Fra scrittura e vita. Righe su “Cose che ti dico mentre dormi” di Enrica Tesio

«Pensa che bella la vita.»

Rem tene, verba sequentur, dicevano i latini.

Se possiedi la materia, le parole arrivano.

A Enrica le parole arrivano, e ci fa pure la giocoliera.

La materia – anzi, le materie – non può che padroneggiarle: la vita e la scrittura.

La strana coppia, quella che nelle mani giuste diventa sceneggiatura.

Tra i primi libri sul mio comodino in questo 2026 c’è Cose che ti dico mentre dormi (Bompiani, 2025), una lettura che scivola sotto gli occhi con disarmante naturalezza. Ho perfino provato a passarlo – almeno nei capitoli irresistibili sull’adolescenza – a mia figlia maggiore, che ha quasi quindici anni. Per ora senza successo. Peccato: sarei curiosissima di conoscere il suo punto di vista.

Cose che ti dico mentre dormi è un libro che attraversa rapporti familiari, autobiografia, traumi, lutti, partenze, ritorni, separazioni, scoperte del corpo e dell’amore, illusioni e disillusioni.

Ed è impossibile sono certa non ritrovarsi in quelle parole, a pensare più di una volta: ti capisco, Enrica.

A volte fa quasi male da quanto è vero, da quanto alcuni passaggi, alcuni snodi della vita siano gli stessi per tutti, magari in tempi diversi, ma i medesimi.

La sua è una scrittura da cesellatrice: niente è lasciato al caso, niente è scontato o ripetitivo.

La vita che esce dalle pagine la senti addosso, la tocchi, nella sua consistenza quotidiana e insieme straordinaria. Perché, in fondo, la vita resta una meravigliosa avventura, e quando non lo è, penso che l’unico modo per affrontarla sia il sapersela raccontare bene.

Enrica parla come un’amica davanti a uno spritz, senza inutili fronzoli. Arriva dritta, come una risata che parte dal cuore.

Uno dei libri italiani più riusciti che abbia letto negli ultimi anni: una boccata d’aria buona, un esercizio di ottima scrittura che ti riconcilia con la sonorità di parole scelte bene e scene divertenti.

Il romanzo è costruito come una serie di lettere, monologhi rivolti agli affetti più cari: la madre, il padre, il figlio, la figlia, l’uomo amato, l’amica. Frammenti in cui non si distingue dove finisce la confessione, l’autobiografia, e dove inizi l’invenzione – ed è proprio questo il suo fascino.

Mi fa venire in mente il concetto di leggerezza delle Lezioni americane di Calvino, di una narrazione che vola, unita alla profondità di chi ha vissuto, la saggezza e l’ironia di chi non smette mai di farsi domande.

La lingua è così musicale, che l’inizio di ogni capitolo si fa poesia vera, quelle stesse poesie che Enrica legge sui social.

Lei e la sua massa di riccioli d’argento a invadere lo schermo del cellulare.

Me la immagino, lei, di notte, davanti allo schermo, con i figli che dormono, a scrivere e riscrivere, limare, cercare la parola esatta, la sfumatura necessaria. A godere del rumore dei tasti del computer, musica per le orecchie di chi ama la scrittura.

Perché questo libro oltre ad essere un inno agli affetti più cari è una dichiarazione d’amore potentissima sull’urgenza della scrittura:

«Il problema della scrittura è che è liberatoria solo quando riesce, durante è un travaglio. Disegnare è un atto che, volendo, può essere automatico, meditativo, svuota la testa. La musica anche la si può suonare per puro diletto, senza intenzioni: esegui dei movimenti, e se li esegui un numero di volte sufficienti il tuo corpo li riproduce senza pensarci. La scrittura no, non prevede esecuzione, è sempre componimento.»

Enrica è sottile, lucidissima. Racconta i drammi, il lutto, la disillusione dell’età adulta, ma lo fa con una grazia che non pesa mai. Non è soltanto talento narrativo: è capacità di vedere, di attraversare le cose, di rielaborare i ricordi e restituirli trasformati.

Forte di vent’anni nel copywriting, perfettamente a suo agio anche nel linguaggio dei social, riesce a tenere insieme profondità e immediatezza, cultura e quotidiano, poesia e concretezza, lirismo e comicità.

Concludo la lettura di questo libro pensando che in questo momento è esattamente quello di cui avevo più bisogno, trovare nuovi occhi con i quali rileggere anche la mia vita.

Perché alcuni libri li leggi, altri, come in questo caso, ti leggono.

Paola Cavioni, 13 febbraio 2026

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Lettera notturna

Ti scrivo in una notte senza sonno, papà, affidando i pensieri alla scrittura per riuscire, come mi capita spesso, a metterli in fila, a vederli più chiaramente.
A provarci almeno.
Scrivere, alla fine, è un modo come un altro per affrontare la realtà.

Il bollitore borbotta sul fornello.
L’unico altro suono, in questo momento, è quello dell’orologio sulla parete: pessimo acquisto analogico che di notte diventa una colonna sonora molto vintage, ma anche molto sgradevole. Ormai però sta lì appeso, e mi dispiace quasi mandarlo in pensione anticipata.

Per il resto la casa si è fatta silenziosa: i ragazzi dormono, e anche dalla strada finalmente sono spariti gli schiamazzi e i clacson. Resto nella solitudine degli insonni.

Rumori a parte, la capacità di prendere sonno facilmente non è mai stata la mia specialità, fin da adolescente. Ormai ne sono consapevole e non mi agito nemmeno più: sono sregolata e lo so, come so che domani notte dormirò come un sasso, ma adesso è inutile insistere.
Ho sempre invidiato chi riesce a silenziare i pensieri a comando, appena mette la testa sul cuscino.

Mi chiedo se tu abbia mai avuto questo problema. È strano come siano proprio certi piccoli dettagli a ricordarti di non aver mai saputo tutto, nemmeno delle persone che ti sono state più vicine.
Quante notti insonni avrai passato nella tua vita. A cosa pensavi?

Davanti a me ora c’è una povera camomilla indifesa che mi guarda, e sono abbastanza sicura che abbia più sonno lei di quanto ne abbia io.

In questi ultimi giorni ti ho pensato tanto, papà.
Forse perché sta arrivando febbraio e manca meno di un mese al tuo compleanno.
Sarebbero settantaquattro? Sto iniziando a perdere il conto: devo fermarmi e fare i calcoli con le dita. Duemilaventisei meno millenovecentocinquantadue.

Ti penso mentre scrivo al tavolo della sala da pranzo, in una casa che è stata la vostra di giovani sposi, poi la nostra come famiglia, e ora dopo infiniti giri tornata mia.
Mia e dei ragazzi. Siamo qui, abbiamo tenuto le stanze, sistemato le crepe, e no, non sto parlando solo dei muri.

I rumori stanno diventando familiari, i gesti e i riti abituali . Dove nel tempo dell’infanzia siamo stati in cinque, ora siamo in tre. Stiamo imparando nuovi equilibri, tra colazioni veloci di sbadigli, zaini da disfare e cene di risate e parole.

A volte mi sembra di camminare in una casa che conosco a memoria ma con un passo diverso, più attento, come se dovessi continuamente ricordarmi che adesso tocca a me tenere insieme tutto.
“Sono l’uomo di casa”, dico spesso con un sorriso ai ragazzi.

Chissà cosa diresti tu di questa nuova condizione.

Spunti anche durante la giornata, all’improvviso. Proprio ieri, mentre aspettavo la metropolitana dopo il lavoro, una ragazza accanto a me ha tirato fuori dalla tasca il telefono che squillava. Sullo schermo ho letto chiaramente: “Papà”, con un tenero cuoricino.
Ha risposto con una voce squillante; dava istruzioni che ho riconosciuto subito, parole che mi sono state familiari per molto tempo:
Sì sì papà, io sto arrivando. Fate ancora qualche gioco insieme che io arrivo.”

Un nonno e il suo bambino che aspettano insieme il ritorno della mamma dal lavoro. Una scena come tante.
Mi sono trovata a fissare quella ragazza, e avrei tanto voluto dirle quanto, in quel momento, stessi invidiando quel loro gesto così apparentemente semplice.

Ho ripensato a quando ero io a telefonarti mentre tu eri in giro con Gaia piccola, o con Francesco, o a casa con la mamma.
“Sono bloccata in tangenziale ma sto arrivando, faccio il prima possibile.”

Quando loro erano piccoli e la vita iniziava a essere tutta una corsa per riuscire a tornare a casa velocemente, per poter esserci anche solo un quarto d’ora in più, con il profumo di salviette di bambini e le manine sporche.

Non so cosa darei per poter tornare una sola volta in uno di quei momenti, ma con la consapevolezza di oggi.

Tornare a uno dei nostri pomeriggi insieme, in pasticceria da Trava. Seduta al tavolo ad aspettare mentre guardavi il bancone pieno di dolci, e poi prendevi sempre la solita “musica al cioccolato”. Francesco se le ricorda ancora, anche se era molto piccolo, io da quando non ci sei non ne ho più mangiate. Una specie di madeleine al contrario.

Che bello sarebbe poter tornare una sola volta a parlare con te, a chiederti un consiglio, a ridere raccontandoti una delle mie “cavionate” quotidiane. Tornare a parlare di storia, di teatro, di tutte le cose che non capivo e che tu con pazienza mi spiegavi.

Lo sceneggiatore che ha scritto, e sta scrivendo, le nostre vite non ci ha fatto mancare proprio nulla, nel bene e nel male. Una giostra senza sosta, dove alcuni di noi sono scesi forse troppo presto.

Penso che sarebbe bello avere quella certezza, quella fede, per sapere che tu da qualche parte ci guardi ancora, tu con lo Ste.
Io di fede non ne ho molta, di certezze men che meno. Però ti cerco nei ricordi, nei gesti che mi vengono naturali senza sapere bene da dove arrivino, nelle frasi che mi scopro a ripetere ai ragazzi e che riconosco come tue. Ti cerco in quello che ci hai insegnato senza farne una lezione, solo vivendo, sbagliando. E di sbagli, modestamente, io sono una professionista.

Non ho mai pensato che il compito dei figli sia quello di rendere orgogliosi i genitori, ma vorrei tanto sapere se almeno un po’ tu oggi lo saresti, nonostante tutto.
Proprio di recente ho sentito una frase molto bella: i figli appartengono alla vita.
Forse è questo il lascito più grande che ci avete dato: la libertà di essere, di sbagliare, di provare, senza dover dimostrare niente a nessuno. Andare avanti portando con noi quello che serve, lasciando andare il resto.

Nel frattempo si sono fatte le due.
La casa ora vibra al solo ritmo dei respiri leggeri dei ragazzi, un suono pieno e fragile insieme, che mi tiene ancorata al presente. Li guardo, li ascolto e penso che, in fondo, è così che si resta: nei respiri di chi viene dopo, nei giorni che arrivano dopo le notti insonni, nella vita che continua ad essere sempre una meravigliosa scoperta anche quando fa male.

Ed è giusto così.

È una notte di pensieri questa, papà.
Ora provo a dormire.

Buonanotte.

28 gennaio 2026

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Davide Tonelli Galliera e Pablo Trincia. Quando le cicatrici diventano parole.

Milano, 26 maggio 2025

“Niente di quello che è stato scritto in questo libro è stato in alcun modo romanzato dall’autore”
(Nota all’inizio di “Veleno”, di Pablo Trincia)

È tardo pomeriggio, Feltrinelli di Piazzale Gae Aulenti. Luogo “da fighetti”, solitamente.
L’occasione è di quelle ghiotte, almeno per me: Pablo Trincia introduce il libro Io, bambino zero di Davide Tonelli Galliera.
Il caso è quello raccontato in Veleno.

C’è un bel gruppo di persone, di ogni età e tipo, anche se i miei occhi vedono molte più donne presenti in quella platea da orario aperitivo, nella piazza con vista grattacieli.
Seduti, in piedi, appoggiati ovunque ci sia uno spiraglio: ascoltano. O forse, più che ascoltare, trattengono il fiato quando parla prima Pablo e poi Davide, in un botta e risposta che chiede rispetto e silenzio.

Io sono tra loro, con Maura, la mia compagna di “avventure” urbane improvvisate.
Mentre il sole, piano piano, inizia a calare su una Milano che io vedo sempre in corsa e di corsa, noi qua ci fermiamo per tutto il tempo della presentazione. Raccolti, in silenzio, mentre un vento insolito inizia a fare mulinelli tutto intorno a noi.

Pablo Trincia non ha bisogno di grandi effetti per tenere la scena. Gli basta un microfono e qualche sorso d’acqua ogni tanto. La sua voce è solida, con la sicurezza di chi sa di cosa sta parlando, di chi è abituato ad avere davanti una platea; di chi ha vissuto per mesi immerso nei documenti, nelle testimonianze, nei processi della complessa vicenda giudiziaria che, fra la fine degli anni ’90 e i primi anni 2000, esplose come un uragano nei comuni di Mirandola e Massa Finalese, nella Bassa Modenese.

Ma oggi non è Pablo il protagonista. Lo è Davide. Il bambino zero. Dario, in Veleno.
Il primo.
Il cuore di una storia che ha fatto male. Troppo, e a troppi. E che ancora oggi divide, spacca, mette a disagio.

Davide ha il volto scavato di chi ha avuto bisogno di anni — forse una vita intera — per trovare il coraggio di raccontare, per tornare a vivere e non semplicemente sopravvivere, per rimettere insieme i pezzi di un’esistenza messa alla prova fin dal suo concepimento.
Risponde alle domande di Pablo, oppure va a braccio. Racconta frammenti della sua infanzia violata — non da un mostro nascosto sotto il letto, ma da un meccanismo ben più pericoloso: quello della suggestione, del sospetto, dell’errore giudiziario che diventa orrore e tragedia, che divide le famiglie e ne uccide i componenti (e non solo in senso metaforico).

Racconta di come si diventa “prova vivente” in un’indagine, di come ti si metta addosso un’etichetta che ti deforma. Di come sia facile, quando sei bambino, confondere il vero con la menzogna.
Nel suo racconto non si sente volontà di vendetta, né autocommiserazione.
Solo una potentissima voglia di giustizia. Di far capire che i mostri, in questa storia, ci sono. Hanno nomi e cognomi. E non sono quelli dei genitori dei sedici bambini coinvolti nella vicenda.

Nel pubblico, più di una persona si lascia andare al pianto.
Io, che non amo farmi vedere piangere — soprattutto davanti a sconosciuti — mi nascondo dietro gli occhiali da sole, ma la gola brucia per quel groppo che non va giù.
Questo libro, questa voce, hanno colpito nel profondo. Perché non è solo la storia di Veleno.
È la storia di ciò che può accadere quando si rompe il patto tra adulti e bambini. Quando il bisogno di “trovare il colpevole” supera quello di proteggere chi davvero è vittima.

Fra la folla di astanti, piano piano, si fa avanti una delle prime mamme coinvolte nel caso, che ancora non sa che fine abbiano fatto quattro dei suoi cinque figli.
Ogni parola è una coltellata. Soprattutto per chi ha figli.

Alla fine dell’evento siamo tutti in fila, per raccogliere la firma sul libro e un abbraccio da Pablo, che mai si nega al pubblico dei suoi eventi, e Davide, per ovvi motivi meno a suo agio. È un momento quasi solenne, con la consapevolezza che Davide, oggi adulto, ha deciso di non essere più solo una vittima.
Ha preso la parola.

E chi c’era, ieri sera, alla Feltrinelli di Gae Aulenti, ha avuto il privilegio di assistere a un atto di restituzione.
Di dignità.
Di verità.

Credo che non dimenticherò la sua voce e il suo volto. Ma soprattutto, non dimenticherò mai quello che ha detto.
Perché certe parole non passano. Restano.
Come cicatrici che smettono di fare male solo quando qualcuno, finalmente, ha il coraggio di mostrarle.

Paola Cavioni

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Serendipity. In cerca della meraviglia che non cercavo

“La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”

John Lennon

Qualche giorno fa, tornando dal lavoro, ero in metropolitana nel solito tratto tra l’ufficio e il parcheggio milanese dove lascio l’auto alla mattina.

Come spesso capita a chi prende quotidianamente mezzi di trasporto, ero presente fisicamente ma non “realmente”: in piedi in mezzo alla folla, con la mente sui pensieri in sospeso — cose da fare, figli, casa, appuntamenti da confermare.

Alla fermata di Duomo sono riuscita a sedermi, non avevo con me nulla da leggere e non mi andava di prendere ancora in mano il cellulare dopo una giornata passata al pc.

A quella stessa fermata è salita una coppia sulla settantina che si è seduta proprio di fronte a me.

Lui e lei. Eleganti ma senza essere fuori luogo, vestiti quasi uguali: entrambi giacca in camoscio e pantaloni color sabbia.

Non ho capito se fossero turisti o no perché da quella distanza e in mezzo al frastuono di centinaia di altre voci non sentivo in che lingua parlassero.

Ma non sarebbero comunque state le loro a colpirmi e restarmi impresse.

Lei, bellissima nel suo tempo non più giovanile, portava i capelli bianchi con una grazia semplice, lunghi fino alle spalle, viso senza un filo di trucco ma meraviglioso in ogni ruga d’espressione o d’età. Lui brizzolato, fisico asciutto.

Per tutto il tempo del viaggio lei ha tenuto la testa sulla spalla di lui, e di tanto in tanto allungava il collo per lasciargli un bacio sulla guancia, con quella leggerezza e intimità che solo chi ama conosce e riconosce negli altri. Ogni tanto sembrava che si avvicinasse al suo collo per annusarne profumo.

Lui di contro l’ha tenuta per mano tutto il tempo. Sempre.

Due ragazzini nel corpo di due adulti fatti e finiti.

Può far sorridere, ma è stato uno dei momenti più belli della mia giornata, sono scesa dalla metropolitana leggera, quasi anche io riempita di quell’amore che due sconosciuti si stavano scambiando nei loro semplici gesti di complicità.

Quella scena, breve e forse per molti anche insignificante, mi ha aperto il cuore perché mi ha ricordato che la vita non si svela sempre nei grandi eventi, ma nei dettagli che sfuggono se siamo troppo concentrati a guardare avanti.

Serendipity.

Serendipità in italiano, è “la capacità di rilevare e interpretare correttamente un fenomeno occorso in modo del tutto casuale durante una ricerca scientifica orientata verso altri campi d’indagine.

In pratica è trovare qualcosa di bello o utile per caso, mentre si cerca tutt’altro.

Io in metropolitana non stavo cercando nulla a dire la verità, ma mi sono trovata davanti un’immagine che mi ha fatto tornare alla mente il famoso quadro Il bacio di Hayez in versione moderna ma senza tempo.

Viviamo inseguendo mete, orari, obiettivi scritti per noi da altri, in elenchi puntati sempre più lunghi.

Ma la verità è che spesso la vita accade altrove e ci passa accanto. E ogni tanto ci ricorda con prepotenza tutta la bellezza di quel sentimento universale che è l’amore.

Serendipity.

Accade nei margini, nei momenti non previsti, in quello sguardo che incroci per caso e ti resta dentro.

È il dono inatteso di qualcosa che non stavamo cercando — ma che, forse, stava cercando noi, come quei gesti d’amore su un treno affollato di gente troppo occupata a tenere la mente occupata in mille cose inutili.

Serendipity.

Come il titolo del film, è un frammento di bellezza in una giornata qualunque.

E penso che se non possiamo programmare la meraviglia, forse possiamo allenarci a riconoscerla con un cuore più disponibile; vivere lasciando spazio all’inatteso.

E ogni tanto lasciandoci semplicemente sorprendere.

Paola Cavioni, 3 maggio 2025

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Acrobati

Questa settimana Francesco ha partecipato alla sua prima gita scolastica, partendo emozionato e saltellante come suo solito, zainetto in spalla e cappellino degli Yankees in testa.

Destinazione: un parco a meno di un’ora da casa, rientro nel pomeriggio.

Normale amministrazione, niente di epico, non è che dovesse partecipare alla campagna di Russia.

Eppure, nei giorni precedenti, la famigerata chat di classe — nella quale sono mio malgrado inserita (e ho anche altre due figlie!) — è esplosa in uno scambio serrato, quasi surreale, di messaggi tra mamme. Tutte impegnate a organizzare lo zainetto con la stessa concentrazione richiesta per l’allunaggio dell’Apollo 11.

Padri non pervenuti ovviamente.

Per tutta la settimana mi ha accompagnata un vago sentore di ansia da under performance perché, se dovessi ricevere un voto alla mia partecipazione alla chat, non sfiorerei neanche lontanamente la sufficienza.

Anzi, se fosse valutata come una performance lavorativa, non solo non riceverei il bonus: mi toglierebbero anche il badge e il buono pasto.

A me bastava sapere che Francesco sarebbe andato in gita con la maestra per otto ore, e che sarebbe tornato con le ginocchia impolverate e mille storie da raccontare.

Ci rivediamo nel pomeriggio, Fra. Ti amo. Stop.

Forse è per questo che non intervengo mai in quella giungla di vocali (che, lo confesso, non ascolto mai), cuori, punti esclamativi e polemiche velate: referisco l’essenziale, quando si può.

Perché la vita è già abbastanza complicata senza aggiungerci l’ansia in outsourcing.

E proprio questo pensiero mi ha acceso una lampadina, o meglio: una consapevolezza.

Viviamo in equilibrio precario su due pilastri traballanti: la corsa continua, il confronto perenne e l’ansia a fare da collante fra le due cose.
Con il collega che invia messaggi motivazionali alle 6:42 del mattino, con la mamma della classe che cuce etichette personalizzate anche sugli snack, con i figli degli altri che a sei anni parlano tre lingue, suonano il violino, fanno danza acrobatica il mercoledì e il sabato salvano le balene.

Siamo acrobati di resilienza, eroi silenziosi del quotidiano.

E il bello — o il tragico — è che non abbiamo nemmeno un pubblico pronto ad applaudirci quando, miracolosamente, non mandiamo nessuno a quel paese e riusciamo persino a conservare un briciolo di salute mentale dalle 9 alle 17.

Ogni mattina ci alziamo, mediamente maledicendo la sveglia, il nostro lavoro, il nostro capo e tutte le scelte fatte dal 1999 in poi. Poi, con dignitosa rassegnazione, iniziamo la danza: colazione, scuola, lavoro, riunioni, vocali infiniti, chiamate perse, bambini da recuperare, cena da improvvisare con tre ingredienti, un miracolo e una carota rimasta incollata in fondo al frigorifero.

E poi ci sono loro: le agende a incastro, vero sport estremo per chi ha figli, pura follia per chi ne ha più di uno. Ogni figlio con uno sport diverso, ovviamente, in orari diversi, in luoghi diversi.

E i colloqui a scuola? Altro che after-work. Perché regolarmente ti piazzano il colloquio individuale alle 11 del lunedì mattina, proprio il giorno prima della tua scadenza trimestrale più importante.

Non puoi? Tranquilla, c’è il decimo girone dantesco del “Colloquio collettivo”, che sai quando ti metti in fila, ma non sai in che secolo ne uscirai. Tanto che, quando rientri finalmente a casa non sai nemmeno più come ti chiami ma hai timore di trovarti un inviato di Chi l’ha visto sul pianerottolo.

Poi c’è quel giorno della settimana in cui provi a ricordarti di avere anche una vita sociale, magari per bere un caffè con un’amica, e regolarmente tua figlia ti scrive nel momento clou perché non trova le ginocchiere per la pallavolo. E mentre cerchi di tenere viva, almeno nella tua testa, un po’ della tua identità personale, ti ricordi che questo mese scade l’assicurazione della macchina e non hai fatto partire la lavastoviglie!

E la domenica? Che dovrebbe essere sacra. Rilassante. Zen. Inizia con una lavatrice alle 7:30, continua con la caccia alla felpa “quella con il dinosauro, non quella con gli squali!” e culmina in una crisi esistenziale davanti al calendario settimanale, tentando di incastrare karate, inglese, dentista e, se va bene, tre respiri profondi e un “ma chi me l’ha fatto fare” a mezza bocca.

Siamo acrobati, noi genitori del terzo millennio, ma non per scelta. E ogni tanto da funamboli, da quel filo teso sul quale siamo in equilibrio ogni giorno, cadiamo di faccia cercando di tenere tutto insieme, di essere dei genitori discreti, di mantenere un lavoro, di non dimenticarci la telefonata ai nostri genitori, di mangiare sano, fare sport e non usare il cellulare al volante.

Cercando in questo caos quotidiano di prenderci la nostra fettina di felicità, con le occhiaie a farci da medaglia e le agende come campi di battaglia. Sapendo che comunque stiamo facendo del nostro meglio. O almeno ci stiamo provando.

E per dovere di cronaca, quando sono andata a prendere Francesco di ritorno dalla gita, alla domanda: “Allora amore, che avete fatto di bello?”, la sua risposta è stata da manuale:

“Niente, mamma.”

Paola Cavioni, 12 aprile 2025

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Disordine d’aprile

“E non c’è rimedio al mio disordine d’aprile,
mi scuoto e mi rovescio per lavare via l’idea
che troppe cose siano nate con la data di scadenza.”

(Max Gazzè, Disordine d’aprile)

Ieri pomeriggio ero in giro con mio figlio Francesco, sette anni. Io lo seguivo a piedi, lui in bicicletta, mentre spumeggiante come suo solito mi faceva mille domande, perfettamente coerente con la sua età.

Ad un certo punto siamo messi a ridere perché per le strade del paese si sentiva chiaramente l’aria frizzante della primavera in arrivo, ma anche l’odore dei camini, insieme ancora al profumo di carne sulla griglia che arrivava da qualche cortile.

Tutto questo sotto un cielo che stava diventando insolitamente grigio a chiusura invece di una giornata di sole, e proprio quando iniziavamo ad illuderci che la primavera fosse arrivata veramente, perché la pioggia degli ultimi giorni di marzo ha finalmente ceduto il passo al primo tepore d’aprile.

Ma aprile non si smentisce mai, resta un mese bellissimo e incoerente, esattamente come lo sono tutte le persone interessanti. Perché non sai mai cosa aspettarti.

Cielo limpido un attimo, poi nuvole, pioggia improvvisa, e di nuovo sole, ricordo addirittura un anno anche la neve. Aprile ti mette alla prova, non ti concede certezze. Ti fa credere nella stabilità della luce e poi ti costringe a cercare riparo dalla pioggia.

Amo profondamente questo periodo, per me è il mese dei desideri avverati, dato che sono diventata mamma per la prima volta proprio ad aprile. Eppure, l’ho sempre osservato come si guarda un quadro astratto: cercando di dargli un senso, senza mai riuscire davvero ad afferrarlo.

Prendendo in prestito le parole di Max Gazzè, non c’è rimedio al mio disordine d’aprile. Come ti capisco caro Max.

E nel mio personale disordine di aprile ci sono libri iniziati e lasciati a metà, pensieri e poesie scritti di getto e poi dimenticati, riletti e cancellati. Ci sono pensieri che si affollano senza ordine, parole che vorrebbero diventare qualcosa ma restano sospese. C’è tutta la forza e l’energia che mi regala il sole quando poi esce, e toglie dalle ossa il freddo dell’inverno.

E allora lascio che aprile mi porti dove vuole, accolgo le giornate con tutta la loro imperfezione.

Leggo senza seguire un ordine, scrivo senza sapere dove mi condurranno le parole. Guardo il cielo, ascolto la pioggia, scrivo elenchi di desideri, consapevole che molti non si realizzeranno mai mai sono proprio quelli che mi tengono viva. Respiro la luce e, nel caos di questo mese, trovo una forma di bellezza che, forse, proprio perché è bellezza, non ha bisogno di essere compresa o spiegata.

Forse il senso di aprile è proprio questo: imparare ad accogliere il disordine, a lasciare che le cose si mescolino senza opporre resistenza.

Smettere di cercare risposte.

Paola Cavioni, 2 aprile 2025

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28 marzo 2020

Apro gli occhi questa mattina e mi chiedo cosa ne è stato di quelle giornate di attese infinte, silenzi, telefonate e ancora attese.

Cosa ne è stato di un marzo insolitamente caldo e surreale che ha fermato il mondo in molti modi, e la nostra famiglia in uno solo, terribile. Tu.

Apro gli occhi questa mattina e mi rendo conto che sono già passati cinque anni da quel sabato sera in cui abbiamo dormito stretti, tutti e quattro insieme nel letto grande, per non sentire il freddo che aveva aperto lo squarcio della tua assenza.

La telefonata prima di cena, come tutte le sere, che noi si aspettava guardando il mondo fermo da un balcone, con un bicchiere di prosecco a scaldarsi in una mano, per provare a rallentare i battiti, per provare a non impazzire.

Quella sera la telefonata era per dirci che non c’eri più.

Niente più speranza, niente più aggiornamenti medici, parole difficili da comprendere, impossibili da associare alla persona che eri.

Terapia intensiva, scambi gassosi, dialisi.

Cose quella fetta di mondo che in quei giorni ha avuto la fortuna di non passarci non sa.

Cose che non si vogliono sentire, perché la vita va avanti, lo sappiamo.

Io raggomitolata sul divano, Alessandro che ha parlato prima con gli occhi e poi con le parole, mentre si chiudeva la porta alle spalle, per non farci sentire dai bambini. Un gesto che ora mi sembra la porta che si chiude per sempre sulle nostre vite di prima.  

Apro gli occhi questa mattina e mi sforzo di non ricordare la tua voce rotta dalla malattia in quell’ultima telefonata che non riesco a cancellare dalla memoria del mio cellulare.

Perché come Guccini, “voglio però ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti, che come allora sorridi”.

Voglio ricordare la tua voce quando diventava risata, quando parlavi di storia, quando cantavi la melodia di una sinfonia, perfino tutte volte in cui alzavi la voce quando ero bambina.

Apro gli occhi questa mattina e cerco la forza per far sì che la forza dei ricordi belli sia più grande del senso di colpa del non averti tenuto la mano in tutti quei giorni, in quel 28 marzo.

Cerco la forza di non farmi vincere dalla rabbia, da quel giorno per ogni giorno venuto dopo, perché so che tu non lo vorresti. Perché in ogni momento, con ogni cellula del corpo e tutta la forza della mia anima, penso a quello che ci hai lasciato, che mi hai lasciato, papà.

Perché è ancora tutti qui.

Perché quello che ci hai lasciato è immensamente più grande, bello e importante di tutto il dolore venuto dopo.

Cose che nessuna pandemia, nessuna distanza, nessuna assenza, potrà mai cancellare.

Paola Cavioni, 28 marzo 2025

Serve davvero una giornata mondiale per ricordarci di essere felici?

When you want more than you have
You think you need
And when you think more than you want
Your thoughts begin to bleed
I think I need to find a bigger place
‘Cause when you have more than you think
You need more space

(Eddie Vedder, Society)

Dal 2013, il 20 marzo è ufficialmente la Giornata Mondiale della Felicità; l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito questa ricorrenza per sottolineare il ruolo fondamentale della felicità e del benessere come obiettivi universali nella vita degli esseri umani e nelle politiche globali. Uno dei punti della Agenda 2030.

Sebbene questa giornata possa sembrare superflua (e anche un po’ naïf) in occidente, in una parte di mondo in cui si cerca costantemente e ossessivamente la felicità, il suo obiettivo è di farci riflettere sull’importanza di perseguirla anche a livello collettivo.

La risposta alla domanda “abbiamo bisogno di una giornata mondiale per ricordarci di essere felici?” parrebbe dunque essere, se per felicità usciamo dai confini dei nostri individualismi ed egoismi.

Se non parliamo di una felicità che rimane in superfice.

A maggior ragione se penso che proprio nel mese di marzo di cinque anni fa il mondo intero era travolto da una pandemia che ha messo in discussione molte delle nostre certezze, inclusa la nostra stessa idea di felicità, quando tutti ci siamo trovati chiusi in casa insieme ai nostri pensieri.

E forse, come capita spesso dopo un evento che ti sconvolge la vita, molti di noi hanno scoperto che la felicità non dipende affatto dall’accumulo di cose, ma dalla capacità di adattarsi e trovare serenità profonda e interiore anche nelle difficoltà. E molti proprio dopo la pandemia hanno attivamente cercato la loro personale strada per la felicità (penso anche al fenomeno delle “grandi dimissioni”, che ha avuto un’accelerata proprio nel post pandemia)

Viviamo in un’epoca in cui la felicità sembra essere diventata un traguardo da raggiungere obbligatoriamente, un prodotto che si può acquistare e mettere in mostra, o una metrica da social media. La felicità è troppo spesso scambiata per un simbolo di status o di apparente realizzazione, un obbligo, qualcosa che deve sempre arrivare da fuori.

“Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra, per occultare il vuoto della stanza.”

(Dalail Lama)

Eppure, la felicità è una condizione ben più complessa e meno definibile, che per alcuni certo può coincidere con il successo o l’acquisizione di beni materiali, mentre per altri, e io rientro sicuramente in questa seconda categoria, è più legata a uno stato interiore di pace e di realizzazione personale, di rapporto con sé stessi e che si riflette poi nel rapporto con gli altri.

Da diversi anni si parla del “caso Bhutan”, piccola nazione incastonato fra Cina e India con una popolazione a maggioranza buddhista, un paese che ha adottato il parametro della Felicità Nazionale Lorda al posto del Prodotto Nazionale Lordo, riconoscendo che il benessere di una nazione non si misura solo attraverso i dati economici, ma anche dalla qualità della vita e dal livello di serenità dei suoi cittadini. Un approccio che invita a pensare alla felicità come un valore collettivo da promuovere, come un motore della società, come responsabilità diffusa e obiettivo comune.

E non si può non pensare che questo sia anche legato al fatto che il buddhismo, in Buthan, è religione di stato (immagino già i nasi che si stortano al pensiero di accostare la parola Stato a quella di Religione, ma forse qualche mosca bianca esiste…).

Da qualche anno anche io mi sono avvicinata alla filosofia buddhista, che offre un punto di vista molto diverso rispetto alla concezione occidentale del benessere e della felicità.

Secondo il Buddhismo, la felicità non è il piacere momentaneo, ma è assenza di sofferenza.

La sofferenza (dukkha) è considerata parte della vita, ma può essere superata grazie alla saggezza e alla consapevolezza. In questa visione, la felicità non dipende da fattori esterni, come denaro, successo o relazioni, ma dalla nostra capacità di raggiungere l’equilibrio interiore. Solo attraverso una profonda comprensione della nostra mente e dei nostri desideri possiamo imparare a liberarci dalle illusioni che alimentano la sofferenza, coltivando la pace interiore e l’accettazione del presente così com’è.

Il Buddhismo promuove il non-attaccamento, cioè l’idea che la sofferenza nasce dall’attaccamento a ciò che è impermanente. Imparare ad accettare il cambiamento ci permette di vivere con maggiore leggerezza e in ultima analisi con maggior serenità.

Perché tutto passa.

Cose, persone, lavori, problemi, giornate storte.

La nostra stessa vita è destinata a finire; il non attaccamento è un continuo esercizio di felicità perché la capacità di non essere legati a ciò che è effimero ci permette di vivere con maggiore serenità e gratitudine.

Non aggrapparsi alle cose, alle persone o alle situazioni ci aiuta a rimanere centrati nel momento presente, accettando l’ineluttabile flusso della vita senza paura o rimpianto. In questo modo, possiamo sperimentare una felicità che non dipende dalle circostanze, ma dalla nostra capacità di essere in pace con il cambiamento e l’impermanenza.

Consapevolezza, compassione e gratitudine, sono elementi essenziali per il benessere duraturo, sicuramente più che fama, denaro e beni materiali.

Il tema della felicità, che forse ha anche molto a che fare con l’accettazione della nostra condizione di esseri limitati, da sempre ha affascinato filosofi, scrittori e anche uomini e donne di scienza. Credo sia un tema tanto affascinante come diffuso, esattamente come l’amore, soprattutto nella scrittura.

Di tutti i libri che ho letto sul tema ce ne sono 5 che più di tutti mi hanno colpito:

  • L’arte della felicità del Dalai Lama. In questo libro, il Dalai Lama esplora la felicità come un’arte da coltivare attraverso la consapevolezza, la compassione e l’equilibrio interiore. Un’opera che invita a riflettere sul vero significato della felicità, andando oltre il consumismo e le illusioni esterne, per scoprire la pace dentro di sé.
  • Il monaco che vendette la sua Ferrari di Robin Sharma. Spoiler, io adoro Sharma, questo libro in particolare è stato il suo primo best seller. Il monaco, è un racconto ispiratore che unisce saggezza orientale e dinamiche occidentali. Attraverso la storia di Julian Mantle, un avvocato di successo che ad un certo punto della vita sente crollare ogni sua certezza, il libro offre lezioni su come vivere una vita più equilibrata, trovando il vero significato al di là dei beni materiali e della carriera.
  • La via della leggerezza di Franco Berrino e Daniel Percorso in cui la leggerezza diventa una metafora per affrontare le difficoltà quotidiane con consapevolezza, senza essere schiavi delle proprie abitudini distruttive, portando anche molti studi scientifici a supporto del fatto che la gentilezza, e la felicità interiore, realmente allungano la vita.
  • Mangia, prega, ama di Elizabeth Gilbert. Famosissimo romanzo da cui è stato tratto anche l’omonimo film. Una storia di viaggio e di ricerca interiore che racconta come l’autore si ritrovi in un percorso di auto-scoperta. Attraverso tre esperienze diverse in Italia, India e Indonesia, Gilbert esplora il significato della felicità, dell’amore e della spiritualità, trovando l’armonia tra mente e corpo.
  • Flow: Psicologia dell’esperienza ottimale di Mihály Csíkszentmihályi. Csíkszentmihályi è uno dei pionieri della psicologia positiva, quel ramo della disciplina che si concentra sullo studio e sullo sviluppo degli aspetti positivi dell’esperienza umana, esponendo qui il concetto di flow. Il flow (flusso) uno stato di totale immersione e soddisfazione in un’attività, che porta all’autorealizzazione. Un libro che offre una nuova prospettiva sulla felicità, legandola alla concentrazione profonda e al piacere che deriva dall’impegno totale in ciò che si fa. Lettura consigliata soprattutto a chi cerca la serenità anche facendo attività sportiva.

Ognuno di questi autori porta una visione personale, ma il messaggio comune è che la felicità non è un obiettivo esterno da perseguire, ma un processo interiore che dipende dalle nostre scelte, dalle nostre azioni e dalla nostra capacità di vivere nel presente.

Forse la Giornata Mondiale della Felicità non è tanto un’occasione per “ricordarci” di essere felici, quanto piuttosto un invito a riflettere su cosa significhi davvero la felicità.

In un mondo in cui siamo costantemente proiettati verso il futuro, desiderando sempre qualcosa in più, dovremmo imparare a godere di ciò che abbiamo nel presente, portando la felicità in ogni piccola azione quotidiana.

Qui ed ora.

Come quella felicità, calda, improvvisa e avvolgente, che c’è nell’abbraccio di un amico o nella risata di un bambino. È in questi momenti di semplicità che si nasconde forse la vera gioia.

La felicità è sempre lì, pronta a farsi trovare in ogni gesto di amore, spontaneità e connessione che ci regala la vita. Se siamo disposti ad accoglierla.

Paola Cavioni, 20 marzo 2025

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Righe su Furore di John Steinbeck

“The highway is alive tonight
But nobody’s kiddin’ nobody about where it goes
I’m sitting down here in the campfire light
Searchin’ for the ghost of Tom Joad”

(The Ghoast of Tom Joad, Bruce Springsteen)

La copertina di ‘Furore’ di John Steinbeck, un classico della letteratura americana che affronta temi di resilienza e ingiustizia sociale.

Penso che oggi non si possa leggere Furore senza accompagnarlo con la colonna sonora di Springsteen in “The Ghost of Tom Joad”. Le note così armoniose di questa ballata, il canto quasi sussurrato, creano un contrasto struggente con l’asprezza di un libro che è maestosamente e dolorosamente meraviglioso.

Con le sue quasi 700 pagine, è il primo classico che mi ha accompagnato tra gennaio e febbraio di questo 2025, un anno che sembra appena iniziato, eppure siamo già a marzo.

Quante cose è Furore! Universalmente considerato il capolavoro della maturità di John Steinbeck, l’ho amato profondamente proprio ora, avvicinandomi ai miei quarant’anni. Furore è un romanzo di denuncia sociale, una fiction che si sviluppa davanti agli occhi come in un unico piano sequenza di un film (che è stato poi effettivamente realizzato nel 1940 con un giovane Henry Fonda), è equilibrio perfetto nella costruzione dei personaggi e dialoghi.

Dopo Uomini e topi del 1937 è il capolavoro della maturità di Steinbeck…anche perché chi sono io per dire il contrario di un romanzo che ha vinto pure il Pulitzer e di un autore detentore di un Nobel?

Furore (The Grapes of Wrath in lingua originale, letteralmente “I grappoli dell’ira”) viene pubblicato nel 1939, pochi mesi prima che nei cinema esca il capolavoro di Victor Fleming, Via col vento.

Lo stesso anno, due Americhe a confronto: da una parte, quella nata dalle ceneri dalla Guerra di Secessione del 1861; dall’altra, quella segnata dalla Grande Depressione degli anni ’30.

La protagonista è la famiglia Joad, costretta a lasciare l’Oklahoma a causa della crisi agricola e della grande tempesta di polvere (Dust Bowl) che afflisse Stati Uniti e Canada fra il 1931 e il 1939. In questo contesto drammatico, la famiglia si trova a dover affrontare non solo le difficoltà economiche e la mancanza di lavoro, ma anche la perdita della propria terra e delle proprie radici. Mentre migrano verso l’Occidente, cercano nuove opportunità e una vita migliore, ma si imbattono in sfide inaspettate, come la povertà, la discriminazione e lo sfruttamento.

Il viaggio verso la California, tormentato da fame, lutti e ingiustizie, in cerca di una vita migliore diventa non solo una migrazione geografica, ma anche un’esplorazione della resilienza umana di fronte all’ingiustizia e alla disperazione. Tutta la disperazione e la forza di chi non si arrende al proprio destino.

“Non puoi sradicare l’anima della gente, nemmeno con tutta la forza del mondo.”

Il romanzo affronta numerose tematiche di assoluta attualità, che non possono non risuonare al lettore moderno: lo sfruttamento del lavoro umano, la disumanizzazione imposta dalle grandi corporazioni (ora multinazionali), la perdita di identità culturale, la migrazione e la percezione del “diverso” come una minaccia, colui che viene a rubare il lavoro.

Il messaggio di Steinbeck resta ancora incredibilmente attuale: oggi l’avvento della tecnologia e la globalizzazione hanno trasformato radicalmente le dinamiche del lavoro ma le disparità economiche e sociali persistono e forse sono ancora più evidenti di quanto lo fossero novant’anni fa, ovunque nel mondo.

La storia dei Joad ritorna oggi, in un mondo in cui le crisi economica, i cambiamenti climatici e i conflitti spingono milioni di persone a cercare rifugio e opportunità altrove. Le difficoltà incontrate dai Joad nel loro viaggio verso una terra promessa, che non è mai esistita e che fondamentalmente non li vuole, ricordano le esperienze di molti migranti contemporanei, evidenziando come la lotta per la dignità e la giustizia sia universale e senza tempo.

Se Furore era una denuncia delle ingiustizie sociali negli anni ’30, oggi il libro può essere letto a posteriori come una profezia del mondo moderno, quasi come è stato per 1984 per altri motivi. La narrazione di John Steinbeck non solo mette in luce le difficoltà e le sofferenze delle classi lavoratrici, ma esplora anche i temi universali della dignità umana e della lotta per la giustizia. La lotta dei Joad, protagonisti del romanzo, rappresenta una condizione che continua a risuonare nella nostra società contemporanea, dove le disuguaglianze economiche e sociali sono ancora pervasive. La forza e la resilienza degli individui di fronte all’oppressione ci ricordano che, nonostante le sfide, c’è sempre la possibilità di ribellione e di cambiamento. Inoltre, le dinamiche familiari e l’unità dei personaggi ci forniscono una particolare prospettiva sul valore della comunità in tempi di crisi, rendendo il messaggio di Steinbeck non solo rilevante, ma anche profondamente emozionante per le generazioni attuali.

I migranti di oggi non sono tanto diversi dai Joad: cercano un luogo in cui poter lavorare e vivere dignitosamente, ma spesso incontrano ostilità, sfruttamento e pregiudizi. L’America di Steinbeck è una terra di sogni infranti, proprio come oggi molte nazioni che si presentano come promesse di futuro finiscono per diventare campi di battaglia burocratici e sociali per chi cerca una seconda possibilità.

La capacità di Steinbeck di descrivere con realismo e profondità le sofferenze e le speranze dei suoi personaggi rende Furore un’opera senza tempo, non solo un documento che vale come testimonianza di un preciso momento storico che ha cambiato per sempre le sorti di una nazione, ma anche una riflessione universale sulla condizione umana, invitando i lettori a confrontarsi con le ingiustizie del passato e del presente.

Ingiustizia.

È questo il sentimento più profondo che in ultimo accompagna ogni azione compiuta e ogni parola pronunciata dal vero protagonista della storia, Tom.

“Ed ecco che cosa puoi sapere per certo: terribile è il tempo in cui l’Uomo non voglia soffrire e morire per un’idea, perché questa è l’unica qualità fondamentale dell’Uomo, e quest’unica qualità è l’uomo in sé, peculiare nell’universo.”

Con il suo lavoro, e Furore in particolare, John Steinbeck ha influenzato profondamente molti autori moderni e contemporanei, per il suo stile narrativo diretto e realistico, per la predilezione verso temi legati alla lotta della classe lavoratrice, e per l’esplorazione del rapporto tra uomo e natura.

Cormac McCarthy, Jonathan Franzen e Kent Haruf, solo per citarne alcuni, possono essere considerati in qualche modo eredi del suo stile e della sua poetica.

Furore è più di un romanzo. È un manifesto di lotta, di resistenza e di speranza, che si chiude con un’immagine potentissima (che non anticipo per non togliere nulla al futuro lettore).

La sua attualità e immortalità ci impongono di non dimenticare mai che la storia può ripetersi e che l’unico antidoto alle ingiustizie è la solidarietà. La memoria storica è il nostro strumento più potente per evitare che le cicatrici del passato vengano riaperte, e solo attraverso l’unione possiamo sperare di costruire un futuro più giusto per tutti.

“Io sarò sempre ovunque ci sia gente che soffre, lotta e spera.”

L’autore

John Steinbeck (1902 – 1968) nasce a Salinas in California e cresce in una regione agricola, cosa che influenza profondamente la sua scrittura. Dopo aver abbandonato gli studi universitari, svolge diversi lavori manuali, acquisendo una conoscenza diretta delle difficoltà dei lavoratori agricoli, tema centrale del suo stile narrativo. Vincitore del Nobel per la letteratura nel 1962, nel 1964 il Presidente Lyndon B. Johnson gli conferisce la Medaglia presidenziale della libertà, uno dei più alti riconoscimenti civili conferiti dal presidente degli Stati Uniti, che viene assegnata a individui che abbiano compiuto atti straordinari a favore della libertà, della sicurezza nazionale, della cultura, della scienza, dell’educazione, della salute pubblica, dei diritti civili o di altre cause meritevoli.

Ha lasciato un’eredità letteraria straordinaria, raccontando con empatia e realismo le sfide dei più deboli nella società americana.

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Paola Cavioni, marzo 2025

Lune-dì Scrittura, pillole di storytelling: voce narrante e focalizzazione nella narrativa

“La voce narrativa riguarda chi parla, mentre la focalizzazione riguarda chi vede: due domande essenziali per comprendere il funzionamento di ogni racconto.”

Gérard Genette


I giorni che precedono il Natale e il mese di dicembre rappresentano solitamente il periodo delle tradizioni ritrovate. Non mi riferisco in questo caso all’albero di Natale, che almeno a casa mia si fa rigorosamente l’8 dicembre, ma ai miei amati Lune-dì scrittura: quello spazio di Righe di arte dedicato al piacere di esplorare i meccanismi della narrazione. Piacere che per  un po’ (un bel po’) ho lasciato nel cassetto, ma che oggi riprendo con ritrovato entusiasmo.

Ti ricordi la professoressa di letteratura delle medie che con voce squillante e una dizione impeccabile, assegna il compito: “Brano a pagina 54: indica la voce narrante e specifica se è in prima persona o onnisciente”? Ecco, in questo lunedì affronto un aspetto che, ai tempi delle scuole medie, sembrava soltanto un esercizio noioso: individuare la voce narrante in una storia, e il concetto di focalizzazione in una storia. Spero in modo meno odioso della prof delle medie però.

Questi due concetti, insieme a quelli di fabula e intreccio e ai meccanismi narrativi di analessi (flashback) e prolessi (flashforward), costituiscono la base della teoria elaborata da Gérard Genette, teorico della narratologia, nel suo famoso saggio Discorso del racconto (Figure III, 1972).

Partiamo dalla voce narrante, elemento cruciale per comprendere a fondo un’opera letteraria, e anche elemento caratterizzante di molti capolavori della narrativa mondiale.

Ti immagi Il giovane Holden scritto in terza persona? Non suona per niente, vero?

Oppure Moby Dick che comincia con “Lo chiamano Ismaele” (sembra la parodia di “Lo chiamavano Trinità”)

Suonerebbero come delle forzature, un po’ come chiedere al buon Tolkien di tagliare qualche descrizione o a King di essere più sintetico.

Il punto di vista e la focalizzazione sono strumenti narrativi essenziali, veri e propri riflettori che l’autore punta su personaggi ed eventi per guidarci attraverso l’intreccio, creare suspense, dare tridimensionalità alla storia stessa. Una scelta che non è mai frutto del caso, lo sa bene chi ha frequentato coesi di scrittura creativa. È la chiave che plasma il racconto, anche se la maggior parte delle volte non ce ne rendiamo conto, rapiti dal meccanismo basico della sospensione dell’incredulità, dal suono delle parole, dalla bellezza o dalla forza dei personaggi.

Ma quanti sono i punti di vista nella narrativa? Le categorie principali sono tre, vediamole.

Narrazione in prima persona

O narrazione interna, dal punto di vista del protagonista o di un personaggio.

Serve ovviamente ad avvicina il lettore alla soggettività dell’esperienza. Romanzi appunto come Il giovane Holden di Salinger utilizzano questa tecnica per immergere il lettore nei pensieri più intimi dei protagonisti, amplificando emozioni e conflitti interiori. È la forma utilizzata nel diario, nell’autobiografia e nel romanzo epistolare. Memorie di Adriano, capolavoro della letteratura del Novecento, frutto di un lavoro quasi ventennale di Marguerite Yourcenar, è costruito come una riflessione intima e personale dell’imperatore romano e si presenta appunto come una narrazione in prima persona, in cui la voce narrante è uno degli elementi più affascinanti e significativi, in cui il protagonista, ormai prossimo alla morte, ripercorre la sua vita e le sue scelte politiche, filosofiche e spirituali.

Narrazione in seconda persona

Molto rara, ma esiste. Il caso più famoso è opera di un autore a me molto caro: Italo Calvino con il suo Se una notte d’inverno un viaggiatore. Devo ammettere che, proprio per la complessità legata al punto di vista narrativo, questo romanzo non rientra tra le mie opere preferite di Calvino (Italo perdonami). Tuttavia, resta affascinante per come coinvolge il lettore stesso, rendendolo protagonista della storia, rompendo la quarta parete e giocando abilmente con la metafiction.

Narrazione in terza persona

Qua le cose si fanno più articolate: il narratore può sapere tutto, vedere tutto e rivelare i pensieri e le azioni di qualsiasi personaggio. Questa scelta offre una visione globale della storia, permettendo una comprensione approfondita degli eventi e delle dinamiche tra i personaggi. Tuttavia, rischia di creare una certa distanza emotiva, poiché il lettore non si immedesima direttamente in un solo punto di vista, e potrebbe ridurre il gusto per i colpi di scena se gestita in modo troppo esplicito.

Una narrazione onnisciente può essere alternata a momenti di focalizzazione interna su singoli personaggi, bilanciando la prospettiva globale con un’immersione emotiva più profonda.

Un aspetto interessante della narrazione in terza persona è la possibilità di modulare il grado di focalizzazione, il secondo concetto di oggi e di cui parlerò nella seconda parte del post.

Narrazione con punto di vista multiplo

La narrazione con punto di vista multiplo è una tecnica che permette di raccontare la storia attraverso le prospettive di diversi personaggi, offrendo una visione sfaccettata della realtà. Autori come Virginia Woolf utilizzano questa tecnica per passare fluidamente da un personaggio all’altro, svelando prospettive diverse su uno stesso evento. Questo approccio riflette la complessità della percezione umana e sottolinea come ogni individuo interpreti la realtà in modo unico.

Ovviamente ogni scelta narrativa comporta vantaggi e rischi. Il punto di vista multiplo consente di arricchire la narrazione, aggiungendo profondità psicologica ai personaggi e offrendo una comprensione più completa della trama. Tuttavia, se non gestito con attenzione, può causare confusione nel lettore o frammentare il ritmo del racconto.

Uno degli aspetti più delicati di questa tecnica è decidere se ogni personaggio rappresenti un narratore attendibile o inattendibile. Un narratore attendibile offre una visione coerente e credibile degli eventi, mentre un narratore inattendibile, spesso influenzato da pregiudizi o limiti di comprensione, genera dubbi e suspense, costringendo il lettore a interrogarsi su ciò che è reale e cosa invece non lo è.

Focalizzazione: cosa vediamo?

La focalizzazione è una vera e propria regia narrativa: decide cosa mettere a fuoco e cosa lasciare nell’ombra, influenzando così la percezione del lettore. È un po’ come camminare in una galleria d’arte con una torcia: puoi vedere solo ciò che la luce illumina, e ogni dettaglio nascosto crea curiosità o tensione. Questa selettività non è solo uno strumento tecnico, ma un mezzo per costruire suspense, generare empatia o offrire una visione parziale che invita a indagare oltre.

Se la voce narrante risponde alla domanda chi racconta la storia, la focalizzazione si occupa di cosa viene raccontato. Gérard Genette, individua tre tipi principali di focalizzazione:

  1. Focalizzazione zero:
    Il narratore sa tutto, è una mente onnisciente, in grado di esplorare i pensieri, i sentimenti e i segreti di tutti i personaggi, così come di rivelare dettagli sull’ambientazione o anticipare eventi futuri, come accadeva nella maggior parte dei romanzi ottocenteschi dove l’autore ha un controllo assoluto sul mondo narrativo. Si tratta di un approccio che, se non gestito sapientemente può risultare pesante e togliere effetto sorpresa e immediatezza dell’esperienza.
  2. Focalizzazione interna:
    Con questa tecnica, il narratore vede e sa solo ciò che conosce un determinato personaggio. È il caso di La solitudine dei numeri primi, di Paolo Giordano dove il mondo viene filtrato attraverso gli occhi dei due protagonisti Alice e Mattia. Questo tipo di focalizzazione crea un forte senso di immedesimazione, ma limita il lettore a una prospettiva parziale.
  3. Focalizzazione esterna:
    In questo caso, il narratore è un osservatore esterno e si limita a descrivere ciò che può essere visto o sentito dall’esterno, senza accedere ai pensieri o alle emozioni dei personaggi. Questo stile, tipico del minimalismo di autori come Kent Haruf, somiglia al punto di vista di una telecamera: registra azioni e dialoghi senza spiegare troppo, lasciando al lettore il compito di interpretare.

La scelta della focalizzazione non è mai neutrale: ha un impatto diretto sulle emozioni del lettore. La focalizzazione interna, ad esempio, può generare empatia e coinvolgimento, immergendo il lettore nei conflitti interiori di un personaggio. Al contrario, la focalizzazione esterna spesso crea un effetto di distacco, ma può anche accrescere il mistero o la tensione, poiché lascia in sospeso ciò che i personaggi pensano davvero. La focalizzazione zero, infine, trasmette un senso di controllo e chiarezza, ideale per storie epiche o corali, ma può risultare meno intensa dal punto di vista emotivo (e forse anche troppo scontata, bisogna sempre nascondere qualcosa al lettore…).

In definitiva, la focalizzazione è un ingrediente cruciale della narrazione, una lente che definisce non solo cosa il lettore vede, ma come lo vede. Saperla gestire significa avere il controllo dell’attenzione e delle emozioni del lettore, guidandolo attraverso la storia come un regista guida la sua telecamera in un film. E, come ogni grande regista che sapientemente muove una telecamera, un buon narratore sa che a volte è soprattutto ciò che non si mostra a fare la differenza.

In conclusione, chi vuole approcciarsi alla narrativa deve sapere che la scelta della voce narrante e la focalizzazione sono le prime e cruciali decisioni per affrontare la narrazione di un racconto o di un romanzo. È attraverso di loro che la storia prende forma, trasformandosi da semplice trama in un’esperienza complessa, stratificata, plurisensoriale. La vera magia della letteratura risiede qui, nel modo in cui ogni autore, con la sua “luna” di scrittura, ci mostra mondi nuovi attraverso occhi diversi, rendendoci partecipi del suo viaggio.

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Paola Cavioni, 2 dicembre 2024