“Puoi dire non più di 100 parole al giorno. Ma solo se sei donna” Righe su Vox, di Christina Dalcher

And in the naked light I saw
ten thousand people maybe more
people talking without speaking
people hearing without listening
people writing songs that voices never share
noone dare, disturb the sound of silence

(The sound of silence, Simon & Garfunkel)

dav

Vox

Di Christina Dalcher

Casa editrice Nord, 2018

Traduzione di Barbara Ronca

Stati Uniti d’America, giorni nostri.

Da diversi anni ormai, il paese è governato dal Movimento per la Purezza, partito guidato dal Presidente Myers e dal leader spirituale della nazione, il reverendo Carl.

Facendosi portavoce di un ritorno “ai sani valori del passato”, infarcito del più pericoloso fanatismo religioso, il Movimento ha vinto le elezioni con un programma che vuole ristabilire ordine nella società. Tutto deve funzionare senza intoppi, come in una macchina perfetta. E come una macchina, così devono essere i matrimoni: ingranaggi perfetti e indissolubili.

Il Movimento vuole che ogni forma di “deviazione” dalla regola sia estirpata dalla società. L’omosessualità va contrastata, le donne che hanno rapporti sessuali prima del matrimonio devono essere rinchiuse e punite.

Il Movimento vuole che le donne restino “al loro posto”: custodi del focolare e regine della casa. Che passino la loro vita a mettere al mondo dei figli, che li seguano nella loro crescita e si dedichino al marito e alle faccende domestiche.

E per fare tutto questo, non serve lavorare, dato che è l’uomo a provvedere al mantenimento della famiglia.

Per fare tutto questo, non serve neanche parlare.

Cento parole al giorno sono più che sufficienti alle donne per ordinare la spesa e andare dal parrucchiere, come se il mondo fosse tornato indietro in un film in bianco e nero degli anni ’50.

Non più di cento parole al giorno, per evitare di essere colpite dalla scarica elettrica emanata dal braccialetto che ogni donna è costretta a portare al polso.

La dottoressa Jean McClellan, madre, moglie ed esperta di linguistica, a un certo punto ha la possibilità di ribellarsi al sistema. Da sola contro tutti, per difendere il diritto al futuro di sua figlia Sonia e per la creatura che porta in grembo e che non è di suo marito Patrick, uomo amorevole ma che accetta passivamente la condizione in cui versano le donne degli Stati Uniti.

Grazie alle sue competenze nella ricerca di una cura all’afasia di Wernicke, Jean ha la possibilità di lavorare a un progetto governativo top secret che la porta pericolosamente vicina al Presidente Myers.

A quel punto dovrà prendere una decisione: il sacrificio di una vita, vale la salvezza di milioni di donne come lei?

Il finale del romanzo lascia sicuramente … senza parole.

Christina Dalcher, linguista proprio come la protagonista di Vox, suo primo romanzo, ci descrive la società di un ipotetico futuro ma che così tristemente ricorda la condizione della donna in alcuni paesi del mondo.

Un libro che descrive scenari inquietanti che portano il lettore a riflettere sull’importanza di uno dei diritti fondamentali dell’uomo: ogni individuo ha diritto alla libertà d’opinione e d’espressione.

Sul diritto a manifestare non solo la propria opinione ma anche il proprio dissenso rispetto a chi governa, soprattutto quando questi lo fanno non per il bene della popolazione, ma secondo quella che credono sia l’interpretazione di un messaggio divino.

Una storia che pone l’attenzione sulla pericolosa commistione fra religione e affari di stato, sulla perdita di quella razionalità che è condizione necessaria per governare una nazione.

Un romanzo che risente sicuramente dell’opera di Bradbury e Orwell, Vox porta a interrogarsi sul ruolo della donna nella società, ruolo che anche nel presente troppo spesso è messo in dubbio, perfino nei paesi più culturalmente evoluti.

Paola Cavioni

“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare” (F. De Andrè) righe su Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro

Quel che resta del giorno.jpg

Quel che resta del giorno (Einaudi, 1989) di Kazuo Ishiguro

Traduzione di Maria Antonietta Saracino

Il viaggio.

Un viaggio può diventare occasione di profonda riflessione sulla propria esistenza, sul senso del proprio presente e su come influenzare gli avvenimenti futuri, per quanto sia umanamente possibile. Il viaggio può diventare un momento di intimo confronto con i propri valori, ideali e aspirazioni. Lo sa bene chi ha fatto almeno una volta nella vita un lungo viaggio, soprattutto se da solo.

Un cammino che può assumere un significato catartico, dove per catarsi si intende un momento di purificazione, di abbandono di tutti i rancori e di distacco da tutti gli eventi traumatici subiti nella vita.

Per questo un famoso proverbio cinese dice che chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita. Anche se, come vedremo, il protagonista del romanzo di Ishiguro fa di tutto per opporsi a questo cambiamento, che è insito nella natura umana e che consente la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Il viaggio è proprio il leitmotiv del romanzo Quel che resta del giorno.

Viaggio che non è altro che una lunga metafora della vita, con particolare riflessione sulla sera della propria esistenza, per chi ha il privilegio di poter invecchiare.

Ma di cosa parla Quel che resta del giorno?

La storia.

L’idea centrale del romanzo di per sé è molto semplice: siamo in Inghilterra nel 1956 e Mr Stevens, maggiordomo di mezza età in servizio presso la dimora signorile Darlington Hall, passata dopo la guerra all’americano Mr Farraday, si prende una settimana di ferie per fare un viaggio ad ovest del paese. Più che un viaggio, una “spedizione” come lui stesso la definisce.

La sua destinazione è Weymouth nel Dorset, contea situata a sudovest del paese, sia per visitare alcuni dei luoghi contenuti nella guida Le meraviglie dell’Inghilterra di Mrs Symons, sia per raggiungere una sua vecchia conoscenza, miss Kenton, che vent’anni prima era stata la governante di Lord Darlington e quindi collega di Stevens.

In realtà il viaggio e il romanzo stesso ruotano attorno alla preparazione a questo incontro dato che, si scoprirà dai dettagli disseminati qua e là nella narrazione, la relazione fra il rigido maggiordomo e la governante non è solo di tipo professionale. Ma non voglio sminuire il rapporto fra i due liquidandolo solo come la classica storia d’amore fra colleghi che passando le giornate spalla a spalla finiscono con l’innamorarsi, perché in realtà è molto di più.

L’affinità fra Stevens e miss Kenton è l’attrazione dei poli opposti. Lui così ligio al dovere, rigido, conservatore e difensore di un mondo classista che sta per distruggersi a seguito delle bombe della seconda guerra mondiale. Lei così coraggiosa e dirompente, pur nella compostezza prevista dal suo ruolo. Così viva.

E’ con questo suo carattere così deciso che Mis Kenton riesce piano piano a scalfire la corazza di Stevens, anche se lui non ammette mai neanche a sé stesso di provare un sentimento per la giovane donna e, anzi, sublimando questo affetto trattenuto con la lettura solitaria di romanzi d’amore.

Non solo di viaggio quindi parla questo romanzo, ma anche del sentimento che più di tutti muove le esistenze: l’amore.

Quel che resta del giorno è la storia di un amore che riesce a durare oltre vent’anni senza consumarsi mai e quindi senza spegnersi con l’usura dell’abitudine.

C’è poi un altro tema ricorrente nel romanzo, ovvero quello della dignità, concetto sul quale Stevens si sofferma più volte nel corso dei suoi pensieri e nei discorsi con colleghi e conoscenti.

La dignità è quella che Stevens riesce a dimostrare ogni giorno affrontando il suo lavoro con abnegazione, rifacendosi ad un modello astratto e quasi irrealistico di “maggiordomo ideale”. Il fedele servitore che rimane sullo sfondo mentre il suo signore prende parte alle decisioni che causeranno i grandi svolgimenti in Europa fra gli anni ’20 e la fine della seconda guerra mondiale, schierandosi purtroppo dalla parte dei perdenti. La sua è la dignità di chi ha scelto una strada ed è disposto a difenderla fino alla fine, che è poi lo stesso sentimento che anima il samurai che strenuamente difende il padrone anche a costo della propria vita. Da questo punto di vista Quel che resta del giorno ci mostra tutto il retaggio di cultura giapponese di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954 ma che ha da sempre scritto in inglese dato che vive in Inghilterra dall’età di sei anni.

“Non si fa altro che semplicemente accettare un’inevitabile verità: e cioè che persone come voi ed io non saremo mai in condizione di capire i grandi problemi del mondo di oggi, e pertanto la nostra migliore linea di condotta sarà sempre quella di riporre la nostra fiducia in un padrone che giudichiamo saggio e degno di stima, e dedicare le nostre energie al compito di servirlo al meglio delle nostre capacità.”

C’è anche la dignità di Miss Kenton, che si manifesta in tutta la sua forza quando ferocemente si oppone al licenziamento di due cameriere ebree nel momento in cui Lord Darlington, avvicinatosi al pensiero nazista, vuole adeguarsi alle leggi razziali per è compiacere i suoi ospiti, ambasciatori della Germania di Hitler. Ed è sempre la dignità e il suo amor proprio che la spingono poi ad abbandonare Darlington Hall, sposando un pretendente, quando capisce che il maggiordomo non cederà mai al suo sentimento in favore di un ideale che ritiene al di sopra di tutto: quello del servizio al proprio padrone. Un padrone però dalla morale discutibile.

Rimane il fatto che la dignità è semplicemente il rispetto che l’uomo deve a sé stesso, e che gli è dovuto, semplicemente in quanto essere umano, a prescindere dalla propria condizione sociale.

“La dignità non è cosa riservata ai signori.”

Lo stile.

La cosa che più colpisce, a mio parere, nella scrittura di Ishiguroè l’utilizzo così perfetto, all’interno della narrazione, dei flashback, che formano un puzzle di informazioni che nel suo insieme ci restituisce tutta la storia, che solo alla fine ci scorre davanti agli occhi. Questi accorgimenti narrativi sono stati riprodotti quasi fedelmente anche nella sceneggiatura del film diretto da James Ivory nel 1993 e tratto proprio da Quel che resta del giorno. Non posso che invitare tutti coloro che hanno apprezzato e che apprezzeranno il romanzo a vederne anche la trasposizione cinematografica con un immenso Anthony Hopkins, che sembra nato per vestire i panni del inflessibile Mr Stevens.

C’è ancora una caratteristica dello stile di questo romanzo che mi ha molto colpita. Ishiguro, premio nobel per la letteratura nel 2017, discostandosi da una delle regole base della scrittura, ovvero “show don’t tell” (mostra, non raccontare), riesce a catturare il lettore per interi paragrafi descrivendo solo ed esclusivamente i pensieri del maggiordomo, senza risultare mai incomprensibile o pesante.

Alla fine del romanzo quel che resta, questa volta al lettore, della figura di Stevens e come riflessione in generale sulla vita, è l’immagine di un uomo che vive la sua esistenza quasi come uno spettatore e mai da protagonista, forse per paura di non soffrire. Ma in questo modo non vivendo mai fino in fondo.

Un uomo che prova a non cambiare mai barricandosi nelle sue abitudini e convinzioni, anche se all’esterno di lui e nel mondo tutto inesorabilmente cambia.

Paola Cavioni

“Ogni persona è, tra le altre cose, un oggetto facile da rompere e difficile da riparare.” (I. McEwan). Righe su Il cielo dopo di noi, di Silvia Zucca

Il cielo dopo di noi Silvia Zucca

Il cielo dopo di noi
Di Silvia Zucca
Casa Editrice Nord, 2018

Da oltre dieci anni Miranda non ha contatti con la sua famiglia, dopo un’adolescenza profondamente segnata dalla precoce perdita della madre e dal travagliato rapporto con la defunta nonna Gemma.

Un giorno Alberto, il padre di Miranda, ormai anziano, improvvisamente scompare.

Miranda, che si trova in quella età in cui non si è più ragazze ma non ci si sente ancora donne, è così costretta a tornare da Carola, la sua matrigna, e dalla sorellastra Alessia, che aveva lasciato poco più che bambina e ritrova pronta a diventare madre per la prima volta.

Ispezionando fra i documenti del padre in cerca di un indizio che possa far capire in quale direzione muovere le ricerche, Miranda trova una lettera del 1944 scritta in inglese. Una lettera d’amore destinata a sua nonna e firmata da un misterioso Philip.

Chi è quest’uomo che dice di amare sua nonna Gemma, all’epoca giovane ragazza madre?

Chi è la piccola Anna a cui Philip fa riferimento in un passaggio della lettera?

Poche righe e tanti dubbi, che spingono Miranda a partire seguendo l’unico indizio certo: Sant’Egidio dei Gelsi, il paese nominato da Philip nella lettera. Lo stesso paese in cui Alberto e sua madre Gemma si erano rifugiati durante la seconda guerra mondiale per sfuggire ai bombardamenti che interessavano le città italiane.

Miranda intraprende così un viaggio verso quel piccolo angolo di colline piemontesi. Colline di vigneti e dalle mille storie, di vite che sembrano scorrere più lente rispetto alla frenesia della città cui Miranda è ormai suo malgrado abituata. Il paese da cui proviene anche Francesco, una recente conoscenza di Miranda, destinato da avere un ruolo chiave nella ricerca di Alberto e nella vita della donna da quel momento in poi.

Un viaggio che porta la protagonista non solo a ritrovare suo padre ma anche a fare i conti con il passato e con le ferite ancora aperte che impediscono ai componenti della sua famiglia di guardare con serenità al futuro e di vivere a pieno il presente.

“Siamo come nuvole in tempesta. Seminiamo pioggia per ritrovare il sole…”

Il resto della storia lo lascio scoprire a chi vorrà fare questo piccolo viaggio nel tempo che Silvia Zucca regala ai lettori. Un tempo che è quello della seconda guerra mondiale, che fa da sfondo alla storia di Gemma, di Alberto e di tutti i personaggi che animano il borgo piemontese immaginato dalla Zucca.

Il cielo dopo di noi è stata una piacevole scoperta.

Una bella scoperta perché è un libro scritto con cura, con un amore quasi materno. Un libro che ha richiesto oltre due anni di lavoro alla sua autrice, che, pur ambientando la storia in un paese di fantasia, ricostruisce in modo assolutamente veritiero e accurato quanto poteva succedere in qualunque comune italiano sottoposto al regime fascista nei mesi appena precedenti la fine della seconda guerra mondiale.

Questo perché la scintilla che ha fatto nascere questo romanzo è proprio la biografia dei nonni di Silvia Zucca, che potrebbero però essere i nonni di ogni figlio della mia generazione. Una generazione cresciuta con i racconti dei nonni al tempo della guerra. Della vita e dell’amore al tempo della guerra. Storie che per i giovani di oggi sono immagini in bianco e nero, che rivivono e prendono colore nelle parole della Zucca.

La cura e l’amore, dicevo, si percepiscono in ogni pagina, si leggono nella forza con la quale vengono caratterizzati i personaggi, non solo i protagonisti del presente del romanzo, ma anche quelli passati (Philip, il tenente Bonfanti, la piccola e cocciuta Anna amica di infanzia di Alberto, ora anziana, gli abitanti di Sant’Egidio dei Gelsi, ognuno con la sua storia).

Il cielo dopo di noi è un libro che parla della fragilità umana, ma anche dell’umanità che rimane anche quanto tutto sembra parlare solo di guerra, di brutalità e di orrori.

Un libro che parla del filo sottile che lega una generazione all’altra.  Perché il cielo che guardarono i nostri nonni e bisnonni è lo stesso che guarderanno i nostri pronipoti.

Solo con altri occhi, altre aspettative, con altre preoccupazioni.

Ma soprattutto con nuove speranze e sogni per il futuro.

 

Paola Cavioni

L’autrice

Silvia Zucca, laureata in Letteratura inglese, esordisce con Guida astrologica per cuori infranti (Casa Editrice Nord, 2015), caso editoriale venduto in 18 Paesi ancor prima della sua pubblicazione in Italia.

Il cielo dopo di noi è il suo secondo romanzo.

I romanzi di Silvia Zucca sono acquistabili anche su Amazon:

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On writing: la vita e il mestiere di Stephen King fra incubi, deliri e consigli di scrittura

“Scrivere è magia, acqua di vita, a pari di qualsiasi altra attività creativa. L’acqua è gratis. Forza, bevete. Bevete e dissetatevi.”

On Writing Stephen King.jpg

On writing. Autobiografia di un mestiere era nella mia lista di libri da leggere da diversi anni. Per un motivo o per un altro mi sono decisa a leggerlo solo all’inizio di questo 2018, a quasi vent’anni dalla sua prima pubblicazione. Arrivata alla fine di questo saggio autobiografico ho capito principalmente tre cose: la motivazione del successo planetario di King che sta tutta nella semplicità con cui scrive e che è anche stata la principale argomentazione dei suoi detrattori, quanto sia difficile proporre una prosa onesta e accessibile a tutti e infine che se nella vita vuoi campare con la scrittura ritieniti fortunato ad avere accanto persone che ti sostengono e che credono in quello che fai (nel caso di King, il supporto della moglie Tabitha è stato fondamentale per l’avvio della sua carriera). Tengo a precisare che queste mie poche righe non vogliono essere una vera e propria recensione ma una riflessione su un libro che ho davvero apprezzato tanto e che penso dovrebbero leggere tutti gli appassionati di scrittura, addetti ai lavori e non.

“Che cosa mi spingeva a credere che avessi una storia degna di essere raccontata?”

Partiamo da un presupposto: viviamo in un’epoca che nel bene e nel male consente a chiunque di scrivere e farsi conoscere in tutto il mondo grazie alla velocità con cui circola la carta stampata, ai social network, ai blog (tanti!). Ma quanti si fermano a riflettere realmente sul senso del loro scrivere, sulle necessità più profonde che portano a preferire questo passatempo rispetto alla pesca o agli scacchi (anche se alcuni scrittori o presunti tali forse dovrebbero veramente riconsiderare i loro hobby)? Quanti scrivono per dare sfogo ad un bisogno viscerale, senza essere mossi dalla smania di successo e denaro o per seguire una moda. Quanti hanno realmente qualcosa da dire?

“Questo è un libro breve perché la maggior parte dei manuali di scrittura creativa sono pieni di stronzate.”

Portando la mia piccola (minuscola) esperienza posso dire di aver letto diversi saggi sulla scrittura, ho partecipato a corsi di scrittura creativa che mi hanno lasciata soddisfatta solo in parte e questo libro è davvero una rivelazione perché con chiarezza e semplicità elenca e spiega principi universalmente validi per scrivere bene. Cose che chiunque aspiri a scrivere almeno decentemente dovrebbe ripetersi ogni giorno: sii onesto, scrivi di cose che conosci, stai attento alla grammatica, ometti parole inutili, correggi, rileggi e soprattutto leggi, leggi, leggi. Leggi tanto, leggi tutto quello che ti capita sotto mano. E poi sii metodico nel lavoro, soprattutto se sei alle prime armi trova il tempo per scrivere tutti i giorni, proprio come se si trattasse di un allenamento (in questo King è all’opposto rispetto alla credenza popolare che genio e sregolatezza vadano a braccetto). E da ultimo, ma non per importanza: esci e vivi la tua vita, fai esperienze. Non aspettare che l’idea giusta ti piombi in testa mentre ti spremi le meningi su un foglio di word o stai partecipando ad un corso di scrittura creativa, perché purtroppo non esiste nessuna pozione magica che permetta di sfornare il nuovo Racconti di due città e, a meno che tu non abbia le doti narrative di Charles Dickens, l’idea giusta arriverà esattamente nel momento in cui starai facendo e pensando tutt’altro.

“L’incidente mi aveva in fondo insegnato una cosa sola: l’unico modo per andare avanti è andare avanti. Dire lo posso fare anche quando sai che non puoi.”

Ho passato tante notti della mia adolescenza nelle pagine di Cujo, Misery, Il miglio verde. Ho amato Johnny Smith de La zona morta. Il mio giudizio più che positivo su questo libro è sicuramente di parte, lo ammetto, anche perché mi ha fatto conoscere dettagli della biografia di un autore che amo da sempre. Stephen King, con la sua aria un po’ da nerd attempato fin da giovane, uno scrittore che ha la capacità di narrare storie deliranti e inquietanti pur rimanendo sostanzialmente una persona normale – se si esclude una parentesi di alcolismo e dipendenze varie – un lavoratore preciso e metodico, un marito, un padre e un nonno. Un essere umano che proprio durante la stesura di On Writing ha rischiato di lasciare le penne su una strada del Maine quando un minivan lo ha travolto mentre stava facendo la sua consueta passeggiata pomeridiana. Eppure King, quasi come il personaggio di un romanzo, lo stesso Paul Sheldon di Misery, è ancora qua, zoppicante, rimesso insieme da diverse dolorose operazioni e da una forza di volontà straordinaria. E ancora scrive tutti i giorni, anche il giorno del suol compleanno e a Natale. Perché c’è un legame indissolubile che lega la sua vita alla scrittura e che riassume magistralmente alla fine del libro:

“No, la scrittura non mi ha salvato la vita, ma come sempre ha contribuito a renderla più felice e radiosa. Scrivere non c’entra con i soldi, diventare famosi, rimorchiare senza problemi, scopare facile o farsi un sacco di amici. Alla fin fine, il nocciolo della questione è arricchire la vostra esistenza e quella dei lettori. È rialzarsi, rimettersi in sesto e passare oltre. Ritrovare la gioia, d’accordo? Ritrovare la gioia.”

Scrivere non solo per dare sfogo ad una sofferenza, come spesso capita, ma per ritrovare la gioia. Penso che non ci possa essere chiusura migliore.

Nota:

Per chi volesse approfondire l’argomento scrittura consiglio anche il testo di Claudio Giunta, Come non scrivere, edito da Utet (2018).

Potete acquistare i due libri su Amazon, cliccando sui link seguenti:

On writing. Autobiografia di un mestiere

Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano. Con ebook

Panoramiche di marzo

Aspettando la primavera:

  • Una vita per l’arte, di Peggy Guggenheim, Rizzoli Editore (1979)
  • Revolutionary Road, di Richard Yates, Minimum Fax (1961)
  • Il terzo uomo sulla luna, di Francesco Gazzè, Dalai Editore (2002)
  • Quando l’amore nasce in libreria, di Veronica Henry, Garzanti Editore (2017)
  • Ciò che inferno non è, di Alessandro D’Avenia, Mondadori (2014)

marzo

Il mondo è nelle mani di coloro che hanno il coraggio di sognare – P.Coelho

C’è una piccola libreria dove si respira profumo di favole e di sogni che si realizzano.

C’è un piccolo angolo di pace dove i piccoli adulti di domani possono imparare ad amare il mondo dei libri, delle storie antiche e moderne, sperimentare esperienze nuove e coinvolgenti.

C’è un’oasi di tranquillità dove ad accoglierti c’è il sorriso di una giovane e coraggiosa libraia, Mariangela, che da sola ha saputo realizzare il suo sogno, con la S maiuscola, in un mondo che ha sempre meno tempo di leggere e ancora meno tempo per apprezzare la vera bellezza e l’emozione di perdersi nelle pagine di un libro.

Il sogno è quello di aprire una libreria indipendente e questo posto magico si chiama Favole a Merenda.

Siamo a Mirabello di Pavia, piccolo comune sorto all’interno di quel vastissimo parco che, negli anni fra il 1300 e il 1500, dal Castello di Pavia arrivava fino alla Certosa, parco di caccia di proprietà della famiglia Visconti prima e degli Sforza poi.

Favole a Merenda è una libreria nata nel 2011, interamente dedicata al mondo dei bambini, dai 3 ai 13 anni e a tutti quelli che bambini lo sono rimasti dentro.

Tutto è a misura di bambino, dalla selezione dei libri alle proposte educative. L’emozione che si prova ad entrare in un posto così però è per tutti. E non ci sono solo i libri. Si organizzano anche pomeriggi creativi e percorsi a tema: sull’arte, sui colori, sulle feste.

Dai classici a Geronimo Stilton, dai manuali creativi alle storie di Harry Potter, non manca niente.

Voglio credere che ci siano ancora tanti bambini e tanti genitori che apprezzino di più i viaggi di Ulisse, la storia di Jo March e delle sue sorelle, le follie del Cappellaio Matto piuttosto che i giochi della playstation che ti obbligano a non pensare.

Grazie Mariangela per il lavoro che fai. Grazie per il tuo sogno.

Grazie perchè ci permetti  di non abbandonare mai il mondo delle favole.

 

Per info: Favole a merenda, di Mariangela Ferrari, via Mirabello 338 (Pavia).

Tel. 0382 468958; favoleamerenda@virgilio.it

 

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Follia in gennaio

“Per quanto mi riguarda, gennaio e febbraio non sono che un aperitivo al piatto forte del calendario, da marzo in poi, quando puoi finalmente portare il cane a passeggio con addosso soltanto un gilet imbottito. E’ allora che formulo i miei buoni propositi per l’anno nuovo…”

Elisabeth Egan, La felicità è una pagina bianca

Per me la felicità non è una pagina bianca. E’ una pagina piena di lettere, è così da sempre.

La felicità è il profumo di un libro nuovo. E’ accarezzare le pagine di un romanzo appartenuto ai tuoi nonni. E’ vedere tutte in fila le copertine del tuo autore preferito, in ordine nello scaffale della tua camera da letto. E’ scoprire un nuovo scrittore e pensare “come ho fatto a vivere fino ad ora senza di lui???”.

Il Natale appena passato è stato diverso dai soliti. Per la prima volta dopo tanti anni nessuno ha pensato di regalarmi un libro. Ci sono rimasta male come una bambina cui tolgono la testa alla sua Barbie del cuore, come quando ti cade l’ultimo pezzo di ghiacciolo, come quando cancellano la tua serie preferita prima che tu veda come va a finire.

Nonostante questo non mi sono persa d’animo e, dopo una sana scappatella in libreria, l’anno è iniziato insieme a tutti i suoi buoni propositi.

Per questo 2017 raccolgo la provocazione di una blogger che seguo con molto interesse (e ammirazione!), Beatrice Borini de L’angolo dei libri.

La provocazione? Leggere 60 libri in un anno. Per quanto io ci capisca ben poco di matematica, questo vuol dire 5 al mese, quindi almeno uno a settimana. Scary.

La sfida è ardua, direi quasi epocale (o da folli) per chi, come me, ha un marito, una figlia, un cane e soprattutto un lavoro a tempo pieno. E una giornata che, per quando io mi sforzi, continua a rimanere sempre di 24 ore. Ma se non siamo matti non ci piacciamo, quindi ci proviamo. E se non dovessi riuscirci, soccomberò combattendo (smile).

Per il mese di gennaio sono al libro numero 3 di questo elenco:

  • I baci non sono mai troppi di Raquel Martos;
  • Il Giovane Holden di J.D. Salinger
  • La felicità è una pagina bianca di Elisabeth Egan
  • Le dee dentro la donna di Jean S. Bolen
  • Cecità di José Saramago

Ammetto che c’è un pò di tutto, in linea con i miei gusti onnivori in fatto di letteratura. Dalla narrativa “leggera” contemporanea, ai classici moderni, alla psicologia femminile (ho di recente scoperto che l’archetipo femminile cui tendo è quello di Atena, ve ne parlerò. Nel frattempo, grazie Jean Bolen per il momento di autoconsapevolezza).

Grazie anche alla compagnia di questi libri, è stato un inizio di anno interessante, spero solo di riuscire a mantenere il ritmo, eliminando tutto ciò che è per me superfluo e che alla fine non mi fa stare bene.

E voi?

Avete già letto qualcuno di questi libri?

Avete qualche proposito interessante per questo anno nuovo?

A parte quello, si sa, di non fare buoni propositi.

5-di-gennaio