Il tema delle medie

“Su una curva lungo il viaggio dei tuoi giorni
Capirai che la versione dei ricordi
È polvere sul cuore da soffiare via”

(La mia versione dei ricordi, Francesco Gabbani)

Frugando fra le carte a casa dei miei genitori ho trovato un tesoro.

Una cartelletta un po’ sciupata che gelosamente conservava le brutte copie di una quindicina di miei temi.

Compiti in classe che portano la data del 1998, quando ero alle scuole medie e avevo la professoressa Daniela per letteratura e storia. Daniela era la classica professoressa che incuteva timore e riverenza. Perché lei non si accontentava della mediocrità: spingeva sempre i suoi studenti a dare il massimo delle loro possibilità. E aveva ragione.

È la professoressa che ora vorrei per i miei figli, anche se all’epoca non lo avrei detto neanche sotto tortura.

In alcuni di questi fogli la calligrafia è curata e precisa, in altri frettolosa e disordinata. I contrasti tipici dell’adolescenza, di chi ha ancora un piede nell’infanzia e un altro nella vita adulta.

A ripensarci ora, gli anni migliori della mia vita, anche se alle medie ero una ragazzina timida, introversa, con l’insicurezza di chi non riesce ancora a convivere con il proprio corpo e la testa proiettata in avanti.  

Ho riletto tutti i temi con un misto d’imbarazzo e nostalgia, come se stessi parlando con la me di oltre vent’anni fa, con le pagine di un diario senza logica, dato che nelle brutte copie non ho riportato la consegna del compito.

E penso, come sarà rileggere queste righe fra altri vent’anni?

A tredici anni scrivevo: “io mi auguro che valori quali l’amore per la vita, l’impegno e il sapersi proporre come modelli positivi siano ancora condivisibili da tutti. La società non potrebbe andare avanti se alcuni non credessero fermamente in questi principi. Personalmente ritengo che la vita sia un dono e come tale vada rispettata.”

A quasi trentasei anni, per fortuna non ho cambiato idea, almeno su questo.

Sfoglio queste pagine e leggo che in alcuni temi ci veniva chiesto di parlare di cosa avremmo voluto fare “da grandi”, quali erano i nostri progetti per il futuro. E lì uscivano i desideri più assurdi, ma anche più veri.

Alcuni di questi temo che ormai rimarranno solo desideri (volevo diventare la più grande fumettista del mondo. Non lo diventerò mai, ma almeno non ho perso la voglia di disegnare). Altri mi hanno fatto tornare alla mente progetti che non devo assolutamente abbandonare, come visitare il Canada, non appena il mio portafoglio me lo permetterà.

E poi ho ricordato anche l’ansia che provavo ogni volta prima dell’inizio del compito in classe, quella paura dell’incertezza. Quale sarebbe stata la consegna? Sarei stata capace di scrivere come volevo?

Avrei trovato le parole?

Ora invece provo solo tanta tenerezza per queste pagine così piene di vita e di desideri.

Chissà, forse un giorno da uno di questi temi che sono sbucati come tanti regali inaspettati riuscirò a tirare fuori un racconto che dedicherò alla professoressa Daniela, come quella storia che mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe perché le era tanto piaciuta.  

Da queste righe scritte a mano però, oggi, ho capito una cosa.

Che il tempo che passa e i pensieri dell’età adulta non devono mai spegnere la voglia di esplorare e di esplorarsi, di volare con la fantasia lasciando, se occorre, la coerenza da parte.

Voi ve li ricordate i temi della scuola?

Paola Cavioni

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“Trilogia di New York” di Paul Auster e la scrittura perfetta

“I libri vanno letti con la stessa cura e la stessa riservatezza con cui sono stati scritti.”

Paul Auster

Paul Auster, La trilogia di New York, edito da Einaudi

Scrivere della Trilogia di New York mi ha messo in difficoltà. Più che altro, mi ci è voluto parecchio tempo per mettere insieme le parole  più adatte in uno scritto degno dello stile di Paul Auster (o almeno ci provo)  per parlare di un libro che ho scoperto lo scorso settembre e che ho letto in un paio di giorni.

Per chi ama scrivere, come me, ogni lettura è fonte di miglioramento per affinare il proprio stile, ogni nuovo autore scoperto rappresenta un maestro da cui carpire tecniche e segreti. Leggere la Trilogia è un’illuminazione.

Perché la scrittura di Paul Auster è essenziale, asciutta, senza fronzoli. Niente di più, niente di meno. Perfetta.

Auster è un architetto delle parole, che costruisce periodi, psicologia dei personaggi, capitoli e intrecci, con la stessa pulizia ed eleganza delle architetture moderniste di Mies Van Der Rohe. Questo per quanto riguarda lo stile, perché il contenuto è un’altra storia… La Trilogia  infatti è una discesa negli inferi della vita frenetica e alienante della New York degli anni ’80, un’esplorazione dell’animo umano nelle sue tante sfaccettature fra nevrosi e follie.

Una scrittura diretta, ipnotica e allo stesso tempo ruvida, che ricorda molto lo stile di Charles Willeford. C’è infatti più di un’analogia fra i due autori. Una fra tutte è il richiamo al Walden di Henry David Thoreau, ma lascerò scoprire a voi tutti gli indizi e le somiglianze disseminati qua e là nelle opere e nelle biografie dei due scrittori americani.

Se non avete ancora letto Willeford, vi invito a farlo; so che invece Thoreau mette in difficoltà anche le menti più allenate alla lettura, ma conviene comunque provare a conoscerlo.

La Trilogia si compone di tre romanzi brevi: Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa. La sua pubblicazione nella metà degli anni ‘80 consacra lo scrittore nell’olimpo della letteratura americana contemporanea, destinandolo all’immortalità.

Nella Trilogia ci sono più storie che si rincorrono e si chiudono una nell’altra come una matrioska, un libro nel libro, con i personaggi che sembrano richiamarsi gli uni con gli altri e moltiplicarsi. 

Tre romanzi che hanno protagonisti dall’identità confusa, che cambiano nome o che non lo hanno (Città di Vetro), che sono giochi di colori (Fantasmi), che scambiano la loro vita con quella di amici scomparsi (La stanza chiusa).

E ci sono anche altri elementi comuni in tutte e tre i racconti: la follia, i pedinamenti, il taccuino, la descrizione della vita dello scrittore spiantato. Nella Trilogia infatti c’è anche tanto della biografia dell’autore, come se avesse rotto in mille pezzi le sue esperienze personali come scrittore in cerca di fama, e le avesse disseminate qua e là nella trama.

I temi presenti nell’opera di Auster sono ricorrenti: la solitudine dell’uomo di città e la volontà di ritorno a una vita più ascetica e a contatto con la natura, la follia dovuta all’alienazione dal lavoro e dallo stile di vita contemporaneo. E ancora la ricerca del senso dell’esistenza, il bisogno di certezze insito dell’uomo, il fato, il destino che tiene in mano le vite di tutti, lo studio del linguaggio e del legame fra linguaggio ed esistenza.

Un libro, attualissimo anche se scritto ormai quasi quarant’anni fa, adatto a chi non ha paura di guardare in faccia le molte contraddizioni dell’Occidente, che lascia il lettore alla fine con una lieve ma persistente sensazione di amaro in bocca e la certezza che la società occidentale non è fatta a misura d’uomo.

L’autore

Immagine di Paul Auster

Paul Benjamin Auster (conosciuto anche con lo pseudonimo di Paul Quinn) nasce a Newark, città del New Jersey a pochi chilometri da New York, nel 1947.

Il suo talento per la scrittura si manifesta molto precocemente, tanto che compone le prime poesie attorno ai dodici anni.

La sua carriera come scrittore inizia alla fine degli anni ’70, dopo avere svolto per qualche tempo lavori saltuari. La consacrazione avviene fra il 1985 e il 1987 con la pubblicazione dei libri della Trilogia.

Auster è anche saggista, produttore, attore e sceneggiatore.

Paola Cavioni

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