Righe su “Per un pò” di Niccolò Agliardi e anche un pò su di me…

“È primavera da pochi giorni, e il cielo sereno filtra dal parabrezza della macchina ancora sporca di pioggia e polvere depositate dagli ultimi colpi dell’inverno. Io non ho smesso di combattere contro la mia malinconia, contro quella solitudine esasperata e invisibile che a ogni nuovo giro di carte, da qualche anno, batte il banco e si porta via il malloppo. Eppure sono un uomo fortunato, lo riconosce la mia ragione, ho una famiglia scomposta ma presente a ogni mio richiamo, ho buoni amici e un corpo in salute nonostante la mente si ostini sporadicamente a lanciare falsi segnali di vere ipocondrie.

L’anima no, non è ancora in porto. Di certo ho attraversato burrasche peggiori, ma so che per le acque calme c’è ancora bisogno di tempo e di molte miglia.”

(Niccolò Agliardi)

Spoiler: volevo scrivere un post a misura di Instagram ma non ci sono riuscita.

Dovrete avere la pazienza di leggere di più di 2200 caratteri e 30 hashtag, ma è un bel po’ che non scrivo quindi so che mi perdonerete la lunghezza del post perché per arrivare dove devo arrivare sono obbligata a fare una piccola digressione che parte dal mio personale.

Nel maggio scorso dopo più sei anni ho cambiato lavoro.

Uscire dalla mia zona di comfort non è stato facile, proprio per niente, soprattutto dopo più di un anno fra lockdown e didattica a distanza.

È stato difficile abbandonare routine e percorsi conosciuti, lasciare la sicurezza di relazioni consolidate, saltare nel vuoto di una nuova realtà, con nuovi orari e responsabilità.

Giorni intensi in cui il sano entusiasmo tipico di tutte le cose nuove che iniziano si alternava a più di un umano timore.

Sarei riuscita a svolgere bene il mio nuovo lavoro?

Mi sarei integrata con il gruppo di nuovi colleghi?

Stavo facendo la cosa giusta per me e per i miei figli?

Avevo paura perché tutto stava capitando in un momento in cui la mia famiglia richiedeva ancora tante attenzioni: le conseguenze emotive della perdita di mio papà lo scorso anno, mia figlia Gaia che si stava ristabilendo dopo un brutto incidente in bicicletta, mio figlio Francesco nel pieno della fase dei “terribili tre”. Insomma, un casino.

Questa è stata la cornice personale del mio arrivo in Fondazione L’Albero della Vita Onlus come Coordinatore delle Risorse Umane.

Paura, gioia, entusiasmo unite alla consapevolezza di essere davanti al coronamento di un sogno personale che credevo quasi impossibile: lavorare in una ONG.

Una ONG, quanto di più umano ci possa essere, per una come me che ha scelto di lavorare nel settore delle Risorse Umane perché convinta che le persone non siano solo numeri di matricola.

In questa nuova realtà ho scoperto e sto scoprendo ogni giorno la bellezza della gentilezza come modalità di approccio tra colleghi e fra superiori e collaboratori.

Sto conoscendo persone che, da varie strade, sono arrivate a lavorare per una Onlus lasciando anche lavori molto più pagati ma meno appaganti.

Mi sto gustando ogni giorni la soddisfazione di tornare a casa alla sera consapevole di avere contribuito, per la mia piccolissima parte, al lavoro di persone che si prestano al servizio del prossimo, nei contesti più difficili, in favore di quella silenziosa massa che vive ai margini della società.

Ma soprattutto sto scoprendo moltissime storie legate all’attività che Fondazione L’albero della Vita Onlus svolge da più di vent’anni in Italia e nel mondo.

Come le tante piccole e grandi storie legate al progetto dell’affido familiare, istituto importantissimo per la tutela dell’infanzia e della adolescenza.

È proprio da questa voglia di conoscere sempre meglio la mia nuova realtà lavorativa che sono arrivata al libro di Niccolò Agliardi, Per un po’. Storia di un amore possibile (Salani Editore).

Un romanzo ma una storia vera allo stesso tempo.

Niccolò Agliardi è un cantautore, autore e scrittore milanese. Ha 40 anni, una famiglia, degli amici, una vita indipendente, viaggia molto. Un uomo realizzato, certo ogni tanto ha qualche attacco di panico, ma chi non ne ha nella nostra società?

E poi diverse storie d’amore anche importanti ma tutte ormai finite.

E in questa vita che si divide fra musica e scrittura, Niccolò sente che c’è uno spazio che può essere colmato. Anzi, uno spazio che può essere donato.

Donato rendendosi disponibile, e risultando idoneo, per un affido familiare, una particolare forma di affido chiamato prosieguo amministrativo.

Così Niccolò diventa genitore affidatario di Federico, Chicco, che è un ragazzo già maggiorenne, segnato da una vita difficile, con più di un affido precedente terminato male e una madre fragile e inconsapevole di quanto la sua assenza pesi sulla vita del figlio.

L’affido di Federico viene seguito dal personale educativo proprio de L’Albero della Vita, che affianca tanti genitori come Niccolò nel percorso spesso emotivamente pesante di una genitorialità differente, che non inizia con una gestazione, ma da un atto di amore altruistico.

In Per un po’ Agliardi racconta il cammino insieme a Federico, le cui fragilità lo obbligano a fare i conti con le proprie zone d’ombra e tutto il non risolto della sua vita.  

Un cammino pieno di difficoltà nel tentativo di diventare solo un padre e un figlio. Anche solo per un po’.

Ci saranno dei passaggi che vi faranno piangere, altri che vi faranno arrabbiare, altri ancora in cui ritroverete anche un pezzo della vostra storia.

Perché questa storia non è una favola, non ci sono buoni e cattivi. Questa è solo e semplicemente vita vera.

Per un po’ è va letto con il cuore aperto e con la consapevolezza che ci sono delle esistenze che precedono l’inizio del racconto e continuano dopo la fine del libro.

Mi sono ritrovata molto nella profondità delle riflessioni di Niccolò e lo ringrazio per avere regalato al mondo una storia così personale, mettendosi a nudo anche davanti agli occhi troppo spesso giudicanti degli altri genitori.

Per questo per poter parlare di Per un po’, ho sentito che dovevo donarvi anche un piccolo pezzo della mia storia.

E vi ringrazio per avermi letta.

Paola

Per un po’. Storia di un amore possibile è acquistabile anche su Amazon. Clicca QUI per andare direttamente al negozio online.

Se volete conoscere tutte le attività di Fondazione L’Albero della Vita potete visitare il sito web https://www.alberodellavita.org/

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“Torno a casa a piedi” di Jack Jaselli

“Esattamente due anni fa partivo per il mio tour musicale a piedi lungo la Via Francigena.

800 km con zaino e chitarra in spalla. Chilometri di passi, incontri, avventure incredibili e ovviamente musica.

Questo viaggio è diventato un libro. Non vedevo l’ora di dirvelo.”

Jack Jaselli, 13 aprile 2021

Jack Jaselli sul palco della edizione 2020 di Lungo La Strada (Il Portichetto Landriano, Pavia).

In questo primo lunedì di maggio lascio da parte l’appuntamento con i Lune-dì scrittura, dedicati allo storytelling, per parlare invece di Torno a casa a piedi, primo libro del cantautore milanese Jack Jaselli uscito il 27 aprile per DeAgostini.

Chi segue il blog da tempo sa che amo raccontare i libri più che scrivere delle vere e proprie recensioni. In questo caso la premessa è dovuta: conosco personalmente Jack Jaselli dato che ha partecipato a più di una edizione di un evento musicale che si tiene ogni anno nel mio paese, Landriano (in provincia di Pavia), un festival di musica e arte chiamato Lungo la Strada, nato in ricordo di mio fratello Stefano scomparso prematuramente nel 2008.

Sono ovviamente molto legata a questo evento e a tutti gli artisti che negli anni vi hanno partecipato.

La stima che provo per Jack Jaselli come musicista, ma soprattutto come persona dalla grandissima sensibilità e umiltà, è difficilmente riassumibile in poche righe e mi risulta complicato scindere l’autore dal contenuto del libro.

Ma al contrario, mi viene molto semplice raccontarvi perché dovreste leggere Torno a casa a piedi, che io ho letteralmente divorato in una notte di settimana scorsa.

Partiamo da un presupposto: Jack è una di quelle persone con cui partiresti subito per un viaggio all’avventura, con lo zaino in spalla, il sacco a pelo e una manciata di accordi nella chitarra. Un’anima buona.

È un musicista unico nel panorama italiano contemporaneo, difficilmente collocabile in un solo genere: timbro vocale soul e uno stile che sfonda limiti e definizioni passando dal rock al pop, dal folk al blues. Una musica che risente di influenze internazionali, soprattutto statunitensi, tanto che i suoi primi album sono integralmente in inglese. Un crossover musicale che sa di California e di estate, di gavetta nei locali milanesi, di strada e di emozioni. In sintesi, se non conoscete le sue canzoni vi invito a cercarlo su YouTube a comprare i suoi album, capirete subito cosa intendo.

“Si va avanti con il cuore, mica con le gambe.”

Jack Jaselli, Torno a casa a piedi

Dopo anni di meritati successi musicali (giusto un paio di esempi: ha suonato con artisti internazionali come Ben Harper e Jack Savoretti e nel 2016 ha firmato la colonna sonora, insieme a Lorenzo Jovanotti, del film L’estate addosso di Gabriele Muccino) nel 2021 Jack approda alla carta stampata.

Torno a casa piedi racconta un’esperienza forte e totalizzante: il  cammino lungo la via Francigena, che Jack compie nella primavera del 2019, prima di pandemie, lockdown e distanziamento sociale, quando lui, come tanti altri artisti, si nutriva di concerti e live.

Ottocento chilometri da Pavia a Roma, suddivisi in circa trenta tappe e con quindici concerti lungo il percorso.

La copertina di Torno a casa a piedi (DeAgostini)

Jaselli ha quindi percorso una buona parte del tratto italiano della antica via che portava i pellegrini dal nord Europa fino al nostro paese, fino alla Città Eterna.  

Nessun cammino è uguale a un altro, nessuna esperienza è sovrapponibile a quella dei nostri compagni di viaggio, neanche nella medesima fatica: in Torno a casa a piedi Jack Jaselli ci parla del suo approccio laico e curioso alla Francigena, raccontando ogni tappa del viaggio con uno stile che scorre piacevole e veloce come lo slide sulla chitarra. Unendo ricordi della sua vita a riflessioni sul senso del cammino (e pensare che neanche amava camminare, da buon milanese…), Jack condivide anche i momenti vissuti con le persone incontrate nel lungo percorso che ha affrontato nonostante le difficoltà, prima fra tutte la pioggia quasi incessante nel maggio più piovoso degli ultimi vent’anni.

Ogni capitolo una tappa, ogni tappa un nuovo paese e le parole di una canzone come sottotitolo, una scintilla per accendere la curiosità del lettore e portarlo nel punto esatto da dove Jack ci scrive, regalandoci quanto conservato nel suo diario di bordo.

Un libro sul cammino che diventa metafora di ricerca interiore, un viaggio fra il silenzio della natura e il suono della piccola chitarra con cui Jack ha accompagnato i suoi concerti; nota di colore, si tratta di una minuscola chitarra  in formato “tascabile” affettuosamente soprannominata Il Garpez come la gamba di legno del film di Aldo, Giovanni e Giacomo.

Un libro da scoprire per scoprirsi alla fine un po’ tutti pellegrini in questa vita, tutti con la voglia di partire per un nuovo viaggio, ognuno alla ricerca delle proprie risposte e della colonna sonora perfetta.

Vi lascio con il video di una canzone di Jack di qualche anno fa, una delle mie preferite.

Enjoy.

Per maggiori informazioni su Jack Jaselli puoi visitare il sito web ufficiale e le sue pagine social:

https://jackjaselli.com/

https://www.instagram.com/jackjaselli/?hl=it

https://www.facebook.com/jackjaselliofficial

Trovi la registrazione del documentario “Torno a casa”, trasmesso a ottobre 2019 su Discovery+, a questo link:

https://www.discoveryplus.it/programmi/torno-a-casa

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Paola Cavioni

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Righe su “Brevemente risplendiamo sulla terra” di Ocean Vuong

Brevemente risplendiamo sulla terra, di Ocean Vuong (traduzione di Claudia Durastanti, La Nave di Teseo Editore, Milano)

“Ciao Ma’, ti scrivo per avvicinarmi a te, anche se ogni parola che butto giù è una parola in più che ci allontana. Scrivo per tornare indietro nel tempo, a quella piazzola di sosta in Virginia, dove in preda all’orrore ti sei messa a fissare quel cervo imbalsamato appeso […] accanto ai bagni, le sue corna che ti ombreggiavano il viso.”

“Dicono che ogni fiocco di neve sia diverso dall’altro, ma la tormenta ci ricopre tutti allo stesso modo. Un amico in Norvegia mi ha raccontato la storia di un pittore che è uscito durante una tempesta alla ricerca della giusta sfumatura di verde, e non è mai tornato.”

(Brevemente risplendiamo sulla terra)

Una breve recensione di sabato mattina.

Little Dog arriva in America nel 1990. Vive con la madre Rose e la nonna Lan, sopravvissute alla guerra del Vietnam. Sopravvissute fisicamente ma con l’anima distrutta dai fantasmi degli orrori passati, sia vissuti in prima persona che quelli di cui sono state spettatrici.

Little Dog sa di avere una vita diversa da quella dei suoi coetanei americani. Non parla come loro, non si veste come loro, non ha una madre come la loro, non ha una famiglia come la loro.

Come tutti gli adolescenti, è in cerca del suo posto nel mondo.

La ricerca della sua identità passa attraverso il rapporto con la madre, che soffre di un disturbo da stress post traumatico, la nonna che vive in un mondo tutto suo e i sentimenti che non può nascondere nei confronti di un coetaneo problematico.

Brevemente risplendiamo sulla terra è un romanzo di formazione che unisce uno stile poetico alla descrizione cruda e cruenta di un’adolescenza “diversa” da quella che ci si aspetta dal sogno americano. Un romanzo che fa riflettere sugli effetti che la guerra del Vietnam ha lasciato in coloro che sono sopravvissuti e che rappresenta una voce assolutamente fuori dal coro rispetto al panorama della narrativa statunitense contemporanea per la potenza della sua narrazione.

L’autore

Ocean Vuong nasce in Vietnam nel 1988 e, proprio come il protagonista del suo romanzo, si trasferisce negli Stati Uniti con la famiglia quando è solo un bambino. Dopo una raccolta di poesie (Cielo notturno con fiori d’uscita), Brevemente risplendiamo sulla terra è il suo romanzo d’esordio, in corso di traduzione in 21 lingue.

Paola Cavioni

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Righe su “Elisabetta e le altre” di Eva Grippa.

Elisabetta e le altre. Dieci donne per raccontare la vera regina, di Eva Grippa con prefazione di Enrico Franceschini (DeAgostini Editore, 2021).

Pochissimi giorni fa DeAgostini ha pubblicato un libro che racconta la Regina Elisabetta partendo dalle storie di dieci donne della sua vita. Non ne manca nessuna: ci sono madri, sorelle, figlie, nipoti e nuore.

Il 2021 per la monarchia inglese è un anno importante: si festeggiano i dieci anni di matrimonio di William e Kate, i novantacinque della regina, l’anno del consolidamento della Brexit e della Megxit. Lady Diana avrebbe compiuto sessant’anni. Se fosse stata ancora la Principessa Diana chissà quale festa sarebbe stata in tutto il Regno Unito.

A giugno il Principe Filippo avrebbe compiuto cento anni, se non fosse che il 9 aprile i riflettori si sono spenti sulla lunga vita del tenente Philip Mountbatten, Sua Altezza Reale il Duca di Edimburgo.

Che smacco per il Principe Carlo, proprio il 9 aprile: il giorno dell’anniversario di matrimonio di Carlo e Camilla. Giorno evidentemente infausto dato che nel 2005 la coppia, dopo oltre trent’anni di relazione più o meno clandestina, aveva dovuto posticipare le nozze di un giorno (fissate per l’8 aprile)perché Carlo doveva essere a Roma, presente ai funerali di papa Giovanni Paolo II.

Ma tornando al libro, chi sono queste donne, di cui grazie alle parole di Eva Grippa conosciamo vizi, virtù e soprannomi?

Il libro segue un ordine strettamente cronologico dall’infanzia di Elisabetta, Lilibet, prima ancora di essere l’erede al trono d’Inghilterra. Lei, appartenente ad un ramo cadetto della famiglia Windsor, non era destinata a diventare regina. Almeno fino a quando non è arrivata Wallis Simpson.

Nell’infanzia della regina c’è Marion Crawford, detta Crawfie. Marion è la tata delle giovanissime Elisabeth e Margaret, molto amata dalle due sorelle ma che subisce una vera damnatio memoriae alla fine del suo servizio a seguito della pubblicazione, nel 1950, del libro scandalistico The Little Princesses. Libro che la Regina Madre commenta con un flemmatico “È uscita di senno” riferendosi alla sua autrice ed ormai ex collaboratrice.

Elizabeth Bowes-Lyon, la Regina Madre, mummy, vero simbolo del secolo passato perché nasce nel 1900 e muore alla veneranda età di centodue anni, dopo aver seppellito un marito e una figlia. Dotata da Madre Natura di un viso che sembra sempre sorridente, rotondetta e rassicurante, tanto che la cognata Wallis Simpson (con la quale non correrà mai buon sangue) la chiama Cookie, biscotto. Con le figlie, in particolare con Elisabetta, ha un rapporto speciale. Oltre che con il gin.

Più controverso è invece il rapporto con Filippo.

“Era soprattutto l’ascendenza tedesca di Filippo a disturbarla: era nato principe di Grecia in una casa reale derivata da ceppi tedesco-danesi, che gli avevano dato il cognome di Schleswig-Holstein-Soderburg-Glücksburg, poi cambiato in Mountbatten come adattamento del cognome di sua madre, Battenberg. Un certo legame con il partito nazista delle sorelle di Filippo non farà che confermare l’antipatia. Mummy sapeva quanto la figlia fosse innamorata di lui, ma ciò non le ha impedito di combattere contro il genero una sottile guerra tra le mura delle residenze di corte.”

C’è sua Altezza Reale la Principessa Margaret, contessa di Snowdon, donna tanto bella ed elegante quanto sfortunata, in amore e non solo. Muore lo stesso anno di sua madre, anzi poco prima, e possiamo solo immaginare quanto sia stato difficile per la Regine Elisabetta perderle a così poca distanza l’una dall’altra. Leggendo la sua storia penso che l’appellativo di principessa triste sia più adatto a lei che a Diana Spencer.

È il turno poi di Wallis Simpson, That woman (quella donna). Pietra dello scandalo nella famiglia Windsor perché pluri divorziata e filo nazista, donna assolutamente indipendente e pronta a tutto pur di difendere il suo amore, tanto osteggiato e non creduto, per Edoardo VIII, in questo forse spirito guida della bella Meghan Markle.

La principessa reale Anna, unica figlia femmina di Elisabetta, che con la madre condivide l’amore per i cani,  la vita all’aria aperta e l’impegno nella vita pubblica. È anche l’unico membro della famiglia reale che abbia mai partecipato ai Giochi olimpici. Una donna, tanto per dire.

Lady Diana Spencer, sulla quale ormai si è detto e scritto qualunque cosa, fino a farla diventare quasi una figura al limite del mitologico, cui per contrasto viene associata la scandalosa, e forse un po’ sgraziata, Sarah Ferguson, che solo di recente ha riconquistato la simpatia e la stima della Regina Elisabetta.

Chiudono il libro la sempre presente Camilla Parker Bowles, la Queen to be Kate Middleton e l’ultima arrivata (per modo di dire) Meghan Markle, che non ha saputo adeguarsi alla vita di corte. Henry forse non conosce il significato del proverbio “mogli e buoi dei paesi tuoi”, ma credo che ora, lontano dai flash dei paparazzi che tanto sono costati nella vita della sua famiglia, sia un uomo più felice e realizzato.

La vita della Regina Elisabetta e di chi ha fatto e fa parte, a vario titolo, della famiglia reale, è cosparsa di scandali, tradimenti, divorzi, grandi amori e figli illegittimi. Ma lei ha saputo sempre tenere fede al suo motto: never complain never explain, mai lamentarsi e mai dare spiegazioni.

Eva Grippa ci accompagna in un viaggio piacevole, fatto di storia, di etichetta ma anche di gesti spontanei, di ripicche e aneddoti assolutamente inediti. Un libro fondamentale per capire la personalità della regina come donna e come leader di una potenza quale è quella inglese e dell’intero Commonwealth.

Leggere Elisabetta e le altre in questi giorni porta con sé inevitabilmente un velo di tristezza, al pensiero che, fra tante donne, ora Elisabetta II, la regina dei record, abbia perso il suo uomo, il suo grande amore, il suo Cabbage (cavolo), come affettuosamente lo chiamava.

Ma così è la vita, anche i ricchi (e i nobili) piangono.

Paola Cavioni

Eva Grippa è giornalista di Repubblica dal 2004 e royal watcher per passione e professione.

Il libro Elisabetta e le altre è acquistabile anche su Amazon. Clicca QUI per andare direttamente allo shop dal link affiliazione di Righediarte.

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Un pò più avanti

A mio padre

Un po’ più avanti.

È così che ti immagino, solamente un po’ più avanti a me, papà.

Posso vedere la tua schiena, ma non il tuo viso.

Posso sentire la tua voce, ma non posso abbracciarti.

Posso sognarti, ma non posso averti qui quando mi sveglio.

Ma ti immagino così, che cammini ancora davanti a me e in qualche modo mi indichi la strada.  

La strada che avremmo dovuto ancora percorrere insieme.

Io ti penso ogni giorno e ho il cuore pieno di ricordi.

Tu però aspettami a braccia aperte.

Sei solo un po’ più avanti.

Tua figlia

Paola

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Righe su “Canto della pianura” di Kent Haruf

Well, my sense of humanity has gone down the drain

Well, my sense of humanity has gone down the drain

Behind every beautiful thing there’s been some kind of pain

She wrote me a letter and she wrote it so kind

She put down in writin’ what was in her mind

I just don’t see why I should even care

It’s not dark yet but it’s gettin’ there

(Bene, la mia umanità è andata nella fogna

Dietro ogni cosa bella, c’è sempre qualche tipo di dolore

Lei mi ha scritto una lettera ed era così dolce

Nelle parole ha messo tutto quello che aveva in testa

Ma perché tutto questo dovrebbe importarmi?

Non è ancora buio, ma lo sarà fra poco)


Not dark yet, Bob Dylan

Canto della pianura (Plainsong, Enne Enne Editore, 2015. Traduzione di Fabio Cremonesi)

Meno di un mese fa ho condiviso sul blog la recensione di La strada di casa.

Oggi torno a parlarvi nuovamente di Kent Haruf con il secondo romanzo della Trilogia della Pianura (il primo è Benedizione, il terzo Crepuscolo, e lo so che non sto andando in ordine ma come dice Karl Kraus “Ben venga il caos, perché l’ordine non ha mai funzionato”)

Il magnifico Canto della pianura è del 1999 e consacra definitivamente il suo autore nell’olimpo della grande letteratura americana, accanto a nomi come Hemingway, Faulkner, Carver e Chandler, ai quali spesso Haruf viene paragonato.

Un libro che è realmente un canto, un romanzo corale ambientato nella tanto amata Holt, che se seppur non esista sembra di vederla sulla cartina, proprio lì accanto a Denver, nell’America che più rurale di così non si può.

Canto della pianura all’interno della Trilogia è il libro dedicato al tema della nascita: un viaggio lungo nove mesi in cui ci accompagnano Tom Guthrie con i figli Ike e Bobby, Vittoria Roubideaux che si trova a dovere affrontare una gravidanza in età adolescenziale, senza un compagno, o meglio con un ex fidanzato che non si può proprio definire un gentiluomo, e con la madre che la caccia di casa, i due anziani fratelli McPheron che sono chiamati ad un compito molto lontano dalla loro natura solitaria e schiva, e poi ci sono Ella, Maggie Jones e gli altri che si muovono sullo sfondo.  

La trama è tutta qua, uno spaccato di nove mesi o poco più nelle vite di un gruppo di persone di Holt che affrontano i problemi del quotidiano: matrimoni che finiscono e figli da crescere, adolescenti difficili, bambini che scoprono come si nasce e come si muore, ragazzine che diventano donne pur non essendo mai state del tutto amate come figlie.

Kent Haruf è un maestro nella tessitura di trame che si intrecciano solo al momento giusto, non un minuto prima; ci fa scorrere sotto agli occhi le vite dei personaggi che alla fine in un modo o nell’altro si ricongiungono, ognuna con le proprie ferite più o meno rimarginate.

E poi quello stile inconfondibile nei dialoghi, che seppure non sono mai indicati dalle virgolette non affogano nel resto del testo. I protagonisti prendono davvero la parola, la vita e si animano davanti al lettore.

Canto della pianura è un fiume in piena, un film che non si può smettere di guardare, idealmente da leggere senza soluzione di continuità.  

Ho terminato la lettura di questo romanzo con le lacrime agli occhi e l’ammirazione sempre più grande nei confronti di un autore che forse ci ha lasciato orfani troppo presto, a poco più di settant’anni nel 2014, che avrebbe potuto regalarci ancora tanta emozione e tanta vita fra le pagine dei suoi libri.

Chiudo con due parole sul lavoro di traduzione di Fabio Cremonesi, che è la voce italiana di Haruf. Chi leggerà il libro si renderà conto, almeno in un paio di occasioni, di quanto possa essere stato difficile rendere in italiano dei termini tecnici legati alla vita rurale, senza però perdere nulla della potenza di quelle particolari scene (che non vi anticipo perché dovete “godervele” in tutto e per tutto). Quindi chapeau, Fabio Cremonesi.

Paola Cavioni

I romanzi di Kent Haruf si possono acquistare anche su Amazon, clicca sul titolo del romanzo per andare direttamente al negozio dal link affiliazione di Righe di Arte:

Leggi la recensione di La strada di casa cliccando QUI.

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Righe su La moglie di Ponzio Pilato di Massimo Trifirò (NeptUranus editore)

La semineranno per mare e per terra
tra boschi e città la tua buona novella,
ma questo domani, con fede migliore,
stasera è più forte il terrore.

Nessuno di loro ti grida un addio
per esser scoperto cugino di Dio:
gli apostoli han chiuso le gole alla voce,
fratello che sanguini in croce.

Via della Croce, Fabrizio de Andrè (La buona novella)

Quale occasione migliore degli auguri di Pasqua per parlarvi del libro La moglie di Ponzio Pilato. Tradire se stessi per la verità di Massimo Trifirò, edito da NeptUranus nella collana Il nome della prosa.

Ringrazio la casa editrice per avermi inviato copia dell’opera; un libro particolare e unico nel suo genere, a metà fra il saggio storico e il racconto breve, che offre un punto di vista differente sulla vicenda storica di Gesù di Nazareth, partendo proprio dal racconto de sogno di Claudia Procula, per poi spostarsi sulla ricostruzione prettamente storica delle vicende che portano alla morte di Gesù Cristo.

La romana Claudia Valeria Procula, moglie del governatore Ponzio Pilato, nei Vangeli canonici è nominata una sola volta dall’evangelista Matteo, in poco più di una riga.

Gesù, dopo essere stato giudicato dal sommo sacerdote Caifa, si trova davanti a Ponzio Pilato, l’uomo che ha il potere e l’autorità per confermare la sua condanna alla crocifissione oppure liberarlo.

In occasione della festa, il governatore era solito rilasciare al popolo un detenuto a loro scelta. In quel tempo c’era un prigioniero distinto, di nome Barabba.

Mentre essi erano radunati, Pilato domandò: “Chi volete che vi rilasci, Barabba o Gesù, quello che è chiamato Cristo?”.

Sapeva, infatti, che per odio l’avevano consegnato.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie mandò a dirgli: “Nulla vi sia fra te e questo giusto, poiché oggi ho molto sofferto in sogno a causa sua”.

Dal Vangelo secondo Matteo 27, 15-19

Mentre alcuni dei suoi discepoli lo tradiscono, lo rinnegano e cercano di salvarsi per non fare la fine del loro maestro, una donna romana, una first lady come la chiameremmo oggi, si schiera dalla parte di Gesù.

Mentre la folla inneggia la liberazione di Barabba, Claudia chiede che si risparmi la vita a un uomo giusto.

Con un atto di coraggio, che dice molto del rapporto che poteva esserci con il marito, chiede la liberazione di Cristo quasi come un favore personale, perché turbata da un sogno di cui possiamo solo ipotizzare il contenuto.

Un sogno che avrebbe potuto cambiare la Storia dell’umanità se solo Pilato l’avesse ascoltata.

E chissà quali scenari si sarebbero aperti se in una remota provincia romana, oltre duemila anni fa, Gesù Cristo non fosse morto da martire e gli evangelisti non avessero raccontato la sua storia.

Forse sarebbe rimasto solo uno dei tanti profeti? Chi può dirlo.

Claudia Valeria Procula, donna romana e di nobili origini, va contro la cultura dalla quale proviene perché sente che quella è la cosa giusta da fare.

Sembra addirittura che appartenesse alla dinastia Giulio-Claudia perché figlia di Giulia Maggiore (e quindi nipote di Giulio Cesare) ma nata al di fuori del matrimonio con l’imperatore Tiberio, che era il terzo marito di Giulia. Insomma, ce n’è per una soap opera solo per ricostruire il suo albero genealogico, era inevitabile che la sua figura diventasse mitica.

Nonostante l’esiguo spazio dedicatole nei Vangeli, Procula è venerata nella Chiesa Ortodossa e la sua figura storica è ampiamente documentata nell’arte figurativa e anche nel cinema (se volete approfondire vi consiglio di guardare La tunica e The Passion, in cui Claudia Procula ha il volto di Claudia Gerini). Segno quindi che non è riuscita a salvare Gesù, ma è diventata lei stessa immortale.

Vi consiglio di approcciarvi al libro di Massimo Trifirò, che racconta molto di più di quanto ho brevemente riassunto in questo post, con la voglia e la curiosità di esplorare la vicenda umana di Gesù Cristo, oltre che la valenza storica e religiosa. Un libro che regala molti spunti di riflessione e spazio per approfondimento personale, se si è curiosi di conoscere quello che volente o nolente è parte del retaggio culturale occidentale.

Ora concludo con gli auguri di una serena Pasqua, vi lascio al vostro pranzo di festa (nel rispetto di tutte le norme per il contenimento della pandemia) e vi auguro di passare comunque una bella giornata in serenità, in compagnia delle persone che amate.

Buona Pasqua

Paola Cavioni

La casa editrice

NeptUranus è una piccola casa editrice che propone un numero limitato di titoli scelti con cura, suddivisi in tre collane dai nomi assolutamente geniali: Fuorismi, Increspature e Il nome della Prosa.

Il motto di NeptUranus è “Meglio essere dilettanti che lavorano in maniera professionale, piuttosto che essere professionisti che operano in modo dilettantesco.”

www.nepturanus.com

info@nepturanus.com

L’autore

Massimo Trifirò nasce a Lecco, città della quale è Cittadino Benemerito.

Ha una laurea in Scienze Politiche con specializzazione in Storia.

È autore di numerosi saggi  e racconti (La lama nel buio, Il dono della lentezza, Racconti tra Lecco e Oggiono).

Con NeptUranus ha pubblicato anche La necessità del bene, Vide e credette, La buona notizia.

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Il tema delle medie

“Su una curva lungo il viaggio dei tuoi giorni
Capirai che la versione dei ricordi
È polvere sul cuore da soffiare via”

(La mia versione dei ricordi, Francesco Gabbani)

Frugando fra le carte a casa dei miei genitori ho trovato un tesoro.

Una cartelletta un po’ sciupata che gelosamente conservava le brutte copie di una quindicina di miei temi.

Compiti in classe che portano la data del 1998, quando ero alle scuole medie e avevo la professoressa Daniela per letteratura e storia. Daniela era la classica professoressa che incuteva timore e riverenza. Perché lei non si accontentava della mediocrità: spingeva sempre i suoi studenti a dare il massimo delle loro possibilità. E aveva ragione.

È la professoressa che ora vorrei per i miei figli, anche se all’epoca non lo avrei detto neanche sotto tortura.

In alcuni di questi fogli la calligrafia è curata e precisa, in altri frettolosa e disordinata. I contrasti tipici dell’adolescenza, di chi ha ancora un piede nell’infanzia e un altro nella vita adulta.

A ripensarci ora, gli anni migliori della mia vita, anche se alle medie ero una ragazzina timida, introversa, con l’insicurezza di chi non riesce ancora a convivere con il proprio corpo e la testa proiettata in avanti.  

Ho riletto tutti i temi con un misto d’imbarazzo e nostalgia, come se stessi parlando con la me di oltre vent’anni fa, con le pagine di un diario senza logica, dato che nelle brutte copie non ho riportato la consegna del compito.

E penso, come sarà rileggere queste righe fra altri vent’anni?

A tredici anni scrivevo: “io mi auguro che valori quali l’amore per la vita, l’impegno e il sapersi proporre come modelli positivi siano ancora condivisibili da tutti. La società non potrebbe andare avanti se alcuni non credessero fermamente in questi principi. Personalmente ritengo che la vita sia un dono e come tale vada rispettata.”

A quasi trentasei anni, per fortuna non ho cambiato idea, almeno su questo.

Sfoglio queste pagine e leggo che in alcuni temi ci veniva chiesto di parlare di cosa avremmo voluto fare “da grandi”, quali erano i nostri progetti per il futuro. E lì uscivano i desideri più assurdi, ma anche più veri.

Alcuni di questi temo che ormai rimarranno solo desideri (volevo diventare la più grande fumettista del mondo. Non lo diventerò mai, ma almeno non ho perso la voglia di disegnare). Altri mi hanno fatto tornare alla mente progetti che non devo assolutamente abbandonare, come visitare il Canada, non appena il mio portafoglio me lo permetterà.

E poi ho ricordato anche l’ansia che provavo ogni volta prima dell’inizio del compito in classe, quella paura dell’incertezza. Quale sarebbe stata la consegna? Sarei stata capace di scrivere come volevo?

Avrei trovato le parole?

Ora invece provo solo tanta tenerezza per queste pagine così piene di vita e di desideri.

Chissà, forse un giorno da uno di questi temi che sono sbucati come tanti regali inaspettati riuscirò a tirare fuori un racconto che dedicherò alla professoressa Daniela, come quella storia che mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe perché le era tanto piaciuta.  

Da queste righe scritte a mano però, oggi, ho capito una cosa.

Che il tempo che passa e i pensieri dell’età adulta non devono mai spegnere la voglia di esplorare e di esplorarsi, di volare con la fantasia lasciando, se occorre, la coerenza da parte.

Voi ve li ricordate i temi della scuola?

Paola Cavioni

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Righe su “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Non lasciarmi (Never let me go, Einaudi 2005, traduzione di Paola Novarese)

“Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre […] Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell’insieme, lo sono io. I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto.”

Per parlare di Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (nato in Giappone nel 1954 ma cresciuto in Inghilterra) è obbligatoria una premessa: bisogna per forza dare qualche anticipazione sulla trama e sui protagonisti del romanzo, senza ovviamente svelarne il finale (penso che non me lo perdonereste mai).

Partiamo dalla definizione: Non lasciarmi è un romanzo ucronico (che parolone per un venerdì pomeriggio).

Cosa vuol dire questo termine dal suono così duro?

Il romanzo ucronico (letteralmente “di nessun tempo”) è un genere di narrativa, a metà fra il romanzo fantastico, lo storico e per certi versi il fantasy, che parte dalla premessa che la storia del mondo abbia avuto un corso differente rispetto alla realtà (per gli amanti del cinema, Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino è un esempio dello stesso genere di narrazione).

Non lasciarmi inizia in Inghilterra alla fine degli anni ‘90, ma poi è tutto un lungo flashback.

Il mondo è quello che conosciamo, tranne per i protagonisti della storia.

Kathy (la voce narrante), Tommy e Ruth vivono insieme ad altri ragazzi ad Hailsham, un collegio immerso nella campagna inglese. I ragazzi che vivono e studiano in questo collegio che sembra una comune non hanno cognome (solo una lettera puntata, Kathy H.), non hanno fratelli o sorelle, non hanno genitori o famiglia, ma non sono neanche orfani, e non possono avere figli.

Ad Hailsham i ragazzi studiano l’arte e la letteratura con i loro insegnanti ma scoprono anche ogni giorno cosa significano sentimenti come amicizia e amore vivendo sempre in compagnia di coetanei, e si interrogano sul loro futuro fuori dal collegio.

La responsabile della struttura è una donna che tutti conoscono come Madame, che regolarmente selezione e porta via con sé le opere d’arte migliori prodotte dagli ospiti della scuola.

Ma cosa rende così particolari Kathy, insieme agli altri ragazzi, e soprattutto il loro istituto?

Ed è qui che bisogna anticipare il tema fondamentale del libro per poterne parlare.

Gli ospiti del collegio non sono ragazzi normali perché, più o meno a metà del libro, scopriamo che sono dei cloni umani creati appositamente per diventare, un giorno, donatori di organi.

Esseri viventi, con dei sentimenti, destinati ad essere fatti “a pezzi” per salvare altre vite.

Nel loro futuro non ci può essere un lavoro, una famiglia, dei viaggi, perché il loro destino è stato scritto nel momento stesso della loro creazione. Ma forse una speranza c’è, e ha molto a che fare con l’amore… Ma mi fermo qua per non togliere l’effetto sorpresa.

Dal punto di vista narrativo, il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono grosso modo al racconto di infanzia, adolescenza e età adulta.

Non lasciarmi è scritto con lo stile inconfondibile e già maturo di Ishiguro, sul quale non è necessario spendere parole dato che parla per lui la sua vittoria al Nobel per la Letteratura nel 2017.

La grande forza del romanzo risiede nella domanda drammaturgica che fa nascere la storia: è giusto creare una vita e sacrificarla per salvarne un’altra?

Fino a che punto la scienza si può muovere, entrando in modo preponderante nel campo dell’etica e della morale?

Le domande ovviamente rimangono senza risposta, ognuno trovi la propria.

Quello che posso dire è che personalmente rilevo altre due critiche alla società moderna occidentale.

La prima è il fatto che i ragazzi di Hailsham studino materie artistiche. Forse perché queste sono considerate dalla società come inutili e superficiali? È più sacrificabile un futuro Pablo Picasso oppure un futuro Stephen Hawking? L’arte costringe lo spirito ad una evoluzione, ma forse non è quello che la società occidentale materialista vuole.

Il secondo tema, preponderante, è legato al fatto che ognuno di noi, quando nasce, abbia già un destino che è in gran parte segnato. Segnato dalla propria condizione famigliare, dal proprio paese, dal proprio stato di. Non sono molti quelli che riescono a sottrarsi a questo destino, che nella società in cui viviamo consiste per molti nel prendere un titolo di studio, trovare un lavoro, comprare una casa, fare figli e lavorare fino alla pensione o fino alla morte. Che comunque alla fine arriva per tutti, indipendentemente dalla nostra felicità in questo mondo.

È quindi un libro che, in ultima analisi, ci parla di amore, ma anche di cosa vuol dire veramente felicità e libertà.

Nel 2010 dal romanzo di Ishiguro è stato tratto un film omonimo diretto da Mark Romanek e ha, tra i protagonisti, anche Keira Knightley nel ruolo di Ruth. Carey Mulligan presta il volto a Kathy.

La pellicola si aggiudica il British Independent Film Award nello stesso anno della sua uscita.

Paola Cavioni

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Puoi leggere la mia recensione di Quel che resta del giorno, il più famoso dei romanzi di Kazuo Ishiguro, al seguente link: https://righediarte.com/tag/ishiguro/

Righe su “La strada di casa” di Kent Haruf

“I come from down in the valley
Where, mister, when you’re young
They bring you up to do like your daddy done”

(Vengo dal fondo della valle dove, signore, quando sei giovane ti fanno crescere per fare il lavoro di tuo padre)

The River, Bruce Springsteen

La strada di casa, Kent Haruf (NNEDITORE)

“Alla fine Jack Burdette tornò a Holt. Nessuno di noi se l’aspettava più. Erano otto anni che se n’era andato e per tutto quel tempo nessuno aveva saputo niente di lui. Persino la polizia aveva smesso di cercarlo. Avevano ricostruito i suoi movimenti fino in California, ma dopo il suo arrivo a Los Angeles se l’erano perso e a un certo punto avevano rinunciato. Quindi nell’autunno del 1985, per quanto se e sapeva, Burdette era ancora là. Era ancora in California, e noi ci eravamo quasi dimenticati di lui.”

È su quest’ultimo quasi che si regge tutta la trama di La strada di casa di Kent Haruf (1943-2014), romanzo del 1990 uscito prima della più nota Trilogia della pianura (Benedizione, Canto della pianura, Crepuscolo).

Il titolo inglese originale è in realtà molto più significativo, ai fini della comprensione della storia, di quello italiano: Where You Once Belonged, il posto a cui un tempo appartenevi.

Una sfumatura semantica e una carica emozionale diversa rispetto a La strada di casa, che comunque è un buon titolo.

La storia è sì quella di una partenza e di un ritorno a casa: è la storia di Jack Burdette, raccontata dell’amico Pat Arbuckle, che si svolge in un arco temporale che va dagli anni ’60 al 1985. Dalla nascita al momento della sua scomparsa di Jack da Holt, proprio nel momento in cui sta per diventare padre per la terza volta, e fino al suo ritorno inaspettato che porta non poco scompiglio nelle vite delle persone che lo hanno conosciuto.

Holt è la cittadina, inventata, dell’America rurale che fa da sfondo a tutti i romanzi di Haruf, con i suoi personaggi dalle anime graffiate, dove nessuno è destinato alla redenzione e tutti devono sottostare alla teoria del caos e all’effetto farfalla.

“Boulder [Università ndr] era uno stagno ben più profondo di quanto non si aspettassero quei due ragazzi della contea di Holt.”

Nel film Big Fish di Tim Burton c’è una bella frase che pronuncia il protagonista Ewan McGregor: “tenuto in un piccolo vaso, il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica, o quadruplica la sua grandezza”.

Ne La strada di casa Haruf ci dice esattamente l’opposto. Ci dice che quello che in una realtà piccola può sembrare un pesce grosso, tolto dal suo contesto e messo nella vasca dei pesci grandi, si rivela in realtà solo un piccolo pesce rosso, che per sopravvivere deve comportarsi come un predatore.

Il come sarà proprio Pat a spiegarcelo nel corso della narrazione.

La strada di casa emoziona, fa arrabbiare, fa piangere, fa riflettere su cosa vuol dire amare, sul senso di giustizia e soprattutto di ingiustizia di chi non riesce a fare pace con le proprie radici.

Un romanzo che tocca dei punti altissimi di capacità di scrittura, di resa delle immagini, con descrizioni sintetiche e precise come tocchi in punta di fioretto.

Un romanzo per chi ama la buona scrittura e le buone storie, che lascia nelle orecchie il suono metallico e malinconico dell’armonica di Bruce Springsteen e la sensazione destabilizzante, da pugno in faccia, dei libri di Raymond Carver.  

E l’immensa capacità di Haruf di fare assurgere gli altari della Grande Letteratura e a rendere immortale il solo apparente ordinario della vita nella provincia americana.

Paola Cavioni

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