100. Semplicemente GRAZIE a tutti voi!

E con oggi siete in cento a seguire le mie Righe di Arte.

Cento blogger.

Cento persone che come me condividono la passione per la scrittura e quasi duemila visitatori totali dall’inizio dell’anno.

Chissà come mai le cifre tonde si festeggiano più delle altre.

Chissà se cento è tanto o poco. Oggi non mi importa, perché per me cento è tantissimo, un gran bel risultato per un blog nato quasi come un diario personale, un luogo virtuale dove conservare tutti i miei scritti in un periodo non proprio facile della mia vita.

Sono stata lontana dalla scrittura nelle ultime settimane, ma conto di riprendere presto a pieno ritmo, con nuovi progetti e nuovo entusiasmo.

Oggi voglio solo ringraziarvi uno per uno.

Chi c’è stato dall’inizio e chi è appena arrivato, chi è solo di passaggio e chi vuole restare, chi apprezza e chi critica, chi prende suggerimenti e chi ne da.

Grazie, grazie, grazie di cuore a tutti voi.

Paola

 

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Racconti del giovedì. Quinta puntata.

Dopo qualche settimana di assenza, tornano i racconti brevi del giovedì.

Buona lettura!!

AL SUPERMERCATO

A&O? Yess! Mi vesto…

Si rinnova quello che ormai è un piacevole rito giornaliero, la spesa con Andrea al supermercato dietro casa. Ormai siamo degli habitué e ci concediamo spesso due battute con le commesse. Una di queste, ricordandosi della mia operazione e collegando che sono tre mesi che non mi vede, mi chiede come stessi e come procedesse la riabilitazione.

Che cara, penso. Non faccio in tempo a risponderle però. C’è infatti, al banco dei freschi, un ragazzo nuovo: “Ti sei operato? Cos’hai fatto? Menisco?”

“Eh, in realtà 2 crociati e poi sì, anche la sutura del menisco”.

“Minchia, servizio completo!”.

“Eh già…”.

“Pensa, anche mio padre si è operato; non ha più niente là sotto! Ha tolto tutto! 25 giorni ed era già sui campi! Te l’ho detto, no? Lo sai chi è, no?”

No. Non abbiamo mai parlato di suo padre e non ho neanche la più pallida idea di chi sia.

Andrea mi guarda. Capisce che non ce la fa e si allontana. Io insisto.

“25 giorni mi sembra pochino. I tempi standard sono di 6 mesi. Salvo complicazioni”.

Capisce che non ce la beviamo. Rincara la dose.

“No vabbè, ma lui è un pazzo!! 41 gol ha fatto quell’anno! Te l’ho detto, no?”.

Lui arrossisce, io mi intenerisco. Assodato che il recupero fisioterapico non è accelerato dall’instabilità mentale così come il mio dialogo col salumiere non è facilitato dallo sguardo di Andrea, opto per capire il perché del suo bisogno di raccontarmi tutto questo. Ci arrivo.

Tutti hanno bisogno di miti, di riferimenti. Ci aggrappiamo costantemente a rockstar, calciatori, divi del cinema. E allora perché non al proprio padre? E poi chi l’ha detto che non fosse vero che in 25 giorni suo padre era di nuovo sui campi da gioco? Magari ha ragione Andrea: “hai frainteso Beppe, suo padre fa il custode”.

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L’autore

Giuseppe Malandrino, classe 1984, altoatesino di nascita, sangue siciliano, il cuore a Torino e la residenza a Milano.

Nella vita si è laureato in psicologia, lavora nelle risorse umane e corre, corre tanto.

Scrive racconti di vita quotidiana. I protagonisti delle sue storie potrebbero essere vicini di casa, i tuoi colleghi. Tu stesso.

Per info: malagiuseppe@hotmail.it

 

Trovate i racconti già pubblicati a questi link:

https://righediarte.com/2017/04/20/racconti-del-giovedi-terza-puntata/

https://righediarte.com/?s=seconda+puntata

https://righediarte.com/?s=prima+puntata

https://righediarte.com/2017/04/27/racconti-del-giovedi-quarta-puntata/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che bella la primavera. Ma non se abiti in Lombardia.

Sono nata in provincia di Milano.

Vivo da sempre in provincia di Pavia.

Sono quindi abituata e direi quasi vaccinata rispetto al clima e alle “bellezze” tipiche della Pianura Padana.

Sono abituata alla nebbia da ottobre a gennaio, che crea più code di quelle ai bagarini per un concerto dei Coldplay. Lei che ti fa ricordare ogni mattina tutti i santi del calendario, quando non riesci ad entrare in tangenziale neanche se parti da casa alle 5 e al lavoro ci vai in bicicletta.

I miei occhi sono talmente abituati al tuo faro retronebbia che quando scendo dalla macchina mi scambiano per la sorella incazzata di Ciclope degli X Men.

Sono abituata alla caldazza del mese di luglio che fa fondere l’asfalto sotto il cavalletto della bicicletta. Che se osi scendere dallo scivolo con tuo figlio e i pantaloncini corti puoi tranquillamente dire addio alle tue chiappe perché le troverai fuse lungo tutta la discesa, come lardo adagiato su una fetta di pane.

Sono abituata alle cimici che fanno come noi le partenze intelligenti e ormai tornano già al mese di agosto, pure loro belle abbronzate e riposate dalla ferie, pronte a romperti i coglioni non appena osi stendere i panni sul balcone. Oppure le migliori, le cimici che vogliono farti a tutti i costi compagnia in macchina quando indossi un bel paio di pantaloni bianchi puliti e ti ci siedi sopra. E allora ripeti a memoria tutto l’elenco dei santi che hai sapientemente studiato durante le code in inverno per la nebbia. E poi devi stare a distanza di sicurezza dagli altri, perché gli anni passano ma certe cose non passano mai, e la puzza di cimici è una fra queste.

Sono abituata alle cavallette transgeniche chiaramente figlie di Alien che ti trovi attaccate alle imposte di casa quando nelle campagne tagliano il mais. Quelle che Macchia, la mia piccola beagle, mi porta in casa come fossero un bellissimo trofeo croccante (‘tacci suoi..). Amore della mamma, prima di darmi un bacino vieni qua che ti disinfetto la bocca con l’idraulico liquido…

Sono abituata a quando nevica e ogni anno non puliscono le strade, oppure quando le puliscono ma spalano tutta la neve davanti al tuo box.

Insomma, sono abituata. Oppure rassegnata, che in questo caso è la stessa cosa.

 

Ma alla primavera lombarda quella no, non mi abituo mai.

Perché lei ti illude sempre, come il più bello della scuola che fa finta di starci ma poi scopri che ti stava solo prendendo in giro e in realtà esce con la tua migliore amica.

Non mi posso abituare all’ascella pezzata al mese di febbraio, quando a poco più di un mese dal Natale esci in pausa pranzo e ci sono quindici gradi. E allora, povero illuso, pensi “cazzo vai che quest’anno arriva presto la primavera!”.

E fino al 15 marzo sono tutte belle giornate, e conti i giorni che mancano al cambio dell’ora quando finalmente all’uscita dall’ufficio ci sarà un po’ di luce e non ti sentirai più come Dracula che esce di casa alla mattina col buio e torna a casa di sera, sempre e solo al buio.

Attendi con ansia che arrivino i ponti del mese di aprile e maggio, perché finalmente puoi smettere di indossare la canottiera della salute e fare il cambio di stagione.

Poi aprile arriva. E tu, povero lombardo che non abiti né mare né montagna, attendi con ansia il fine settimana per poter fare almeno un giro in bicicletta. E ti basta questo pensiero per essere felice, per affrontare la settimana senza la voglia costante di buttarti sotto un treno.

Alla fine è primavera, tutto ricomincia, fino a venerdì mettono sole, cosa mai potrà andare storto?

E poi arriva lei.

La pioggia.

Ogni anno.

In primavera.

A rompere i coglioni.

E non è pioggia, è proprio Il Diluvio Universale Parte Seconda La Vendetta. Solo che tu non sei Mosè e per muoverti hai solo una misera Yaris, e volevi anche fare il cambio delle gomme visto che ormai è primavera.

Con una precisione chirurgica la pioggia arriva a Pasquetta. Poi torni a lavorare e lei se ne va.

Ma tanto lo sai che torna. Al primo di maggio. Perché la pioggia è vegana e non vuole che tu, stronzo carnivoro, faccia la grigliata con gli amici.

No, alla pioggia e al freddo bastardo in primavera non mi abituo.

Non mi abituo alla collega che dal mese di aprile in poi si ostina a venire in ufficio con la scarpa aperta o con la gonna senza calze. Non mi capacito del perché lei riesca a saltellare fra una goccia e l’altra mentre a me basta fare il tragitto dalla casa al parcheggio per essere ridotta ad uno swiffer bagnato, ma con la colite e il naso gocciolante.

Non mi abituo alla vista di tutte le povere ballerine affogate in litri e litri di pozzanghere perché “quando sono uscita di casa stamattina c’era il sole, poi..”

No, non riesco ad abituarmi a questa strana primavera lombarda.

Perché poi non solo piove e fa freddo, ma ci sono sempre le zanzare rincoglionite che non capiscono più che stagione è, e come dargli torto?

 “Ma come, fino a due giorni fa c’era il sole? Sono arrivata apposta dall’Africa. Vabbè, nel dubbio io rimango”.

E rimangono davvero, e sono solo una antipasto di quelle che arrivano poi a giugno.

Perché anche le zanzare ogni anno festeggiano la Festa dell’Unità, e non serve che ti guardi troppo attorno. Tu fai parte della loro grigliata mista, perché loro no, non sono vegane.

 

Paola Cavioni

 

 

 

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Racconti del giovedì. Quarta puntata.

Quarto appuntamento con i racconti brevi del giovedì.

Se vi siete persi le puntate precedenti (sia mai!!), le trovate qui:

https://righediarte.com/2017/04/20/racconti-del-giovedi-terza-puntata/

https://righediarte.com/?s=seconda+puntata

https://righediarte.com/?s=prima+puntata

Buona lettura!

 

LA PISCINA

Trentotto…

Trentanove…

Quaranta.

Oggi ho fatto più fatica del solito. Esco dall’acqua, cuffia e occhialini in una mano, lo zaino nell’altra, direzione doccia. Circumnavigo la piscina, salgo le scale. Scelgo la mia doccia. Non c’è nessuno ed io mi lascio massaggiare dal getto caldo e deciso.

Arriva qualcuno. E’ un signore sui trentacinque. Non mi nota. Appoggia l’accappatoio sulla panchina e, rialzando lo sguardo, viene sorpreso dallo specchio soprastante. Decide che il profilo è la scelta più indicata; un bel respiro di pancia, narici allargate, mento in fuori e si assesta due colpetti a mani aperte sulla pancia.

Esattamente in quel momento si accorge di non esser solo. Si imbarazza. D’istinto contraggo la bocca in una smorfia che vuol essere un sorriso rassicurante. Riesco nell’impresa. “Devo calare qualche chilo… A prenderli ci va niente, ma a perderli! Dovrei limitare il pane, la pasta, ma mia moglie cucina… E poi, come fai a non mangiare!? Tu sei giovane e sei in forma, ma ti assicuro che dopo i trenta il metabolismo non è più lo stesso…”

Io sarò “giovane” ma ho ventinove anni. Gli dico che anch’io sono a dieta, che sono fermo per un ginocchio malandato e che presto mi opererò. Gli risparmio che non tocco un piatto di pasta da mesi.

Col sorriso sulle labbra mi vesto e lo saluto.

Fuori fa un freddo cane ed io sono in bici. Arrivo presto a casa. Mi tolgo giacca e scarpe, svuoto lo zaino e inizio a preparare il pranzo. Decido nel frattempo di mettermi comodo.

Vado in stanza e, mentre mi cambio, l’occhio cade sullo specchio.

Mi guardo bene intorno. Niente.

Fuori dalla finestra. Niente.

Gonfio le narici, tiro fuori il mento e con una faccia tra l’insoddisfatto e il rassegnato, mi assesto, decisi, due colpetti sulla pancia.

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L’autore

Giuseppe Malandrino, classe 1984, altoatesino di nascita, sangue siciliano, il cuore a Torino e la residenza a Milano.

Nella vita si è laureato in psicologia, lavora nelle risorse umane e corre, corre tanto.

Scrive racconti di vita quotidiana. I protagonisti delle sue storie potrebbero essere vicini di casa, i tuoi colleghi. Tu stesso.

Per info: malagiuseppe@hotmail.it

Lune-di … cinema, 24 aprile 2017. Righe su Basilicata Coast to Coast (Italia, 2010)

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Per iniziare questa settimana con un sorriso e un pensiero positivo, oggi non voglio consigliarvi un libro ma questo film, vincitore di ben tre David di Donatello nel 2011 (Miglior regista esordiente, Miglior musicista, Miglior canzone originale).

“Ci sono quattro musicisti, un cavallo ed un carretto.”

Sembra l’inizio di una barzelletta, come ci sono un italiano, un francese e un inglese.

Invece è la trama, in breve, dell’originale prima riuscitissima prova alla regia dell’attore Rocco Papaleo.

I quattro musicisti sono amici dalle storie diverse, accomunati dall’amore per la musica. Sono Nicola Palmieri (Rocco Papaleo), il capobanda, insegnante di liceo artistico con una moglie “ingombrante” e una grande voglia di rivincita; Franco Cardillo, interpretato da Max Gazzè alla sua prima prova d’attore, falegname muto come un pesce dopo la morte della donna amata; Salvatore Chiarelli (Paolo Briguglia) alla chitarra, ex studente di medicina che ha perso la fiducia nelle donne, ed infine Rocco Santamaria (Alessandro Gassman), alle percussioni, classico personaggio televisivo che ormai vive della gloria passata. Insieme formano il quartetto Le Pale Eoliche.

In un giorno di settembre, su idea di Nicola, il gruppo decide di partire a piedi da Maratea per raggiungere un festival musicale sulla costa ionica, a Scanzano Ionico. Un percorso di circa 150 km, in macchina meno di due ore, che i quattro decidono però di fare a piedi, in una strano tour, una sorta di strano Cammino di Santiago lucano alla ricerca di loro stessi.

In questo viaggio sono accompagnati dalla giovane Tropea Limongi (Giovanna Mezzogiorno), giornalista di una locale televisione parrocchiale, figlia di un noto politico, che sembra insofferente ad ogni cosa, per prima cosa allo strano gruppo musicale, e cronicamente incapace di appassionarsi a qualcosa che non sia la macchina da presa.

Fino a qui la trama.

Perché consiglio questo film?

Perché dietro l’aspetto comico più immediato di questa storia si nasconde, a mio parere, molto altro.

Il tempo

Nel viaggio gli amici si prendono tutto il tempo che vogliono per arrivare a Scanzano, tanto che viene da chiedersi “ma non hanno un cazzo da fare?”. E qui c’è la prima bellissima riflessione.

Il tempo come dono.

Siamo realmente capaci di meritarlo? si chiede Nicola all’inizio del film.

Sempre talmente presi da mille cose  inutili e ripetitive nella nostra vita che spesso ci dimentichiamo che ogni giorno è unico, e come tale andrebbe vissuto. Prendersi del tempo per coltivare le proprie passioni, per impossessarsi di ogni secondo, per vivere ogni respiro non come se fosse l’ultimo ma come se fosse sempre il primo. Per iniziare e finire la giornata con una domanda: cosa farò di buono oggi e cosa ho fatto di buono oggi?

La ricerca di se stessi

Il viaggio è sia metafora della vita che esplorazione alla ricerca della propria identità.

Come dice il noto proverbio cinese “chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita”. Ognuno dei partecipanti di questo strano cammino riesce a sistemare qualche aspetto della propria vita di cui non era soddisfatto.

Nicola dimostra finalmente alla moglie di essersi impegnato in un progetto e di averlo portato a termine. Franco capisce di provare qualcosa, ricambiato, per la spigolosa Tropea, riuscendo persino a farla sorridere. Salvatore, dopo aver salvato un uomo dopo un incidente stradale, decide di tornare in università per diventar finalmente medico. Rocco capisce che i suoi giorni di fama sono finiti e che è giunto il momento di cercarsi un lavoro vero.

In questo caso non importa quale sia la meta, ognuno ha la sua, ma è nel viaggio che si scopre dove indirizzare le proprie energie.

La Basilicata

Rocco Papaleo è nato proprio a Lauria, provincia di Potenza, una delle tappe toccate dal viaggio.

In questo film il sud Italia torna ad essere teatro di storie positive, scanzonate, comiche, di speranza, non solo affresco di storie di mafia e criminalità organizzata come troppo spesso, purtroppo, il cinema italiano ci ha abituato.

Nel film c’è anche un omaggio a Carlo Levi. L’autore del romanzo Cristo si è fermato ad Eboli venne confinato ad Aliano, in provincia di Matera, dal regime fascista, e proprio nel piccolo comune lucano è sepolto.

L’amore

Il film è un inno all’amore. Un inno non solo ai nuovi amori che nascono, ma anche a quelli che resistono nel tempo.

Bellissima la scena nella quale il gruppo si rifugia in una vecchia di campagna per sfuggire ad un acquazzone, parlando con l’anziano proprietario gli chiedono come mai non abbia il televisore:

“Ma veramente non avete la televisione?”

“E quando la guardo la televisione? Lavoro tutto il giorno.

“E scusate, ma non la potete guardare la sera?”

“La sera guardo mia moglie”

Penso che se tutti alla sera guardassero la propria moglie o il proprio marito invece che la televisione ci sarebbero molti meno divorzi e molti più bambini in questo paese.

In questo breve scambio di battute c’è una delle più belle dichiarazioni d’amore che io abbia mai sentito.

Un ultimo consiglio prima di lasciarvi alla scoperta della pellicola.

Alla fine del film alzate al massimo il volume e godetevi ogni singola nota della meravigliosa Mentre dormi di Max Gazzè.

Buona settimana a tutti.

 

Paola

 

Mentre dormi

Mentre dormi ti proteggo

E ti sfioro con le dita

Ti respiro e ti trattengo

Per averti per sempre

Oltre il tempo di questo momento

Arrivo in fondo ai tuoi occhi

Quando mi abbracci e sorridi

Se mi stringi forte fino a ricambiarmi l’anima

Questa notte senza luna adesso

Vola tra coriandoli di cielo

E manciate di spuma di mare

Adesso vola

Le piume di stelle

Sopra il monte più alto del mondo

A guardare i tuoi sogni arrivare leggeri

Tu che sei nei miei giorni

Certezza, emozione

Nell’incanto di tutti i silenzi che gridano vita

Sei il canto che libera gioia

Sei il rifugio, la passione

Con speranza e devozione

Io ti vado a celebrare

Come un prete sull’altare

Io ti voglio celebrare

Come un prete sull’altare

Questa notte e ancora

Vola tra coriandoli di cielo

E manciate di spuma di mare

Adesso vola

Le piume di stelle

Sopra il monte più alto del mondo

A guardare i tuoi sogni arrivare leggeri

Sta arrivando il mattino

Stammi ancora vicino

Sta piovendo e non ti vuoi svegliare

Resta ancora, resta per favore

E guarda come

Vola tra coriandoli di cielo

E manciate di spuma di mare

Adesso vola

Le piume di stelle

Sopra il monte più alto del mondo

A guardare i tuoi sogni arrivare leggeri

Vola

Adesso vola

Oltre tutte le stelle

Alla fine del mondo vedrai, i nostri sogni diventano veri

Trovate la scheda completa del film su:

http://www.mymovies.it/film/2010/basilicatacoasttocoast/

 

 

 

23 aprile, Giornata Internazionale del Libro e del diritto d’autore.

Il 23 aprile è il giorno di William Shakespeare.

Il più grande drammaturgo inglese di tutti i tempi nasce e muore proprio il 23 aprile, rispettivamente nel 1564 e 1616.

Per uno strano gioco del destino in quello stesso giorno muoiono anche Miquel de Cervantes, immortale autore di Don Chisciotte della Mancia, e Garcilaso Inca de la Vega, importante scrittore peruviano nato a Cuzco nel 1539 autore dei Commentari reali degli Inca, testo più importante della letteratura peruviana di epoca coloniale.

Altra giornata non poteva essere scelta per celebrare il libro nella sua totalità, dal lavoro intellettuale di scrittura fino alla pubblicazione.

Patrocinata dall’UNESCO fin dal 1996, la Giornata Internazionale del Libro e del diritto d’autore è dedicata alla promozione della lettura e alla protezione dell’attività intellettuale come patrimonio indiscusso dell’umanità, da proteggere, conservare e tramandare con la stessa cura dovuta ad ogni opera d’arte.

In queste giornate dedicate alla fiera milanese Tempo di Libri, questa ricorrenza non fa che riportare nuovamente l’attenzione sul meraviglioso mondo della carta stampata.

Auguro quindi a tutti voi una buona domenica di lettura.

Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso.
(Daniel Pennac)

giornata internazionale del libro

Racconti del giovedì. Terza Puntata.

Dopo la pausa per feste di Pasqua, torna il terzo incontro con le storie del giovedì scritte da Giuseppe Malandrino.

Preparatevi a scendere dal piedistallo…

 

Buona lettura!

FESTA SCUDETTO

Sono in casa da giorni. Devo dare una scossa alla mia apatia. Dai. Mi faccio una bella doccia calda, mi riempio di borotalco che neanche Luigi XV, brillantina stile mio nonno nei capelli, Paul Smith leggero intorno al collo come unica nota di colore e poi mi riempio di nero che sfina, è elegante, sta bene con tutto e tutto il resto.

Sento Andre; fra un paio d’ore è in piazza. Cosa faccio un paio d’ore vestito come un damerino in casa? Vada per il giro sotto i portici.

Piove. Ho una porta-finestra a 4 ante ma la mia furbizia evidentemente ne ha a malapena una. Avessi guardato prima. Comunque; ho l’ombrello, no? E poi è solo fino ai portici…

Appena li raggiungo capisco che oltre che alla finestra avrei dovuto prestare attenzione anche alla televisione. La Juve ha deciso di vincere lo scudetto proprio oggi riversando orde di tifosi in tutto il centro. Io, per vincere qualcosa a mia volta, provo con il record di imprecazioni trattenute in un minuto.

Decido comunque di arrivare in piazza Castello dedicandomi ad uno dei miei hobby preferiti: commento critico-estetico del passante. I passanti sono perlopiù i reduci dello stadio con birre in una mano e bandiere nell’altra. “Stai calmo e passala a Pirlo” è la maglietta che va per la maggiore. Io sto anche calmo, ma qui di pirli ne passano parecchi; jeans con cuciture improbabili che si afflosciano abbondanti su sgargianti scarpe da ginnastica, portati in giro da camminate strascicate e piedi accoglienti, aperti come le braccia di una madre quando torna il figlio in congedo. Sciarpe e magliette bianconere; anche loro sono dei vincenti. Puzza di birra e kebab. Cori. Ignoranza.

Mi viene quasi da ridere vedendomi da fuori.

Torno indietro e mi fermo sotto un portichetto di piazza Vittorio. Ho fame. Tiro fuori la mela.

Dopo 2 morsi mi passa davanti una coppia di vecchietti. In un attimo bam! Lei scivola, ma dal tonfo sembra cadere dal terzo piano, e non contenta, si tira giù anche il compagno. Vado a soccorrerli. Porgo il braccio a lei, a lui ci pensa qualcun altro. “Signora si sente bene?”. Niente. “Vuole sedersi un attimo?”. Niente. E’ sotto shock. Appena si alza l’uomo lo prende sotto braccio e se ne va, senza dire una parola.

Anni di psicologia mi hanno insegnato a rimandare una gratificazione. Sorrido nel vederla andare via, capendo che al momento ha pensieri più impellenti che quello di ringraziarmi.

Li guardo allontanarsi, poi ritorno alla mia mela. No. Si è sporcata di terra. La butto. Vabbè. Però… sento puzza… Ma si, è puzza di merda! Che ne abbia pestata una? Sinistra no. Destra no. Eppure… Noooo! Cremosa e fumante ce l’ho spalmata sul braccio! Capisco al volo l’iter: merda per terra – vecchietta per terra – vecchietta su braccio – merda su braccio.

Torno a casa. “Ma tu guarda ad aiutare i vecchi!”. La verità è che c’è voluta la saggezza di un’anziana per rimettermi al mio posto.

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L’autore

Giuseppe Malandrino, classe 1984, altoatesino di nascita, sangue siciliano, il cuore a Torino e la residenza a Milano.

Nella vita si è laureato in psicologia, lavora nelle risorse umane e corre, corre tanto.

Scrive racconti di vita quotidiana. I protagonisti delle sue storie potrebbero essere i tuoi vicini di casa, i tuoi colleghi. Tu stesso.

 

Per info: malagiuseppe@hotmail.it