Un pò più avanti

A mio padre

Un po’ più avanti.

È così che ti immagino, solamente un po’ più avanti a me, papà.

Posso vedere la tua schiena, ma non il tuo viso.

Posso sentire la tua voce, ma non posso abbracciarti.

Posso sognarti, ma non posso averti qui quando mi sveglio.

Ma ti immagino così, che cammini ancora davanti a me e in qualche modo mi indichi la strada.  

La strada che avremmo dovuto ancora percorrere insieme.

Io ti penso ogni giorno e ho il cuore pieno di ricordi.

Tu però aspettami a braccia aperte.

Sei solo un po’ più avanti.

Tua figlia

Paola

Febbraio. A papà.

“Là fuori c’è la guerra e dormi
Ma qui ci penso io a te
Vorrei che non tremassi come me
Ho visto piangere un gigante
Figurati se non piango io
Che sono nato adesso amore mio
Confesso che non so, non so
Come si può, afferrare il vento
E il tempo che non ti do, è tempo perso

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi, i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

E quando il modo di aiutarti
Sarà non aiutarti più
Sorridi in faccia all’odio e manda giù
Potrei svegliarti poi ma poi non so
Se poi, sarà lo stesso
Ora è sempre il mio miglior momento

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

Le stelle appese poi cadranno giù
E un giorno ci diremo addio
Ma se una notte sentirai carezze sarò io

Voglio parlarti adesso
Prima che un bel tramonto porti via
Le corse senza fine, addormentarsi insieme
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma tuo padre sarà sempre qui

Si è fatto tardi, adesso dormi”

(Voglio parlarti adesso, Paolo Jannacci)

13 febbraio 2021

Oggi ho riascoltato “Voglio parlarti adesso” di Paolo Jannacci.

Per uno strano scherzo del destino, l’ultima canzone che ho ascoltato con te papà, un anno fa, giorno più giorno meno.

Ti ricordi? Io e i bambini eravamo tutti ancora mezzi malati e sei venuto una sera, poco prima di cena, per darmi una mano, come facevi sempre.

Ho approfittato di un secondo di calma per farti sentire questa canzone che mi aveva colpito molto per la sua dolcezza, mi sembrava una poesia e volevo che tu la ascoltassi.

Una lettera che un padre scrive a sua figlia, parole importanti e piene; tu non la conoscevi e mi hai detto “certo che somiglia tanto a suo padre”, riferendoti a Enzo Jannacci. Nella tua testa credo che fosse un bel complimento.

L’hai ascoltata tutta la canzone, in silenzio seduto vicino a me, sul letto di Gaia.

Non so cosa hai pensato sentendo la frase “e un giorno ci diremo addio”, non me lo hai detto, forse in quel momento a niente o forse hai pensato la stessa cosa che ho pensato io.

Forse solo non hai detto niente per pudore, perché sapevamo tutti e due che quel giorno sarebbe arrivato, prima o poi, ma lo vedevamo come una cosa ancora lontana, una cosa sulla quale si poteva scherzare.

Come quando ti ho chiamato la sera che mi sono fatta male mentre giocavo a pallavolo, e in macchina sulla strada verso il pronto soccorso mi hai detto “ma cosa farai quando non ci sarò più?”, e io ridendo ti ho chiesto invece cosa avresti fatto tu senza una figlia che ti faceva fare le notti brave in ospedale, in giro fino alle quattro del mattino. Quella notte hai fatto amicizia con tutte le persone che erano con noi in sala d’attesa, hai fatto ridere pure il ragazzo sofferente con la spalla rotta. Perché tu eri fatto così, ogni tanto sopra le righe, ma è da te che ho imparato a non seguire la massa e a ragionare sempre con la mia testa.

Quella sera di un anno fa dopo avere ascoltato la canzone non potevamo immaginare che in poche settimane sarebbe cambiato tutto.

Che ti saresti ammalato e che non ti avremmo più rivisto.

Che saresti stato inghiottito da un mostro più grande di te, di noi, dall’unica cosa che poteva abbatterti, tu che eri la forza di tutti. Che un ombra arrivata dall’altra parte del mondo avrebbe tolto a Gaia e Francesco uno dei loro amati nonni, uno dei loro punti di riferimento.

Francesco era così piccolo, eppure fra di voi c’era un rapporto così speciale che ancora oggi ogni sera lui guarda il cielo e cerca “la stellina del nonno” per salutarti e augurarti la buonanotte.

E Gaia. Bè, Gaia sai come è fatta e quanto ti amava, ha ancora tanta rabbia e la capisco.

Tra pochi giorni sarà il tuo compleanno.

Il verbo giusto è sarebbe, ma faccio ancora fatica a capire cosa sia presente e cosa sia invece passato quando penso a te papà.

Vorrei tanto dirti che mi dispiace di non averti abbracciato quel giorno sul letto, non so perché non l’ho fatto, non volevo essere melodrammatica. Pessima scelta, col senno di poi.

Vorrei tanto chiederti scusa per tutti gli abbracci che non ti ho dato, ma io sono fatta così.

Sono sempre riuscita a esprimere meglio i sentimenti con le parole.  

E quante parole che ci siamo scambiati io e te, soprattutto negli ultimi anni. Era come se sentissimo l’urgenza di confrontarci su ogni cosa, proprio come nella canzone, come se sentissimo il tempo scorrere via dalla mani troppo in fretta, troppo indifferente. Come se cercassimo di fermarlo ogni volta che andavamo insieme a camminare in campagna, ogni volta che al mare si andava al largo a nuotare e parlavamo della vita, dell’educazione dei bambini, dei ricordi e del futuro.

Avrei voluto avere ancora futuro con te papà, c’era un viaggio in Irlanda da fare insieme, ti avevamo appena regalato il kindle così eri più comodo a leggere quando andavate in giro. Ma il destino ha deciso diversamente.

Dopo quasi un anno, e Dio solo sa quanto difficile sia stato, ancora non so se sono capace di andare avanti senza la tua presenza, mi sento ancora persa.

Spero sempre di passare da casa e trovarti nel tuo studio, fra i tuoi libri, intento a lavorare, a scrivere, a parlare con qualcuno che viene a chiederti consiglio.

Ci sono stati dei momenti in passato in cui sono stata gelosa di tutta la gente che veniva a chiederti aiuto, a tutte le persone che portavano via tempo alla tua famiglia. Ma era proprio questo che ti rendeva così speciale e che ti teneva vivo.

La tua capacità di aiutare in modo incondizionato tutti, in un modo molto concreto e umano.

Non eri sicuramente un santo, ma un uomo saggio, quello sì, per questo sei stato un punto di riferimento per molti.

Sono orgogliosa di averti avuto come padre, questo lo sai, te l’ho scritto più di una volta, anche pubblicamente.

Quello che vorrei sapere è se tu sei stato orgoglioso di avermi come figlia, e se lo saresti ancora adesso, adesso che mi sento così fragile anche quanto tutti mi dicono che sono forte.

Per il tuo compleanno invece che darti un regalo te ne chiedo uno io.

Mi piacerebbe tanto sognarti, non so perché ma non succede mai. Vorrei parlarti ancora una volta.

Vorrei darti, anche solo in sogno, quell’abbraccio che non ti ho dato un anno fa, darti tutti gli abbracci che non ci siamo dati da quando sono diventata adulta ma che ti ho dato attraverso le braccia dei miei figli.

Questa lettera è per te papà, ma anche per me, perché ne avevo bisogno. Come ho bisogno di te.

Ed è solo una piccolissima parte delle cose che vorrei dirti in questo momento.

Non c’è cura al vuoto. Manchi immensamente.

Salutami lo Ste.

Tua figlia

11 gennaio 1999

“Dio di misericordia
Il tuo bel Paradiso
L’hai fatto soprattutto
Per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto
Con la coscienza pura
L’inferno esiste solo
Per chi ne ha paura

Meglio di lui nessuno
Mai ti potrà indicare
Gli errori di noi tutti
Che puoi e vuoi salvare

Ascolta la sua voce
Che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
Vedrai, sarai contento”

(Preghiera in gennaio, Fabrizio De André)

Uno dei primi e più bei ricordi di quando ero bambina è quello di mio padre che prende con cura un 33 giri, lo toglie dalla sua custodia e lo mette sul giradischi lucido. Avrò avuto 4 o 5 anni, e fra tutti i vinili che ogni giorno mi faceva ascoltare mi innamorai di due canzoni in particolare, di artisti che mi avrebbero accompagnato per tutta la mia vita da quel momento in poi.

Le due canzoni erano Let in Be e Geordie.

Beatles e Fabrizio De André.

Sicuramente fra di loro agli antipodi, sia le canzoni che gli artisti, ma nel mio cuore legati insieme per sempre, ora più che mai in modo indissolubile insieme a tutti i ricordi che ho di mio papà.

Non è possibile riassumere brevemente cosa rappresentino per me le canzoni e la voce di Fabrizio De André, oggi che lo ricordiamo a ventidue (ventidue!) anni dalla sua morte, e ancora non sembra vero.

Non si può riassumere perché sarebbe come avere la presunzione di rinchiudere una vita intera in poche righe.

Ma se devo provarci, se devo elaborare una riflessione che sia “a misura di post” posso solo dire che De André per me è poesia in musica, è la voce della rabbia e dell’amore, l’urlo di chi non si accontenta di vivere una vita mediocre, che non si accontenta di esistere, è la voce di mio papà che mi dice “chiudi gli occhi e ascolta che bello questo controcanto”.

Ma è molto di più. Con De André ho scoperto la grandezza delle storie degli ultimi, ho scoperto quanta fede ci possa essere nelle parole di un ateo, ho capito quali siano i sentimenti che accomunano tutte le esistenze: la ricerca disperata dell’amore vero, quello che ti torce l’anima e la ribalta fino a mostrarne la vera natura, la paura della morte, la frustrazione di chi lotta per un mondo migliore.

Sono stata insieme a lui e Dori rinchiusa “all’Hotel Supramonte“, ho sofferto la fame e il freddo con loro.

Ho pianto per il suicidio di Tenco di Preghiera in gennaio e ho versato lacrime di emozione ascoltando Tre madri, appena diventata madre io stessa.

Conosco a memoria ogni nota di La buona novella e Non al denaro non all’amore né al cielo, e devo ringraziare De André se ho scoperto e apprezzato Edgar Lee Masters e Georges Brassens.

Sarebbe scontato dire che oggi ricordiamo il giorno della morte di una voce che invece è immortale, eppure è proprio così. Perché l’eredità che ha lasciato al mondo è troppo grande per poter essere dimenticata dal semplice scorrere del tempo.

Paola Cavioni

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In loving memory…

antonio_cavioni

1 aprile 2020

In ricordo di Antonio Cavioni (25 febbraio 1952 – 28 marzo 2020)

Mio padre.

Ciao papi.

Ieri ti abbiamo salutato, come si fa di questi tempi balordi, solo noi e il don Antonio al cimitero, senza messa, solo una benedizione veloce.

Ai funerali si dovrebbe dire qualcosa in ricordo di chi se ne va ma ieri non sono riuscita a dire niente.

Tu lo sai però che sono sempre stata più brava a scrivere che a parlare. Ieri ci ha pensato una dolce Ave Maria, cantata solo per te dalla cara Maricia, a parlare per tutti noi anche se da un cellulare. Per noi che da sabato scorso siamo rimasti senza parole, quelle parole che tu avevi sempre per tutti.

In tempi “normali” la morte sarebbe arrivata lo stesso prima o poi. Ma saremmo stati insieme, molto probabilmente. Avremmo tenuto la tua mano, ci saremmo stretti attorno alla mamma senza le mascherine e senza paura di potersi contagiare a vicenda. Ora non si può, questa forse è la più grande sofferenza, la più grande ingiustizia. Questo mostro obbliga a fare i conti ognuno per sé con il proprio dolore, con i propri pensieri, le proprie domande.

Non so se sia una guerra quella che stiamo combattendo, perché in guerra almeno il nemico lo vedi. E in guerra i nonni non ci vanno. Il virus ci sta portando via un pezzo della nostra memoria, e si dovrà fare presto i conti con il lutto collettivo di migliaia di bambini che da un giorno all’altro hanno perso uno o più nonni, senza neanche poterli salutare, senza neanche poter essere presenti al funerale, cosa che se non allevia la sofferenza almeno è un momento di passaggio per poter iniziare ad elaborare il lutto.

Che mondo ci aspetta domani papà, senza di te? Eri una di quelle anime buone che sarebbero servite per gestire “il dopo”, per ricostruire questa società e provare a renderla magari migliore, se e quando arriverà la fine di questo incubo.

So che tu non avevi paura di morire, perché non avevi paura di vivere. Non so se sono e sarò capace di fare altrettanto. Non so se sarò in grado di essere per i miei figli lo stesso modello di vita che sei stato tu non solo per noi, ma per le tante persone che ti hanno conosciuto e stimato da sempre.
Quello che so per certo è che sei sempre stato orgoglioso della tua famiglia, più che dei tuoi successi lavorativi e professionali.

Eri orgoglioso di Valeria, della sua intelligenza e indipendenza.

Eri orgoglioso della bontà di cuore di Stefano, un cuore forse tanto grande quanto fragile.

Eri orgoglioso di me, perché ti ho da sempre spontaneamente seguito in molte delle tue passioni e sono sempre rimasta la piccola di casa, forse per questo ora mi sento così persa davanti alla tua morte.

Eri orgoglioso dei tuoi nipotini e non riesco neanche ad immaginare quanto tu li abbia amati, ricambiato con quell’amore così profondo che solo i bambini sanno donare.

Gaia ti ha fatto un disegno con un arcobaleno quando eri in ospedale. Nonno andrà tutto bene. Abbiamo voluto lasciarlo a te, per il tuo ultimo viaggio, come se fosse quell’ultima carezza che non ti abbiamo potuto dare.

Ci sono stati vicino tutti in queste settimane. Abbiamo avuto tante conferme di quanto già sapevamo, ovvero quanto fossi amato.

Tutti abbiamo sperato e pregato, pregato e sperato perché tornassi da noi, magari anche un po’ ammaccato ma vivo, anche se sapevamo che questo maledetto virus troppo spesso non lascia respiro, e la tua storia è stata troppo simile alle tantissime che si leggono sui giornali in questi giorni.

Sai anche perché avevo paura che non saresti tornato quando l’anestesista ti ha fatto addormentare? Perché ero sicura che nel tuo sonno avresti visto e abbracciato Stefano, e non saresti più voluto tornare. Perché sapevi che in quel Paradiso a cui fortemente credevi lui era lì a tenerti un posto, e che noi di qua saremmo stati uniti e forti.

Manchi e mancherai a tutti. Mancheranno i tuoi insegnamenti, la tua generosità. Mancheranno i pranzi tutti insieme, senza pensieri. Mancherai tu, semplicemente tu. Mancherai immensamente a Gaia, ora chi le spiega storia? Mancherai alla mamma, tua compagna di sempre, la nostra dolce mamma, ancora una volta messa alla prova così duramente dalla vita.

Ci hai fatto un bello scherzo papà, non ci voleva proprio. Perché delle tante cose che ci hai insegnato, una sola ci manca. Come fare ad andare avanti senza di te, la nostra roccia, la nostra guida.

Mi resta la certezza che le ultime persone che hai visto, i medici della terapia intensiva, hanno fatto davvero di tutto per poterti salvare. Ci resta la tua voce in quell’ultima telefonata, eri preoccupato per la mamma, non per te, perché eri sicuro di svegliarti. Altruista fino all’ultimo momento.

Ora penseremo noi alla mamma, come tu hai pensato a noi per tutta la nostra vita fino a qua.

Ora cercheremo di andare avanti un passo alla volta, un giorno alla volta, ricordando sempre a tutti la grande persona che eri.

Riposa in pace papi. Ci abbracceremo ancora.

Tua figlia Paola

Conosco un papà

festa del papà

Conosco un papà

che ha cinque anni, è ancora un bambino,

parla tantissimo, è sveglio e biondino.

Ancora non sa che nella sua vita diventerà papà.

 

Conosco un papà,

che corre veloce, quindici anni e guance paonazze,

testa non ha per pensare alle ragazze.

Solo calciando un pallone vuole provare le sue abilità.

 

Conosco un papà,

che poi a vent’anni per il mondo vuole viaggiare,

ancor non sa se giudice o cuoco vorrà diventare.

Quando capirà che nella vita tanta strada farà?

 

Conosco un papà,

che adesso ha trent’anni e papà lo è davvero!

Quel fagotto che piange e piange, per lui ogni tanto è un vero mistero!

Ma veloce corre il tempo e presto anche il suo bimbo grande diventerà.

 

Conosco un papà,

che coi capelli bianchi ora è diventato un nonno.

Tempo non ha più ormai per prender sonno,

ha tanti nipotini coi quali ridere e giocare a sazietà.

 

Conosco un papà,

che ogni giorno gioca felice, disegna mostri e delfini,

che si gode il tempo coi suoi due bambini.

Sa che è tutto tempo che mai tornerà,

ma nei suoi ricordi più belli per sempre vivrà.

 

Oggi tanti auguri a tutti i papà!