Che cosa ti aspetti da me? Lorenzo Licalzi e non solo…

Tutto in natura ha un’essenza lirica, un destino tragico, un’esistenza comica.

George Santayana

“Fortunatamente quando avevo vent’anni non c’era il mito di andare a trovare se stessi a Kathmandu, a quei tempi c’era la fame, i nazisti che giravano per le strade e le bombe che cadevano giù. Si era troppo impegnati a cercare di non morire in guerra per giocherellare con la ricerca della pace… interiore. Sopravvivere era un buon modo per ritrovare se stessi. Oggi è diverso, diverso per gli altri, diverso per me. La pace l’ho conquistata per stanchezza, per rassegnazione, per superati limiti di età, o per neuroni cerebrali perduti, forse. Da qualche parte, molto tempo fa, ho letto una frase che diceva all’incirca: il nostro destino è quello di essere inferiori all’idea che avevamo di noi stessi.”

Tommaso Guillermo Perez ha ottantadue anni, un nome altisonante, un passato da fisico nucleare e un presente sulla sedia a rotelle dopo un ictus che lo ha lasciato semi paralizzato e anche parecchio arrabbiato con la vita. È vedovo, senza figli in vita, ed è ospite di una casa di riposo romana dove gli inservienti lo hanno soprannominato “Mister vaffanculo” – vi lascio scoprire il motivo di un così gentile appellativo.

È proprio Tommaso, uscito dalla fantasia e dalla penna dello scrittore genovese Lorenzo Licalzi, a raccontare la sua storia in Che cosa ti aspetti da me? edito nel 2005 da BUR Rizzoli e sicuramente destinato a diventare un piccolo classico della letteratura italiana.

Un libro di neanche 200 pagine che riesce a riassumere con sguardo lucido, spesso cinico, un’esistenza intera, pieno di riflessioni sul senso stesso della vita “alla fine della vita”.

Lorenzo Licalzi conosce molto bene il mondo delle residenze per anziani avendone fondata e diretto  lui stesso una il Liguria.

È un mondo ordinato e confuso insieme, quello delle case di riposo.

Ordinato perché organizzato e fondato su rigidi regolamenti, spazi delimitati, divieti e concessioni, orari precisi di veglia e sonno. Ma è anche un mondo confuso dalla malattia fisica e mentale, dove spesso la mancanza di lucidità è una medicina che allevia il dolore della realizzazione del decadimento fisico, della vita che più o meno lentamente finisce.

Che cosa ti aspetti da me? suscita un misto di emozioni e ci accompagna mano nella mano in un viaggio che va dalla malinconia al sorriso, come è giusto che sia ogni esistenza.

Tristezza e speranze che emergono nel racconto della vita di Tommaso, insieme ad una costante inquietudine, una continua ricerca di qualcosa che sembra non riuscire mai a identificare e tanto meno ad afferrare, e che non gli consente di vivere gli ultimi anni della sua vita con la serenità che ogni essere umano si merita.

E mentre ci racconta la sua vita, tra successi, sconfitte, grandi dolori e curiosità sulla fisica nucleare, Tommaso ha il coraggio di rimettersi in gioco quando nel grigiore delle giornate apparentemente sempre uguali arriva Elena Mattei, che “ha settantasette anni ed è bellissima” e che cerca con dolcezza e pazienza di togliere a Tommaso la corazza di uomo burbero e intrattabile, cercando di mostrargli il suo modo di apprezzare la vita e, perché no, l’amore.

Leggendo Che cosa ti aspetti da me? non riesco a non pensare a un romanzo che ho letto qualche anno fa, che secondo me può essere considerato “l’altra faccia” della storia di Tommaso Perez.

Sto parlando di Piccoli esperimenti di felicità di Hendrik Groen (della collana “I Grandi” Tea, 2015)

Ambientato sempre in una casa di riposo, in questo caso siamo in Olanda e il protagonista è proprio Hendrik Groen, ottantatrè anni suonati, che inizia a tenere un diario il primo di gennaio per decidere se, alla fine dell’anno, valga ancora la pena vivere oppure farsi dare dal suo medico la pillola della dolce morte.

Ma in questo (forse) ultimo anno non vuole farsi mancare proprio nulla e così, insieme ad altri improbabili ospiti della casa di riposo, fonda il “Club dei vecchi ma mica morti”, con risultati … da scoprire.

Due libri che vale la pena di leggere a distanza ravvicinata, soprattutto ora che ci si avvicina alla fine dell’anno, momento di bilanci, per cogliere i punti di vista differenti di due facce della stessa medaglia.

Che cosa ti aspetti da me? e Piccoli esperimenti di felicità sono due riflessioni diverse su uno stesso tema, quello dell’invecchiamento, che può essere considerato un privilegio, un’età dell’oro, un tempo regalato. Oppure una condanna.

Spetta a ognuno decidere da quale parte stare.

Paola Cavioni

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Che cosa ti aspetti da me?

Piccoli esperimenti di felicità

Righe su “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini

“Una pioggia sottile come cipria mi inumidiva senza bagnarmi. Mi strinsi nel mio soprabito mentre passeggiavo, non avevo una destinazione, volevo solo che quella notte non si rivoltasse contro di me. Non mi sentivo stanco, camminavo a gambe leggere. Avevo mangiato poco, e quel poco lo avevo già digerito. Le strade erano deserte e silenziose. Solo dopo un po’ mi accorsi che quel silenzio non era totale, che l’asfalto aveva un gemito sommerso. La città di notte è come un mondo abbandonato dagli uomini, vuoto, ma intriso della loro presenza. Qualcuno che si ama, qualcuno che si sta lasciando, il guaito di un cane su un terrazzo, un prete che si alza. Un’ambulanza che trascina un malato dal caldo del suo letto verso il mio ospedale. E una puttana che torna con le sue gambe negre come il buio, e l’uomo che non l’aspetta e dorme come una montagna sicura e temibile. Esattamente come Elsa. Perché nel sonno le persone si somigliano tutte, si somigliano per chi non dorme e sa che non potrà dormire.”

Non ti muovere, Oscar Mondadori 2001

Non ti muovere è viaggio emozionante e che lascia orfani quando si finisce di leggere il libro.

La firma di Margaret Mazzantini è riconoscibile, con quella magistrale capacità di raccontare i moti dell’anima in modo poetico ma allo stesso tempo cruento, nella cornice di una narrazione drammatica.

In Non ti muovere il tempo della storia è breve, poche ore.

È il tempo della fabula, della narrazione, che si dilata e porta il lettore indietro con un lungo flashback che talvolta provoca smarrimento e vertigine ma che riesce con sapienza a dosare al momento giusto ogni elemento, ogni informazione utile a ricomporre il puzzle della storia.

Nel presente c’è Angela, quindici anni, che una mattina iniziata come tante altre, mentre va a scuola è vittima di un grave incidente in motorino. Nel presente c’è anche su padre Timoteo, affermato medico cinquantenne, che ora si fa piccolo piccolo mentre attende, impotente, che un collega operi sua figlia per salvarle la vita.

E come in un lungo flusso di coscienza che odora di confessione più che di autobiografia, il romanzo ripercorre, nel racconto di Timoteo, l’amore segreto, doloroso e colpevole dell’uomo per una donna segnata profondamente dalla vita e dalla sofferenza.

Il Timoteo del presente racconta come, in un giorno afoso di oltre quindici anni prima, abbia superato quel confine irreversibile fra essere vittima, o quantomeno innocente, ed essere carnefice.

Nel passato c’è Timoteo con sua moglie Elsa, ma c’è soprattutto Timoteo con Italia, emblema della sua colpa.

E nonostante il suo crimine, perché di questo si tratta, non si riesce a non provare empatia per Timoteo. Merito dell’abile stile narrativo dell’autrice.

Il lungo racconto in prima persona è un tentativo di cammino verso la redenzione, un percorso di espiazione dal peccato. Ma è anche un’indagine nelle pieghe dei rapporti d’amore, dello scontro tra essenza e apparenza, tra ideologia borghese e povertà della periferia cittadina.

La Mazzantini naviga fra le emozioni con timone saldo e, come già detto, conosce molto bene l’animo umano, sia maschile che femminile.

Non ti muovere è sicuramente una lettura non semplice e non per tutti, sia per la drammaticità dei fatti narrati che per il realismo, a tratti fastidioso, di alcuni passaggi descrittivi che vengono sbattuti in faccia al lettore con la violenza di uno schiaffo.

Ma è soprattutto una storia che, se non vera, è comunque verosimile. Perché Timoteo potrebbe essere il vostro vicino di casa così gentile, un vostro amico padre di famiglia. Potrebbe essere vostro marito, vostra moglie. Timoteo rappresenta l’ombra che si cela dietro ogni vita che sembra più o meno perfetta, dietro la retorica del “finché morte non vi separi”.

E poi la  frase, non ti muovere, che troviamo più volte nel romanzo come se fosse un ritornello, e che suona più come un non mi lasciare, perché senza di te che nella mia vita non esisti, io non esisto.

L’autrice

Margaret Mazzantini nasce a Dublino nel 1961, figlia di una pittrice e di uno scrittore.

Margaret Mazzantini

Si diploma alla Accademia Nazionale di Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma e alterna l’attività di attrice di cinema e teatro a quella di scrittrice. Il marito è l’attore Sergio Castellitto.

Da più di uno dei suoi romanzi sono stati tratti film di successo (Non ti muovere, Venuto al mondo, Nessuno si salva da solo, Fortunata).

Con Non ti muovere, nel 2001 Margaret Mazzantini vince il  prestigioso Premio Strega.

Sito Ufficiale dell’autrice:

http://www.margaretmazzantini.com/

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Paola Cavioni

Classificazione: 1 su 5.

Righe su Isabella Catapano Botero. Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo.

Nessuna Scusa! Costruisci il tuo successo (Porto Seguro Editore, 2020)

Esiste un denominatore comune nelle vite di Leonardo Da Vinci, Coco Chanel, Frida Khalo, Maria Montessori, Cleopatra e Rudy Giuliani?

Cosa ha reso Andre Agassi lo sportivo vincente che tutto il mondo conosce?

Come è possibile portare avanti il proprio progetto di vita, renderlo un successo, nonostante le avversità contro cui ogni esistenza inevitabilmente si deve confrontare?

Come puoi, a partire da piccoli gesti quotidiani, superare il muro di scuse e di apatia che ti separa dal raggiungere i tuoi obbiettivi?

Queste sono alcune delle domande che trovano risposta nel libro Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo, di Isabella Catapano Botero, edito nel mese di ottobre dalla casa editrice Porto Seguro.

Il libro parte dalla analisi delle biografie di personaggi che nella vita hanno avuto successo superando più di un’avversità per ricavarne degli insegnamenti e dei valori universali senza tempo.

Mi voglio soffermare sul termine successo perché, come sottolinea anche l’autrice, non si intendo solo la fortuna economica ma la capacità di “fare succedere” ciò che ci si è prefissati come obbiettivo, a qualunque costo. Potremmo dire, con un termine che si legge spesso ultimamente, che chi ha avuto una vita di successo ha saputo individuare chiaramente il proprio ikigai, la ragione per cui vivere, e farla diventare una professione o volgerlo al servizio della comunità e dei posteri.

Isabella Catapano Botero ci parla di persone, prima che personaggi, che possono essere fonte di ispirazione per l’uomo moderno, perché esempi di resilienza e resistenza, dove per resistenza si intende il significato primario del termine. La resistenza è la “capacità di opporsi efficacemente agli effetti di un’azione contraria” (Devoto-Oli), dove metaforicamente le azioni contrarie possono essere considerate tutti gli accadimenti avversi che inevitabilmente ogni uomo incontra sul proprio cammino: un lutto, una malattia, un licenziamento, solo per fare alcuni esempi. La risposta che si dà a questi accadimenti, come vengono elaborati ed utilizzati per il miglioramento personale, segna il confine fra una vita di successo e chi si lascia travolgere dagli eventi.

Sia chiaro, il libro non vuole assolutamente essere un giudizio per chi non ce la fa ma, al contrario, si pone come guida pratica più che psicologica, per affrontare le piccole e grandi sfide della vita quotidiana.

Piccoli passi, piccoli suggerimenti per riuscire a focalizzare cosa per ognuno di noi significhi “avere successo” e realizzarlo.

Intenzione, armonia fra corpo e mente, superamento del fallimento, relazione fra talento e opportunità, fra colpa e noia: sono queste le tematiche affrontate, con un taglio mai paternalistico, mai banale pur nella semplicità di esposizione.

Di recente ho letto un articolo “I miei ragazzi, insediati dal demone della facilità” di Marco Lodoli, pubblicato su La Repubblica nel 2002. L’autore, docente di scuola superiore, spiega molto dettagliatamente perché la rincorsa alle “cose facili” stia rovinando intere generazione e che differenza c’è fra facilità e semplicità. Laddove la facilità è immediatezza a scapito dell’approfondimento (Oxford Languages) la semplicità è una “complessità risolta”.

In linea generale, per arrivare ad una semplicità non scontata si deve essere in grado di padroneggiare in pieno un argomento, e questo è esattamente ciò che traspare leggendo Nessuna scusa! L’assoluta padronanza del tema in tutte le sue sfaccettature.

L’autrice ha sicuramente approfondito e fatto sue tutte le tematiche che porta nel libro, che vanno dalla sviluppo delle risorse umane, al coaching, riuscendo a rendere scorrevole e mai banale un argomento già ampiamente trattato.

Significativo da questo punto di vista è il fatto che lei stessa sia riuscita a completare e pubblicare un libro in pieno lockdown, pur avendo un lavoro a tempo pieno e una famiglia da seguire.

L’autrice, Isabella Catapano Botero

Penso che Isabella Catapano Botero sia una fonte di ispirazione, soprattutto per le donne, non solo per il suo libro ma anche per le sue esperienze di vita.

Di origine italo-colombiana, finiti gli studi superiori in Colombia, decide di trasferirsi prima in Inghilterra e poi in Italia nonostante il parere contrario del padre che prevedeva un futuro da disoccupata nel nostro paese per una giovane straniera come lei. I fatti per fortuna non hanno dato ragione ai timori di suo padre ma a Isabella e alla sua determinazione, che l’ha portata in pochi anni a diventare direttore finanziario in contesti multinazionali.

Una volta raggiunta una posizione di responsabilità e diventata anche madre, avrebbe potuto “accontentarsi” e invece no, ha continuato a studiare, a migliorarsi come professionista e come persona.

Ed è proprio per questo che ho avuto modo di conoscerla più di cinque anni fa, in occasione di un master universitario sul tema dello sviluppo delle risorse umane che entrambe stavamo frequentando pur avendo percorsi di vita e di lavoro completamente differenti.

Nonostante la sua carriera ben avviata, avvertiva la necessità di approfondire degli argomenti e degli aspetti non strettamente connessi con il suo lavoro di direttore finanziario ma legati allo sviluppo delle risorse sotto ogni punto di vista, lavorativo e personale.

E poi la necessità di raccogliere  in un libro tutte le sue esperienze, le competenze e la voglia di suggerire una via per migliorarsi anche attraverso la lettura e l’interpretazione delle biografie di grandi personalità della storia antica e contemporanea.

Non entrerò nel merito delle risposte a tutte le domande con le quali ho iniziato questa recensione, perché ti invito caldamente a leggere il libro, reperibile anche su Amazon.

Prenditi del tempo per leggerlo, rileggerlo, sottolinearlo e mettere in pratica quanto esposto, per trovare la strada giusta per focalizzare i tuoi sogni e realizzarli, lasciando per una volta le scuse sul comodino.

Paola Cavioni

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Morning Routine. A modo mio.

Di recente su YouTube ho scoperto l’esistenza di una tipologia di video, con milioni di visualizzazioni, intitolati “morning routine”, realizzati da mamme con un numero indefinito di figli (una tizia russa ne ha addirittura dieci!) che mostrano al mondo cosa fanno ogni mattina per prepararsi a uscire di casa.

Il chiaro intento è quello di fare sentire noi, mamme comuni, delle complete incapaci.

Ora, a parte il fatto che vorrei sapere che lavoro fanno queste madri (e padri) per mantenere tutti quei figli, per avere case enormi con arredamento ultramoderno e figlie vestite come principesse, andiamo ad analizzare punto per punto cosa succede nella maggior parte di questi video.

La loro mattina è la seguente:

  • Sveglia prima dell’alba modalità grillo entusiasta grato alla vita (‘zzo ridi lo sai solo tu);
  • Momento mindfulness, ginnastica e preghiere della durata di un’ora;
  • Colazione vegana preparata direttamente da Gordon Ramsey, già pronta in tavola;
  • Scelta outfit, trucco e parrucco della mamma, per un’altra ora buona (in quale spazio tempo vivi?? Di quante ore è composta la tua mattina??);
  • Sveglia dei bambini che si alzano al suono delle campane tibetane, tutti biondi e belli e che si svegliano di buonumore e già pettinati;
  • I bambini, anche i più piccoli, si cambiano da soli e sono tanto teneri nei loro completi in coordinato;
  • Preghiera di gruppo tutti seduti (sì, avete letto bene, tutti i bambini sono seduti) intorno al tavolo della colazione;
  • Ognuno va a scuola per conto suo, i figli più piccoli giocano tranquilli sul tappeto persiano in salotto, ovviamente con giochi svedesi in legno pensati per sviluppare tutte le facoltà mentali dei bambini in modo che automaticamente siano candidati al nobel per la fisica 2040.
  • Il papà esce per andare al lavoro (spaccia? Si dedica al traffico internazionale di organi? Da dove arrivano tutti i soldi con dieci figli, DA DOVE??);
  • La mamma si dedica serenamente al suo blog sulla cura della cinciallegra andina.

Fine della mattina, tutti felici.

Io ho solo due figli, che per la media italiana sono già tanti, e la mia mattina invece è questa:

  • Sveglia che suona alle sei meno un quarto. La spengo;
  • Sveglia che suona alle sei. La spengo e provo ad andare avanti a dormire ma mio marito russa. Gli tiro una gomitata, metto la testa sotto il cuscino e provo a dormire ancora;
  • Sveglia che suona ininterrottamente fino alle sette.  Apro gli occhi e so già che sarò in ritardo. Fuori è ancora buio. Momento per capire come mi chiamo, cosa ci faccio nel mondo e perché non sono andata a vivere in Irlanda nel 2008;
  • Inizio le pratiche di risveglio della ciurma. Provo a svegliare Figlia n°1 Gaia con una carezza. Non si sveglia. La chiamo ancora dopo dieci minuti e provo a scuoterla. Non si sveglia. La chiamo ancora dopo dieci minuti e già è tardi. Inizio a urlare come Annie Wilkes di Misery non deve morire  nella scena della battaglia finale e la minaccio di restare in punizione fino ai 18 anni se arriviamo in ritardo a scuola. Finalmente si alza e, in loop su “non ho voglia di andare a scuola” va in bagno;
  • Spalanco la finestra della camera da letto ed è subito Alaska. Nebbia freddo giorni lunghi e amari (questa la capiranno in pochi). Ancora in pigiama rifaccio i letti, nel frattempo il marito è già in bagno e praticamente è vestito e profumato;
  • Si sveglia anche il piccolo Francesco che inizia la cantilena di “mamma, mamma, mamma, mamma, mamma” e mi si attacca alla gamba mentre cerco di raggiungere faticosamente la doccia come un concorrente di Giochi senza Frontiere;
  • Mi vesto in tre minuti chiusa nella cabina armadio (per non farmi raggiungere dal piccolino che è attaccato alla porta e continua a chiamarmi) e solo quando sono in ufficio mi accorgerò di avere messo le calze di due tonalità diverse.
  • Mia figlia nel frattempo non ha ancora finito di prepararsi e anzi la trovo sulla tazza che fissa il vuoto. Secondo urlo della mattina. Mio marito nel frattempo cerca di vestire il piccolino legandolo al fasciatoio perché sguscia via peggio di un’anguilla.
  • Una volta vestiti, mi tocca pettinare mia figlia. Chiunque abbia figlie femmine sa di cosa sto parlando, e non pensate alla dolcezza con cui Rapunzel pettina i sui lunghi capelli. No. Avete in mente l’espressione della Medusa di Caravaggio? Ecco, quella è mia figlia quando le faccio la coda alla mattina. Ogni mattina. Da quasi dieci anni.   
  • Momento colazione: Gaia che ci mette mezz’ora a decidere cosa vuole mangiare, Francesco urla perché vuole vedere i cartoni e fare colazione con il formaggio (giuro). Io, in piedi, trangugio il caffè rovente, mentre penso ad un modo con cui potrei fingere la mia morte e mentre urlo ancora perché Gaia ci mette una vita per andare a lavarsi i denti. In tutto questo Macchia, il cane, ci guarda perplessa e meno male che non può dirci cosa pensa;
  • Usciamo finalmente tutti di casa e corro a portare Gaia a scuola, corro alla macchina e corro al lavoro (tutto questo correre e non capisco ancora come faccio ad avere la cellulite). Arrivo al parcheggio dell’ufficio e finisco di truccarmi in macchina, rischiando di incrociare lo sguardo di qualche collega mentre ho  la tipica espressione da babbuino stupito che facciamo tutte noi donne quando ci mettiamo il mascara.

Fine della mattina, qualche ferito e io già esaurita.

Mamme, ditemi che non sono da sola?

Paola Cavioni

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Righe a me stessa, per il mio compleanno

13 agosto 2020

There are places I’ll remember
All my life, though some have changed
Some forever, not for better
Some have gone, and some remain
All these places had their moments
With lovers and friends, I still can recall
Some are dead, and some are living
In my life, I’ve loved them all

In My Life, Beatles

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”

Inferno, Canto I

Dante Alighieri

I trentacinque anni possono essere ancora considerati la metà del cammino?

Parrebbe di no, visto che i quaranta sono i nuovi venti. Così dicono.

Sotto certi aspetti, mi sembra di averla già superata questa metà, se non anagraficamente almeno per tutto quello che ho vissuto fino a oggi.

Perché la Vita fino a qua non mi ha risparmiato proprio nulla, nel bene e nel male.

Spero però, come Dante, che il cammino mi riservi anche un po’ di Paradiso dato di inferni ne ho già passati a sufficienza per un paio di vite ancora.

La morte di mio fratello Stefano quasi dodici anni fa, superata con non poca fatica (superata?) e a fine marzo quella di mio papà. Due dei miei punti di riferimento, metà della mia famiglia volata via troppo presto, in modo ingiusto e improvviso, senza nemmeno la consolazione di un saluto.

Dolori indescrivibili, due buchi nell’anima. Ma anche gioie immense: i miei figli Gaia e Francesco che ogni giorno mi ricordano che “vale la pena vivere”, come canta Ligabue.

E tante altre esperienze. Una laurea, un master, viaggi per il mondo, decine di lavori e tre traslochi per arrivare finalmente nella casa dei miei sogni, un uomo (con la U maiuscola) vicino che mi fa sentire amata ogni giorno, pur nelle difficoltà della vita di coppia.

Ho la fortuna di avere ancora mia madre e mia sorella a darmi forza e a riceverla da me.

Ho accanto amiche sincere, pazze come me, sulle quali posso sempre contare e amici che mi hanno adottato come una sorella e che sono una ricchezza per l’anima.

Quindi ho ancora comunque tanto per cui essere grata.

Una vita piena, pur nelle sue avversità. Sogni realizzati, altri da realizzare, altri ancora che so che non realizzerò mai ma che ancora non posso dire infranti.

Sono nata esattamente un mese dopo il Live Aid di Wembley, oggi sono trentacinque anni e quest’anno più che mai, dopo tutte quello che è successo nella mia vita e nel mondo, mi chiedo se la direzione che sto dando alle vele sia quella giusta.

Ho nei ricordi della mia infanzia le immagini della guerra nei Balcani, ricordo perfettamente dove ero nel momento in cui seppi dell’attacco alle Torri Gemelle, ho visto alla televisione le immagini di guerre e tsunami, pensavo di essere pronta a tutto ma mai nella vita avrei pensato di dover affrontare anche una pandemia, con due figli a cui dover rendere conto di un mondo che non è quello che mi ero immaginato per loro.

I trentacinque anni dovrebbe essere l’età della maturità, delle certezze, delle conferme e della affermazione personale e nel lavoro. Anche in questo caso, così dicono.

Perchè non riesco a sentire tutte queste certezze, le uniche sicurezze stanno nelle persone che amo, mentre tutto il resto è in continuo mutamento. Penso però che nel mutamento sta la vita stessa, un po’ come accade nella natura, dove muore chi sta fermo, chi non si adatta, chi rimane immobile. Solo la materia inanimata non cambia mai. O forse questa percezione di continuo mutamento è solo perché la natura umana è sempre alla ricerca di un po’ di pace, e in questo senso sento di dovere ancora fare pace con parecchi aspetti della mia vita.

Sono in quella età in cui apprezzo e stimo chi mi apprezza e ha stima di me. Chi crede in qualcosa, che ha dei valori. Non stimo le anime vuote e superficiali e chi non si mette mai in discussione. Questa lo so per certo.

Ma devo trovare un equilibrio su tante cose, primo fra tutti fare pace con la mia malinconia, che conoscono in pochi perché mascherata da sempre dietro un sorriso.

Devo fare pace con la mia insicurezza, che poi è solo un’altra faccia della dolcezza che ho ereditato da mia madre.

Devo ancora imparare a fare pace con il mio corpo, con il mio mangiare troppo o troppo poco, con le smagliature, con la curva morbida dei miei fianchi e le miei gambe da camminatrice. Con i miei capelli, che diventano mossi quando li vorrei lisci e viceversa e che iniziano a diventare bianchi sulle tempie.

Devo fare pace con il senso di giustizia che mi ha trasmesso mio padre, che spesso mi fa sentire inadeguata in questo mondo dove sembra sempre vincere il più furbo e non l’onesto.

Devo ancora fare pace con il mio essere incostante, aspetto del mio carattere legato a doppio filo al mio animo bohémien e artistico.

Devo fare pace con le mie frustrazioni e la mia eccessiva empatia, che mi porta a volere aiutare sempre tutti, ma che alla fine mi fa dimenticare di aiutare me stessa. Devo fare pace con la mia fretta di vivere, che non mi fa apprezzare nel modo migliore le cose che ho qui ed ora e che mi ha fatto sempre avere una testa “da adulta” fin da quando ero bambina.

Devo ancora riuscire a nuotare nell’acqua alta e non avere paura, voltandomi, nel vedere che mio papà non è più fisicamente al mio fianco, come ha sempre fatto per tutta la sua vita.

Spero di avere ancora tempo nella vita per poter fare pace con questi e altri aspetti.

E se non proprio pace, almeno avere un po’ di tregua di tanto in tanto.

Quello che mi auguro per questo compleanno, se posso esprimere un desiderio come si fa la notte di San Lorenzo, è di poter vedere ancora un po’ di mondo nei prossimi venti o trent’anni, zaino in spalla e i miei bambini per mano.

Vorrei poter regalare ai miei figli tante esperienze, perché so che solo quelle posso lasciare in eredità. Regalare loro ogni volta occhi nuovi con cui vedere le cose.

Regalare loro la fiducia nel prossimo in una società che vedo sempre più chiusa, a dispetto della globalizzazione. Regalare loro la serenità nel lasciarli andare quando sarà il momento e saranno grandi.

E poi mi auguro di trovare un pò di equilibrio su questa Terra che trema così spesso.

Non è ancora un bilancio, spero di avere il privilegio di invecchiare per poter fare bilanci più in là nella mia vita, è solo una riflessione e un augurio che faccio a me stessa, a metà del mio cammino.

Buon compleanno, buon compleanno a me.

Continua a leggere

Donne

donna

Che belle le donne che sanno accompagnare gli anni che passano.

Che non nascondono un capello bianco o quella ruga che allunga l’orizzonte del loro sguardo.

Che dona espressione al loro sorriso.

Che belle le donne sorelle delle donne.

Che sanno essere complici.

Donne solo apparentemente semplici.

Che belle le donne che in un mondo sterile sanno essere madri.

Madri di progetti, di idee. Di figli.

Che belle le donne che non nascondono la loro fragilità ma che sanno quanto valgono.

E come sono belle le donne quando amano.

Ma anche quando si accorgono di non amare più.

Che belle le donne che sanno essere libere ma mettere radici.

Che belle le donne che si perdono nella musica che hanno dentro.

Paola Cavioni

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Righe su La mattina dopo, di Mario Calabresi

davLa mattina dopo, di Mario Calabresi

(Mondadori, settembre 2019)

Dovremmo resistere

Dovremmo insistere

E starcene ancora su

Se fosse possibile

Toccando le nuvole

O vivere altissimi

Come due acrobati

Sospesi…

 

Acrobati, Daniele Silvestri

“I primi giorni sono come una corrente a cui non si riesce a sfuggire: non fai che pensare a quello che hai perso. Come un fiume in piena che ti trascina, ogni tanto incontri una roccia o un ramo e per un attimo rallenti, metti la testa fuori, fai un respiro profondo. Per un momento ti illudi di aver razionalizzato, di avere trovato una spiegazione convincente capace di mettere da parte la sofferenza o di contenerla, ma l’istante dopo l’hai già dimenticata e sei tornato in balia della corrente.”

Come è un peccato interrompere un amico che davanti a una tazza di caffè ti sta raccontando la sua vita, così è un peccato interrompere la lettura di La mattina dopo di Mario Calabresi. Poco più di cento pagine che vanno lette tutte d’un fiato, in un paio di ore.

Avevo sul comodino questo libro ormai da qualche mese, mio marito lo aveva comprato appena uscito a settembre dello scorso anno. Fino a ieri non avevo ancora avuto il tempo e il coraggio di leggerlo per timore della tristezza che avrei potuto trovarci.

E invece mi sbagliavo.

Perché un libro dedicato a chi “combatte per tornare alla vita”, non può che trasudare vita ed esaltarla in ogni pagina.

E forse mi è servito leggere questo libro proprio ora, in un momento in cui io stessa mi trovo in prima linea a dover affrontare l’alba di un giorno dopo a provare a ritrovare la rotta dopo la tempesta, per la seconda volta in 34 anni, perché il Covid-19 non ha risparmiato neanche la mia famiglia. E così cerco conforto nei libri, nelle esperienze degli altri, come ho sempre fatto, non potendo più trovare conforto nelle parole di mio padre.

Calabresi parte dal suo presente: è il giorno del suo licenziamento dalla direzione del giornale La Repubblica. Quella prima mattina dopo è lo spunto per ripercorrere a ritroso la sua vita, alla ricerca delle radici della sua famiglia, fino ad arrivare a suo padre e a Giorgio Pietrostefani. E qui è il Mario Calabresi-uomo a parlare, non il giornalista.

Quella di Calabresi non è la sola voce che incontriamo nel libro, perché in ogni capitolo – capitoli brevi che sembrano opera di un pittore più che di un giornalista, poichè ogni frase è stesa con la stessa delicatezza di un artista – ci viene presentata una storia diversa.

Piccole storie nella Storia.

Storie di resilienza, termine del quale si abusa ultimamente, anche a sproposito. Ma sono soprattutto storie di sopravvivenza e di speranza.

“C’è però una mattina dopo che non può essere organizzata perché non poteva essere nemmeno immaginata. Accade con gli incidenti, le morti improvvise, accade quando l’equilibrio della tua vita è sconvolto senza preavviso […] Ci sono lutti e mancanze che forse non si elaborano mai, ma ricordare e provare a sorridere del ricordo è quello che possiamo cercare di fare.”

Calabresi con le sue storie, e i loro insegnamenti, ci racconta una semplice verità: l’unico modo per superare le tragedie è aggrapparsi alla vita e a quello che resta, tanto o poco che sia.

Ci parla così di sua madre Gemma, per due volte vedova, che deve imparare a vivere nuovamente, come se fosse rinata.

C’è Damiano,  giovane sopravvissuto per miracolo a un incidente aereo in Africa, che decide appena rimessosi in piedi di non smettere di fare surf e di viaggiare.

C’è Andra Bucci, “ragazza di 80 anni” sopravvissuta  con la sorella ad Auschwitz, che tutti i giorni va a camminare all’alba e fa tre o quattro mezze maratone all’anno. Ognuno trova una cura per l’anima in modo differente.

“La ascolto parlare e mi viene in mente una canzone degli Oasis, Don’t look Back in Anger. Parla di tutt’altro, ma il suo titolo è la sintesi perfetta di quello che mi porto a casa dei giorni passati con Andra: non guardare al passato con rabbia. Non puoi cambiare ciò che è successo, bisogna farci pace. E prima lo si fa meglio è.”

Perché la mattina dopo è quella in cui ti trovi davanti un bivio: lasciarti consumare dal dolore e dalla rabbia o provare a trovare un accordo con il destino, con Dio o con la sfortuna (ognuno la chiami come vuole). Dove fare pace, trovare un punto d’incontro, non vuol dire smettere di soffrire, ma riuscire a convivere con le cicatrici della vita, che in qualche modo prima o poi colpisce tutti, senza distinzione.

Perché la mattina dopo ha tanti volti. Ha il volto del tempo vuoto di chi ha perso il lavoro di una vita. È il letto vuoto di chi ci ha lasciato per sempre. È il tempo che resta ad un malato terminale. È  il vuoto di un braccio o una gamba che mancano dopo un  brutto incidente.

La mattina dopo è il momento in cui ti rendi conto che devi provare a mettere insieme i pezzi per provare a dare un senso alla sofferenza che vita ti presenta come un conto troppo salato.

Non è un libro su chi ce l’ha fatta, ma su chi ci sta provando.

Perché farsi consumare dalla rabbia o abbandonarsi al dolore possono dare conforto per un breve lasso di tempo, il tempo di decidere se scegliere la vita, la speranza, o la morte.

 

L’autore

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Mario Calabresi nasce a Milano nel 1970, figlio di Luigi Calabresi e di Gemma Capra.

Studia Storia contemporanea all’Università Statale di Milano e si specializza poi alla scuola di Giornalismo “Carlo de Martini”. Inizia nel 1996 la sua carriera come cronista politico all’Agenzia Ansa di Montecitorio.

Lavora come inviato speciale per La Repubblica e La Stampa, raccontando gli Stati Uniti dopo gli attentati del settembre 2011 e le elezioni presidenziali del 2008.

È il più giovane direttore de La Stampa, che dirige dal 2009 al 2016.

Dal 2016 al 2019 è direttore de La Repubblica.

Il suo primo romanzo, Spingendo la notte più in là, tradotto in Francia, Germania e Stati Uniti, vende oltre mezzo milione di copie.

“Faccio il giornalista fin da bambino, se giornalista significa avere curiosità di tutto quello che accade nel mondo. Mi piace capire il perché dei fatti e le storie delle persone.”

Mario Calabresi

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Paola Cavioni

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“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare” (F. De Andrè) righe su Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro

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Quel che resta del giorno (Einaudi, 1989) di Kazuo Ishiguro

Traduzione di Maria Antonietta Saracino

Il viaggio.

Un viaggio può diventare occasione di profonda riflessione sulla propria esistenza, sul senso del proprio presente e su come influenzare gli avvenimenti futuri, per quanto sia umanamente possibile. Il viaggio può diventare un momento di intimo confronto con i propri valori, ideali e aspirazioni. Lo sa bene chi ha fatto almeno una volta nella vita un lungo viaggio, soprattutto se da solo.

Un cammino che può assumere un significato catartico, dove per catarsi si intende un momento di purificazione, di abbandono di tutti i rancori e di distacco da tutti gli eventi traumatici subiti nella vita.

Per questo un famoso proverbio cinese dice che chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita. Anche se, come vedremo, il protagonista del romanzo di Ishiguro fa di tutto per opporsi a questo cambiamento, che è insito nella natura umana e che consente la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Il viaggio è proprio il leitmotiv del romanzo Quel che resta del giorno.

Viaggio che non è altro che una lunga metafora della vita, con particolare riflessione sulla sera della propria esistenza, per chi ha il privilegio di poter invecchiare.

Ma di cosa parla Quel che resta del giorno?

La storia.

L’idea centrale del romanzo di per sé è molto semplice: siamo in Inghilterra nel 1956 e Mr Stevens, maggiordomo di mezza età in servizio presso la dimora signorile Darlington Hall, passata dopo la guerra all’americano Mr Farraday, si prende una settimana di ferie per fare un viaggio ad ovest del paese. Più che un viaggio, una “spedizione” come lui stesso la definisce.

La sua destinazione è Weymouth nel Dorset, contea situata a sudovest del paese, sia per visitare alcuni dei luoghi contenuti nella guida Le meraviglie dell’Inghilterra di Mrs Symons, sia per raggiungere una sua vecchia conoscenza, miss Kenton, che vent’anni prima era stata la governante di Lord Darlington e quindi collega di Stevens.

In realtà il viaggio e il romanzo stesso ruotano attorno alla preparazione a questo incontro dato che, si scoprirà dai dettagli disseminati qua e là nella narrazione, la relazione fra il rigido maggiordomo e la governante non è solo di tipo professionale. Ma non voglio sminuire il rapporto fra i due liquidandolo solo come la classica storia d’amore fra colleghi che passando le giornate spalla a spalla finiscono con l’innamorarsi, perché in realtà è molto di più.

L’affinità fra Stevens e miss Kenton è l’attrazione dei poli opposti. Lui così ligio al dovere, rigido, conservatore e difensore di un mondo classista che sta per distruggersi a seguito delle bombe della seconda guerra mondiale. Lei così coraggiosa e dirompente, pur nella compostezza prevista dal suo ruolo. Così viva.

E’ con questo suo carattere così deciso che Mis Kenton riesce piano piano a scalfire la corazza di Stevens, anche se lui non ammette mai neanche a sé stesso di provare un sentimento per la giovane donna e, anzi, sublimando questo affetto trattenuto con la lettura solitaria di romanzi d’amore.

Non solo di viaggio quindi parla questo romanzo, ma anche del sentimento che più di tutti muove le esistenze: l’amore.

Quel che resta del giorno è la storia di un amore che riesce a durare oltre vent’anni senza consumarsi mai e quindi senza spegnersi con l’usura dell’abitudine.

C’è poi un altro tema ricorrente nel romanzo, ovvero quello della dignità, concetto sul quale Stevens si sofferma più volte nel corso dei suoi pensieri e nei discorsi con colleghi e conoscenti.

La dignità è quella che Stevens riesce a dimostrare ogni giorno affrontando il suo lavoro con abnegazione, rifacendosi ad un modello astratto e quasi irrealistico di “maggiordomo ideale”. Il fedele servitore che rimane sullo sfondo mentre il suo signore prende parte alle decisioni che causeranno i grandi svolgimenti in Europa fra gli anni ’20 e la fine della seconda guerra mondiale, schierandosi purtroppo dalla parte dei perdenti. La sua è la dignità di chi ha scelto una strada ed è disposto a difenderla fino alla fine, che è poi lo stesso sentimento che anima il samurai che strenuamente difende il padrone anche a costo della propria vita. Da questo punto di vista Quel che resta del giorno ci mostra tutto il retaggio di cultura giapponese di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954 ma che ha da sempre scritto in inglese dato che vive in Inghilterra dall’età di sei anni.

“Non si fa altro che semplicemente accettare un’inevitabile verità: e cioè che persone come voi ed io non saremo mai in condizione di capire i grandi problemi del mondo di oggi, e pertanto la nostra migliore linea di condotta sarà sempre quella di riporre la nostra fiducia in un padrone che giudichiamo saggio e degno di stima, e dedicare le nostre energie al compito di servirlo al meglio delle nostre capacità.”

C’è anche la dignità di Miss Kenton, che si manifesta in tutta la sua forza quando ferocemente si oppone al licenziamento di due cameriere ebree nel momento in cui Lord Darlington, avvicinatosi al pensiero nazista, vuole adeguarsi alle leggi razziali per è compiacere i suoi ospiti, ambasciatori della Germania di Hitler. Ed è sempre la dignità e il suo amor proprio che la spingono poi ad abbandonare Darlington Hall, sposando un pretendente, quando capisce che il maggiordomo non cederà mai al suo sentimento in favore di un ideale che ritiene al di sopra di tutto: quello del servizio al proprio padrone. Un padrone però dalla morale discutibile.

Rimane il fatto che la dignità è semplicemente il rispetto che l’uomo deve a sé stesso, e che gli è dovuto, semplicemente in quanto essere umano, a prescindere dalla propria condizione sociale.

“La dignità non è cosa riservata ai signori.”

Lo stile.

La cosa che più colpisce, a mio parere, nella scrittura di Ishiguroè l’utilizzo così perfetto, all’interno della narrazione, dei flashback, che formano un puzzle di informazioni che nel suo insieme ci restituisce tutta la storia, che solo alla fine ci scorre davanti agli occhi. Questi accorgimenti narrativi sono stati riprodotti quasi fedelmente anche nella sceneggiatura del film diretto da James Ivory nel 1993 e tratto proprio da Quel che resta del giorno. Non posso che invitare tutti coloro che hanno apprezzato e che apprezzeranno il romanzo a vederne anche la trasposizione cinematografica con un immenso Anthony Hopkins, che sembra nato per vestire i panni del inflessibile Mr Stevens.

C’è ancora una caratteristica dello stile di questo romanzo che mi ha molto colpita. Ishiguro, premio nobel per la letteratura nel 2017, discostandosi da una delle regole base della scrittura, ovvero “show don’t tell” (mostra, non raccontare), riesce a catturare il lettore per interi paragrafi descrivendo solo ed esclusivamente i pensieri del maggiordomo, senza risultare mai incomprensibile o pesante.

Alla fine del romanzo quel che resta, questa volta al lettore, della figura di Stevens e come riflessione in generale sulla vita, è l’immagine di un uomo che vive la sua esistenza quasi come uno spettatore e mai da protagonista, forse per paura di non soffrire. Ma in questo modo non vivendo mai fino in fondo.

Un uomo che prova a non cambiare mai barricandosi nelle sue abitudini e convinzioni, anche se all’esterno di lui e nel mondo tutto inesorabilmente cambia.

Paola Cavioni

Senilità

Alle mie nonne Vittoria e Angela, al loro esempio e a tutto l’amore che mi hanno dato in tempi e modi differenti.

ANZIANA

Figlia, non guardare le rughe sul mio volto,

sono stati i sorrisi con cui ho salutato l’inizio delle tue giornate.

Non avere timore di toccare l’incavo fra i solchi violacei delle mie mani ricurve,

sono le stesse mani bianche che ti hanno carezzato quando piangevi.

Non guardare l’arco della mia schiena piegata dal tempo;

nel tempo che ti vedeva crescere ha portato il tuo peso con orgoglio.

Non giudicare la lentezza dei miei movimenti:

è la stessa andatura dell’incedere incerto dei tuoi primi passi.

Io sono stata ciò che tu sei e ciò che tu fosti.

Non evitare il vuoto dei miei occhi ciechi e stanchi:

hanno già visto tutto l’universo

nel tuo sguardo di neonata.

Non urlare contro di me se fatico a comprendere le tue parole,

la mia mente e i miei ricordi sono pieni del suono della tua voce.

Musiche che arrivano da un tempo lontano.

Non guardare il mio corpo così fragile ma ormai così pesante

che porta il peso degli anni come una zavorra, che fatica a camminare.

Guarda la leggerezza della mia anima, che non è mai invecchiata.

Non mi manca nulla.

Paola Cavioni

Storie metropolitane

SENZA NOME

Fasciata nel suo cappottino nuovo color fumo di Londra, le mani mollemente appoggiate al volante, gesti e manovre ripetute ogni giorno, andata e ritorno. Il pensiero rivolto soprattutto al ritorno, ma prima sarebbero dovute passare ancora otto ore di lavoro.

Pensava al frigorifero vuoto e alla spesa da fare appena uscita dall’ufficio.

Il caffè, non devo dimenticare il caffè.

Dopo se lo sarebbe segnato in una nota sul cellulare.

Pensava al suo gatto. Doveva chiamare il veterinario, altri soldi.

Dentro all’abitacolo, la musica come sottofondo ai suoi pensieri, canzoni che aveva già sentito mille volte. Fuori dalla macchina, il solito grigiore asmatico della città che si risvegliava in un mattino feriale di inizio novembre.

Quanto manca ancora al prossimo ponte?

Il caldo artificiale del riscaldamento dell’auto si mischiava alle note di agrumi del suo profumo sparso in abbondanza sui vestiti e sui capelli, pronto a fare il suo dovere e a resistere alla battaglia di una lunga giornata di lavoro. Un rapido controllo al trucco, giusto in tempo per accorgersi di aver mal sfumato l’ombretto color tortora.

Pensava che appena arrivata in ufficio sarebbe dovuta andare in bagno a darsi una sistemata.

Il cellulare che reclamava una notifica.

Chi sarà ancora? Dopo guardo.

Pensava alla risposta che avrebbe dovuto a quella stronza dell’amministrazione.

Pensava che doveva chiamare il parrucchiere per prendere appuntamento, i capelli ormai non stavano più.

Pensava che avrebbe dovuto richiamare sua madre.

Doveva andare a trovare suo fratello. Da quanto tempo non vedeva i suoi nipoti?

Forse posso andarci questo fine settimana.

Pensava.

E non si accorse del semaforo rosso.

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