi stessi” così scrive Cesare Pavese proposito della passione condivisa con Vittorini per la narrativa americana.

Il 1945 è un anno importante: la guerra è finita e Vittorini, non ancora quarantenne, ha già pubblicato da qualche anno quello che viene considerato il suo più grande romanzo: Conversazione in Sicilia, di cui Uomini e no, almeno nel titolo, si pone idealmente come prosecuzione. Nel contesto storico della lotta antifascista infatti Silvestro, il protagonista di Conversazione, scopre che “non ogni uomo è un uomo” intendendo che gli “uomini” sono i partigiani che si contrappongono agli aderenti della Repubblica Sociale Italiana e a chiunque appoggi il regime oppressore.

Uomini e no, titolo che è già un giudizio, che non lascia spazio a replica, lapidario, come la scrittura di Vittorini, a volte ermetico e non sempre di facile comprensione, che nello stile dei botta e risposta dei dialoghi ricorda alcuni racconti di Hemingway.

Il 1945 è anche l’anno di grandi ideali, quello in cui fonda Il Politecnico, rivista di cultura e politica, che chiuderà in via definitiva nel 1947 a seguito dei contrasti fra Vittorini e Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, partito cui Elio aveva aderito alla fine degli anni ’30.

Uomini e no ha per protagonisti un gruppo di partigiani, guidati da Enne2, capitano dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che a Milano portano avanti la lotta di liberazione della città, in particolare contro il capo fascista Cane Nero.

Enne2 è tormentato da anni dall’amore per Berta, una donna sposata. Un amore che non ha presente e futuro.

Uno scontro tutto umano fra ideale e amore, una “narrativa vittoriniana, oscillante fra realismo e lirismo, fra impegno ideologico e tendenza all’astrazione e alla mitizzazione” (Leggere il mondo, di C. Segre e C. Martignoni).

Di Enne2 non conosciamo il nome e il cognome, come se questa informazione non servisse al lettore per collocare la sua vicenda all’interno di un contesto più ampio: la lotta contro l’invasore.

Ma è una lotta impari, Enne2 lo sa bene, e tanti di quelli che come lui hanno scelto di combattere sono destinati ad essere sacrificati per la salvezza dei più.

Uomini e no è un racconto di lotta e di resistenza, di analisi profonda dei valori che guidano l’uomo e che lo portano a schierarsi con un’idea piuttosto che con un’altra.

Il racconto della ricerca di una vera felicità, che per essere tale non può che essere condivisa fra tutti gli uomini liberi.

Enne2 è indubbiamente la trasposizione e la voce letteraria dello stesso Vittorini che del fascismo, della guerra e della resistenza conosce molto. Conosce il fascismo perché per un periodo negli anni ’30 aderisce ai fasci cosiddetti “di sinistra”, abbandonandoli però allo scoppio della Guerra civile spagnola quando si schiera in favore dei repubblicani contro il regime franchista.

Ma conosce anche gli uomini e le donne della resistenza perché, trasferitosi a Milano, collabora con la stampa clandestina e subisce anche la reclusione nel carcere di San Vittore.

Uomini e no riassume nello spaccato di pochi giorni intrisi di sangue, tutti gli ultimi anni della guerriglia che vede fascisti e nazisti da un lato e partigiani dall’altro, le azioni e le rappresaglie compiute da entrambi i lati della barricata, e che solo la Storia ha giudicato.

Da questo romanzo, che presenta comunque qualche lacuna nella particolare alternanza fra capitoli di narrazione e capitoli di “riflessioni” identificati dal corsivo, emerge in pieno l’anima dell’autore in tutta la sua forza e direi anche il suo fascino.

Elio Vittorini infatti non è solo scrittore. È saggista, traduttore, direttore di giornale, viaggiatore. Un’anima irrequieta e ribelle, sempre alla ricerca di qualcosa di indefinito, forse anche a causa di suo padre che di professione faceva il capostazione, sempre in movimento, proprio come un treno.

Un’anima forse alla ricerca proprio di quella felicità che Enne2 non potrà mai raggiungere.

Un libro da leggere e rileggere per trovare forza e conforto nelle parole e nelle azioni di uomini e donne che hanno affrontato tempi duri, più duri dei nostri, che pure ci sembrano tanto difficili da vivere.

Paola Cavioni

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11 gennaio 1999

“Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
L’hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L’inferno esiste solo
Per chi ne ha paura

Meglio di lui nessuno
Mai ti potrà indicare
Gli errori di noi tutti
Che puoi e vuoi salvare

Ascolta la sua voce
Che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
Vedrai, sarai contento”

(Preghiera in gennaio, Fabrizio De André)

Uno dei primi e più bei ricordi di quando ero bambina è quello di mio padre che prende con cura un 33 giri, lo toglie dalla sua custodia e lo mette sul giradischi lucido. Avrò avuto 4 o 5 anni, e fra tutti i vinili che ogni giorno mi faceva ascoltare mi innamorai di due canzoni in particolare, di artisti che mi avrebbero accompagnato per tutta la mia vita da quel momento in poi.

Le due canzoni erano Let in Be e Geordie.

Beatles e Fabrizio De André.

Sicuramente fra di loro agli antipodi, sia le canzoni che gli artisti, ma nel mio cuore legati insieme per sempre, ora più che mai in modo indissolubile insieme a tutti i ricordi che ho di mio papà.

Non è possibile riassumere brevemente cosa rappresentino per me le canzoni e la voce di Fabrizio De André, oggi che lo ricordiamo a ventidue (ventidue!) anni dalla sua morte, e ancora non sembra vero.

Non si può riassumere perché sarebbe come avere la presunzione di rinchiudere una vita intera in poche righe.

Ma se devo provarci, se devo elaborare una riflessione che sia “a misura di post” posso solo dire che De André per me è poesia in musica, è la voce della rabbia e dell’amore, l’urlo di chi non si accontenta di vivere una vita mediocre, che non si accontenta di esistere, è la voce di mio papà che mi dice “chiudi gli occhi e ascolta che bello questo controcanto”.

Ma è molto di più. Con De André ho scoperto la grandezza delle storie degli ultimi, ho scoperto quanta fede ci possa essere nelle parole di un ateo, ho capito quali siano i sentimenti che accomunano tutte le esistenze: la ricerca disperata dell’amore vero, quello che ti torce l’anima e la ribalta fino a mostrarne la vera natura, la paura della morte, la frustrazione di chi lotta per un mondo migliore.

Sono stata insieme a lui e Dori rinchiusa “all’Hotel Supramonte“, ho sofferto la fame e il freddo con loro.

Ho pianto per il suicidio di Tenco di Preghiera in gennaio e ho versato lacrime di emozione ascoltando Tre madri, appena diventata madre io stessa.

Conosco a memoria ogni nota di La buona novella e Non al denaro non all’amore né al cielo, e devo ringraziare De André se ho scoperto e apprezzato Edgar Lee Masters e Georges Brassens.

Sarebbe scontato dire che oggi ricordiamo il giorno della morte di una voce che invece è immortale, eppure è proprio così. Perché l’eredità che ha lasciato al mondo è troppo grande per poter essere dimenticata dal semplice scorrere del tempo.

Paola Cavioni

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Righediarte, intervista con l’autrice Silvia Zucca

Il mio primo personale incontro con i romanzi di Silvia Zucca risale all’inizio del 2019, quando quasi per caso comprai Il cielo dopo di noi*, pubblicato qualche mese prima da Editrice Nord. E fu amore a prima lettura.

M’innamorai della complessità tutta umana dei suoi personaggi, della storia, persino della copertina che, con una veste grafica molto semplice ma d’effetto, presentava una ragazza seduta ai lati di una strada sterrata, le gambe strette in vita, una bicicletta alle sue spalle e lo sfondo con il cielo azzurro a riprendere il titolo.  

Leggere Silvia Zucca regala la stessa piacevole sensazione di quando ci si trova in compagnia di una cara amica di lunga data. Un’amica che può offrirti un tè all’inglese nel salotto di casa, in un pomeriggio qualunque, ma che un minuto dopo può anche dirti “prepara la valigia perché domani si vola a Londra”.  Imprevedibile.

E con uno stile sempre ricercato ed elegante, mai scontata nei contenuti e nelle trame.

Di tenebra e d’amore (More Stories), acquistabile anche in formato Kindle

Silvia è di nuovo in libreria dallo scorso ottobre con Di tenebra e d’amore, che non è il suo ultimo romanzo in ordine cronologico (fra poco scoprirete il perché), romance storico ambientato fra la Francia e l’Inghilterra di fine ‘800 che ha per protagonisti i giovani Odyle e Tristan, due “eroi” tutt’altro che convenzionali…

Oggi l’autrice regala un po’ del suo tempo ai lettori di Righediarte concedendomi una una lunga intervista.

Quindi mettetevi comodi, rilassatevi e… buona lettura.

Righediarte. Ciao Silvia, anzitutto ti ringrazio per avere accettato il mio invito ad esplorare un po’ il tuo mondo in questa intervista, dove non si parlerà solo dei tuoi libri ma anche di tanto altro.

Vorrei però iniziare dal tuo ultimo romanzo: Di tenebra e d’amore è ambientato in Inghilterra alla fine del XIX secolo, epoca della rivoluzione industriale e di grandi scoperte e innovazioni tecnologiche, alcune delle quali sono ben raccontate nel romanzo. Quali sono stati i testi fondamentali per la ricostruzione del contesto storico in cui si inserisce la vicenda dei protagonisti? Quanto tempo hai impiegato per la prima stesura del romanzo?

Silvia. Una delle cose che amo di più della scrittura è che mi porta ad allargare le mie conoscenze. Ho sempre adorato studiare, soprattutto la storia. Quindi scrivere romanzi storici mi dà modo di approfondire diversi argomenti. Uno di questi, per Di tenebra e d’amore, è proprio quello dello sviluppo tecnologico avvenuto nel XIX secolo. Trovo molto affascinante pensare a come doveva essere il mondo visto dagli occhi di qualcuno che viveva in un’epoca di così grandi e profonde trasformazioni. Oggigiorno siamo talmente bombardati da informazioni che il meccanismo del nostro stupore si è come ingolfato. Anche se, magari, non siamo mai stati in Egitto, le Piramidi le abbiamo già viste in mille modi; così come siamo abituati ai super effetti speciali dei film. Mentre chi si trovava a fare un Gran Tour nel XIX secolo riusciva a meravigliarsi profondamente, per una cultura o, un’architettura ecc così diverse dalle sue. La stessa cosa successe con il cinematografo. È storia acclarata ormai lo scalpore che fece il famoso arrivo del treno filmato dai Lumière, in cui molti spettatori si spaventarono pensando che davvero un treno avrebbe potuto investirli.

Silvia Zucca (photo Yuma Martellanz)

E se la nostra vita è tanto comoda ai nostri giorni un po’ lo dobbiamo anche alle tante invenzioni che sono state sviluppate nel XIX secolo. Il telefono, il treno, l’auto, i primi tentativi di volo, ma anche la radio, i raggi X. C’era davvero un fermento senza pari nella ricerca.

Per rispondere alla tua domanda, utilizzo moltissimi testi per documentarmi. E un po’ su tutto. Sia in inglese che in italiano. Vediamo, per quanto riguarda la tecnologia: The Making of Modern Science, di David Knight. The Subterrean Raylway di Christian Wolmar, per lo sviluppo della metropolitana a Londra, che infatti già funzionava, se non ricordo male, dagli anni Sessanta del XIX secolo.

Ma poi molto importante è anche la storia del costume, ossia il modo di vivere delle persone all’epoca, la stratificazione sociale, il modo di vedere il mondo. Qui, uno per tutti potrebbe essere Londra, l’oro e la fame, edito da Frassinelli.

La stesura è stata abbastanza lunga, ma anche perché avvenne in due tempi. Di tenebra e d’amore era il mio primo libro, quando ancora la scrittura non era per me un mestiere. Iniziai a scriverlo e poi rimase incompleto per mesi, finché non mi decisi a dargli una chance per presentarlo a una casa editrice. La quale – ne sono molto orgogliosa – lo acquistò immediatamente.

Righediarte. Pensi di scrivere un seguito alla storia di Odyle e Tristan?

Silvia. Odyle e Tristan fanno parte del mio passato. La loro storia è nata nel 2005, quando mi affacciavo alla scrittura. Non ho mai pensato di scrivere un seguito e la loro storia è a tutti gli effetti conclusa. Il loro universo invece no. Ci sono altri romanzi che ho scritto in cui in qualche modo il mondo di Odyle e Tristan ritorna. Sono attualmente fuori commercio ma sto pensando alla possibilità di dare una nuova veste e una nuova vita anche a loro.

Righediarte. Questo libro è già stato tradotto o verrà tradotto in altre lingue?

Silvia. Attualmente Di tenebra esiste solo nella versione italiana. I diritti di traduzione sono disponibili però, se qualche editore estero lo desiderasse. Non nego che sarei molto felice se venisse tradotto.

Righediarte. Nel contenuto e nello stile del romanzo si percepisce chiaramente l’influenza della narrativa inglese del 1800, da Jane Austen e alla Brontë, e tu non fai mistero di esserti ispirata proprio a Jane Eyre. Quali sono gli autori di questo periodo a cui sei più affezionata e perché?

Silvia. Oh… sono tanti! Amo la letteratura inglese, e ho una laurea per dimostrarlo! A parte le battute, mi piace molto il periodo storico del XIX secolo, come dicevo, e la letteratura che ne fa parte. Il romanzo è stato anche una scusa quindi per far degli omaggi a queste pagine del passato. C’è Shakespeare, c’è Jane Eyre della Bronte, c’è Walpole insieme alla schiera dei romanzi gotici che tanto piacevano all’epoca. Paradossalmente uno dei miei autori preferiti invece è rimasto fuori, forse perché le sue tematiche non erano troppo in linea con quelle della storia raccontata, parlo di Thomas Hardy (La brughiera, Via dalla pazza folla, Giuda l’oscuro, Tess dei D’Uberville…).

Righediarte. Nei tuoi romanzi, penso anche a Il cielo dopo di noi e Guida astrologica per cuori infranti, hai affrontato diversi temi: l’amore, la ricerca delle proprie radici, i rapporti famigliari, la storia dell’occupazione nazista in Italia, per citarne alcuni, dando prova di notevoli capacità di scrittura e di padronanza delle tecniche narrative. Di tenebra e d’amore, che come hai già detto, è in realtà il tuo primo romanzo completamente rivisitato e riscritto, si inserisce nel filone del romance. Vorrei chiederti se c’è un genere letterario che vorresti affrontare perché ti incuriosisce, o che apprezzi come lettrice, ma sul quale non ti senti ancora sufficientemente pronta.

Silvia. Devi sapere una cosa: io non mi sento mai sufficientemente pronta.

Ogni libro è un viaggio senza garanzie di arrivare davvero da qualche parte, e questo mi succede perché ritengo che la scrittura debba sempre rappresentare qualche novità per me, mi debba sempre far imparare qualcosa. È per questo motivo che affronto libri diversi anche per genere. Mi rendo conto che la cosa può mettere in difficoltà i miei lettori (e non ti dico gli editori!) che magari apprezzando un genere e non un altro si trovano con libri molto diversi tra loro, quando invece solitamente quando un autore trova “un buon filone” lì sta e batte chiodo magari sfornando una bella serie, una trilogia per lo meno. Purtroppo la mia testa funziona in modo diverso. E bada che non lo dico per dire che sono da biasimare quelli che invece scrivono delle serie, anzi, hanno tutta la mia stima, perché progettare una pentalogia non deve essere affatto facile, io proprio non riesco.

Ci sono le storie o i temi che mi chiamano. Purtroppo non c’è niente di romantico in questo, sono solo idee che iniziano a frullare in testa e farmi stare in ansia finché non le tiro fuori.

Tornando al genere, dicevo, ritengo che sia un grandissimo stimolo per me battere strade nuove, che non ho mai percorso, per questo i romanzi sono diversi e mi piacerebbe scrivere un po’ di tutto e in tutti i modi.

Se c’è un genere che ammiro ma per cui proprio non mi sentirei pronta al momento, è il distopico [romanzo in cui viene rappresentata un mondo immaginario del futuro, presentando talvolta società dalle caratteristiche inquietanti o orribili – NdR]. Ammiro moltissimo chi lo scrive, perché per scrivere un distopico devi avere sotto controllo non dei personaggi ma un mondo, un mondo intero, con delle leggi proprie e tutto quanto. E deve avere un senso profondo. La cosa che trovo meravigliosa della distopia è quella sua lucida capacità di tagliare con il bisturi alcune parti della nostra realtà per offrirle, orrendamente sanguinanti, agli occhi del lettore. Non mi accontenterei di fare niente di meno.

Righediarte. So che non si dovrebbe chiedere, ma a quale dei tuoi personaggi sei più legata, magari perché ci hai messo più tempo per darle/dargli “corpo e voce”?

Silvia. Eh… non si dovrebbe chiedere, hai ragione, perché poi gli altri ci rimangono male.

A dire il vero sono legata in modi diversi a molti personaggi che ho scritto, e non sono necessariamente i principali. Be’, con Alice di Guida astrologica ho un debito di sangue, in pratica, e lei e io ci siamo assomigliate moltissimo in un periodo che risale a diversi anni fa. Amo tantissimo Tio, e ne vorrei uno tutto per me. Ho odiato profondamente Miranda, de Il cielo dopo di noi, perché era talmente arrabbiata con la vita che ho faticato a farla parlare sulla pagina, poi però, quando ci siamo intese, trovate, è stato un dialogo meraviglioso, che mi ha fatto scoprire molte cose di me stessa. Poi, magari ti sembrerà strano, ma ho voluto un bene profondo al Tenente Bonfanti, sempre de Il cielo. Ho una vera e propria passione per i personaggi cupi, negativi, ma che poi hanno sempre quella sfumatura, quella motivazione che rende ogni azione, anche la più terribile, tremendamente umana.

Di Di Tenebra e d’amore, a parte Tristan, che è praticamente un Rochester nella sua vulnerabilità, mi piacciono molto i personaggi della parte più leggera, gli intermezzi comici dei Montgomery, padre e figlia, per cui ricordo di essermi un po’ ispirata alla vasta fauna umana di Jane Austen.

Righediarte. Silvia, tu lavori anche come traduttrice, hai anche tradotto Cinquanta sfumature di nero, di E.L. James, giusto per citarne uno. Quanto la lettura dei testi in lingua originale influenza la tua scrittura? Ti capita di leggere un romanzo in lingua originale e non apprezzarne invece la traduzione in italiano? Ovviamente senza fare nomi, ma come riflessione generale sulle sfumature linguistiche che si perdono nell’operazione di traduzione.

Silvia. Allora, non mi azzarderei mai a criticare il lavoro di qualche collega. Purtroppo ora con Internet, le recensioni online sui siti di e-commerce eccetera, mi è capitato spesso di leggerne, e mi chiedo sempre se chi le muove abbia davvero la competenza per capire il lavoro che sta dietro una traduzione.

Per restare però nel tema della tua domanda, mi è capitato di leggere qualche traduzione dove ho sentito il testo inglese sotto quello italiano o mi sono accorta di una traduzione un po’ troppo letterale, questo sì. Ritengo che ci siano egregi traduttori in Italia, e alcuni sono anche dei carissimi amici, che lavorano cesello con le parole.

Quanto alle sfumature linguistiche, come dici, è vero, sicuramente qualcosa si perde; lo diceva già Eco: una traduzione fedele è quasi un ossimoro. La traduzione comunque tradisce. Si passa a un diverso mondo che non è soltanto linguistico ma anche un diverso sistema culturale. Una cosa che personalmente trovo molto divertente da tradurre, per esempio, sono i modi di dire, che non sono quasi mai uguali da una lingua all’altra. Perché dietro a un modo di dire c’è magari un aneddoto che fa parte della storia del paese cui appartiene quella lingua, o magari un riferimento letterario. E tu, traduttore, lo devi rendere nella tua lingua. È una bella sfida. Perché non devi soltanto riportare un senso che riguarda le parole, ma anche un’emozione.

Ma, tornando alle sfumature linguistiche che traducendo magari vengono perse… mi domando se per un lettore italiano che l’inglese (o un’altra lingua) la capisce mediamente bene, pur non essendo la sua lingua madre, riuscirebbe ad apprezzarle davvero dalla prima all’ultima.

Righediarte. Il titolo del tuo romanzo mi ricorda altre due opere di tuoi illustri colleghi: Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz e D’amore e Ombra di Isabel Allende. L’amore rimane ancora oggi quindi la più grande fonte di ispirazione per gli artisti di tutto il mondo. Quale è la storia d’amore letteraria a cui sei più legata? Quanto invece c’è delle tue storie d’amore nei tuoi romanzi.

Silvia. Ci sono tanti romanzi che al loro interno parlano d’amore e che io amo moltissimo, ma se devo eleggerne uno soltanto allora devo dire L’età dell’innocenza di Edith Wharton. La storia dell’amore travagliatissimo e dolente tra la Contessa Olenska e Newland Archer mi colpì molto quando la lessi, avevo circa vent’anni, e credo ci sia tantissimo di loro, o meglio di ciò che io ho provato per loro e poi per tutto il vasto universo della Wharton e le sue tematiche, nei libri che ho scritto.

Poi però sforo e ne aggiungo un altro che è Espiazione, di Ian McEwan… che infatti si trova citato ne Il cielo dopo di noi.

Per quanto riguarda le mie personali storie d’amore, sì, certamente ci sono dei riferimenti nei libri che ho scritto, perché dopotutto la mia vita, e soprattutto le mie emozioni, fanno parte di uno di quei grandi magazzini cui posso attingere per scrivere. Certo, non scriverei mai un romanzo autobiografico, almeno non per ora, visto che non ritengo la mia vita in toto di così grande interesse per gli altri, e ho anche un certo pudore per ciò che mi riguarda intimamente. Ma diverse situazioni che ho realmente vissuto, opportunamente rielaborate e viste con un occhio molto ironico e autoironico si trovano, per esempio, in Guida astrologica per cuori infranti.

Righediarte. Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

Silvia. Ho pochi amori costanti, mi piacciono i libri e le storie che raccontano, ma sono davvero pochi gli autori che compro a scatola chiusa. Tra questi ultimamente c’è un’autrice inglese che si chiama Jane Harris, perché mi piace il suo stile e il modo di raccontare. Ho avuto una passione folle per Agatha Christie da ragazzina e credo di aver letto quasi tutto.

Righediarte. Quando inizi a scrivere un romanzo ti capita mai di pensare a chi potrebbe essere il tuo lettore-tipo o lasci questa riflessione al tuo editore?

Silvia. Uno scrittore pensa sempre a chi sono i suoi lettori, a chi si sta rivolgendo. La scrittura è prima di tutto una comunicazione, perciò, perché questa comunicazione avvenga nel modo più corretto dobbiamo sapere a chi stiamo parlando.

Righediarte. Quando hai iniziato a scrivere? Quale è stato il tuo percorso?

Silvia. Ho sempre desiderato scrivere. Ho iniziato da ragazzina, sui quaderni, inventavo storie. Poi per un lungo periodo ho accantonato tutto. Finché appunto non ho iniziato a scrivere Di tenebra e d’amore. Traducevo già da qualche anno quando mi dissi che mi sarebbe piaciuto provare, e lo feci anche grazie a una cara amica – la Patrizia a cui è dedicato il libro – che era a casa dal lavoro per via di una gravidanza difficile – da cui poi nacque Elisabetta, che adesso ha quindici anni, a cui ancora è dedicato il libro – e visto che Patrizia è attrice e insegna teatro, mi aiutò molto a comprendere i personaggi e a farli “vedere” sulla carta.

Righediarte. La storia della letteratura, italiana ma anche internazionale, vede oggettivamente una presenza maggiore di autori uomini rispetto alle donne. Nella tua carriera come autrice, ti è mai capitato di subire il peso del pregiudizio proprio in funzione del tuo essere donna?

Pensi che sia più difficile per una donna affermarsi nel mondo della scrittura?

Silvia. Assolutamente sì. C’è poco da aggiungere purtroppo. Il divario c’è, lo sentiamo. Siamo autrici donne, la prima cosa che si pensa è che la nostra sia una scrittura “femminile”, per esempio, una scrittura per donne. Conosco anche diversi signori uomini che hanno ammesso candidamente di non leggere donne per partito preso. Non ho mai sentito dire altrettanto da parte di una donna.

Righediarte. Come anticipato, tu non sei solo autrice ma anche traduttrice ed editor,  ti chiedo se hai mai tenuto dei corsi di scrittura o se ti piacerebbe farlo?

Silvia. Ho tenuto dei seminari di scrittura creativa, un paio di volte anche con i bambini di scuole elementari, ed è stato bellissimo. È un’esperienza che mi piacerebbe ripetere, e in effetti, insieme a un’associazione, stavamo pensando a un corso di scrittura. Ho qualche problema di tempo, purtroppo, visto che, come hai giustamente detto anche tu, oltre a scrivere, faccio la traduttrice, l’editor e la lettrice per un’agenzia letteraria.

Righediarte. Ti lascio con un’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo (se si può sapere ovviamente)?

Sì, certo, si può sapere. Sto lavorando a un nuovo romanzo. Ma di più non si dice.

Concludo questa lunga intervista con l’augurio di leggere presto un nuovo romanzo di Silvia, alla quale va nuovamente il mio grazie di cuore.

Paola Cavioni

*Di Il cielo dopo di noi trovi la recensione su Righediarte, a questo link:

https://righediarte.com/tag/il-cielo-dopo-di-noi/

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Consapevolezza

“But this is all I ever was
And this is all you came across those years ago
Now you go too far
Don’t tell me that I’ve changed because that’s not the truth
And now I’m losing you

Fragile sound
The world outside just watches as we crawl
Crawl towards a life of fragile lines
And wasted time

And so I cry
As I hold you for the last time in this life
This life I tried so hard to give to you
What would you have me do?“

Ditmas, Mumford & Sons

Gennaio è arrivato da qualche giorno, lasciandoci finalmente alle spalle il 2020.

Sono abituata a non fissarmi più di uno o due “buoni propositi” di  inizio anno, perché ho imparato con il tempo a diffidare delle lunghe liste di buone intenzioni, che alla fine creano solo frustrazione per le spunte mancate.

Negli ultimi due anni i miei obiettivi personali a medio e lungo termine si sono concentrati principalmente sulla cura dei rapporti, in famiglia e nelle amicizie.

Ho cercato di fare decluttering nei rapporti che non mi portavano da nessuna parte, vuoti o addirittura tossici, concentrando energia, attenzioni e tempo (tre variabili che non sono infinite purtroppo) solo su relazioni e conoscenze in grado di regalare reciproco arricchimento e, se possibile, positività.

Il secondo obiettivo poi è sempre quello di provare a essere una madre migliore per i miei figli.

Sul primo punto posso dirmi abbastanza soddisfatta,  al netto di quello che è successo nel 2020 che ha tenuto tutti distanti fisicamente, sul secondo invece continuo a lavorare giorno per giorno e penso che, come tutte le madri, non riuscirò mai ad essere completamente soddisfatta di me stessa.

Stamattina, nonostante la pioggia, mi sono presa un paio d’ore per andare a camminare, accompagnata dal freddo lombardo di questi giorni e dagli immancabili Mumford & Sons che mi danno il ritmo nei giri in solitaria. Ho sgranchito le gambe e ho fatto prendere aria ai pensieri.

Ho riflettuto molto, complice il silenzio della campagna.

E ho cercato il mio proposito per questo nuovo anno, che si riassume in una sola parola.

Consapevolezza.

Ad ogni inizio anno sento spesso parlare di necessità di cambiamento, talvolta, a mio parere, con un po’ troppa facilità.

Non sei felice nel tuo posto di lavoro? Cambia.

Non sei felice con il tuo compagno/a? Cambia.

Non sei contento della tua vita? Cambia.

Non sei contento del tuo aspetto? Cambia.

Ma è necessario tutto questo cambiamento esteriore se alla base non c’è una reale consapevolezza di sé?

Quante volte i cambiamenti sono motivati da scelte prese di pancia, salvo poi ritrovarsi al punto di partenza e alla stessa condizione di insoddisfazione?

Il cambiamento è certamente una forma di adattamento e anche di sopravvivenza, ma penso che i cambiamenti veri, radicali e duraturi che affrontiamo nella vita, per scelta o necessità, siano davvero pochi. Per questo vorrei riuscire a concentrarmi sullo scorrere del viaggio, sul presente, con consapevolezza.

Consapevolezza per riuscire a percepire realmente, e quindi ricordare, immagini, suoni, odori ed  emozioni vissute giorno per giorno. Percepire lo straordinario dentro ogni momento ordinario.

Vorrei vivere con più consapevolezza per rendere ogni momento diverso da quello precedente, come se ogni giorno fosse un piccolo cambiamento miracoloso, ma anche per riuscire ad accettare con serenità le situazioni che invece non posso e non possono cambiare.

Consapevolezza nell’affrontare anche la sofferenza che inevitabilmente la Vita ci regala, a suo modo  forse per farci un regalo da portare con noi nel nostro bagaglio di esperienze.  

Questo, solo questo, chiedo al nuovo anno.

Consapevolezza ma anche, se possibile, un po’ di leggerezza.

Paola Cavioni

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