22 gennaio 2021. Tanti auguri a te, omino speciale

Sei il secondo figlio. Un maschio. E ho detto tutto.

Sei il mio matto Franz, oggi compi tre anni e io devo iniziare ad abituarmi all’idea che non resterai piccolo per sempre, al fatto che presto sarò io a chiedere i tuoi abbracci.

Il tuo sorriso, le tue parole inventate, la tua carica senza fine, persino i tuoi capricci e il tuo non dormire mai sono stati la nostra benzina in questo ultimo anno, che ha lasciato più di una cicatrice.

Tu, così piccolo, sei stata la nostra forza.

Eppure la serenità che leggo nei tuoi occhi e in quelli di tua sorella ci ripaga di tutti gli sforzi, di tutti i dubbi sulle scelte che ogni giorno, inevitabilmente, facciamo per voi e che ci fanno chiedere sempre “sarà la cosa giusta?”.

Per questo tuo terzo compleanno vorrei solo augurarti questo, tanta serenità.

Per te, per noi, ora e per un futuro che adesso ci sembra ammaccato, rubato.

Ma tu, che porti il nome di poeti e cantanti, lo sai perché te lo dico sempre, saprai sicuramente colorare, dare voce e forma a tutto ciò che la Vita ti riserva, nel tuo modo tutto speciale.

Auguri piccolo grande Francesco, anima sorridente.

La TUA mamma

Uomini e no, Elio Vittorini e il 1945

“Bisogna che gli uomini possano essere felici.

Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici.

Non è solo per questo che le cose hanno un senso?”

“È per questo.”

“Dillo anche tu, ragazza. Non è per questo?”

Uomini e no, edizione Oscar Mondadori

Oggi voglio parlarvi di un classico della letteratura italiana del secondo dopoguerra: Uomini e no di Elio Vittorini (Siracusa 1908 –  Milano 1966).

A dispetto dell’origine siciliana del suo autore, questo romanzo di poco più di duecento pagine è ambientato in una Milano resa grigia e violenta dall’invasione tedesca. Siamo nel 1944, un anno sanguinoso per la lotta partigiana.

“L’inverno del ’44 è stato a Milano il più mite che si sia mai avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole.”

Uomini e no, che nel titolo fa da eco al famoso Uomini e topi di John Steinbeck, esce nel giugno del 1945, edito da Bompiani, primo dei romanzi italiani incentrati sulle storie della resistenza, reali o verosimili, e sugli orrori del secondo conflitto mondiale.

L’anno dopo, nel 1946, viene pubblicato Il compagno di Cesare Pavese.  Nel ’47 è la volta di Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino e Se questo è un uomo di Primo Levi. La casa in collina, ancora di Cesare Pavese, è del 1948. Opere talmente note che non hanno bisogno di presentazioni.

Sono anni fecondi per la cultura, nonostante le guerre, lo sanno bene gli studenti delle scuole superiori che devono studiare questo periodo in storia, letteratura e arte.

Nel periodo che va dalla guerra civile spagnola al 1945 Vittorini, Pavese (anche lui nato nel 1908), Levi e Calvino sono giovani, giovanissimi (Calvino nasce nel ’23, Levi è del ‘19). Diversi fra loro per luogo di nascita ed estrazione sociale, ma accomunati da ideale che hanno unito tanti uomini e donne che si sono poi impegnati nella ricostruzione del nostro paese dopo la distruzione economica e sociale della guerra: l’amore per la cultura nella sua totalità, anche quella americana percepita come ideale di libertà e felicità, e la necessità di diventare testimoni del loro tempo, per dare voce a chi non ne aveva più.  

Durante il fascismo ciascuno di noi frequentò e amò d’amore la letteratura di un popolo, di una società lontana, e ne parlò, ne tradusse, se ne fece una patria ideale […] Laggiù noi cercammo e trovammo noi stessi” così scrive Cesare Pavese proposito della passione condivisa con Vittorini per la narrativa americana.

Il 1945 è un anno importante: la guerra è finita e Vittorini, non ancora quarantenne, ha già pubblicato da qualche anno quello che viene considerato il suo più grande romanzo: Conversazione in Sicilia, di cui Uomini e no, almeno nel titolo, si pone idealmente come prosecuzione. Nel contesto storico della lotta antifascista infatti Silvestro, il protagonista di Conversazione, scopre che “non ogni uomo è un uomo” intendendo che gli “uomini” sono i partigiani che si contrappongono agli aderenti della Repubblica Sociale Italiana e a chiunque appoggi il regime oppressore.

Uomini e no, titolo che è già un giudizio, che non lascia spazio a replica, lapidario, come la scrittura di Vittorini, a volte ermetico e non sempre di facile comprensione, che nello stile dei botta e risposta dei dialoghi ricorda alcuni racconti di Hemingway.

Il 1945 è anche l’anno di grandi ideali, quello in cui fonda Il Politecnico, rivista di cultura e politica, che chiuderà in via definitiva nel 1947 a seguito dei contrasti fra Vittorini e Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano, partito cui Elio aveva aderito alla fine degli anni ’30.

Uomini e no ha per protagonisti un gruppo di partigiani, guidati da Enne2, capitano dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica) che a Milano portano avanti la lotta di liberazione della città, in particolare contro il capo fascista Cane Nero.

Enne2 è tormentato da anni dall’amore per Berta, una donna sposata. Un amore che non ha presente e futuro.

Uno scontro tutto umano fra ideale e amore, una “narrativa vittoriniana, oscillante fra realismo e lirismo, fra impegno ideologico e tendenza all’astrazione e alla mitizzazione” (Leggere il mondo, di C. Segre e C. Martignoni).

Di Enne2 non conosciamo il nome e il cognome, come se questa informazione non servisse al lettore per collocare la sua vicenda all’interno di un contesto più ampio: la lotta contro l’invasore.

Ma è una lotta impari, Enne2 lo sa bene, e tanti di quelli che come lui hanno scelto di combattere sono destinati ad essere sacrificati per la salvezza dei più.

Uomini e no è un racconto di lotta e di resistenza, di analisi profonda dei valori che guidano l’uomo e che lo portano a schierarsi con un’idea piuttosto che con un’altra.

Il racconto della ricerca di una vera felicità, che per essere tale non può che essere condivisa fra tutti gli uomini liberi.

Enne2 è indubbiamente la trasposizione e la voce letteraria dello stesso Vittorini che del fascismo, della guerra e della resistenza conosce molto. Conosce il fascismo perché per un periodo negli anni ’30 aderisce ai fasci cosiddetti “di sinistra”, abbandonandoli però allo scoppio della Guerra civile spagnola quando si schiera in favore dei repubblicani contro il regime franchista.

Ma conosce anche gli uomini e le donne della resistenza perché, trasferitosi a Milano, collabora con la stampa clandestina e subisce anche la reclusione nel carcere di San Vittore.

Uomini e no riassume nello spaccato di pochi giorni intrisi di sangue, tutti gli ultimi anni della guerriglia che vede fascisti e nazisti da un lato e partigiani dall’altro, le azioni e le rappresaglie compiute da entrambi i lati della barricata, e che solo la Storia ha giudicato.

Da questo romanzo, che presenta comunque qualche lacuna nella particolare alternanza fra capitoli di narrazione e capitoli di “riflessioni” identificati dal corsivo, emerge in pieno l’anima dell’autore in tutta la sua forza e direi anche il suo fascino.

Elio Vittorini infatti non è solo scrittore. È saggista, traduttore, direttore di giornale, viaggiatore. Un’anima irrequieta e ribelle, sempre alla ricerca di qualcosa di indefinito, forse anche a causa di suo padre che di professione faceva il capostazione, sempre in movimento, proprio come un treno.

Un’anima forse alla ricerca proprio di quella felicità che Enne2 non potrà mai raggiungere.

Un libro da leggere e rileggere per trovare forza e conforto nelle parole e nelle azioni di uomini e donne che hanno affrontato tempi duri, più duri dei nostri, che pure ci sembrano tanto difficili da vivere.

Paola Cavioni

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11 gennaio 1999

“Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
L’hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L’inferno esiste solo
Per chi ne ha paura

Meglio di lui nessuno
Mai ti potrà indicare
Gli errori di noi tutti
Che puoi e vuoi salvare

Ascolta la sua voce
Che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
Vedrai, sarai contento”

(Preghiera in gennaio, Fabrizio De André)

Uno dei primi e più bei ricordi di quando ero bambina è quello di mio padre che prende con cura un 33 giri, lo toglie dalla sua custodia e lo mette sul giradischi lucido. Avrò avuto 4 o 5 anni, e fra tutti i vinili che ogni giorno mi faceva ascoltare mi innamorai di due canzoni in particolare, di artisti che mi avrebbero accompagnato per tutta la mia vita da quel momento in poi.

Le due canzoni erano Let in Be e Geordie.

Beatles e Fabrizio De André.

Sicuramente fra di loro agli antipodi, sia le canzoni che gli artisti, ma nel mio cuore legati insieme per sempre, ora più che mai in modo indissolubile insieme a tutti i ricordi che ho di mio papà.

Non è possibile riassumere brevemente cosa rappresentino per me le canzoni e la voce di Fabrizio De André, oggi che lo ricordiamo a ventidue (ventidue!) anni dalla sua morte, e ancora non sembra vero.

Non si può riassumere perché sarebbe come avere la presunzione di rinchiudere una vita intera in poche righe.

Ma se devo provarci, se devo elaborare una riflessione che sia “a misura di post” posso solo dire che De André per me è poesia in musica, è la voce della rabbia e dell’amore, l’urlo di chi non si accontenta di vivere una vita mediocre, che non si accontenta di esistere, è la voce di mio papà che mi dice “chiudi gli occhi e ascolta che bello questo controcanto”.

Ma è molto di più. Con De André ho scoperto la grandezza delle storie degli ultimi, ho scoperto quanta fede ci possa essere nelle parole di un ateo, ho capito quali siano i sentimenti che accomunano tutte le esistenze: la ricerca disperata dell’amore vero, quello che ti torce l’anima e la ribalta fino a mostrarne la vera natura, la paura della morte, la frustrazione di chi lotta per un mondo migliore.

Sono stata insieme a lui e Dori rinchiusa “all’Hotel Supramonte“, ho sofferto la fame e il freddo con loro.

Ho pianto per il suicidio di Tenco di Preghiera in gennaio e ho versato lacrime di emozione ascoltando Tre madri, appena diventata madre io stessa.

Conosco a memoria ogni nota di La buona novella e Non al denaro non all’amore né al cielo, e devo ringraziare De André se ho scoperto e apprezzato Edgar Lee Masters e Georges Brassens.

Sarebbe scontato dire che oggi ricordiamo il giorno della morte di una voce che invece è immortale, eppure è proprio così. Perché l’eredità che ha lasciato al mondo è troppo grande per poter essere dimenticata dal semplice scorrere del tempo.

Paola Cavioni

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Righediarte, intervista con l’autrice Silvia Zucca

Il mio primo personale incontro con i romanzi di Silvia Zucca risale all’inizio del 2019, quando quasi per caso comprai Il cielo dopo di noi*, pubblicato qualche mese prima da Editrice Nord. E fu amore a prima lettura.

M’innamorai della complessità tutta umana dei suoi personaggi, della storia, persino della copertina che, con una veste grafica molto semplice ma d’effetto, presentava una ragazza seduta ai lati di una strada sterrata, le gambe strette in vita, una bicicletta alle sue spalle e lo sfondo con il cielo azzurro a riprendere il titolo.  

Leggere Silvia Zucca regala la stessa piacevole sensazione di quando ci si trova in compagnia di una cara amica di lunga data. Un’amica che può offrirti un tè all’inglese nel salotto di casa, in un pomeriggio qualunque, ma che un minuto dopo può anche dirti “prepara la valigia perché domani si vola a Londra”.  Imprevedibile.

E con uno stile sempre ricercato ed elegante, mai scontata nei contenuti e nelle trame.

Di tenebra e d’amore (More Stories), acquistabile anche in formato Kindle

Silvia è di nuovo in libreria dallo scorso ottobre con Di tenebra e d’amore, che non è il suo ultimo romanzo in ordine cronologico (fra poco scoprirete il perché), romance storico ambientato fra la Francia e l’Inghilterra di fine ‘800 che ha per protagonisti i giovani Odyle e Tristan, due “eroi” tutt’altro che convenzionali…

Oggi l’autrice regala un po’ del suo tempo ai lettori di Righediarte concedendomi una una lunga intervista.

Quindi mettetevi comodi, rilassatevi e… buona lettura.

Righediarte. Ciao Silvia, anzitutto ti ringrazio per avere accettato il mio invito ad esplorare un po’ il tuo mondo in questa intervista, dove non si parlerà solo dei tuoi libri ma anche di tanto altro.

Vorrei però iniziare dal tuo ultimo romanzo: Di tenebra e d’amore è ambientato in Inghilterra alla fine del XIX secolo, epoca della rivoluzione industriale e di grandi scoperte e innovazioni tecnologiche, alcune delle quali sono ben raccontate nel romanzo. Quali sono stati i testi fondamentali per la ricostruzione del contesto storico in cui si inserisce la vicenda dei protagonisti? Quanto tempo hai impiegato per la prima stesura del romanzo?

Silvia. Una delle cose che amo di più della scrittura è che mi porta ad allargare le mie conoscenze. Ho sempre adorato studiare, soprattutto la storia. Quindi scrivere romanzi storici mi dà modo di approfondire diversi argomenti. Uno di questi, per Di tenebra e d’amore, è proprio quello dello sviluppo tecnologico avvenuto nel XIX secolo. Trovo molto affascinante pensare a come doveva essere il mondo visto dagli occhi di qualcuno che viveva in un’epoca di così grandi e profonde trasformazioni. Oggigiorno siamo talmente bombardati da informazioni che il meccanismo del nostro stupore si è come ingolfato. Anche se, magari, non siamo mai stati in Egitto, le Piramidi le abbiamo già viste in mille modi; così come siamo abituati ai super effetti speciali dei film. Mentre chi si trovava a fare un Gran Tour nel XIX secolo riusciva a meravigliarsi profondamente, per una cultura o, un’architettura ecc così diverse dalle sue. La stessa cosa successe con il cinematografo. È storia acclarata ormai lo scalpore che fece il famoso arrivo del treno filmato dai Lumière, in cui molti spettatori si spaventarono pensando che davvero un treno avrebbe potuto investirli.

Silvia Zucca (photo Yuma Martellanz)

E se la nostra vita è tanto comoda ai nostri giorni un po’ lo dobbiamo anche alle tante invenzioni che sono state sviluppate nel XIX secolo. Il telefono, il treno, l’auto, i primi tentativi di volo, ma anche la radio, i raggi X. C’era davvero un fermento senza pari nella ricerca.

Per rispondere alla tua domanda, utilizzo moltissimi testi per documentarmi. E un po’ su tutto. Sia in inglese che in italiano. Vediamo, per quanto riguarda la tecnologia: The Making of Modern Science, di David Knight. The Subterrean Raylway di Christian Wolmar, per lo sviluppo della metropolitana a Londra, che infatti già funzionava, se non ricordo male, dagli anni Sessanta del XIX secolo.

Ma poi molto importante è anche la storia del costume, ossia il modo di vivere delle persone all’epoca, la stratificazione sociale, il modo di vedere il mondo. Qui, uno per tutti potrebbe essere Londra, l’oro e la fame, edito da Frassinelli.

La stesura è stata abbastanza lunga, ma anche perché avvenne in due tempi. Di tenebra e d’amore era il mio primo libro, quando ancora la scrittura non era per me un mestiere. Iniziai a scriverlo e poi rimase incompleto per mesi, finché non mi decisi a dargli una chance per presentarlo a una casa editrice. La quale – ne sono molto orgogliosa – lo acquistò immediatamente.

Righediarte. Pensi di scrivere un seguito alla storia di Odyle e Tristan?

Silvia. Odyle e Tristan fanno parte del mio passato. La loro storia è nata nel 2005, quando mi affacciavo alla scrittura. Non ho mai pensato di scrivere un seguito e la loro storia è a tutti gli effetti conclusa. Il loro universo invece no. Ci sono altri romanzi che ho scritto in cui in qualche modo il mondo di Odyle e Tristan ritorna. Sono attualmente fuori commercio ma sto pensando alla possibilità di dare una nuova veste e una nuova vita anche a loro.

Righediarte. Questo libro è già stato tradotto o verrà tradotto in altre lingue?

Silvia. Attualmente Di tenebra esiste solo nella versione italiana. I diritti di traduzione sono disponibili però, se qualche editore estero lo desiderasse. Non nego che sarei molto felice se venisse tradotto.

Righediarte. Nel contenuto e nello stile del romanzo si percepisce chiaramente l’influenza della narrativa inglese del 1800, da Jane Austen e alla Brontë, e tu non fai mistero di esserti ispirata proprio a Jane Eyre. Quali sono gli autori di questo periodo a cui sei più affezionata e perché?

Silvia. Oh… sono tanti! Amo la letteratura inglese, e ho una laurea per dimostrarlo! A parte le battute, mi piace molto il periodo storico del XIX secolo, come dicevo, e la letteratura che ne fa parte. Il romanzo è stato anche una scusa quindi per far degli omaggi a queste pagine del passato. C’è Shakespeare, c’è Jane Eyre della Bronte, c’è Walpole insieme alla schiera dei romanzi gotici che tanto piacevano all’epoca. Paradossalmente uno dei miei autori preferiti invece è rimasto fuori, forse perché le sue tematiche non erano troppo in linea con quelle della storia raccontata, parlo di Thomas Hardy (La brughiera, Via dalla pazza folla, Giuda l’oscuro, Tess dei D’Uberville…).

Righediarte. Nei tuoi romanzi, penso anche a Il cielo dopo di noi e Guida astrologica per cuori infranti, hai affrontato diversi temi: l’amore, la ricerca delle proprie radici, i rapporti famigliari, la storia dell’occupazione nazista in Italia, per citarne alcuni, dando prova di notevoli capacità di scrittura e di padronanza delle tecniche narrative. Di tenebra e d’amore, che come hai già detto, è in realtà il tuo primo romanzo completamente rivisitato e riscritto, si inserisce nel filone del romance. Vorrei chiederti se c’è un genere letterario che vorresti affrontare perché ti incuriosisce, o che apprezzi come lettrice, ma sul quale non ti senti ancora sufficientemente pronta.

Silvia. Devi sapere una cosa: io non mi sento mai sufficientemente pronta.

Ogni libro è un viaggio senza garanzie di arrivare davvero da qualche parte, e questo mi succede perché ritengo che la scrittura debba sempre rappresentare qualche novità per me, mi debba sempre far imparare qualcosa. È per questo motivo che affronto libri diversi anche per genere. Mi rendo conto che la cosa può mettere in difficoltà i miei lettori (e non ti dico gli editori!) che magari apprezzando un genere e non un altro si trovano con libri molto diversi tra loro, quando invece solitamente quando un autore trova “un buon filone” lì sta e batte chiodo magari sfornando una bella serie, una trilogia per lo meno. Purtroppo la mia testa funziona in modo diverso. E bada che non lo dico per dire che sono da biasimare quelli che invece scrivono delle serie, anzi, hanno tutta la mia stima, perché progettare una pentalogia non deve essere affatto facile, io proprio non riesco.

Ci sono le storie o i temi che mi chiamano. Purtroppo non c’è niente di romantico in questo, sono solo idee che iniziano a frullare in testa e farmi stare in ansia finché non le tiro fuori.

Tornando al genere, dicevo, ritengo che sia un grandissimo stimolo per me battere strade nuove, che non ho mai percorso, per questo i romanzi sono diversi e mi piacerebbe scrivere un po’ di tutto e in tutti i modi.

Se c’è un genere che ammiro ma per cui proprio non mi sentirei pronta al momento, è il distopico [romanzo in cui viene rappresentata un mondo immaginario del futuro, presentando talvolta società dalle caratteristiche inquietanti o orribili – NdR]. Ammiro moltissimo chi lo scrive, perché per scrivere un distopico devi avere sotto controllo non dei personaggi ma un mondo, un mondo intero, con delle leggi proprie e tutto quanto. E deve avere un senso profondo. La cosa che trovo meravigliosa della distopia è quella sua lucida capacità di tagliare con il bisturi alcune parti della nostra realtà per offrirle, orrendamente sanguinanti, agli occhi del lettore. Non mi accontenterei di fare niente di meno.

Righediarte. So che non si dovrebbe chiedere, ma a quale dei tuoi personaggi sei più legata, magari perché ci hai messo più tempo per darle/dargli “corpo e voce”?

Silvia. Eh… non si dovrebbe chiedere, hai ragione, perché poi gli altri ci rimangono male.

A dire il vero sono legata in modi diversi a molti personaggi che ho scritto, e non sono necessariamente i principali. Be’, con Alice di Guida astrologica ho un debito di sangue, in pratica, e lei e io ci siamo assomigliate moltissimo in un periodo che risale a diversi anni fa. Amo tantissimo Tio, e ne vorrei uno tutto per me. Ho odiato profondamente Miranda, de Il cielo dopo di noi, perché era talmente arrabbiata con la vita che ho faticato a farla parlare sulla pagina, poi però, quando ci siamo intese, trovate, è stato un dialogo meraviglioso, che mi ha fatto scoprire molte cose di me stessa. Poi, magari ti sembrerà strano, ma ho voluto un bene profondo al Tenente Bonfanti, sempre de Il cielo. Ho una vera e propria passione per i personaggi cupi, negativi, ma che poi hanno sempre quella sfumatura, quella motivazione che rende ogni azione, anche la più terribile, tremendamente umana.

Di Di Tenebra e d’amore, a parte Tristan, che è praticamente un Rochester nella sua vulnerabilità, mi piacciono molto i personaggi della parte più leggera, gli intermezzi comici dei Montgomery, padre e figlia, per cui ricordo di essermi un po’ ispirata alla vasta fauna umana di Jane Austen.

Righediarte. Silvia, tu lavori anche come traduttrice, hai anche tradotto Cinquanta sfumature di nero, di E.L. James, giusto per citarne uno. Quanto la lettura dei testi in lingua originale influenza la tua scrittura? Ti capita di leggere un romanzo in lingua originale e non apprezzarne invece la traduzione in italiano? Ovviamente senza fare nomi, ma come riflessione generale sulle sfumature linguistiche che si perdono nell’operazione di traduzione.

Silvia. Allora, non mi azzarderei mai a criticare il lavoro di qualche collega. Purtroppo ora con Internet, le recensioni online sui siti di e-commerce eccetera, mi è capitato spesso di leggerne, e mi chiedo sempre se chi le muove abbia davvero la competenza per capire il lavoro che sta dietro una traduzione.

Per restare però nel tema della tua domanda, mi è capitato di leggere qualche traduzione dove ho sentito il testo inglese sotto quello italiano o mi sono accorta di una traduzione un po’ troppo letterale, questo sì. Ritengo che ci siano egregi traduttori in Italia, e alcuni sono anche dei carissimi amici, che lavorano cesello con le parole.

Quanto alle sfumature linguistiche, come dici, è vero, sicuramente qualcosa si perde; lo diceva già Eco: una traduzione fedele è quasi un ossimoro. La traduzione comunque tradisce. Si passa a un diverso mondo che non è soltanto linguistico ma anche un diverso sistema culturale. Una cosa che personalmente trovo molto divertente da tradurre, per esempio, sono i modi di dire, che non sono quasi mai uguali da una lingua all’altra. Perché dietro a un modo di dire c’è magari un aneddoto che fa parte della storia del paese cui appartiene quella lingua, o magari un riferimento letterario. E tu, traduttore, lo devi rendere nella tua lingua. È una bella sfida. Perché non devi soltanto riportare un senso che riguarda le parole, ma anche un’emozione.

Ma, tornando alle sfumature linguistiche che traducendo magari vengono perse… mi domando se per un lettore italiano che l’inglese (o un’altra lingua) la capisce mediamente bene, pur non essendo la sua lingua madre, riuscirebbe ad apprezzarle davvero dalla prima all’ultima.

Righediarte. Il titolo del tuo romanzo mi ricorda altre due opere di tuoi illustri colleghi: Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz e D’amore e Ombra di Isabel Allende. L’amore rimane ancora oggi quindi la più grande fonte di ispirazione per gli artisti di tutto il mondo. Quale è la storia d’amore letteraria a cui sei più legata? Quanto invece c’è delle tue storie d’amore nei tuoi romanzi.

Silvia. Ci sono tanti romanzi che al loro interno parlano d’amore e che io amo moltissimo, ma se devo eleggerne uno soltanto allora devo dire L’età dell’innocenza di Edith Wharton. La storia dell’amore travagliatissimo e dolente tra la Contessa Olenska e Newland Archer mi colpì molto quando la lessi, avevo circa vent’anni, e credo ci sia tantissimo di loro, o meglio di ciò che io ho provato per loro e poi per tutto il vasto universo della Wharton e le sue tematiche, nei libri che ho scritto.

Poi però sforo e ne aggiungo un altro che è Espiazione, di Ian McEwan… che infatti si trova citato ne Il cielo dopo di noi.

Per quanto riguarda le mie personali storie d’amore, sì, certamente ci sono dei riferimenti nei libri che ho scritto, perché dopotutto la mia vita, e soprattutto le mie emozioni, fanno parte di uno di quei grandi magazzini cui posso attingere per scrivere. Certo, non scriverei mai un romanzo autobiografico, almeno non per ora, visto che non ritengo la mia vita in toto di così grande interesse per gli altri, e ho anche un certo pudore per ciò che mi riguarda intimamente. Ma diverse situazioni che ho realmente vissuto, opportunamente rielaborate e viste con un occhio molto ironico e autoironico si trovano, per esempio, in Guida astrologica per cuori infranti.

Righediarte. Quali sono i tuoi autori contemporanei preferiti?

Silvia. Ho pochi amori costanti, mi piacciono i libri e le storie che raccontano, ma sono davvero pochi gli autori che compro a scatola chiusa. Tra questi ultimamente c’è un’autrice inglese che si chiama Jane Harris, perché mi piace il suo stile e il modo di raccontare. Ho avuto una passione folle per Agatha Christie da ragazzina e credo di aver letto quasi tutto.

Righediarte. Quando inizi a scrivere un romanzo ti capita mai di pensare a chi potrebbe essere il tuo lettore-tipo o lasci questa riflessione al tuo editore?

Silvia. Uno scrittore pensa sempre a chi sono i suoi lettori, a chi si sta rivolgendo. La scrittura è prima di tutto una comunicazione, perciò, perché questa comunicazione avvenga nel modo più corretto dobbiamo sapere a chi stiamo parlando.

Righediarte. Quando hai iniziato a scrivere? Quale è stato il tuo percorso?

Silvia. Ho sempre desiderato scrivere. Ho iniziato da ragazzina, sui quaderni, inventavo storie. Poi per un lungo periodo ho accantonato tutto. Finché appunto non ho iniziato a scrivere Di tenebra e d’amore. Traducevo già da qualche anno quando mi dissi che mi sarebbe piaciuto provare, e lo feci anche grazie a una cara amica – la Patrizia a cui è dedicato il libro – che era a casa dal lavoro per via di una gravidanza difficile – da cui poi nacque Elisabetta, che adesso ha quindici anni, a cui ancora è dedicato il libro – e visto che Patrizia è attrice e insegna teatro, mi aiutò molto a comprendere i personaggi e a farli “vedere” sulla carta.

Righediarte. La storia della letteratura, italiana ma anche internazionale, vede oggettivamente una presenza maggiore di autori uomini rispetto alle donne. Nella tua carriera come autrice, ti è mai capitato di subire il peso del pregiudizio proprio in funzione del tuo essere donna?

Pensi che sia più difficile per una donna affermarsi nel mondo della scrittura?

Silvia. Assolutamente sì. C’è poco da aggiungere purtroppo. Il divario c’è, lo sentiamo. Siamo autrici donne, la prima cosa che si pensa è che la nostra sia una scrittura “femminile”, per esempio, una scrittura per donne. Conosco anche diversi signori uomini che hanno ammesso candidamente di non leggere donne per partito preso. Non ho mai sentito dire altrettanto da parte di una donna.

Righediarte. Come anticipato, tu non sei solo autrice ma anche traduttrice ed editor,  ti chiedo se hai mai tenuto dei corsi di scrittura o se ti piacerebbe farlo?

Silvia. Ho tenuto dei seminari di scrittura creativa, un paio di volte anche con i bambini di scuole elementari, ed è stato bellissimo. È un’esperienza che mi piacerebbe ripetere, e in effetti, insieme a un’associazione, stavamo pensando a un corso di scrittura. Ho qualche problema di tempo, purtroppo, visto che, come hai giustamente detto anche tu, oltre a scrivere, faccio la traduttrice, l’editor e la lettrice per un’agenzia letteraria.

Righediarte. Ti lascio con un’ultima domanda. Stai lavorando a un nuovo romanzo (se si può sapere ovviamente)?

Sì, certo, si può sapere. Sto lavorando a un nuovo romanzo. Ma di più non si dice.

Concludo questa lunga intervista con l’augurio di leggere presto un nuovo romanzo di Silvia, alla quale va nuovamente il mio grazie di cuore.

Paola Cavioni

*Di Il cielo dopo di noi trovi la recensione su Righediarte, a questo link:

https://righediarte.com/tag/il-cielo-dopo-di-noi/

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Consapevolezza

“But this is all I ever was
And this is all you came across those years ago
Now you go too far
Don’t tell me that I’ve changed because that’s not the truth
And now I’m losing you

Fragile sound
The world outside just watches as we crawl
Crawl towards a life of fragile lines
And wasted time

And so I cry
As I hold you for the last time in this life
This life I tried so hard to give to you
What would you have me do?“

Ditmas, Mumford & Sons

Gennaio è arrivato da qualche giorno, lasciandoci finalmente alle spalle il 2020.

Sono abituata a non fissarmi più di uno o due “buoni propositi” di  inizio anno, perché ho imparato con il tempo a diffidare delle lunghe liste di buone intenzioni, che alla fine creano solo frustrazione per le spunte mancate.

Negli ultimi due anni i miei obiettivi personali a medio e lungo termine si sono concentrati principalmente sulla cura dei rapporti, in famiglia e nelle amicizie.

Ho cercato di fare decluttering nei rapporti che non mi portavano da nessuna parte, vuoti o addirittura tossici, concentrando energia, attenzioni e tempo (tre variabili che non sono infinite purtroppo) solo su relazioni e conoscenze in grado di regalare reciproco arricchimento e, se possibile, positività.

Il secondo obiettivo poi è sempre quello di provare a essere una madre migliore per i miei figli.

Sul primo punto posso dirmi abbastanza soddisfatta,  al netto di quello che è successo nel 2020 che ha tenuto tutti distanti fisicamente, sul secondo invece continuo a lavorare giorno per giorno e penso che, come tutte le madri, non riuscirò mai ad essere completamente soddisfatta di me stessa.

Stamattina, nonostante la pioggia, mi sono presa un paio d’ore per andare a camminare, accompagnata dal freddo lombardo di questi giorni e dagli immancabili Mumford & Sons che mi danno il ritmo nei giri in solitaria. Ho sgranchito le gambe e ho fatto prendere aria ai pensieri.

Ho riflettuto molto, complice il silenzio della campagna.

E ho cercato il mio proposito per questo nuovo anno, che si riassume in una sola parola.

Consapevolezza.

Ad ogni inizio anno sento spesso parlare di necessità di cambiamento, talvolta, a mio parere, con un po’ troppa facilità.

Non sei felice nel tuo posto di lavoro? Cambia.

Non sei felice con il tuo compagno/a? Cambia.

Non sei contento della tua vita? Cambia.

Non sei contento del tuo aspetto? Cambia.

Ma è necessario tutto questo cambiamento esteriore se alla base non c’è una reale consapevolezza di sé?

Quante volte i cambiamenti sono motivati da scelte prese di pancia, salvo poi ritrovarsi al punto di partenza e alla stessa condizione di insoddisfazione?

Il cambiamento è certamente una forma di adattamento e anche di sopravvivenza, ma penso che i cambiamenti veri, radicali e duraturi che affrontiamo nella vita, per scelta o necessità, siano davvero pochi. Per questo vorrei riuscire a concentrarmi sullo scorrere del viaggio, sul presente, con consapevolezza.

Consapevolezza per riuscire a percepire realmente, e quindi ricordare, immagini, suoni, odori ed  emozioni vissute giorno per giorno. Percepire lo straordinario dentro ogni momento ordinario.

Vorrei vivere con più consapevolezza per rendere ogni momento diverso da quello precedente, come se ogni giorno fosse un piccolo cambiamento miracoloso, ma anche per riuscire ad accettare con serenità le situazioni che invece non posso e non possono cambiare.

Consapevolezza nell’affrontare anche la sofferenza che inevitabilmente la Vita ci regala, a suo modo  forse per farci un regalo da portare con noi nel nostro bagaglio di esperienze.  

Questo, solo questo, chiedo al nuovo anno.

Consapevolezza ma anche, se possibile, un po’ di leggerezza.

Paola Cavioni

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Righe su “Io Super Dodo”, di Federica Clerici e Emanuela De Alberti

“I’m more than a bird, I’m more than a plane
I’m more than some pretty face beside a train
And it’s not easy to be me

Superman, Five for Fighting

Io Super Dodo, edizione Youcanprint

“Ciao, io sono Riccardo.

Per gli amici Dodo.

E sono un supereroe.”

Riccardo è un bambino che nasce con una rara patologia chiamata duplicazione intestinale, unita a una malattia ancora più rara, il morbo di Hirschsprung, che fa paura solo a pronunciarne il nome.

Eppure Riccardo, così fragile, ha un superpotere speciale: l’amore per la vita.

Riccardo, nelle parole scritte dalla mamma Federica Clerici, autrice del libro in collaborazione con Emanuela De Alberti, ci racconta la sua storia e le avventure del suo alter ego, Super Dodo.

Ma questa non è solo la sua storia, è anche quella di tanti bambini e genitori che hanno vissuto o stanno vivendo lo stesso percorso della famiglia di Federica e Riccardo.

Affrontare la malattia di un figlio, specie se ancora piccolo e se il male è cronico o incurabile, non è mai facile; i mostri che si incontrano lungo il cammino sono tanti e trovano sempre il modo per attaccare di nuovo.

Un genitore può reagire, affrontare la malattia, oppure può negarla, può lasciarsi andare alla disperazione, mollare la presa. In tutti i casi però, tutti, è assolutamente importante dare sostegno a queste famiglie che da normali, se esiste un concetto di normale, diventano straordinarie, aggrappandosi alla vita con tutte le loro forze.

Perché questi genitori hanno il compito, tanto importante quanto difficile, non solo di affrontare la malattia ma di spiegarla ai loro figli, con parole comprensibili ma che riescano anche a infondere coraggio nei loro bambini, per non arrendersi mai, proprio come fanno Superman, Batman o gli Incredibili.  

Dodo ci racconta la sua storia e parla ai bambini come lui, con il linguaggio delle parole e dei disegni, ma parla anche al mondo degli adulti. Un libro adatto a tutti i genitori, soprattutto a quelli che hanno figli “supereroi” in vario modo, ma è anche una storia di speranza per gli operatori che ogni giorni affrontano i mostri che attentano alla salute, alla felicità, alla vita di tanti bambini in tutto il mondo.

Un libro di forza, vita e futuro.

Le autrici

Federica Clerici è psicologa e svolge attività clinica come consulente presso l’Istituto Neurologico Nazionale I.R.C.C.S. “C. Mondino” di Pavia.

Emanuela De Alberti è nata a Milano ma vive a Pavia, adora raccontare storie attraverso le immagini, ama i gatti, i bambini.. e i koala.

Paola Cavioni

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Buon anno da Righediarte

Caro lettore di Righediarte, Happy New Year.

Ho preferito non scrivere nulla sull’anno appena trascorso, che per me e la mia famiglia è stato particolarmente duro, ma voglio farti e farmi un semplice augurio per questo 2021 appena nato.

Ti auguro meno di tutto ciò che è stato, per tanti e anche per me, il 2020.

Meno preoccupazioni.

Meno rabbia.

Meno ansia per il futuro.

Meno lacrime.

Meno ingiustizie.

Meno violenza gratuita.

Meno distanza e assenza.

Meno sofferenza.

Ma ti auguro anche tanto, di tanto altro.

Ti auguro di riuscire, giorno per giorno, ad andare un passettino alla volta nella direzione dei tuoi sogni.

Ti auguro serenità.

Respiri profondi.

Sorrisi e progetti quando pensi al futuro.

Lacrime di gioia ed emozione.

Giustizia per te e per il mondo.

Ti auguro di ricevere e donare gentilezza gratuita.

La presenza sicura e costante delle persone che ami, abbracci tanto attesi.

Ti auguro di riuscire a mantenere sempre la tua mente calma e in armonia.

Ti auguro gioie e risate improvvise e inaspettate.

E forse così, solo così, potrà essere davvero un anno buono.

Benvenuto 2021, ti stavamo aspettando.

Paola

Un commento a La bella di Lodi, di Alberto Arbasino

“Le ragazze di Lodi, grandi, belle, con la loro pelle splendida e un appetito da uomo, quando son dritte possono essere molto più forti di quelle di Milano.”

La bella di Lodi, edizione Adelphi 2002

La bella di Lodi di Alberto Arbasino (Voghera , 22 gennaio 1930 – Milano, 22 marzo 2020) viene pubblicato per la prima volta nel febbraio del 1961 come racconto in due puntate, un rimando ai romanzi d’appendice francesi del XIX secolo, sul settimanale Il Mondo.

Nel 1963 La bella di Lodi diventa un film, alla regia Mario Missiroli e una giovanissima Amanda Sandrelli per protagonista. Il romanzo viene pubblicato, in un’edizione rivista e ampliata, una prima volta nel 1972 da Einaudi, e una seconda nel 2002 da Adelphi, edizione in cui la Sandrelli campeggia in copertina in tutta la sua bellezza tanto provocante quanto raffinata.

L’incipit del romanzo, l’amicizia che lega l’autore con Ennio Flaiano (redattore capo di Il Mondo e sceneggiatore), la sua pubblicazione su un settimanale che era la voce dell’ideologia borghese e laica del secondo dopoguerra e la sua immediata trasposizione cinematografica: questi elementi insieme sono già una dichiarazione d’intenti e un’anticipazione su quello che il romanzo rappresenta a livello stilistico e di messa in scena, con poca mediazione, della società dell’Italia settentrionale negli anni del boom economico, le cui caratteristiche sono disseminate qua e là lungo tutta la trama, con rimandi alla musica, alle automobili, alla cultura dei primi anni ’60.

La bella è Roberta, giovane lodigiana appartenente alla ricca borghesia rurale, orfana di entrambi i genitori, che gestisce l’azienda di famiglia insieme alla nonna e ad un indolente fratello, Sandro, a cui è molto legata e he si atteggia a dandy di provincia.

Una dichiarazione d’intenti nell’incipit, dicevamo, che anticipa quella misoginia latente presente in tutto il romanzo che, a discapito del titolo e nella cornice di una storia che racconta una gestione matrilineare dell’azienda di famiglia, fa capire chiaramente al lettore che ci muoviamo nel contesto di una società ancora maschilista, che non tollera lo scandalo, la società del matrimonio riparatore e del pettegolezzo contenuto dietro i ventagli delle signore in chiesa.

Il titolo e il Capitolo Primo introducono  appunto al contesto sociale e culturale in cui si svolge la vicenda, a partire da Lodi, anche se in realtà la storia scorre su più “set”, la maggior parte dei quali sono spazi aperti: strade, autostrade, autogrill, la spiaggia di Forte dei Marmi dove avviene il primo incontro di Roberta con Franco, l’altro protagonista del romanzo, oggetto di amore e odio da parte della bella.

Franco, uomo dalla dubbia identità: meccanico, proletario, guitto, inetto, furfante e galeotto. E forse non si chiama neanche Franco.

Si possono individuare due momenti, due scintille che fanno partire l’azione della storia, che travolge Roberta come una valanga: il primo momento è l’incontro della donna con Franco. I due giovani, che non sappiamo quale età abbiano, dopo una breve fase di “avvicinamento” fanno sesso e alla mattina dopo Franco scompare, insieme a diversi beni di valore di Roberta che però sceglie di non denunciarlo.

La seconda scintilla si può collocare poco prima dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei nonni di Roberta, quando Sandro intercetta una lettera che Franco ha spedito alla sorella e la convince a incontrarlo ancora, ma per farlo arrestare.

Se la voce narrante lungo tutto il romanzo è quella di un narratore esterno, a volte onnisciente a volte invece che si sovrappone al punto di vista di uno dei personaggi, c’è un Intervallo in cui è Sandro che parla, che racconta la sua versione dei fatti e chiarisce alcuni punti oscuri della vicenda, oltre a rovesciare addosso tutto il disprezzo che prova nei confronti di Franco, tanto da sperare che muoia in un incidente automobilistico.

Dalle parole di Sandro sappiamo che Franco ha in realtà una compagna e che torna da Roberta solo quando ha finito di spendere tutti i soldi che le aveva rubato alla fine del loro primo incontro.  

Ma i piani non vanno esattamente come Sandro spera perché la sorella, dopo avere fatto arrestare Franco, lo cerca ancora e, una volta uscito di prigione, si unisce al suo gruppo di guitti e inizia a recitare per l’Italia. Qui abbiamo l’unico riferimento temporale sicuro di tutto il romanzo: l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, che fissa con sicurezza lo svolgimento dei fatti nel 1961.

Roberta, Sandro, Franco. Ma quali sono gli altri protagonisti di questo romanzo? Si possono distinguere due tipologie di personaggi: ci sono personaggi principali, il trio formato da Roberta, Sandro e Franco, attorno ai quali la storia è costruita. Ma c’è anche tutta una serie di personaggi secondari che si muovono sullo sfondo (le vere “ombre vivaci sullo sfondo”) che rappresentano una sorta di coro come nel teatro greco: i nonni di Roberta e Sandro, i genitori di cui non sappiamo nulla se non che sono morti (e chissà cosa direbbero davanti ai comportamenti della figlia), gli amici,  i genitori di Franco, la coppia che aiuta Roberta quando Franco la aggredisce, la zia Giuseppina e lo zio Cesare, i guitti della compagnia teatrale cui Roberta si unisce per un periodo.

Tutti questi personaggi secondari parlano con le loro azioni, senza alcuna caratterizzazione psicologica, anche la nonna che è il vero deus ex machina della vicenda, colei che ne decide di fatto la conclusione.

Nel gruppo di amici, Giorgio merita qualche parola a parte. Forse antagonista di Franco, il giovane, sicuramente di buona famiglia, ha un rapporto così intimo e speciale con Sandro da fare quasi pensare che i due siano una coppia di amanti, più che amici, e che la vicinanza a Roberta non sia altro che un pretesto per i due giovani per stare insieme in un momento storico in cui sicuramente l’omosessualità non era ancora socialmente accettata, così come la libertà sessuale per le donne.

Dal punto di vista della lingua e dello stile, La bella di Lodi sembra pensato per diventare sceneggiatura, con una scrittura che suggerisce immagini, periodi studiati come partiture musicali che puntano a rendere azioni e descrivere ambientazioni come fossero scenografie, e dialoghi che più che esplorare la condizione psicologica dei protagonisti o dare informazioni aggiuntive, come vorrebbero i manuali di scrittura creativa, sono pura e semplice trasposizione del parlato, anche sotto forma di discorso indiretto libero. 

Dai dialoghi emerge con forza la cadenza settentrionale dei protagonisti (quei arda o ciavete per esempio, disseminati qua e là) tranne Franco che forse tradisce una provenienza meridionale, non confermata dall’autore.

Uno stile diretto, neorealistico, senza filtro alcuno, con la descrizione di scene di sesso che sono a volte disturbanti anche per lo smaliziato lettore contemporaneo, quindi si può solo immaginare l’effetto sul pubblico degli anni ’60 o ’70.

Quello che rimane terminata la lettura di La bella di Lodi è una sensazione di stordimento, di storia senza lieto fine, che vede in Roberta e Franco due moderni Romeo e Giulietta la cui fine non coincide con la morte ma, per assurdo, con il matrimonio.

Bibliografia:

Come ombre vivaci sullo sfondo, di Federico Della Corte (Libreria Universitaria Edizioni, 2014)

Paola Cavioni

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Righe su “La seconda legge di Mendel” di Barbara Boggio

“Cos’è l’immensità, un vuoto che non ha
Niente di simile al profondo dei tuoi occhi
Che dopo la realtà è un’ombra tiepida
Mentre dal fondo il cuore sembra che mi scoppi”

Edera, Max Gazzè

La seconda legge di Mendel (Divergenze edizioni, 2020, euro 14)

La seconda legge di Mendel di Barbara Boggio è uscito lunedì 14 dicembre in edizione curata da Divergenze.

Un romanzo breve e delicato; una carezza che però si lega all’anima come un’edera su un balcone.

Il titolo richiama, almeno per me che nelle materie scientifiche  al liceo non ero quella che si definisce una cima, all’ansia delle interrogazioni di scienze (“oh ma tu te la ricordi la seconda legge di Mendel???”).

Le leggi di Mendel sull’ereditarietà parlano della trasmissione dei caratteri da una generazione all’altra.

Ed è questo il nodo fondamentale da cui nasce la storia del protagonista nel momento in cui lo conosce il lettore. L’adolescente Jordan, un nome che ricorda quello del famoso giocatore di basket, che ha una famiglia allargata ma incompleta allo stesso tempo, con il padre alcolizzato e in carcere e un presente in salita.

Insieme a Jordan ci avventuriamo in un’indagine alla ricerca della sua identità, della comprensione di ciò che di genetico c’è nel suo carattere, dei pensieri sul tipo di persona che potrà diventare da adulto. Perché questo adolescente pieno di insicurezze ha però una certezza: non vuole somigliare a suo padre.

“Mi chiamo Jordan e ho sedici anni. Devo il mio nome alla creatività dei miei genitori. Giorgio e Daniela. Per il loro primogenito e per celebrare un grande amore hanno unito i loro due nomi in uno, sommando, togliendo, aggiustando.”

Jordan non è però l’unico protagonista, perché in questo breve romanzo corale, narrato in prima persona (e non poteva essere altrimenti) ci sono anche le voci di Daniela, Anna, Cristian e quella di Giorgio, il padre di Jordan, che rimane in secondo piano.

Daniela è la mamma di Jordan e della piccola Anna. Una donna diventata madre forse troppo presto, che ha dovuto affrontare le conseguenze della separazione dal padre di Jordan e le difficoltà e le incertezze di crescere da sola un bambino.

Almeno fino a quando non arriva Cristian, che nella vita fa l’educatore. Anzi sarebbe più corretto dire che è un educatore, perché un lavoro simile per farlo bene devi proprio sentirtelo cucito addosso.

“Era una mia zona sacra; m’ero ripromesso di smettere col sociale il giorno in cui non avessi più sentito il fremito dell’indignazione, il desiderio di ribaltare le ingiustizie, o almeno di provarci.”

Con Cristian, Daniela recupera un po’ di quella serenità e fiducia nel mondo che le consente di diventare ancora madre. Così arriva la Anna a fare compagnia a Jordan.

Anna, il nome palindromo e un amore immenso, non sempre corrisposto, per il fratello maggiore.

La seconda legge di Mendel è un libro sulla ricerca della propria identità, sulle domande che inevitabilmente tutti si pongono nel corso della vita. Perché non possiamo scegliere i nostri genitori. Non possiamo scegliere in quale parte del mondo nascere. Non decidiamo il colore della nostra pelle o la nostra statura, non decidiamo di quali malattie genetiche, o congenite, potremo soffrire.

La seconda legge di Mendel è una storia sussurrata eppure potente come il fischio di un megafono. È il grido di aiuto che si leva da tanti adolescenti, da quei ragazzi che fanno a pugni con la loro identità, per mille motivi diversi.

Jordan, metaforicamente, li rappresenta tutti. È il ragazzo ribelle perché il padre è in carcere, ma è anche il giovane extracomunitario che non si sente accettato dai compagni di classe, è l’adolescente dislessico che è stato bocciato e non vuole riprendere gli studi, è il ragazzino sofferente perché tutti lo chiamano checca.

E poi è un libro che parla ai genitori, e ci parla dei nostri figli.

Perché i figli hanno il potere di riportarti con i piedi per terra, di fare i conti con la tua vera essenza. Se fuori dalle mura domestiche sei un’insegnante, o un manager, o un medico, in casa quando torni alla sera e lasci fuori il mondo, sei solo mamma o papà.

“Specie quando il freddo è fuori e dentro, quando i sorrisi sono appena accennati e le parole da consegnare agli altri sono macigni.”

Ma La seconda legge di Mendel è soprattutto un libro che parla di speranza, di cambiamento, della volontà instancabile di cercare di costruire un futuro migliore, anche a dispetto delle proprie radici, se queste ci costringono a terra e impediscono di spiccare il volo.

Perché, per fortuna, ogni tanto la mela può anche cadere lontano dall’albero.

Barbara Boggio

nasce a Varese nel 1974. Educatrice e pedagogista, ha trascorso gli ultimi vent’anni a seguire bambini, ragazzi e famiglie in situazioni di fragilità. Crede nell’ascolto e nella cura, i più potenti strumenti educativi. Autrice del blog e del libro Per tentativi ed errori, ha tre figli, due lavori e un paio di gatti.

https://pertentativiederrori.com/

Divergenze Edizioni

di Belgioioso (Pavia) è una realtà senza scopo di lucro che nasce per sostenere la promozione e la conservazione dei Sapere attraverso una selezione severa rivolta ad offrire solo testi di qualità, sia l’attività di Onlus e progetti sociali, devolvendo ad esso i proventi.

Trovate tutte le informazioni sui loro progetti nel sito web https://divergenze.eu/

Paola Cavioni

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Donne che raccontano il SUCCESSO

Sabato 12 dicembre ho avuto l’onore di condurre un evento pensato a quattro mani con Isabella Catapano Botero, autrice di Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo.

Prendendo spunto proprio dal libro di Isabella, edito da Porto Seguro (trovi la mia recensione del libro al link https://righediarte.com/tag/nessuna-scusa), abbiamo voluto coinvolgere nella discussione sul tema del “successo oggi” anche Barbara Boggio e Denise Cumella, per esplorare l’argomento da diversi punti, partendo proprio dal punto di vista femminile, parlando di lavoro, famiglia e tanto altro.

In un momento storico in cui si respira una comprensibile aria di negatività, la nostra sfida è stata quella di parlare attraverso la voce e le esperienze di tre donne, madri, imprenditrici, esempi positivi e di concreti di donne che per lavoro o per propria esperienza incarnano il significato di “successo” nella sua accezione più ampia.

Successo come raggiungimento di piccolo o grandi obiettivi ogni giorno, successo come accettazione del fallimento, successo come soddisfazione personale indipendente da qualsiasi tipo di risvolto economico o di riconoscimento sociale.

Ecco il video del nostro evento, tra emozione e tanti spunti di riflessione.

E per te cosa vuol dire avere successo nella vita?

Le donne che si sono raccontate sono:

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Paola Cavioni

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