Il tema delle medie

“Su una curva lungo il viaggio dei tuoi giorni
Capirai che la versione dei ricordi
È polvere sul cuore da soffiare via”

(La mia versione dei ricordi, Francesco Gabbani)

Frugando fra le carte a casa dei miei genitori ho trovato un tesoro.

Una cartelletta un po’ sciupata che gelosamente conservava le brutte copie di una quindicina di miei temi.

Compiti in classe che portano la data del 1998, quando ero alle scuole medie e avevo la professoressa Daniela per letteratura e storia. Daniela era la classica professoressa che incuteva timore e riverenza. Perché lei non si accontentava della mediocrità: spingeva sempre i suoi studenti a dare il massimo delle loro possibilità. E aveva ragione.

È la professoressa che ora vorrei per i miei figli, anche se all’epoca non lo avrei detto neanche sotto tortura.

In alcuni di questi fogli la calligrafia è curata e precisa, in altri frettolosa e disordinata. I contrasti tipici dell’adolescenza, di chi ha ancora un piede nell’infanzia e un altro nella vita adulta.

A ripensarci ora, gli anni migliori della mia vita, anche se alle medie ero una ragazzina timida, introversa, con l’insicurezza di chi non riesce ancora a convivere con il proprio corpo e la testa proiettata in avanti.  

Ho riletto tutti i temi con un misto d’imbarazzo e nostalgia, come se stessi parlando con la me di oltre vent’anni fa, con le pagine di un diario senza logica, dato che nelle brutte copie non ho riportato la consegna del compito.

E penso, come sarà rileggere queste righe fra altri vent’anni?

A tredici anni scrivevo: “io mi auguro che valori quali l’amore per la vita, l’impegno e il sapersi proporre come modelli positivi siano ancora condivisibili da tutti. La società non potrebbe andare avanti se alcuni non credessero fermamente in questi principi. Personalmente ritengo che la vita sia un dono e come tale vada rispettata.”

A quasi trentasei anni, per fortuna non ho cambiato idea, almeno su questo.

Sfoglio queste pagine e leggo che in alcuni temi ci veniva chiesto di parlare di cosa avremmo voluto fare “da grandi”, quali erano i nostri progetti per il futuro. E lì uscivano i desideri più assurdi, ma anche più veri.

Alcuni di questi temo che ormai rimarranno solo desideri (volevo diventare la più grande fumettista del mondo. Non lo diventerò mai, ma almeno non ho perso la voglia di disegnare). Altri mi hanno fatto tornare alla mente progetti che non devo assolutamente abbandonare, come visitare il Canada, non appena il mio portafoglio me lo permetterà.

E poi ho ricordato anche l’ansia che provavo ogni volta prima dell’inizio del compito in classe, quella paura dell’incertezza. Quale sarebbe stata la consegna? Sarei stata capace di scrivere come volevo?

Avrei trovato le parole?

Ora invece provo solo tanta tenerezza per queste pagine così piene di vita e di desideri.

Chissà, forse un giorno da uno di questi temi che sono sbucati come tanti regali inaspettati riuscirò a tirare fuori un racconto che dedicherò alla professoressa Daniela, come quella storia che mi aveva fatto leggere ad alta voce in classe perché le era tanto piaciuta.  

Da queste righe scritte a mano però, oggi, ho capito una cosa.

Che il tempo che passa e i pensieri dell’età adulta non devono mai spegnere la voglia di esplorare e di esplorarsi, di volare con la fantasia lasciando, se occorre, la coerenza da parte.

Voi ve li ricordate i temi della scuola?

Paola Cavioni

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Consapevolezza

“But this is all I ever was
And this is all you came across those years ago
Now you go too far
Don’t tell me that I’ve changed because that’s not the truth
And now I’m losing you

Fragile sound
The world outside just watches as we crawl
Crawl towards a life of fragile lines
And wasted time

And so I cry
As I hold you for the last time in this life
This life I tried so hard to give to you
What would you have me do?“

Ditmas, Mumford & Sons

Gennaio è arrivato da qualche giorno, lasciandoci finalmente alle spalle il 2020.

Sono abituata a non fissarmi più di uno o due “buoni propositi” di  inizio anno, perché ho imparato con il tempo a diffidare delle lunghe liste di buone intenzioni, che alla fine creano solo frustrazione per le spunte mancate.

Negli ultimi due anni i miei obiettivi personali a medio e lungo termine si sono concentrati principalmente sulla cura dei rapporti, in famiglia e nelle amicizie.

Ho cercato di fare decluttering nei rapporti che non mi portavano da nessuna parte, vuoti o addirittura tossici, concentrando energia, attenzioni e tempo (tre variabili che non sono infinite purtroppo) solo su relazioni e conoscenze in grado di regalare reciproco arricchimento e, se possibile, positività.

Il secondo obiettivo poi è sempre quello di provare a essere una madre migliore per i miei figli.

Sul primo punto posso dirmi abbastanza soddisfatta,  al netto di quello che è successo nel 2020 che ha tenuto tutti distanti fisicamente, sul secondo invece continuo a lavorare giorno per giorno e penso che, come tutte le madri, non riuscirò mai ad essere completamente soddisfatta di me stessa.

Stamattina, nonostante la pioggia, mi sono presa un paio d’ore per andare a camminare, accompagnata dal freddo lombardo di questi giorni e dagli immancabili Mumford & Sons che mi danno il ritmo nei giri in solitaria. Ho sgranchito le gambe e ho fatto prendere aria ai pensieri.

Ho riflettuto molto, complice il silenzio della campagna.

E ho cercato il mio proposito per questo nuovo anno, che si riassume in una sola parola.

Consapevolezza.

Ad ogni inizio anno sento spesso parlare di necessità di cambiamento, talvolta, a mio parere, con un po’ troppa facilità.

Non sei felice nel tuo posto di lavoro? Cambia.

Non sei felice con il tuo compagno/a? Cambia.

Non sei contento della tua vita? Cambia.

Non sei contento del tuo aspetto? Cambia.

Ma è necessario tutto questo cambiamento esteriore se alla base non c’è una reale consapevolezza di sé?

Quante volte i cambiamenti sono motivati da scelte prese di pancia, salvo poi ritrovarsi al punto di partenza e alla stessa condizione di insoddisfazione?

Il cambiamento è certamente una forma di adattamento e anche di sopravvivenza, ma penso che i cambiamenti veri, radicali e duraturi che affrontiamo nella vita, per scelta o necessità, siano davvero pochi. Per questo vorrei riuscire a concentrarmi sullo scorrere del viaggio, sul presente, con consapevolezza.

Consapevolezza per riuscire a percepire realmente, e quindi ricordare, immagini, suoni, odori ed  emozioni vissute giorno per giorno. Percepire lo straordinario dentro ogni momento ordinario.

Vorrei vivere con più consapevolezza per rendere ogni momento diverso da quello precedente, come se ogni giorno fosse un piccolo cambiamento miracoloso, ma anche per riuscire ad accettare con serenità le situazioni che invece non posso e non possono cambiare.

Consapevolezza nell’affrontare anche la sofferenza che inevitabilmente la Vita ci regala, a suo modo  forse per farci un regalo da portare con noi nel nostro bagaglio di esperienze.  

Questo, solo questo, chiedo al nuovo anno.

Consapevolezza ma anche, se possibile, un po’ di leggerezza.

Paola Cavioni

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Buon anno da Righediarte

Caro lettore di Righediarte, Happy New Year.

Ho preferito non scrivere nulla sull’anno appena trascorso, che per me e la mia famiglia è stato particolarmente duro, ma voglio farti e farmi un semplice augurio per questo 2021 appena nato.

Ti auguro meno di tutto ciò che è stato, per tanti e anche per me, il 2020.

Meno preoccupazioni.

Meno rabbia.

Meno ansia per il futuro.

Meno lacrime.

Meno ingiustizie.

Meno violenza gratuita.

Meno distanza e assenza.

Meno sofferenza.

Ma ti auguro anche tanto, di tanto altro.

Ti auguro di riuscire, giorno per giorno, ad andare un passettino alla volta nella direzione dei tuoi sogni.

Ti auguro serenità.

Respiri profondi.

Sorrisi e progetti quando pensi al futuro.

Lacrime di gioia ed emozione.

Giustizia per te e per il mondo.

Ti auguro di ricevere e donare gentilezza gratuita.

La presenza sicura e costante delle persone che ami, abbracci tanto attesi.

Ti auguro di riuscire a mantenere sempre la tua mente calma e in armonia.

Ti auguro gioie e risate improvvise e inaspettate.

E forse così, solo così, potrà essere davvero un anno buono.

Benvenuto 2021, ti stavamo aspettando.

Paola

Donne che raccontano il SUCCESSO

Sabato 12 dicembre ho avuto l’onore di condurre un evento pensato a quattro mani con Isabella Catapano Botero, autrice di Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo.

Prendendo spunto proprio dal libro di Isabella, edito da Porto Seguro (trovi la mia recensione del libro al link https://righediarte.com/tag/nessuna-scusa), abbiamo voluto coinvolgere nella discussione sul tema del “successo oggi” anche Barbara Boggio e Denise Cumella, per esplorare l’argomento da diversi punti, partendo proprio dal punto di vista femminile, parlando di lavoro, famiglia e tanto altro.

In un momento storico in cui si respira una comprensibile aria di negatività, la nostra sfida è stata quella di parlare attraverso la voce e le esperienze di tre donne, madri, imprenditrici, esempi positivi e di concreti di donne che per lavoro o per propria esperienza incarnano il significato di “successo” nella sua accezione più ampia.

Successo come raggiungimento di piccolo o grandi obiettivi ogni giorno, successo come accettazione del fallimento, successo come soddisfazione personale indipendente da qualsiasi tipo di risvolto economico o di riconoscimento sociale.

Ecco il video del nostro evento, tra emozione e tanti spunti di riflessione.

E per te cosa vuol dire avere successo nella vita?

Le donne che si sono raccontate sono:

Puoi visualizzare i loro libri in vendita su Amazon cliccando sul nome e cognome, e scegliere di acquistarli direttamente dal mio link affiliazione.

Paola Cavioni

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Come non amare settembre?

“Dorme ancora la campagna, forse no,
È sveglia, mi guarda, non so.
Già l’odore della terra odor di grano,
Sale adagio verso me.”

(Impressioni di settembre, PFM)

Billie Joe Armstrong cantava wake me up when september ends, svegliami quando settembre è finito, in una hit di qualche anno fa, scritta per ricordare la morte di suo padre, ma che inevitabilmente viene associata ad un mese che ancora tanti non amano in particolar modo.

Può sembrare da pazzi amare il mese dell’inizio della scuola, il mese che anticipa l’arrivo del freddo, ma settembre continua ad essere il mio mese preferito perché regala tanta bellezza, anche in questo 2020 che deve ancora farsi perdonare.

Più dell’inizio dell’anno, più della primavera, settembre è il mese della rinascita, una pagina bianca pronta per essere scritta o colorata con tèmpere nuove.

È il mese gioioso della vendemmia, dolce come l’uva e silenzioso come le spiagge che salutano gli ultimi vacanzieri, mentre gli ombrelloni si preparano al riposo invernale.

Amo le giornate settembrine ancora lunghe ma meno calde, le passeggiate in campagna alla mattina, con la nebbiolina che piano piano si alza e lascia il posto ai colori caldi dell’autunno: giallo, rosso e ocra, tre colori che amo quando dipingo.

Questo è il mese dei racconti, degli amici ritrovati dopo le ferie, abbronzati e bellissimi.

È il mese delle domeniche in collina per cercare le prime castagne e fare la gara a chi ne trova di più.

Settembre è una vecchia canzone malinconica è bellissima della PFM.

È il mese delle sagre e degli ultimi fuochi d’artificio.

Delle prime coperte sui divani alla sera.

È il mese in cui si torna a volersi bene dopo gli eccessi dell’estate.

È il momento di tirare fuori la felpa, quella vecchia e un po’ consumata ma che mi piace tanto, che fa freschino, ma poi ho ancora gli infradito ai piedi.  

Delle mele e delle prime zucche da farci la zuppa con sopra l’amaretto sbriciolato.

È il mese delle piogge che sanno ancora di estate ma che portano l’autunno.

Dei jeans che finalmente non danno fastidio.

È l’odore inconfondibile della pioggia sull’asfalto e della terra bagnata nei campi.

E ancora per qualche giorno non voglio pensare alla scuola con i banchi a rotelle, alle mascherine in ufficio, alla incertezza dei prossimi mesi. Voglio solo lasciarmi cullare dal dolce profumo dell’estate che ci saluta e dalla poesia di questi primi giorni di settembre, perché sì, voglio restare sveglia fino alla fine.

Paola Cavioni

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Righe a me stessa, per il mio compleanno

13 agosto 2020

There are places I’ll remember
All my life, though some have changed
Some forever, not for better
Some have gone, and some remain
All these places had their moments
With lovers and friends, I still can recall
Some are dead, and some are living
In my life, I’ve loved them all

In My Life, Beatles

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”

Inferno, Canto I

Dante Alighieri

I trentacinque anni possono essere ancora considerati la metà del cammino?

Parrebbe di no, visto che i quaranta sono i nuovi venti. Così dicono.

Sotto certi aspetti, mi sembra di averla già superata questa metà, se non anagraficamente almeno per tutto quello che ho vissuto fino a oggi.

Perché la Vita fino a qua non mi ha risparmiato proprio nulla, nel bene e nel male.

Spero però, come Dante, che il cammino mi riservi anche un po’ di Paradiso dato di inferni ne ho già passati a sufficienza per un paio di vite ancora.

La morte di mio fratello Stefano quasi dodici anni fa, superata con non poca fatica (superata?) e a fine marzo quella di mio papà. Due dei miei punti di riferimento, metà della mia famiglia volata via troppo presto, in modo ingiusto e improvviso, senza nemmeno la consolazione di un saluto.

Dolori indescrivibili, due buchi nell’anima. Ma anche gioie immense: i miei figli Gaia e Francesco che ogni giorno mi ricordano che “vale la pena vivere”, come canta Ligabue.

E tante altre esperienze. Una laurea, un master, viaggi per il mondo, decine di lavori e tre traslochi per arrivare finalmente nella casa dei miei sogni, un uomo (con la U maiuscola) vicino che mi fa sentire amata ogni giorno, pur nelle difficoltà della vita di coppia.

Ho la fortuna di avere ancora mia madre e mia sorella a darmi forza e a riceverla da me.

Ho accanto amiche sincere, pazze come me, sulle quali posso sempre contare e amici che mi hanno adottato come una sorella e che sono una ricchezza per l’anima.

Quindi ho ancora comunque tanto per cui essere grata.

Una vita piena, pur nelle sue avversità. Sogni realizzati, altri da realizzare, altri ancora che so che non realizzerò mai ma che ancora non posso dire infranti.

Sono nata esattamente un mese dopo il Live Aid di Wembley, oggi sono trentacinque anni e quest’anno più che mai, dopo tutte quello che è successo nella mia vita e nel mondo, mi chiedo se la direzione che sto dando alle vele sia quella giusta.

Ho nei ricordi della mia infanzia le immagini della guerra nei Balcani, ricordo perfettamente dove ero nel momento in cui seppi dell’attacco alle Torri Gemelle, ho visto alla televisione le immagini di guerre e tsunami, pensavo di essere pronta a tutto ma mai nella vita avrei pensato di dover affrontare anche una pandemia, con due figli a cui dover rendere conto di un mondo che non è quello che mi ero immaginato per loro.

I trentacinque anni dovrebbe essere l’età della maturità, delle certezze, delle conferme e della affermazione personale e nel lavoro. Anche in questo caso, così dicono.

Perchè non riesco a sentire tutte queste certezze, le uniche sicurezze stanno nelle persone che amo, mentre tutto il resto è in continuo mutamento. Penso però che nel mutamento sta la vita stessa, un po’ come accade nella natura, dove muore chi sta fermo, chi non si adatta, chi rimane immobile. Solo la materia inanimata non cambia mai. O forse questa percezione di continuo mutamento è solo perché la natura umana è sempre alla ricerca di un po’ di pace, e in questo senso sento di dovere ancora fare pace con parecchi aspetti della mia vita.

Sono in quella età in cui apprezzo e stimo chi mi apprezza e ha stima di me. Chi crede in qualcosa, che ha dei valori. Non stimo le anime vuote e superficiali e chi non si mette mai in discussione. Questa lo so per certo.

Ma devo trovare un equilibrio su tante cose, primo fra tutti fare pace con la mia malinconia, che conoscono in pochi perché mascherata da sempre dietro un sorriso.

Devo fare pace con la mia insicurezza, che poi è solo un’altra faccia della dolcezza che ho ereditato da mia madre.

Devo ancora imparare a fare pace con il mio corpo, con il mio mangiare troppo o troppo poco, con le smagliature, con la curva morbida dei miei fianchi e le miei gambe da camminatrice. Con i miei capelli, che diventano mossi quando li vorrei lisci e viceversa e che iniziano a diventare bianchi sulle tempie.

Devo fare pace con il senso di giustizia che mi ha trasmesso mio padre, che spesso mi fa sentire inadeguata in questo mondo dove sembra sempre vincere il più furbo e non l’onesto.

Devo ancora fare pace con il mio essere incostante, aspetto del mio carattere legato a doppio filo al mio animo bohémien e artistico.

Devo fare pace con le mie frustrazioni e la mia eccessiva empatia, che mi porta a volere aiutare sempre tutti, ma che alla fine mi fa dimenticare di aiutare me stessa. Devo fare pace con la mia fretta di vivere, che non mi fa apprezzare nel modo migliore le cose che ho qui ed ora e che mi ha fatto sempre avere una testa “da adulta” fin da quando ero bambina.

Devo ancora riuscire a nuotare nell’acqua alta e non avere paura, voltandomi, nel vedere che mio papà non è più fisicamente al mio fianco, come ha sempre fatto per tutta la sua vita.

Spero di avere ancora tempo nella vita per poter fare pace con questi e altri aspetti.

E se non proprio pace, almeno avere un po’ di tregua di tanto in tanto.

Quello che mi auguro per questo compleanno, se posso esprimere un desiderio come si fa la notte di San Lorenzo, è di poter vedere ancora un po’ di mondo nei prossimi venti o trent’anni, zaino in spalla e i miei bambini per mano.

Vorrei poter regalare ai miei figli tante esperienze, perché so che solo quelle posso lasciare in eredità. Regalare loro ogni volta occhi nuovi con cui vedere le cose.

Regalare loro la fiducia nel prossimo in una società che vedo sempre più chiusa, a dispetto della globalizzazione. Regalare loro la serenità nel lasciarli andare quando sarà il momento e saranno grandi.

E poi mi auguro di trovare un pò di equilibrio su questa Terra che trema così spesso.

Non è ancora un bilancio, spero di avere il privilegio di invecchiare per poter fare bilanci più in là nella mia vita, è solo una riflessione e un augurio che faccio a me stessa, a metà del mio cammino.

Buon compleanno, buon compleanno a me.

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Lettera a Andrea Bocelli

Landriano, 28 luglio 2020

Caro Andrea,
se sei in grado di fare un po’ di autocritica devi ammetterlo a te stesso: stavolta hai detto un’immensa fesseria.
A parte il fatto che, come ti hanno già giustamente fatto notare i tuoi figli, dovrebbero invitarti a discutere di argomenti di cui sei competente, come le arie de La bohème o della Cavalleria Rusticana.
Sono rimasta davvero dispiaciuta e sgomenta nell’ascoltare le tue esternazioni pubbliche su quella che ritieni sia stata una “non emergenza” sanitaria. Fino a ieri ti stimavo come artista. Ora mi verrebbe da dirti che ti disprezzo come essere umano per le frasi che hai detto e che sono una pugnalata a chi questa tragedia l’ha vissuta in tutta la sua profondità.
Lascia che ti dica una cosa: in pochi, se non medici e infermieri, hanno visto i morti delle terapie intensive di mezza Italia e della Lombardia soprattutto. E lo sai perché non li ha visti nessuno? Perché a nessun amico, figlio o parente era concessa la visita ai malati messi in isolamento a causa del virus. Morivano soli, alcuni coscienti fino all’ultimo, altri con il dono almeno della sedazione ad evitare la sofferenza, ad accompagnarli nel viaggio.
Un destino purtroppo che ha accomunato tanti, troppi italiani. Neanche io ho potuto vedere mio papà morire in un reparto di terapia intensiva convertito alla gestione della emergenza. E penso che siano fortunati quelli che non hanno dovuto passare il calvario che hanno passato tante famiglie come la mia.
Sai cosa vuol dire non poter dire addio ad un genitore, sapere di non avere potuto fare niente per salvarlo? Saperlo dentro una bara consegnata chiusa? Sapere di non aver potuto dargli un ultimo abbraccio, un ultimo bacio? Forse per tua fortuna non lo sai, perché è una sofferenza che accompagnerà me e mia sorella per il resto della vita e che non auguro a nessuno.
Su una cosa sono pienamente d’accordo con te. Anche io mi sono sentita umiliata e offesa.
Mi sono sentita umiliata e offesa da una politica che ha scelto il silenzio nelle settimane precedenti allo scoppio della pandemia, quando già le informazioni c’erano su quello che stava per arrivare nel nostro Paese ma si è preferito tacere in nome del dio denaro, in nome di una economia che non si poteva fermare, non si poteva creare panico. E so per certo che le aziende italiane con delle sedi in Cina già a gennaio avevano preso tutti i provvedimenti necessari al contenimento del contagio, perché sapevano che piaga sarebbe arrivata di lì a poco anche in Italia, a riprova che qualcosa si poteva fare per tempo.
Mi sono sentita umiliata e offesa quando a mio padre un operatore del numero delle emergenze di Regione Lombardia ha risposto di “stare a casa e prendere la tachipirina” davanti a dieci giorni di evidenti sintomi del virus che lo avrebbe ucciso dopo altre due settimane.
Un virus che ha ucciso e sta ancora uccidendo nel mondo, anche se tanti, come te, non lo vogliono vedere.
Mi sono sentita umiliata quando alla mia famiglia è stato detto che non avrebbero fatto il tampone a nessuno se non davanti a evidenti sintomi di malattia. Come a dire “intanto muori a casa tua”.
Mi sono sentita offesa per non aver potuto fare un funerale decente a mio papà, un uomo che ha speso metà della vita ad aiutare gli altri, a rendere questo mondo un posto un po’ migliore o quantomeno meno schifoso di come lo ha trovato lui, ed è stato salutato nel silenzio di un cimitero vuoto neanche fosse stato un delinquente.
Forse non conoscerò tanta gente quanta ne conosci tu, ma ti dico che sei stato fortunato, perché solo fra le mie conoscenze più strette sono più di dieci le famiglie che hanno avuto un parente morto per Coronavirus, e altrettante che hanno visto un amico o un famigliare ricoverato in terapia intensiva e che per fortuna è guarito.
Ma io sono solo una mamma lombarda quindi la mia esperienza e il mio pensiero contano sicuramente meno del tuo che vieni invitato nel Senato della Repubblica a parlare di cose di cui non sai nulla.
Ora che la bufera si sta forse calmando, che si cerca di fare rimarginare le ferite, sentire queste esternazioni da un personaggio del tuo spessore culturale è davvero sconvolgente, immaginando poi che personaggi pubblici come te non avranno sicuramente vissuto la stessa quarantena delle persone comuni, costrette in bilocali di città per mesi insieme a bambini, oppure lontani da genitori anziani.
Non so cosa ti sia passato per la testa per dire certe assurdità, a questo punto spero che ti abbiano pagato, perché se davvero le pensi dovresti farti una chiacchierata con qualche medico o infermiere di un qualsiasi ospedale italiano. Oppure se preferisci ti apro casa mia e davanti ad un caffè ti racconto per filo e per segno cosa abbiamo vissuto. Forse allora potresti “aprire gli occhi” sulla vicenda, e lo dico senza alcuna ironia.

Mi piacerebbe davvero che questa lettera ti arrivasse, chi lo sa quali magie possono fare le condivisioni sul web.

Paola Cavioni

In loving memory…

antonio_cavioni

1 aprile 2020

In ricordo di Antonio Cavioni (25 febbraio 1952 – 28 marzo 2020)

Mio padre.

Ciao papi.

Ieri ti abbiamo salutato, come si fa di questi tempi balordi, solo noi e il don Antonio al cimitero, senza messa, solo una benedizione veloce.

Ai funerali si dovrebbe dire qualcosa in ricordo di chi se ne va ma ieri non sono riuscita a dire niente.

Tu lo sai però che sono sempre stata più brava a scrivere che a parlare. Ieri ci ha pensato una dolce Ave Maria, cantata solo per te dalla cara Maricia, a parlare per tutti noi anche se da un cellulare. Per noi che da sabato scorso siamo rimasti senza parole, quelle parole che tu avevi sempre per tutti.

In tempi “normali” la morte sarebbe arrivata lo stesso prima o poi. Ma saremmo stati insieme, molto probabilmente. Avremmo tenuto la tua mano, ci saremmo stretti attorno alla mamma senza le mascherine e senza paura di potersi contagiare a vicenda. Ora non si può, questa forse è la più grande sofferenza, la più grande ingiustizia. Questo mostro obbliga a fare i conti ognuno per sé con il proprio dolore, con i propri pensieri, le proprie domande.

Non so se sia una guerra quella che stiamo combattendo, perché in guerra almeno il nemico lo vedi. E in guerra i nonni non ci vanno. Il virus ci sta portando via un pezzo della nostra memoria, e si dovrà fare presto i conti con il lutto collettivo di migliaia di bambini che da un giorno all’altro hanno perso uno o più nonni, senza neanche poterli salutare, senza neanche poter essere presenti al funerale, cosa che se non allevia la sofferenza almeno è un momento di passaggio per poter iniziare ad elaborare il lutto.

Che mondo ci aspetta domani papà, senza di te? Eri una di quelle anime buone che sarebbero servite per gestire “il dopo”, per ricostruire questa società e provare a renderla magari migliore, se e quando arriverà la fine di questo incubo.

So che tu non avevi paura di morire, perché non avevi paura di vivere. Non so se sono e sarò capace di fare altrettanto. Non so se sarò in grado di essere per i miei figli lo stesso modello di vita che sei stato tu non solo per noi, ma per le tante persone che ti hanno conosciuto e stimato da sempre.
Quello che so per certo è che sei sempre stato orgoglioso della tua famiglia, più che dei tuoi successi lavorativi e professionali.

Eri orgoglioso di Valeria, della sua intelligenza e indipendenza.

Eri orgoglioso della bontà di cuore di Stefano, un cuore forse tanto grande quanto fragile.

Eri orgoglioso di me, perché ti ho da sempre spontaneamente seguito in molte delle tue passioni e sono sempre rimasta la piccola di casa, forse per questo ora mi sento così persa davanti alla tua morte.

Eri orgoglioso dei tuoi nipotini e non riesco neanche ad immaginare quanto tu li abbia amati, ricambiato con quell’amore così profondo che solo i bambini sanno donare.

Gaia ti ha fatto un disegno con un arcobaleno quando eri in ospedale. Nonno andrà tutto bene. Abbiamo voluto lasciarlo a te, per il tuo ultimo viaggio, come se fosse quell’ultima carezza che non ti abbiamo potuto dare.

Ci sono stati vicino tutti in queste settimane. Abbiamo avuto tante conferme di quanto già sapevamo, ovvero quanto fossi amato.

Tutti abbiamo sperato e pregato, pregato e sperato perché tornassi da noi, magari anche un po’ ammaccato ma vivo, anche se sapevamo che questo maledetto virus troppo spesso non lascia respiro, e la tua storia è stata troppo simile alle tantissime che si leggono sui giornali in questi giorni.

Sai anche perché avevo paura che non saresti tornato quando l’anestesista ti ha fatto addormentare? Perché ero sicura che nel tuo sonno avresti visto e abbracciato Stefano, e non saresti più voluto tornare. Perché sapevi che in quel Paradiso a cui fortemente credevi lui era lì a tenerti un posto, e che noi di qua saremmo stati uniti e forti.

Manchi e mancherai a tutti. Mancheranno i tuoi insegnamenti, la tua generosità. Mancheranno i pranzi tutti insieme, senza pensieri. Mancherai tu, semplicemente tu. Mancherai immensamente a Gaia, ora chi le spiega storia? Mancherai alla mamma, tua compagna di sempre, la nostra dolce mamma, ancora una volta messa alla prova così duramente dalla vita.

Ci hai fatto un bello scherzo papà, non ci voleva proprio. Perché delle tante cose che ci hai insegnato, una sola ci manca. Come fare ad andare avanti senza di te, la nostra roccia, la nostra guida.

Mi resta la certezza che le ultime persone che hai visto, i medici della terapia intensiva, hanno fatto davvero di tutto per poterti salvare. Ci resta la tua voce in quell’ultima telefonata, eri preoccupato per la mamma, non per te, perché eri sicuro di svegliarti. Altruista fino all’ultimo momento.

Ora penseremo noi alla mamma, come tu hai pensato a noi per tutta la nostra vita fino a qua.

Ora cercheremo di andare avanti un passo alla volta, un giorno alla volta, ricordando sempre a tutti la grande persona che eri.

Riposa in pace papi. Ci abbracceremo ancora.

Tua figlia Paola

Noi, sopravvissuti agli anni ’90

“Tanta nostalgia degli anni novanta
Quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè
Era difficile, ma possibile
Non si sapeva dove e come, ma si sapeva ancora perché
C’era chi aveva voglia, c’era chi stava insieme
C’era chi amava ancora nonostante il male
La musica, c’era la musica, ricordo
La musica, la musica, c’era la musica”

(Articolo 31, 2030)

Eccoci qua. Abbiamo tra i trenta e i quarant’anni e siamo sopravvissuti a un conflitto che neanche sappiamo di avere combattuto. Siamo sopravvissuti agli anni ’90 e nonostante tutto, come nella canzone degli Articolo 31, ne abbiamo ancora tanta nostalgia, anche se ormai siamo molto più vicini al 2030 che al 1999.

Noi siamo le bambine reduci da quelle orribili calze bianche traforate di cotone (che toglievi alla sera, ma la mattina dopo trovavi ancora la trama impressa sulle gambe) immortalate in eterno nelle foto di famiglia. Le stesse fotografie conservate negli album che nostra madre ostinatamente mostra a ogni nostro nuovo fidanzato, salvo poi stupirsi del fatto che alla fine restiamo sempre single.

Siamo sopravvissuti alle scuole medie senza smartphone e 4G, per tanti di noi senza internet completamente. Quando ancora la scuola non si chiamava primaria e secondaria, le ricerche si facevano davvero con “le sudate carte”. Dovevamo passare i pomeriggi in biblioteca o a casa dall’amico con i soldi che aveva la Treccani. Quando ancora stampante e fotocopiatrice (che si chiamava ancora ciclostile!) erano un bene raro, quanti crampi ci sono venuti alla mano mentre copiavamo paragrafi su paragrafi per la ricerca sulla seconda Guerra Mondiale o la tesina di fine anno?

Siamo sopravvissuti senza book fotografico su Facebook, corredato da frase strappalacrime sul tempo che passa, il nostro primo giorno di scuola, che quando andava bene i nostri genitori ci facevano una sola fotografia con il sorriso sdentato, il grembiule nuovo e in mano il diario. Fotografia fatta giusto per finire il rullino “vacanza Liguria ‘93”.

Abbiamo vissuto l’infanzia e la adolescenza senza YouTube ma con le audiocassette e i primi CD, così preziosi perché se li rovinavi la tua musica preferita era persa per sempre (o almeno così ci sembrava a quei tempi).

Siamo andati a scuola senza registro elettronico, senza l’elenco del materiale consegnato dalle maestre a metà agosto, perché il primo giorno di scuola la mamma ti diceva: “Porta solo l’astuccio, un quaderno e il diario”. Ora a scuola il primo giorno i bambini portano: cartella, due astucci, quaderni per tutte le materie con relative scorte, cartellette, carta igienica, sapone, risma di fogli, tovaglietta per la merenda, vocabolario in italiano e inglese e narra la leggenda che ci siano ancora in uso i regoli (vero pezzo di archeologia industriale). Ora si va a scuola con il trolley. Siamo andati a scuola ogni singolo giorno con la schiena più carica di uno sherpa in spedizione invernale sull’Himalaya. Con lo zaino sulle spalle ben posizionato sulle reni, così pesante che dovevi stare piegato e parlavi con il tuo compagno guardandoti le scarpe per non perdere l’equilibrio. E lo sa bene chi sta ancora pagando le sedute dal chiropratico per sistemare la scoliosi.

Siamo sopravvissuti a scuola senza la famigerata chat delle mamme. Perché le chat degli anni ’90 erano le chiacchiere delle vicine di casa, operative alla finestra h24, che se ti beccavano a fare qualcosa che non dovevi, facevi prima a non rientrare neanche a casa e ad arruolarti nella legione straniera perché tua madre ti avrebbe aspettato sulla porta con la ciabatta in una mano e il mestolo nell’altra.

Siamo sopravvissuti alla scuola dell’obbligo che finiva in terza media. Che chi non proseguiva gli studi e andava a lavorare era considerato una capra che non aveva voglia di studiare, ma quando dopo l’università e i master ci siamo trovati alla soglia dei trent’anni disoccupati e precari, abbiamo guardato con malcelata invidia i nostri ex compagni che lavoravano già da dieci anni, assunti in regola e con i contributi pagati. Noi che se ci va bene andremo in pensione a settantacinque anni con la minima.

Siamo la generazione che ha girato l’Italia e l’Europa senza dispositivo anti-abbandono, senza le cinture di sicurezza, senza seggiolini specifici per ogni fascia di età, di quelli moderni scelti in base ad un preciso algoritmo fra peso e altezza. Nei lunghi tragitti in macchina le nostre cinture di sicurezza erano le ginocchia di nostra madre seduta con noi sul sedile posteriore, che diceva di mettere giù la testa perché il viaggio era ancora lungo. Per non parlare di quando si andava in vacanza per due o tre settimane al mare in estate, e si partiva con la macchina zeppa all’inverosimile, senza aria condizionata e con le valigie sul portapacchi, legate con un moschettone elastico che se malauguratamente si sganciava rischiavi di perderci un occhio.

Siamo sopravvissuti alle nonne che avevano visto la guerra e che passavano il tempo fra i fornelli. Le nonne che “prima mangia e poi mi racconti”, che non erano vegane e friggevano anche i tovaglioli e il caffè, alla faccia della dieta mima digiuno.

Siamo l’ultima generazione del servizio militare e delle cabine telefoniche a gettone e la prima degli SMS a 180 caratteri.

Siamo i sopravvissuti ai tanti, troppi amici morti in motorino perché ancora non c’era l’obbligo di potare il casco, e chi lo aveva lo portava alzato sulla fronte, perché così era più figo e non ti spettinavi.

Siamo la generazione di quelli che aspettavano il mercoledì perché in edicola usciva TV Sorrisi e canzoni e si potevano ritagliare i testi di Torn e I’ll be missing you per non doversi inventare le parole in inglese. Siamo riusciti a crescere discretamente sani di mente anche senza il parental control sulla TV e anche se rimanevamo svegli la sera fino a tardi per vedere i programmi televisivi che i nostri genitori ci vietavano.

Siamo quelli sopravvissuti alle contraddizioni di un decennio a metà fra la rabbia della musica dei Nirvana e i testi imbarazzanti delle canzoni degli Aqua.

Siamo sopravvissuti alla moda anni ’90. Ai codini con i ciuffi rosa, ai capelli tagliati a scodella, alle magliette sopra l’ombelico, ai jeans a vita bassa che non lasciavano proprio niente all’immaginazione quando ti piegavi, ai bomber da tamarri, alle zeppe della Buffalo che facevano camminare come un Frankenstein con la sciatica.

Siamo sopravvissuti ai grandi traumi provocati dalla cinematografia anni ’90, il decennio dei film più tristi di tutta storia del cinema. Edward mani di forbice, Titanic, Ghost, Romeo + Giulietta, Lezioni di piano, Philadelphia solo per fare alcuni esempi. E penso che tanti di noi stessero ancora elaborando il lutto per la morte di Mufasa quando la Disney nel 2019 ha ben pensato di ravvivare la nostra sindrome da stress post traumatico con il live action del Re Leone. Grazie. Grazie davvero cara Disney, penso che tu abbia qualche forma di scambio merci con l’albo degli psicologi perché altrimenti non si spiega tanto accanimento sulla nostra generazione, e sì, mi riferisco anche alla mamma di Bambi. Sai che non ti perdoneremo mai.

Siamo sopravvissuti agli anni ’90 e alle cadute sulla ghiaia quando non c’era ancora la pavimentazione anti trauma e non c’erano neanche i parchetti a dire la verità, perché si giocava per strada o in oratorio. Si giocava tanto e si cadeva tanto. Si cadeva per un contrasto a calcio, si cadeva dai pattini e dalla bicicletta. Sbucciati e sanguinanti, si rientrava a casa per l’ora di cena e c’era sempre una nonna che ci disinfettava con litri di mercurocromo e la stessa finezza di Rambo quando si cuce da solo la ferita sul braccio.

Siamo sopravvissuti ai metodi educativi degli anni ’90, che a confronto con il “metodo danese per crescere bambini felici” i nostri genitori sembravano accondiscendenti come il Sergente Maggiore Hartman. Se hai fra i trenta e i quaranta anni, conosci bene il significato della frase “guarda che se poi ti fai male piangi due volte”. Perché negli anni ‘90 non c’erano tata Lucia o gli psicologi a salvarci dalla sicura punizione corporale che ci avrebbe aspettato a casa nel momento in cui nostro padre avesse scoperto che avevamo preso una nota o un’insufficienza a scuola.

Siamo la generazione che è sopravvissuta anche senza centinaia di attività extra scolastiche, perché negli anni novanta a scuola si faceva tutti il tempo pieno e se ti andava bene, facevi un solo sport l’anno o suonavi uno strumento.

Siamo sopravvissuti anche alla noia di pomeriggi passati a ciondolare senza meta per strada e nei cortili condominiali, senza sapere che quell’apparente noia sarebbe stata la più bella forma di libertà di tutta la nostra vita.

Paola Cavioni

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Senilità

Alle mie nonne Vittoria e Angela, al loro esempio e a tutto l’amore che mi hanno dato in tempi e modi differenti.

ANZIANA

Figlia, non guardare le rughe sul mio volto,

sono stati i sorrisi con cui ho salutato l’inizio delle tue giornate.

Non avere timore di toccare l’incavo fra i solchi violacei delle mie mani ricurve,

sono le stesse mani bianche che ti hanno carezzato quando piangevi.

Non guardare l’arco della mia schiena piegata dal tempo;

nel tempo che ti vedeva crescere ha portato il tuo peso con orgoglio.

Non giudicare la lentezza dei miei movimenti:

è la stessa andatura dell’incedere incerto dei tuoi primi passi.

Io sono stata ciò che tu sei e ciò che tu fosti.

Non evitare il vuoto dei miei occhi ciechi e stanchi:

hanno già visto tutto l’universo

nel tuo sguardo di neonata.

Non urlare contro di me se fatico a comprendere le tue parole,

la mia mente e i miei ricordi sono pieni del suono della tua voce.

Musiche che arrivano da un tempo lontano.

Non guardare il mio corpo così fragile ma ormai così pesante

che porta il peso degli anni come una zavorra, che fatica a camminare.

Guarda la leggerezza della mia anima, che non è mai invecchiata.

Non mi manca nulla.

Paola Cavioni