Diario minimo (e semiserio) del genitore a settembre

Sulla scuola che ricomincia si consumano ogni anno fiumi d’inchiostro: le vacanze estive troppo lunghe, il caro-libri, il precariato degli insegnanti, i calendari scolastici che sembrano rimasti fermi all’Italia post-bellica.

Poi c’è una categoria sociale che vive settembre in modo molto più concreto.

Il genitore.

Il genitore aspetta settembre provando un misto di sentimenti, un po’ come un amore tossico: lo teme, lo desidera, lo invoca mille volte durante l’estate e, contemporaneamente, lo maledice.

È l’unico essere umano capace di provare una gioia autentica all’idea che i figli tornino in classe e, nello stesso istante, un’ansia da prestazione degna di un atleta prima di un Mondiale.

C’è anche chi si complica la vita con la lucida follia di fare più di un figlio in una nazione dove, fra una supplenza e l’altra, il tempo pieno a scuola inizia praticamente a ottobre.

Nel mio caso “solo” due figli, in due gradi scolastici diversi. Il che vuol dire due liste di materiale, due ordini di libri, due orari, due mondi. Una piccola società per azioni dell’istruzione da organizzare ogni giorno. E mi inchino a chi riesce a fare tutto questo con tre, quattro, cinque figli… siete i miei eroi!

C’è lei, la figlia maggiore: l’adolescente che torna a scuola dopo tre mesi di ciondolamento fra divano e sonni infiniti. Una meravigliosa creatura in cerca di se stessa, alla quale non si può dire nulla, fermamente convinta che in casa viva una colonia di minuscoli Umpa Lumpa altamente specializzati. Uno raccoglie i calzini di Primark abbandonati sul pavimento, uno trova il caricabatterie del cellulare, uno piega le felpe e un altro accompagna con infinita delicatezza la bottiglietta vuota fino al sacchetto della plastica.

Lei, naturalmente, non li ha mai visti. E non si chiede come mai le cose che lascia in disordine, magicamente, poi si sistemino da sole…

Con un adolescente il rientro a scuola, e poi l’intero anno scolastico, non sono organizzazione: sono disciplina olimpica. Altro che triathlon. Qui si pratica il figliathlon: sveglia (regolarmente rimandata per almeno venti minuti ogni mattina), colazione, gestione della crisi d’ansia scolastica, “hai caricato il cellulare?”, zaino, circolari, scarpe da ginnastica misteriosamente scomparse e l’immancabile notifica del registro elettronico alle 22:47, quando hai appena trovato la forza di toglierti il trucco e buttarti sul divano a guardare reel di gente che ti spiega come diventare milionario e trasferirti a Dubai, mentre inizi a fantasticare sulla possibilità di iniziare a vendere le foto dei piedi.

Ma settembre ha diversi gradi di difficoltà, come un videogioco. Ora sei al livello successivo, che ogni anno attendi con lo stesso volto rilassato di Kevin Bacon in Tremors. Devi comprare tutto il materiale scolastico.

Io, ad esempio, ieri pomeriggio ero in coda in cartoleria e ho avuto la netta sensazione che tutta la popolazione italiana con figli tra i 6 e i 18 anni avesse avuto la mia stessa brillante idea, nello stesso identico momento. Quando sono arrivata mancava solo l’indicazione sul tornello, come a Gardaland: da qui 90 minuti di attesa.

Poi c’è l’altro girone infernale riservato al genitore moderno, e in particolare al “genitore-madre”: la chat di classe.

Alle 7:12 qualcuno scrive:

Scusate, oggi matematica c’è?

Alle 7:13 arrivano ventisei risposte diverse.

Qualcuno risponde nella chat sbagliata.

Alle 7:14 una mamma inoltra la circolare. Poi la cancella perché è dell’altro figlio.

Poi la rappresentante fissa il messaggio con l’orario scolastico e manda un sondaggio per candidarsi come addetto alla qualità della mensa.

Alle 8:15 un papà mette il pollice in su, probabilmente convinto di aver risolto il problema e la crisi climatica insieme.

Ma l’esperienza più psichedelica è quando una mamma scrive:

Gigino ieri ha dimenticato la felpa di Roblox a scuola, per caso qualcuno dei vostri figli l’ha presa per sbaglio?

“Il mio no.”

“Noi no.”

“Roberto no.”

“Asia dice di averla vista in quinta.”

E così, per due ore.

Oh, mai che risponda subito chi quella maledetta felpa l’ha presa davvero.

Siamo solo a settembre, cara mamma e caro papà.

E tu lo sai, che poi arriverà di peggio, arriveranno i colloqui online coi professori (mi sente?? io non la vedo!!) e anche le famigerate riunioni scolastiche, versione moderna del V cerchio di Dante: Iracondi e Accidiosi.

Ma si sa, “è fondamentale che ci sia collaborazione fra genitori e insegnanti”.

Tradotto: due ore e mezza per decidere il colore delle copertine dei quaderni, se la gita debba essere di martedì o di giovedì, se i compiti del fine settimana siano troppi o troppo pochi.

Vero è che benedetta sia la scuola, che insegna tante cose ai bambini, il centro di tutto.

Noi genitori siamo solo un contorno.

Ma alla fine anche a noi la scuola insegna qualcosa.

L’arte della negoziazione internazionale: mediare, mantenere la calma, sorridere mentre dissenti e uscire da una chat con 57 messaggi non letti senza dichiarare guerra a nessuno.

Buon inizio a noi!

Paola Cavioni, 15 settembre 2026


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Cose a cui ho prestato attenzione questa estate

“And in the naked light, I saw
Ten thousand people, maybe more
People talking without speaking
People hearing without listening
People writing songs that voices never shared
And no one dared
Disturb the sound of silence”

(The Sound of Silence)

Amo la mia vita frenetica.
Tra tutti i difetti che posso avere, credo che uno di quelli che proprio non mi appartiene sia la pigrizia, almeno nella mia vita adulta.

Eppure, in queste settimane d’estate, ho fatto una cosa che non mi capita spesso: ho serenamente scalato le marce.

Mi sono concessa il lusso di non fare nulla.
Di ridere come una pazza.
Di bere buon vino senza senso di colpa.
Di fare un bagno in una notte di agosto, sommersa dalle risate di persone sconosciute.
Di sbagliare strada e fare spallucce.

Ho prestato attenzione alla consistenza di ogni singolo abbraccio di mio figlio, che ancora mi chiede:
“Mamma, mi abbracci?” anche quando è tutto sudato, anche dopo due secondi l’avermi fatto uscire di testa con un capriccio. Ho riso dei suoi piedini sporchi dopo giornate intere a correre a piedi nudi.
Cose che un giorno, ne sono certa, mi mancheranno da morire.

Ho fatto caso alla forma del silenzio della notte nelle campagne toscane fra le viti e il frinire dei grilli, aspettando che una stella cadente attraversasse il cielo abbastanza lentamente da permetterci di affidarle un desiderio… e alla fine ne abbiamo viste così tante da esaurire quasi l’elenco!

Ho fatto caso alla mia stanchezza e, forse per la prima volta davvero, al mio diritto di fermarmi.

Ho fatto caso al calore e alla bellezza della voce della signora delle pulizie che cantava Baglioni mentre sistemava le stanze delle vacanze degli altri, in Romagna.

A quel piccolo paguro nel mare, e non ne vedevo da un sacco di tempo.

Ho prestato attenzione a tutte quelle cose minuscole che, se corri, non fai nemmeno in tempo a vedere.

Ho fatto caso alla fortuna di essere circondata di persone che mi vogliono bene.

Ho prestato attenzione a ogni nota e a ogni parola di Falling Slowly, seduta su una panchina di un parco milanese che chissà quanti sguardi, quante attese e quante storie avrà visto passare.

Mi sono emozionata ascoltando i racconti delle persone che ho incontrato e conosciuto in queste settimane.

Le loro vite.
Le loro ferite.
Le loro vittorie.

L’azzurro cielo degli occhi di una ragazza dalla vita che definire difficile è ancora poco, e che mi ha regalato un pezzo della sua storia e una grandissima lezione di gratitudine.

Ho fatto caso alla rabbia quando arriva.

A come mi cambia il respiro.
A come mi irrigidisce.
A quanto spesso non siamo sono capace di lasciarla andare.

Ma soprattutto, ho prestato attenzione a tutte le volte in cui mi sono detta:

“Non ho bisogno di niente.”

Non perché io abbia tutto.

Ma perché mi sono accorta di avere già abbastanza.

Perché forse uno dei segreti della facilità è proprio questo: smettere di chiedersi costantemente cos’altro può essere, e abbracciare la gioia di tutto ciò che già c’è.

Paola Cavioni, 28 agosto 2026


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Amara la vita o amare la vita. A lezione da mio figlio (e da Nietzsche)

“Se anche ti restasse solo un attimo
Ricordati di vivere
Se nelle tasche avessi solo polvere
Ricordati di vivere
Come se fosse sempre il primo battito
Ricordati di vivere”

(Ricordati di vivere, Jovanotti)


Una cosa che sto imparando con l’età, o almeno ci provo, è quella di ascoltare di più chi mi sta attorno.

Un po’ ovviamente per reale interesse, un po’ come esercizio quotidiano di presenza mentale. Perché, in fondo, ascoltare gli altri richieda uno sforzo nettamente maggiore rispetto al raccontarsi, quindi lo prendo anche come un esercizio brucia-calorie in vista della prova costume.

E non è affatto semplice.

Perché stare a sentire e ascoltare sono due cose completamente diverse.

Ovviamente tra i miei interlocutori quotidiani ci sono Gaia e Francesco, che ormai stanno crescendo ed è bellissimo poter avere con loro scambi veri, piccoli dialoghi sempre più profondi che spesso mi sorprendono. Conversazioni intervallate da risate improvvise che riescono a sciogliere anche i momenti di tensione del tutto naturali tra madre e figli.

Francesco poi ha da sempre una capacità innata: pur nella sua innocenza riesce a lanciarmi ogni giorno piccole massime che mi lasciano senza parole e che finiscono sempre per farmi riflettere.

Per esempio, qualche mattina fa, dopo averlo faticosamente svegliato— come ogni mattina, del resto ha pur sempre otto anni— stavamo facendo colazione.

Io ero già pronta per andare in ufficio e vestita da un pezzo, mentre lui era ancora in pigiama, con il naso dentro una tazza di latte e cereali, i piedi nudi sul pavimento e gli occhi ancora un po’ persi nel mondo dei sogni. Non pensavo nemmeno che mi stesse ascoltando.

Faccio il rabbocco alla mia tazza preferita, quella con il faccione di Alberto Angela che mi ricorda ogni mattina che lui “divulga forte”. Fra un sorso e l’altro del mio caffè — rigorosamente senza zucchero — ripeto sovrappensiero la classica frase:

“Buono questo caffè… amaro come la vita.”

Francesco a quel punto si rianima di colpo e mi corregge, perché in effetti sì che mi stava ascoltando:

“Non è vero mamma. La vita non è amara. La vita è bella, come il titolo del film di Benigni. Ricordatelo!”

Piccolo saggio.

Riesce sempre a prendermi a schiaffi morali con una naturalezza disarmante.

Ho sorriso e me lo sono abbracciato tutto, come faccio ogni volta che posso, consapevole che, essendo un maschio, tra qualche anno inizierà a scansarsi.

Hai ragione, sai, nanetto mio.
La vita non è amara.

Dopo essere usciti di casa, in macchina, per tutto il tragitto ho continuato a pensare alla sicurezza con cui mi aveva risposto e a quanta verità ci fosse dietro quelle parole.

A quante volte ce la raccontiamo così, quasi per abitudine: la vita è complicata, la vita è dura, la vita è un casino. Anche quando, se siamo sinceri, in quel preciso momento non c’è un vero problema, o nulla che non sia risolvibile.

A quante volte ci parliamo male da soli, anche senza pensarci, come avevo fatto io davanti al caffè-
A quante volte scegliamo parole pesanti per descrivere giornate che magari sono semplicemente… normali.

Non è superficialità pensare che la vita non sia amara.
Anzi, è quasi un esercizio quotidiano.

Perché altrimenti senza che ce ne accorgiamo, alcune parole diventano parte di noi. Girano per casa, restano nell’aria, arrivano alle orecchie dei nostri figli. Finiscono per plasmare le nostre giornate — e anche quelle di chi abbiamo intorno — solo perché abbiamo indossato gli occhiali con il filtro sbagliato.

Mi torna in mente spesso anche la mia tesina di quinta liceo e gli studi di filosofia. C’è un concetto molto affascinante proposto da Friedrich Nietzsche: il tempo circolare, legato all’idea dell’eterno ritorno.

Nella concezione occidentale più tradizionale — soprattutto quella cristiana — il tempo è lineare: ha un inizio e avrà una fine. Nietzsche immagina invece una visione diversa: tutto ciò che accade è destinato a ripetersi infinite volte, esattamente nello stesso modo.

La domanda che dovremmo farci ogni giorno, allora, diventa semplice: come voglio vivere qualcosa che potrebbe ripetersi per sempre?

Per qualcuno può sembrare una condanna.
Io penso invece che sia una possibilità meravigliosa: quella di dare un significato profondo a ogni singolo respiro.

Senza cadere nelle banalità, credo che in fondo siano davvero poche — per fortuna — le cose che possono rendere la vita davvero difficile. Tutto il resto, il più delle volte, siamo noi a costruircelo nella testa: paure che anticipiamo, problemi che ingigantiamo, scenari che immaginiamo prima ancora che esistano.

I bambini, invece, hanno uno sguardo diverso.
Più semplice. Più diretto. Meno carico di sovrastrutture.

Vedono quello che c’è, non quello che temiamo o immaginiamo. Non passano il tempo a rimuginare su ciò che è stato o a preoccuparsi continuamente di ciò che potrebbe essere. Vivono il presente con una naturalezza che, crescendo, sembra quasi sfuggirci di mano.

Forse è proprio questo che dovremmo imparare da loro.
O meglio: questo che dovremmo riuscire a conservare anche nell’età adulta.

Quella capacità di guardare le cose per quello che sono, senza appesantirle ogni volta con il peso dei nostri pensieri.

Perché alla fine, pensandoci bene, tra “amara la vita” e “amare la vita” cambia solo una cosa.

Una vocale che cambia completamente la prospettiva.

Paola Cavioni, 16 marzo 2026



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Di amore e coraggio: Righe su “Camere separate”, di Pier Vittorio Tondelli

“Tu hai l’anima che io vorrei avere”
(En e Xanax, Samuele Bersani)

Se sapessi già come e quando finirà un amore — magari il più travolgente della tua vita — lo vivresti comunque fino in fondo? Diciamo: se potessi vederne il trailer…

È la domanda che nasce dalla terza pagina di Camere separate, dove, senza alcun preavviso né protezione per chi legge, Pier Vittorio Tondelli scopre subito le carte: Thomas, il grande amore di Leo, è morto.

Non suggerisce, non prepara dolcemente il terreno: lo dice e basta, con una frase che arriva come un colpo secco —
«… Thomas, o almeno ciò che sulla terra aveva questo nome e a questo nome, per lui e per chi lo amava, era riconducibile, non c’è più».

È come se l’autore si fermasse a guardarti negli occhi dicendo: le cose stanno così.

Prendere o lasciare.
Se vuoi continuare, devi accettarlo fin da subito.

Forse è proprio per questo che la storia colpisce così forte: perché, se ci penso, nella vita è capitato a tutti di amare qualcuno pur sapendo fin dall’inizio che quella storia non avrebbe avuto un futuro — pur riempiendo ogni spazio del presente.

Eppure ci si butta lo stesso.

Perché, nel poco o tanto tempo concesso a quell’amore, non servono giustificazioni né etichette.

Serve solo attraversarlo.

Pubblicato nel 1989, Camere separate (Bompiani) — il romanzo della maturità di Tondelli — racconta la storia di Leo, uno scrittore italiano che cerca di sopravvivere alla morte di Thomas, il suo grande amore.

Attraverso viaggi, ricordi e solitudine — sullo sfondo di un’Europa degli anni ’80 ancora divisa dal muro di Berlino e attraversata dall’ombra dell’AIDS — il romanzo esplora il lento e doloroso confronto con il lutto, con la memoria e con il senso stesso dell’amore e della scrittura.

La narrazione procede per frammenti, per ritorni e flashback, per episodi che si aprono e si chiudono come stanze della memoria.

Camere separate racconta un amore esploso con forza, ma costretto fin da subito a fare i conti con la propria fragilità.

È anche un romanzo sull’amore non vissuto fino in fondo, più per mancanza di coraggio che per paura.

Il vuoto.
La memoria.
Il lento tentativo di imparare a vivere quando la persona che dava forma alla tua vita non esiste più.

Per me è una delle storie d’amore più belle mai scritte.

La scrittura di Tondelli sembra musica: respira, procede per onde emotive, per movimenti, come una composizione musicale, seguendo i moti dell’anima del protagonista.

È un romanzo sulle macerie che restano degli amori vissuti a metà.
Sulla felicità non afferrata.

Ma anche sul coraggio necessario per vivere una vita — e una relazione — che ci rappresentino davvero, al di là delle convenzioni sociali e delle circostanze.

Sullo scegliere di non lasciarsi scivolare l’amore tra le mani.

Camere separate è un romanzo così pieno d’amore da lasciare quasi storditi, scritto con un realismo limpido, capace di raccontare il dolore senza retorica.

Un amore che non è soltanto desiderio o attrazione, ma qualcosa di più profondo: il riconoscersi nell’altro, il sentirsi improvvisamente meno soli nel mondo.

Ed è forse proprio questo che rende Camere separate un romanzo così intenso: la consapevolezza che alcune storie d’amore continuano a vivere dentro di noi anche quando sono finite.

Anche quando restano soltanto ricordi, fotografie, sensazioni condivise.
Stanze attraversate.

Camere separate, appunto.

E per rispondere alla domanda iniziale. Io sì, lo vivrei lo stesso.

«Nessuno può tenere distanti due persone che si appartengono e che si stanno cercando, forse anche da molto tempo e da molto distante.»

Paola Cavioni, 11 marzo 2026


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Fra scrittura e vita. Righe su “Cose che ti dico mentre dormi” di Enrica Tesio

«Pensa che bella la vita.»

Rem tene, verba sequentur, dicevano i latini.

Se possiedi la materia, le parole arrivano.

A Enrica le parole arrivano, e ci fa pure la giocoliera.

La materia – anzi, le materie – non può che padroneggiarle: la vita e la scrittura.

La strana coppia, quella che nelle mani giuste diventa sceneggiatura.

Tra i primi libri sul mio comodino in questo 2026 c’è Cose che ti dico mentre dormi (Bompiani, 2025), una lettura che scivola sotto gli occhi con disarmante naturalezza. Ho perfino provato a passarlo – almeno nei capitoli irresistibili sull’adolescenza – a mia figlia maggiore, che ha quasi quindici anni. Per ora senza successo. Peccato: sarei curiosissima di conoscere il suo punto di vista.

Cose che ti dico mentre dormi è un libro che attraversa rapporti familiari, autobiografia, traumi, lutti, partenze, ritorni, separazioni, scoperte del corpo e dell’amore, illusioni e disillusioni.

Ed è impossibile sono certa non ritrovarsi in quelle parole, a pensare più di una volta: ti capisco, Enrica.

A volte fa quasi male da quanto è vero, da quanto alcuni passaggi, alcuni snodi della vita siano gli stessi per tutti, magari in tempi diversi, ma i medesimi.

La sua è una scrittura da cesellatrice: niente è lasciato al caso, niente è scontato o ripetitivo.

La vita che esce dalle pagine la senti addosso, la tocchi, nella sua consistenza quotidiana e insieme straordinaria. Perché, in fondo, la vita resta una meravigliosa avventura, e quando non lo è, penso che l’unico modo per affrontarla sia il sapersela raccontare bene.

Enrica parla come un’amica davanti a uno spritz, senza inutili fronzoli. Arriva dritta, come una risata che parte dal cuore.

Uno dei libri italiani più riusciti che abbia letto negli ultimi anni: una boccata d’aria buona, un esercizio di ottima scrittura che ti riconcilia con la sonorità di parole scelte bene e scene divertenti.

Il romanzo è costruito come una serie di lettere, monologhi rivolti agli affetti più cari: la madre, il padre, il figlio, la figlia, l’uomo amato, l’amica. Frammenti in cui non si distingue dove finisce la confessione, l’autobiografia, e dove inizi l’invenzione – ed è proprio questo il suo fascino.

Mi fa venire in mente il concetto di leggerezza delle Lezioni americane di Calvino, di una narrazione che vola, unita alla profondità di chi ha vissuto, la saggezza e l’ironia di chi non smette mai di farsi domande.

La lingua è così musicale, che l’inizio di ogni capitolo si fa poesia vera, quelle stesse poesie che Enrica legge sui social.

Lei e la sua massa di riccioli d’argento a invadere lo schermo del cellulare.

Me la immagino, lei, di notte, davanti allo schermo, con i figli che dormono, a scrivere e riscrivere, limare, cercare la parola esatta, la sfumatura necessaria. A godere del rumore dei tasti del computer, musica per le orecchie di chi ama la scrittura.

Perché questo libro oltre ad essere un inno agli affetti più cari è una dichiarazione d’amore potentissima sull’urgenza della scrittura:

«Il problema della scrittura è che è liberatoria solo quando riesce, durante è un travaglio. Disegnare è un atto che, volendo, può essere automatico, meditativo, svuota la testa. La musica anche la si può suonare per puro diletto, senza intenzioni: esegui dei movimenti, e se li esegui un numero di volte sufficienti il tuo corpo li riproduce senza pensarci. La scrittura no, non prevede esecuzione, è sempre componimento.»

Enrica è sottile, lucidissima. Racconta i drammi, il lutto, la disillusione dell’età adulta, ma lo fa con una grazia che non pesa mai. Non è soltanto talento narrativo: è capacità di vedere, di attraversare le cose, di rielaborare i ricordi e restituirli trasformati.

Forte di vent’anni nel copywriting, perfettamente a suo agio anche nel linguaggio dei social, riesce a tenere insieme profondità e immediatezza, cultura e quotidiano, poesia e concretezza, lirismo e comicità.

Concludo la lettura di questo libro pensando che in questo momento è esattamente quello di cui avevo più bisogno, trovare nuovi occhi con i quali rileggere anche la mia vita.

Perché alcuni libri li leggi, altri, come in questo caso, ti leggono.

Paola Cavioni, 13 febbraio 2026

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Lettera notturna

Ti scrivo in una notte senza sonno, papà, affidando i pensieri alla scrittura per riuscire, come mi capita spesso, a metterli in fila, a vederli più chiaramente.
A provarci almeno.
Scrivere, alla fine, è un modo come un altro per affrontare la realtà.

Il bollitore borbotta sul fornello.
L’unico altro suono, in questo momento, è quello dell’orologio sulla parete: pessimo acquisto analogico che di notte diventa una colonna sonora molto vintage, ma anche molto sgradevole. Ormai però sta lì appeso, e mi dispiace quasi mandarlo in pensione anticipata.

Per il resto la casa si è fatta silenziosa: i ragazzi dormono, e anche dalla strada finalmente sono spariti gli schiamazzi e i clacson. Resto nella solitudine degli insonni.

Rumori a parte, la capacità di prendere sonno facilmente non è mai stata la mia specialità, fin da adolescente. Ormai ne sono consapevole e non mi agito nemmeno più: sono sregolata e lo so, come so che domani notte dormirò come un sasso, ma adesso è inutile insistere.
Ho sempre invidiato chi riesce a silenziare i pensieri a comando, appena mette la testa sul cuscino.

Mi chiedo se tu abbia mai avuto questo problema. È strano come siano proprio certi piccoli dettagli a ricordarti di non aver mai saputo tutto, nemmeno delle persone che ti sono state più vicine.
Quante notti insonni avrai passato nella tua vita. A cosa pensavi?

Davanti a me ora c’è una povera camomilla indifesa che mi guarda, e sono abbastanza sicura che abbia più sonno lei di quanto ne abbia io.

In questi ultimi giorni ti ho pensato tanto, papà.
Forse perché sta arrivando febbraio e manca meno di un mese al tuo compleanno.
Sarebbero settantaquattro? Sto iniziando a perdere il conto: devo fermarmi e fare i calcoli con le dita. Duemilaventisei meno millenovecentocinquantadue.

Ti penso mentre scrivo al tavolo della sala da pranzo, in una casa che è stata la vostra di giovani sposi, poi la nostra come famiglia, e ora dopo infiniti giri tornata mia.
Mia e dei ragazzi. Siamo qui, abbiamo tenuto le stanze, sistemato le crepe, e no, non sto parlando solo dei muri.

I rumori stanno diventando familiari, i gesti e i riti abituali . Dove nel tempo dell’infanzia siamo stati in cinque, ora siamo in tre. Stiamo imparando nuovi equilibri, tra colazioni veloci di sbadigli, zaini da disfare e cene di risate e parole.

A volte mi sembra di camminare in una casa che conosco a memoria ma con un passo diverso, più attento, come se dovessi continuamente ricordarmi che adesso tocca a me tenere insieme tutto.
“Sono l’uomo di casa”, dico spesso con un sorriso ai ragazzi.

Chissà cosa diresti tu di questa nuova condizione.

Spunti anche durante la giornata, all’improvviso. Proprio ieri, mentre aspettavo la metropolitana dopo il lavoro, una ragazza accanto a me ha tirato fuori dalla tasca il telefono che squillava. Sullo schermo ho letto chiaramente: “Papà”, con un tenero cuoricino.
Ha risposto con una voce squillante; dava istruzioni che ho riconosciuto subito, parole che mi sono state familiari per molto tempo:
“Sì sì papà, io sto arrivando. Fate ancora qualche gioco insieme che io arrivo.”

Un nonno e il suo bambino che aspettano insieme il ritorno della mamma dal lavoro. Una scena come tante.
Mi sono trovata a fissare quella ragazza, e avrei tanto voluto dirle quanto, in quel momento, stessi invidiando quel loro gesto così apparentemente semplice.

Ho ripensato a quando ero io a telefonarti mentre tu eri in giro con Gaia piccola, o con Francesco, o a casa con la mamma.
“Sono bloccata in tangenziale ma sto arrivando, faccio il prima possibile.”

Quando loro erano piccoli e la vita iniziava a essere tutta una corsa per riuscire a tornare a casa velocemente, per poter esserci anche solo un quarto d’ora in più, con il profumo di salviette di bambini e le manine sporche.

Non so cosa darei per poter tornare una sola volta in uno di quei momenti, ma con la consapevolezza di oggi.

Tornare a uno dei nostri pomeriggi insieme, in pasticceria da Trava. Seduta al tavolo ad aspettare mentre guardavi il bancone pieno di dolci, e poi prendevi sempre la solita “musica al cioccolato”. Francesco se le ricorda ancora, anche se era molto piccolo, io da quando non ci sei non ne ho più mangiate. Una specie di madeleine al contrario.

Che bello sarebbe poter tornare una sola volta a parlare con te, a chiederti un consiglio, a ridere raccontandoti una delle mie “cavionate” quotidiane. Tornare a parlare di storia, di teatro, di tutte le cose che non capivo e che tu con pazienza mi spiegavi.

Lo sceneggiatore che ha scritto, e sta scrivendo, le nostre vite non ci ha fatto mancare proprio nulla, nel bene e nel male. Una giostra senza sosta, dove alcuni di noi sono scesi forse troppo presto.

Penso che sarebbe bello avere quella certezza, quella fede, per sapere che tu da qualche parte ci guardi ancora, tu con lo Ste.
Io di fede non ne ho molta, di certezze men che meno. Però ti cerco nei ricordi, nei gesti che mi vengono naturali senza sapere bene da dove arrivino, nelle frasi che mi scopro a ripetere ai ragazzi e che riconosco come tue. Ti cerco in quello che ci hai insegnato senza farne una lezione, solo vivendo, sbagliando. E di sbagli, modestamente, io sono una professionista.

Non ho mai pensato che il compito dei figli sia quello di rendere orgogliosi i genitori, ma vorrei tanto sapere se almeno un po’ tu oggi lo saresti, nonostante tutto.
Proprio di recente ho sentito una frase molto bella: i figli appartengono alla vita.
Forse è questo il lascito più grande che ci avete dato: la libertà di essere, di sbagliare, di provare, senza dover dimostrare niente a nessuno. Andare avanti portando con noi quello che serve, lasciando andare il resto.

Nel frattempo si sono fatte le due.
La casa ora vibra al solo ritmo dei respiri leggeri dei ragazzi, un suono pieno e fragile insieme, che mi tiene ancorata al presente. Li guardo, li ascolto e penso che, in fondo, è così che si resta: nei respiri di chi viene dopo, nei giorni che arrivano dopo le notti insonni, nella vita che continua ad essere sempre una meravigliosa scoperta anche quando fa male.

Ed è giusto così.

È una notte di pensieri questa, papà.
Ora provo a dormire.

Buonanotte.

28 gennaio 2026

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Serendipity. In cerca della meraviglia che non cercavo

“La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”

John Lennon

Qualche giorno fa, tornando dal lavoro, ero in metropolitana nel solito tratto tra l’ufficio e il parcheggio milanese dove lascio l’auto alla mattina.

Come spesso capita a chi prende quotidianamente mezzi di trasporto, ero presente fisicamente ma non “realmente”: in piedi in mezzo alla folla, con la mente sui pensieri in sospeso — cose da fare, figli, casa, appuntamenti da confermare.

Alla fermata di Duomo sono riuscita a sedermi, non avevo con me nulla da leggere e non mi andava di prendere ancora in mano il cellulare dopo una giornata passata al pc.

A quella stessa fermata è salita una coppia sulla settantina che si è seduta proprio di fronte a me.

Lui e lei. Eleganti ma senza essere fuori luogo, vestiti quasi uguali: entrambi giacca in camoscio e pantaloni color sabbia.

Non ho capito se fossero turisti o no perché da quella distanza e in mezzo al frastuono di centinaia di altre voci non sentivo in che lingua parlassero.

Ma non sarebbero comunque state le loro a colpirmi e restarmi impresse.

Lei, bellissima nel suo tempo non più giovanile, portava i capelli bianchi con una grazia semplice, lunghi fino alle spalle, viso senza un filo di trucco ma meraviglioso in ogni ruga d’espressione o d’età. Lui brizzolato, fisico asciutto.

Per tutto il tempo del viaggio lei ha tenuto la testa sulla spalla di lui, e di tanto in tanto allungava il collo per lasciargli un bacio sulla guancia, con quella leggerezza e intimità che solo chi ama conosce e riconosce negli altri. Ogni tanto sembrava che si avvicinasse al suo collo per annusarne profumo.

Lui di contro l’ha tenuta per mano tutto il tempo. Sempre.

Due ragazzini nel corpo di due adulti fatti e finiti.

Può far sorridere, ma è stato uno dei momenti più belli della mia giornata, sono scesa dalla metropolitana leggera, quasi anche io riempita di quell’amore che due sconosciuti si stavano scambiando nei loro semplici gesti di complicità.

Quella scena, breve e forse per molti anche insignificante, mi ha aperto il cuore perché mi ha ricordato che la vita non si svela sempre nei grandi eventi, ma nei dettagli che sfuggono se siamo troppo concentrati a guardare avanti.

Serendipity.

Serendipità in italiano, è “la capacità di rilevare e interpretare correttamente un fenomeno occorso in modo del tutto casuale durante una ricerca scientifica orientata verso altri campi d’indagine.”

In pratica è trovare qualcosa di bello o utile per caso, mentre si cerca tutt’altro.

Io in metropolitana non stavo cercando nulla a dire la verità, ma mi sono trovata davanti un’immagine che mi ha fatto tornare alla mente il famoso quadro Il bacio di Hayez in versione moderna ma senza tempo.

Viviamo inseguendo mete, orari, obiettivi scritti per noi da altri, in elenchi puntati sempre più lunghi.

Ma la verità è che spesso la vita accade altrove e ci passa accanto. E ogni tanto ci ricorda con prepotenza tutta la bellezza di quel sentimento universale che è l’amore.

Serendipity.

Accade nei margini, nei momenti non previsti, in quello sguardo che incroci per caso e ti resta dentro.

È il dono inatteso di qualcosa che non stavamo cercando — ma che, forse, stava cercando noi, come quei gesti d’amore su un treno affollato di gente troppo occupata a tenere la mente occupata in mille cose inutili.

Serendipity.

Come il titolo del film, è un frammento di bellezza in una giornata qualunque.

E penso che se non possiamo programmare la meraviglia, forse possiamo allenarci a riconoscerla con un cuore più disponibile; vivere lasciando spazio all’inatteso.

E ogni tanto lasciandoci semplicemente sorprendere.

Paola Cavioni, 3 maggio 2025

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Acrobati

Questa settimana Francesco ha partecipato alla sua prima gita scolastica, partendo emozionato e saltellante come suo solito, zainetto in spalla e cappellino degli Yankees in testa.

Destinazione: un parco a meno di un’ora da casa, rientro nel pomeriggio.

Normale amministrazione, niente di epico, non è che dovesse partecipare alla campagna di Russia.

Eppure, nei giorni precedenti, la famigerata chat di classe — nella quale sono mio malgrado inserita (e ho anche altre due figlie!) — è esplosa in uno scambio serrato, quasi surreale, di messaggi tra mamme. Tutte impegnate a organizzare lo zainetto con la stessa concentrazione richiesta per l’allunaggio dell’Apollo 11.

Padri non pervenuti ovviamente.

Per tutta la settimana mi ha accompagnata un vago sentore di ansia da under performance perché, se dovessi ricevere un voto alla mia partecipazione alla chat, non sfiorerei neanche lontanamente la sufficienza.

Anzi, se fosse valutata come una performance lavorativa, non solo non riceverei il bonus: mi toglierebbero anche il badge e il buono pasto.

A me bastava sapere che Francesco sarebbe andato in gita con la maestra per otto ore, e che sarebbe tornato con le ginocchia impolverate e mille storie da raccontare.

Ci rivediamo nel pomeriggio, Fra. Ti amo. Stop.

Forse è per questo che non intervengo mai in quella giungla di vocali (che, lo confesso, non ascolto mai), cuori, punti esclamativi e polemiche velate: referisco l’essenziale, quando si può.

Perché la vita è già abbastanza complicata senza aggiungerci l’ansia in outsourcing.

E proprio questo pensiero mi ha acceso una lampadina, o meglio: una consapevolezza.

Viviamo in equilibrio precario su due pilastri traballanti: la corsa continua, il confronto perenne e l’ansia a fare da collante fra le due cose.
Con il collega che invia messaggi motivazionali alle 6:42 del mattino, con la mamma della classe che cuce etichette personalizzate anche sugli snack, con i figli degli altri che a sei anni parlano tre lingue, suonano il violino, fanno danza acrobatica il mercoledì e il sabato salvano le balene.

Siamo acrobati di resilienza, eroi silenziosi del quotidiano.

E il bello — o il tragico — è che non abbiamo nemmeno un pubblico pronto ad applaudirci quando, miracolosamente, non mandiamo nessuno a quel paese e riusciamo persino a conservare un briciolo di salute mentale dalle 9 alle 17.

Ogni mattina ci alziamo, mediamente maledicendo la sveglia, il nostro lavoro, il nostro capo e tutte le scelte fatte dal 1999 in poi. Poi, con dignitosa rassegnazione, iniziamo la danza: colazione, scuola, lavoro, riunioni, vocali infiniti, chiamate perse, bambini da recuperare, cena da improvvisare con tre ingredienti, un miracolo e una carota rimasta incollata in fondo al frigorifero.

E poi ci sono loro: le agende a incastro, vero sport estremo per chi ha figli, pura follia per chi ne ha più di uno. Ogni figlio con uno sport diverso, ovviamente, in orari diversi, in luoghi diversi.

E i colloqui a scuola? Altro che after-work. Perché regolarmente ti piazzano il colloquio individuale alle 11 del lunedì mattina, proprio il giorno prima della tua scadenza trimestrale più importante.

Non puoi? Tranquilla, c’è il decimo girone dantesco del “Colloquio collettivo”, che sai quando ti metti in fila, ma non sai in che secolo ne uscirai. Tanto che, quando rientri finalmente a casa non sai nemmeno più come ti chiami ma hai timore di trovarti un inviato di Chi l’ha visto sul pianerottolo.

Poi c’è quel giorno della settimana in cui provi a ricordarti di avere anche una vita sociale, magari per bere un caffè con un’amica, e regolarmente tua figlia ti scrive nel momento clou perché non trova le ginocchiere per la pallavolo. E mentre cerchi di tenere viva, almeno nella tua testa, un po’ della tua identità personale, ti ricordi che questo mese scade l’assicurazione della macchina e non hai fatto partire la lavastoviglie!

E la domenica? Che dovrebbe essere sacra. Rilassante. Zen. Inizia con una lavatrice alle 7:30, continua con la caccia alla felpa “quella con il dinosauro, non quella con gli squali!” e culmina in una crisi esistenziale davanti al calendario settimanale, tentando di incastrare karate, inglese, dentista e, se va bene, tre respiri profondi e un “ma chi me l’ha fatto fare” a mezza bocca.

Siamo acrobati, noi genitori del terzo millennio, ma non per scelta. E ogni tanto da funamboli, da quel filo teso sul quale siamo in equilibrio ogni giorno, cadiamo di faccia cercando di tenere tutto insieme, di essere dei genitori discreti, di mantenere un lavoro, di non dimenticarci la telefonata ai nostri genitori, di mangiare sano, fare sport e non usare il cellulare al volante.

Cercando in questo caos quotidiano di prenderci la nostra fettina di felicità, con le occhiaie a farci da medaglia e le agende come campi di battaglia. Sapendo che comunque stiamo facendo del nostro meglio. O almeno ci stiamo provando.

E per dovere di cronaca, quando sono andata a prendere Francesco di ritorno dalla gita, alla domanda: “Allora amore, che avete fatto di bello?”, la sua risposta è stata da manuale:

“Niente, mamma.”

Paola Cavioni, 12 aprile 2025

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Disordine d’aprile

“E non c’è rimedio al mio disordine d’aprile,
mi scuoto e mi rovescio per lavare via l’idea
che troppe cose siano nate con la data di scadenza.”

(Max Gazzè, Disordine d’aprile)

Ieri pomeriggio ero in giro con mio figlio Francesco, sette anni. Io lo seguivo a piedi, lui in bicicletta, mentre spumeggiante come suo solito mi faceva mille domande, perfettamente coerente con la sua età.

Ad un certo punto siamo messi a ridere perché per le strade del paese si sentiva chiaramente l’aria frizzante della primavera in arrivo, ma anche l’odore dei camini, insieme ancora al profumo di carne sulla griglia che arrivava da qualche cortile.

Tutto questo sotto un cielo che stava diventando insolitamente grigio a chiusura invece di una giornata di sole, e proprio quando iniziavamo ad illuderci che la primavera fosse arrivata veramente, perché la pioggia degli ultimi giorni di marzo ha finalmente ceduto il passo al primo tepore d’aprile.

Ma aprile non si smentisce mai, resta un mese bellissimo e incoerente, esattamente come lo sono tutte le persone interessanti. Perché non sai mai cosa aspettarti.

Cielo limpido un attimo, poi nuvole, pioggia improvvisa, e di nuovo sole, ricordo addirittura un anno anche la neve. Aprile ti mette alla prova, non ti concede certezze. Ti fa credere nella stabilità della luce e poi ti costringe a cercare riparo dalla pioggia.

Amo profondamente questo periodo, per me è il mese dei desideri avverati, dato che sono diventata mamma per la prima volta proprio ad aprile. Eppure, l’ho sempre osservato come si guarda un quadro astratto: cercando di dargli un senso, senza mai riuscire davvero ad afferrarlo.

Prendendo in prestito le parole di Max Gazzè, non c’è rimedio al mio disordine d’aprile. Come ti capisco caro Max.

E nel mio personale disordine di aprile ci sono libri iniziati e lasciati a metà, pensieri e poesie scritti di getto e poi dimenticati, riletti e cancellati. Ci sono pensieri che si affollano senza ordine, parole che vorrebbero diventare qualcosa ma restano sospese. C’è tutta la forza e l’energia che mi regala il sole quando poi esce, e toglie dalle ossa il freddo dell’inverno.

E allora lascio che aprile mi porti dove vuole, accolgo le giornate con tutta la loro imperfezione.

Leggo senza seguire un ordine, scrivo senza sapere dove mi condurranno le parole. Guardo il cielo, ascolto la pioggia, scrivo elenchi di desideri, consapevole che molti non si realizzeranno mai mai sono proprio quelli che mi tengono viva. Respiro la luce e, nel caos di questo mese, trovo una forma di bellezza che, forse, proprio perché è bellezza, non ha bisogno di essere compresa o spiegata.

Forse il senso di aprile è proprio questo: imparare ad accogliere il disordine, a lasciare che le cose si mescolino senza opporre resistenza.

Smettere di cercare risposte.

Paola Cavioni, 2 aprile 2025

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Cinque (importanti) lezioni che ho imparato dai libri

“Una volta che avrai imparato a leggere, sarai libero per sempre.”
(Frederick Douglass)

Ogni ricordo significativo della mia vita è legato a un libro. Ogni istante che ricordo, sia positivo che negativo, è contrassegnato dal ricordo di uno o dell’altro libro. Ogni cambiamento, ogni passaggio, ogni stagione. Non riuscirei a immaginare la mia vita, i miei spazi, le mie conversazioni, senza libri e senza il loro profumo.

Ricordo l’estate calda e la veranda dei miei tredici anni, la sdraio sulla quale per la prima volta ho incontrato Atticus Finch con Scout, il Cardinale Richelieu, Paul Sheldon e tutti gli altri personaggi che hanno popolato la mia immaginazione di adolescente introversa. Ricordo i libri che stavo leggendo quando sono nati i miei figli. Quel Santiago Posteguillo che avevo sul comodino quando è morto mio padre, e la fatica che mi è costata riaprirlo la mattina dopo averlo salutato per sempre.

Da adulta, ho cercato una casa che fosse adatta alla famiglia e ai libri, e conservo ancora un pregiudizio da lettore: se entro per la prima volta in una casa, la prima cosa che faccio è controllare quanti e quali libri ci sono sugli scaffali (questo non l’ho ancora letto!).

La domanda più difficile a cui mi capita di rispondere è sempre “Qual è il tuo genere preferito?”.

Amo e leggo tutto: dai classici mattoni ai romanzi leggeri, autori semi sconosciuti, saggi, libri di sviluppo personale. Non ho mai messo un limite alla mia curiosità di esplorare e scoprire, e penso che mai lo farò.

Aprirsi a questa scoperta è come aprirsi alla conoscenza di nuove persone.

C’è però una costante nel mio approccio alla lettura: non permetto a nessun libro di sfuggirmi senza portarmi a casa un piccolo o grande insegnamento, che va a riempire una valigia preziosa e solo mia. Ecco perché ho deciso di mettere insieme cinque delle lezioni più importanti che ho imparato dai libri, selezionandone uno per ogni insegnamento. Lezioni che segnano una rotta, che non sempre, purtroppo, riesco a mettere in pratica, ma che segnano comunque una direzione.

L’ultima, la più recente e forte, la devo a un grande uomo che ci ha lasciato proprio pochi mesi fa.


  • Saper rallentare – Un indovino mi disse di Tiziano Terzani

A marzo di quest’anno, una mattina come tante, mentre andavo a prendere il treno, ho avuto un incidente in macchina. Un incidente stupido che però mi ha lasciato, per settimane, una fottuta paura di rimettermi al volante. Passavo ogni secondo a maledire il fatto di non avere la macchina, a maledire la persona che mi aveva causato l’incidente, ripensando a ogni frazione di secondo di quella mattina pensando “se solo fossi stata più attenta”, tutte quelle cose che si dicono col senno del poi.

Ma c’è un però.

In quelle settimane di lentezza forzata, prima di riuscire a sistemare la macchina, ho potuto accompagnare mio figlio Francesco all’asilo ogni mattina, godendomi i suoi ultimi giorni da “remigino” prima dell’inizio della scuola elementare. Un regalo bellissimo e inaspettato: gli abbracci prima di entrare a scuola e i bacini stampati.

Saper rallentare e guardare le cose da un altro punto di vista è la lezione di Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Nel 1993, Terzani rinunciò ai voli per un intero anno, costretto a rallentare a causa della profezia di un indovino che, molti anni prima, gli aveva predetto che nel 1993 sarebbe morto in un incidente aereo. Girare l’Asia senza poter volare diventò il primo passo di un viaggio straordinario, che gli regalò una prospettiva completamente nuova su un continente affascinante, ma segnato da guerre e complessità.

Rallentare, respirare a pieni polmoni, concedersi il lusso di diventare più consapevoli e coscienti.


  • Restare umani – Cecità di José Saramago

Cecità è un romanzo distopico, ma nemmeno troppo, che ci sbatte in faccia l’ipotetico crollo della società occidentale, colpita da una misteriosa malattia che rende tutti ugualmente ciechi, inabili e disumanizza, mettendo gli uomini gli uni contro gli altri. Tutti gli uomini tranne una donna.

La cecità di Saramago è ovviamente metafora della cecità morale e spirituale, cosa che ci spinge a riflettere su un atto di coraggio dal valore inestimabile: restare umani. Una umanità senza nome, in cui ogni personaggio è archetipico.

Mettere da parte il proprio egoismo, restare umani significa riuscire a rispecchiarsi nell’altro, nel vedere ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide. Significa letteralmente vedere l’altro. Cecità di Saramago è un’opera potente che ci invita a riflettere su cosa significhi davvero essere umani, mettendo in guardia contro una società in cui l’individualismo prevale sulla collettività e in cui, forse, vediamo senza comprendere.

Col senno del poi, Cecità mi ha fatto pensare a un periodo della mia vita in cui ho sentito davvero il peso dell’individualismo della società occidentale. Come molti, mi sono trovata a dover affrontare momenti di solitudine e frustrazione, e per un po’ ho guardato il mondo da una distanza di sicurezza, pensando solo ai miei problemi. Ma è stato proprio in quel momento che ho imparato, forse per la prima volta, cosa significa davvero essere “umani”: è un atto di responsabilità reciproca, è la capacità di aprirsi all’altro, di comprendere le sue sofferenze e i suoi bisogni. Non siamo davvero completi se non vediamo l’altro, se non siamo disposti a mettere da parte il nostro egoismo per far spazio all’empatia. Questo è stato uno degli insegnamenti più importanti che ho ricevuto dai libri: restare umani non vuol dire essere perfetti, ma riconoscere che l’umanità è una rete di relazioni che si costruisce solo se siamo capaci di vedere davvero l’altro.


  • Il potere curativo della letteratura – L’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia

Nel mio blog ho parlato più volte di Alessandro D’Avenia, uno degli autori italiani contemporanei più profondi. Ho amato tutti i suoi primi lavori, in particolare L’arte di essere fragili, un romanzo-saggio sulla vita di Giacomo Leopardi, in cui D’Avenia cerca di restituire a Leopardi la sua umanità, togliendogli quella patina di “sfigato” che spesso gli viene attribuita nei programmi scolastici.

Leopardi ci ha lasciato un grande insegnamento: la letteratura e la poesia sono luci che illuminano anche quando tutto sembra buio. Ogni età è parte di un disegno più grande: adolescenza come arte di sperare, maturità come arte del morire, morire come arte di rinascere.

Nel libro, D’Avenia non si limita a raccontare la vita di Leopardi, ma esplora anche il concetto di fragilità come parte integrante della condizione umana. La fragilità, lungi dall’essere un limite, è vista come una risorsa, un’opportunità di crescita e di scoperta. Attraverso le parole di Leopardi, D’Avenia ci invita a riconoscere la bellezza anche nelle nostre debolezze, a guardare la vita con uno sguardo più consapevole e più profondo. La letteratura diventa, in questo contesto, uno strumento terapeutico che ci aiuta ad accettare noi stessi e a fare pace con le nostre difficoltà, ricordandoci che ogni emozione, anche la più dolorosa, ha un valore intrinseco.

Questa visione della letteratura come cura non è solo una riflessione teorica, ma una pratica che possiamo applicare alla nostra vita quotidiana. Leggere, infatti, non è solo un atto intellettuale, ma un’esperienza che coinvolge le emozioni e che ci permette di entrare in contatto con noi stessi in modi che altre forme di comunicazione non riescono a fare. Quando mi immergo nelle pagine di un libro, spesso scopro o ritrovo parti di me che avevo dimenticato o che non avevamo mai conosciuto. La lettura ha il potere di guarire le ferite più profonde, di dare un senso alla sofferenza e di restituirci speranza, anche quando tutto sembra perduto.


  • Ogni vita è un capolavoro – L’eleganza del riccio di Muriel Barbery

Ho un grosso difetto che ammetto ormai con consapevolezza: sulle prime impressioni mi sbaglio sempre. Tendo a non fidarmi più del primo giudizio sulle persone che incontro. Questa consapevolezza mi ha permesso di imparare una lezione importante: ogni vita, anche quella più apparentemente comune, può nascondere una dimensione unica e profonda.

Nel personaggio di Renée, portinaia in un elegante palazzo parigino in L’eleganza del riccio, scopriamo un universo complesso e ricco di significati. La sua passione per la cultura, lontana dagli occhi degli altri, dimostra che il valore di una vita non si misura dall’apparenza o dalla posizione sociale, ma dalla capacità di coltivare un pensiero autentico e di vedere la bellezza nascosta. Ogni dettaglio contribuisce a creare una “trama” personale, trasformando la vita in un’opera d’arte unica.

Questa lezione è diventata particolarmente significativa per me nella vita quotidiana, dove spesso, come tutti, sono portata a giudicare le persone solo dalla superficie, da una professione o dallo status sociale. Mi è capitato più volte di scoprire, dietro a persone che inizialmente sembravano banali o poco interessanti, mondi interiori ricchi e sorprendenti. In una recente occasione, ad esempio, ho incontrato una persona che, per quanto silenziosa e poco appariscente, nascondeva una passione profonda per la musica e un’intelligenza acuta che si rivelava solo nelle conversazioni più intime. Quel momento mi ha fatto riflettere su come spesso il nostro giudizio possa essere limitato e su come, invece, ogni persona abbia una storia da raccontare, una trama che può essere altrettanto straordinaria quanto quella di un romanzo. La lettura di L’eleganza del riccio mi ha spinto a rallentare, a guardare oltre la superficie, a cercare la bellezza nascosta in ogni individuo, ricordando che ogni vita ha qualcosa di prezioso da offrire.


  • Raccontarsi con parole giuste – Le parole per dirlo di Franco di Mare

Il 28 aprile 2024, come moltissimi italiani, ho seguito l’ultima intervista televisiva del giornalista Franco di Mare, che fino a quel momento avevo associato ai programmi pomeridiani della RAI. Quel giorno, però, qualcosa è cambiato. Non era più solo l’intervista al giornalista di fama, ma l’incontro con un uomo che aveva scelto, con una profondità rara, di raccontarsi in modo sincero e vulnerabile, nell’ultimo drammatico tratto della sua vita. Per questo avevo deciso di leggere subito il suo ultimo lavoro, Le parole per dirlo.

Nel libro, Di Mare non racconta solo la sua carriera, ma soprattutto il suo percorso interiore umano, attraverso il suo lavoro e la sua esperienza di reporter di guerra, con un linguaggio autentico, immediato, di una semplicità quasi disarmante ma allo stesso potente come l’esplosione di una stella.

Da questo libro, che è diventato poi il testamento morale e spirituale del giornalista, ho imparato quanto, nella vita quotidiana, sia difficile ma essenziale scegliere le parole giuste per raccontarsi.

Le parole, se non sono scelte con consapevolezza, rischiano di diventare superficiali, di non fare giustizia alla complessità di ciò che vogliamo comunicare. Di non fare giustizia alla nostra storia.

Raccontarsi è anche un atto di coraggio, una sfida a mettersi a nudo, a permettere alle proprie parole di fare il loro lavoro: quello di avvicinare gli altri, di condividere la propria umanità.

Quante volte, in mezzo ai mille pensieri e preoccupazioni, non ci fermiamo a riflettere sul potere di una parola ben scelta? Quante volte ci risparmiamo dal dire ciò che davvero pensiamo o sentiamo per paura di essere fraintesi, o per la paura di apparire troppo vulnerabili? Franco di Mare mi ha insegnato che le parole giuste sono quelle che riescono a farci sentire davvero connessi agli altri, quelle che, senza maschere, raccontano la nostra verità. Il vero coraggio sta proprio nel saper dire ciò che siamo, senza paura di mostrarsi imperfetti o incompleti. Raccontarsi anche con parole di perdono e comprensione verso sé stessi, penso che questa sia la lezione e la sfida che resta leggendo questo libro.

E siamo alla conclusione di questo lungo post.

Per me libri sono molto più che semplici storie su pagine di carta: sono viaggi, lezioni, riflessioni che restano con noi per tutta la vita. Anche se non sempre riesco a mettere in pratica le lezioni che mi trasmettono, cerco sempre nei libri una guida per essere ogni giorno migliore, più consapevole.

Alla fine, più umana.

A te che sei arrivato a leggere fino a qui dico grazie di cuore.  

Mi piacerebbe leggere un commento con la tua esperienza e le lezioni più importanti che hai imparato dai libri, per poter condividere insieme una ricchezza che cresce ogni volta che la si condivide.

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Paola Cavioni, 30 novembre 2024