Donne

donna

Che belle le donne che sanno accompagnare gli anni che passano.

Che non nascondono un capello bianco o quella ruga che allunga l’orizzonte del loro sguardo.

Che dona espressione al loro sorriso.

 

Che belle le donne sorelle delle donne.

Che sanno essere complici.

Donne solo apparentemente semplici.

 

Che belle le donne che in un mondo sterile sanno essere madri.

Madri di progetti, di idee. Di figli.

 

Che belle le donne che non nascondono la loro fragilità ma che sanno quanto valgono.

 

E come sono belle le donne quando amano.

Ma anche quando si accorgono di non amare più.

 

Che belle le donne che sanno essere libere ma mettere radici.

 

Che belle le donne che si perdono nella musica che hanno dentro.

 

Paola Cavioni

Tempo di quarantena, aprile 2020

“Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno che hai voglia ad aspettare
Un tempo sognato che viene di notte
E un altro di giorno teso
Come un lino a sventolare”

C’è tempo, Ivano Fossati

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È un tempo di pace questo, ma il suono dei cannoni è quello delle sirene sulle strade.

Non si piangono soldati ma padri, madri, fratelli e sorelle, amici persi. Persi per sempre.

Ma è solo un tempo diverso, chiusi nelle nostre case che ci sembravano più grandi.

È il tempo del pane che lievita e della notte che non passa mai.

È il tempo del sole che sorge presto, delle giornate che si fanno più lunghe e ci fanno scoprire quanto fosse inutile il nostro affannarci di prima. Per cosa?

È il tempo infinito e sospeso del lutto e del pianto, della solitudine.

Del cambiamento, se avremo fortuna.

Ma è anche il tempo ritrovato degli abbracci e dei baci alla mattina. Ha il profumo dei nostri figli e il suono delle loro voci. È il tempo semplice di una colazione insieme.

È il tempo regalato al pensiero senza il rumore delle macchine sulla strada.

È un tempo che sembra vuoto ma che sta mostrando quanto vuote fossero tante vite così impegnate.

Le vite del non ho tempo.

E ora che abbiamo tutto il tempo del mondo, a malapena sappiamo cosa farne.

È il tempo delle preghiere di chi non crede in Dio.

Paola Cavioni

2 aprile 2020

In loving memory…

antonio_cavioni

1 aprile 2020

In ricordo di Antonio Cavioni (25 febbraio 1952 – 28 marzo 2020)

Mio padre.

Ciao papi.

Ieri ti abbiamo salutato, come si fa di questi tempi balordi, solo noi e il don Antonio al cimitero, senza messa, solo una benedizione veloce.

Ai funerali si dovrebbe dire qualcosa in ricordo di chi se ne va ma ieri non sono riuscita a dire niente.

Tu lo sai però che sono sempre stata più brava a scrivere che a parlare. Ieri ci ha pensato una dolce Ave Maria, cantata solo per te dalla cara Maricia, a parlare per tutti noi anche se da un cellulare. Per noi che da sabato scorso siamo rimasti senza parole, quelle parole che tu avevi sempre per tutti.

In tempi “normali” la morte sarebbe arrivata lo stesso prima o poi. Ma saremmo stati insieme, molto probabilmente. Avremmo tenuto la tua mano, ci saremmo stretti attorno alla mamma senza le mascherine e senza paura di potersi contagiare a vicenda. Ora non si può, questa forse è la più grande sofferenza, la più grande ingiustizia. Questo mostro obbliga a fare i conti ognuno per sé con il proprio dolore, con i propri pensieri, le proprie domande.

Non so se sia una guerra quella che stiamo combattendo, perché in guerra almeno il nemico lo vedi. E in guerra i nonni non ci vanno. Il virus ci sta portando via un pezzo della nostra memoria, e si dovrà fare presto i conti con il lutto collettivo di migliaia di bambini che da un giorno all’altro hanno perso uno o più nonni, senza neanche poterli salutare, senza neanche poter essere presenti al funerale, cosa che se non allevia la sofferenza almeno è un momento di passaggio per poter iniziare ad elaborare il lutto.

Che mondo ci aspetta domani papà, senza di te? Eri una di quelle anime buone che sarebbero servite per gestire “il dopo”, per ricostruire questa società e provare a renderla magari migliore, se e quando arriverà la fine di questo incubo.

So che tu non avevi paura di morire, perché non avevi paura di vivere. Non so se sono e sarò capace di fare altrettanto. Non so se sarò in grado di essere per i miei figli lo stesso modello di vita che sei stato tu non solo per noi, ma per le tante persone che ti hanno conosciuto e stimato da sempre.
Quello che so per certo è che sei sempre stato orgoglioso della tua famiglia, più che dei tuoi successi lavorativi e professionali.

Eri orgoglioso di Valeria, della sua intelligenza e indipendenza.

Eri orgoglioso della bontà di cuore di Stefano, un cuore forse tanto grande quanto fragile.

Eri orgoglioso di me, perché ti ho da sempre spontaneamente seguito in molte delle tue passioni e sono sempre rimasta la piccola di casa, forse per questo ora mi sento così persa davanti alla tua morte.

Eri orgoglioso dei tuoi nipotini e non riesco neanche ad immaginare quanto tu li abbia amati, ricambiato con quell’amore così profondo che solo i bambini sanno donare.

Gaia ti ha fatto un disegno con un arcobaleno quando eri in ospedale. Nonno andrà tutto bene. Abbiamo voluto lasciarlo a te, per il tuo ultimo viaggio, come se fosse quell’ultima carezza che non ti abbiamo potuto dare.

Ci sono stati vicino tutti in queste settimane. Abbiamo avuto tante conferme di quanto già sapevamo, ovvero quanto fossi amato.

Tutti abbiamo sperato e pregato, pregato e sperato perché tornassi da noi, magari anche un po’ ammaccato ma vivo, anche se sapevamo che questo maledetto virus troppo spesso non lascia respiro, e la tua storia è stata troppo simile alle tantissime che si leggono sui giornali in questi giorni.

Sai anche perché avevo paura che non saresti tornato quando l’anestesista ti ha fatto addormentare? Perché ero sicura che nel tuo sonno avresti visto e abbracciato Stefano, e non saresti più voluto tornare. Perché sapevi che in quel Paradiso a cui fortemente credevi lui era lì a tenerti un posto, e che noi di qua saremmo stati uniti e forti.

Manchi e mancherai a tutti. Mancheranno i tuoi insegnamenti, la tua generosità. Mancheranno i pranzi tutti insieme, senza pensieri. Mancherai tu, semplicemente tu. Mancherai immensamente a Gaia, ora chi le spiega storia? Mancherai alla mamma, tua compagna di sempre, la nostra dolce mamma, ancora una volta messa alla prova così duramente dalla vita.

Ci hai fatto un bello scherzo papà, non ci voleva proprio. Perché delle tante cose che ci hai insegnato, una sola ci manca. Come fare ad andare avanti senza di te, la nostra roccia, la nostra guida.

Mi resta la certezza che le ultime persone che hai visto, i medici della terapia intensiva, hanno fatto davvero di tutto per poterti salvare. Ci resta la tua voce in quell’ultima telefonata, eri preoccupato per la mamma, non per te, perché eri sicuro di svegliarti. Altruista fino all’ultimo momento.

Ora penseremo noi alla mamma, come tu hai pensato a noi per tutta la nostra vita fino a qua.

Ora cercheremo di andare avanti un passo alla volta, un giorno alla volta, ricordando sempre a tutti la grande persona che eri.

Riposa in pace papi. Ci abbracceremo ancora.

Tua figlia Paola

Noi, sopravvissuti agli anni ’90

“Tanta nostalgia degli anni novanta
Quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè
Era difficile, ma possibile
Non si sapeva dove e come, ma si sapeva ancora perché
C’era chi aveva voglia, c’era chi stava insieme
C’era chi amava ancora nonostante il male
La musica, c’era la musica, ricordo
La musica, la musica, c’era la musica”

(Articolo 31, 2030)

Eccoci qua. Abbiamo tra i trenta e i quarant’anni e siamo sopravvissuti a un conflitto che neanche sappiamo di avere combattuto. Siamo sopravvissuti agli anni ’90 e nonostante tutto, come nella canzone degli Articolo 31, ne abbiamo ancora tanta nostalgia, anche se ormai siamo molto più vicini al 2030 che al 1999.

Noi siamo le bambine reduci da quelle orribili calze bianche traforate di cotone (che toglievi alla sera, ma la mattina dopo trovavi ancora la trama impressa sulle gambe) immortalate in eterno nelle foto di famiglia. Le stesse fotografie conservate negli album che nostra madre ostinatamente mostra a ogni nostro nuovo fidanzato, salvo poi stupirsi del fatto che alla fine restiamo sempre single.

Siamo sopravvissuti alle scuole medie senza smartphone e 4G, per tanti di noi senza internet completamente. Quando ancora la scuola non si chiamava primaria e secondaria, le ricerche si facevano davvero con “le sudate carte”. Dovevamo passare i pomeriggi in biblioteca o a casa dall’amico con i soldi che aveva la Treccani. Quando ancora stampante e fotocopiatrice (che si chiamava ancora ciclostile!) erano un bene raro, quanti crampi ci sono venuti alla mano mentre copiavamo paragrafi su paragrafi per la ricerca sulla seconda Guerra Mondiale o la tesina di fine anno?

Siamo sopravvissuti senza book fotografico su Facebook, corredato da frase strappalacrime sul tempo che passa, il nostro primo giorno di scuola, che quando andava bene i nostri genitori ci facevano una sola fotografia con il sorriso sdentato, il grembiule nuovo e in mano il diario. Fotografia fatta giusto per finire il rullino “vacanza Liguria ‘93”.

Abbiamo vissuto l’infanzia e la adolescenza senza YouTube ma con le audiocassette e i primi CD, così preziosi perché se li rovinavi la tua musica preferita era persa per sempre (o almeno così ci sembrava a quei tempi).

Siamo andati a scuola senza registro elettronico, senza l’elenco del materiale consegnato dalle maestre a metà agosto, perché il primo giorno di scuola la mamma ti diceva: “Porta solo l’astuccio, un quaderno e il diario”. Ora a scuola il primo giorno i bambini portano: cartella, due astucci, quaderni per tutte le materie con relative scorte, cartellette, carta igienica, sapone, risma di fogli, tovaglietta per la merenda, vocabolario in italiano e inglese e narra la leggenda che ci siano ancora in uso i regoli (vero pezzo di archeologia industriale). Ora si va a scuola con il trolley. Siamo andati a scuola ogni singolo giorno con la schiena più carica di uno sherpa in spedizione invernale sull’Himalaya. Con lo zaino sulle spalle ben posizionato sulle reni, così pesante che dovevi stare piegato e parlavi con il tuo compagno guardandoti le scarpe per non perdere l’equilibrio. E lo sa bene chi sta ancora pagando le sedute dal chiropratico per sistemare la scoliosi.

Siamo sopravvissuti a scuola senza la famigerata chat delle mamme. Perché le chat degli anni ’90 erano le chiacchiere delle vicine di casa, operative alla finestra h24, che se ti beccavano a fare qualcosa che non dovevi, facevi prima a non rientrare neanche a casa e ad arruolarti nella legione straniera perché tua madre ti avrebbe aspettato sulla porta con la ciabatta in una mano e il mestolo nell’altra.

Siamo sopravvissuti alla scuola dell’obbligo che finiva in terza media. Che chi non proseguiva gli studi e andava a lavorare era considerato una capra che non aveva voglia di studiare, ma quando dopo l’università e i master ci siamo trovati alla soglia dei trent’anni disoccupati e precari, abbiamo guardato con malcelata invidia i nostri ex compagni che lavoravano già da dieci anni, assunti in regola e con i contributi pagati. Noi che se ci va bene andremo in pensione a settantacinque anni con la minima.

Siamo la generazione che ha girato l’Italia e l’Europa senza dispositivo anti-abbandono, senza le cinture di sicurezza, senza seggiolini specifici per ogni fascia di età, di quelli moderni scelti in base ad un preciso algoritmo fra peso e altezza. Nei lunghi tragitti in macchina le nostre cinture di sicurezza erano le ginocchia di nostra madre seduta con noi sul sedile posteriore, che diceva di mettere giù la testa perché il viaggio era ancora lungo. Per non parlare di quando si andava in vacanza per due o tre settimane al mare in estate, e si partiva con la macchina zeppa all’inverosimile, senza aria condizionata e con le valigie sul portapacchi, legate con un moschettone elastico che se malauguratamente si sganciava rischiavi di perderci un occhio.

Siamo sopravvissuti alle nonne che avevano visto la guerra e che passavano il tempo fra i fornelli. Le nonne che “prima mangia e poi mi racconti”, che non erano vegane e friggevano anche i tovaglioli e il caffè, alla faccia della dieta mima digiuno.

Siamo l’ultima generazione del servizio militare e delle cabine telefoniche a gettone e la prima degli SMS a 180 caratteri.

Siamo i sopravvissuti ai tanti, troppi amici morti in motorino perché ancora non c’era l’obbligo di potare il casco, e chi lo aveva lo portava alzato sulla fronte, perché così era più figo e non ti spettinavi.

Siamo la generazione di quelli che aspettavano il mercoledì perché in edicola usciva TV Sorrisi e canzoni e si potevano ritagliare i testi di Torn e I’ll be missing you per non doversi inventare le parole in inglese. Siamo riusciti a crescere discretamente sani di mente anche senza il parental control sulla TV e anche se rimanevamo svegli la sera fino a tardi per vedere i programmi televisivi che i nostri genitori ci vietavano.

Siamo quelli sopravvissuti alle contraddizioni di un decennio a metà fra la rabbia della musica dei Nirvana e i testi imbarazzanti delle canzoni degli Aqua.

Siamo sopravvissuti alla moda anni ’90. Ai codini con i ciuffi rosa, ai capelli tagliati a scodella, alle magliette sopra l’ombelico, ai jeans a vita bassa che non lasciavano proprio niente all’immaginazione quando ti piegavi, ai bomber da tamarri, alle zeppe della Buffalo che facevano camminare come un Frankenstein con la sciatica.

Siamo sopravvissuti ai grandi traumi provocati dalla cinematografia anni ’90, il decennio dei film più tristi di tutta storia del cinema. Edward mani di forbice, Titanic, Ghost, Romeo + Giulietta, Lezioni di piano, Philadelphia solo per fare alcuni esempi. E penso che tanti di noi stessero ancora elaborando il lutto per la morte di Mufasa quando la Disney nel 2019 ha ben pensato di ravvivare la nostra sindrome da stress post traumatico con il live action del Re Leone. Grazie. Grazie davvero cara Disney, penso che tu abbia qualche forma di scambio merci con l’albo degli psicologi perché altrimenti non si spiega tanto accanimento sulla nostra generazione, e sì, mi riferisco anche alla mamma di Bambi. Sai che non ti perdoneremo mai.

Siamo sopravvissuti agli anni ’90 e alle cadute sulla ghiaia quando non c’era ancora la pavimentazione anti trauma e non c’erano neanche i parchetti a dire la verità, perché si giocava per strada o in oratorio. Si giocava tanto e si cadeva tanto. Si cadeva per un contrasto a calcio, si cadeva dai pattini e dalla bicicletta. Sbucciati e sanguinanti, si rientrava a casa per l’ora di cena e c’era sempre una nonna che ci disinfettava con litri di mercurocromo e la stessa finezza di Rambo quando si cuce da solo la ferita sul braccio.

Siamo sopravvissuti ai metodi educativi degli anni ’90, che a confronto con il “metodo danese per crescere bambini felici” i nostri genitori sembravano accondiscendenti come il Sergente Maggiore Hartman. Se hai fra i trenta e i quaranta anni, conosci bene il significato della frase “guarda che se poi ti fai male piangi due volte”. Perché negli anni ‘90 non c’erano tata Lucia o gli psicologi a salvarci dalla sicura punizione corporale che ci avrebbe aspettato a casa nel momento in cui nostro padre avesse scoperto che avevamo preso una nota o un’insufficienza a scuola.

Siamo la generazione che è sopravvissuta anche senza centinaia di attività extra scolastiche, perché negli anni novanta a scuola si faceva tutti il tempo pieno e se ti andava bene, facevi un solo sport l’anno o suonavi uno strumento.

Siamo sopravvissuti anche alla noia di pomeriggi passati a ciondolare senza meta per strada e nei cortili condominiali, senza sapere che quell’apparente noia sarebbe stata la più bella forma di libertà di tutta la nostra vita.

Paola Cavioni

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Senilità

Alle mie nonne Vittoria e Angela, al loro esempio e a tutto l’amore che mi hanno dato in tempi e modi differenti.

ANZIANA

Figlia, non guardare le rughe sul mio volto,

sono stati i sorrisi con cui ho salutato l’inizio delle tue giornate.

Non avere timore di toccare l’incavo fra i solchi violacei delle mie mani ricurve,

sono le stesse mani bianche che ti hanno carezzato quando piangevi.

Non guardare l’arco della mia schiena piegata dal tempo;

nel tempo che ti vedeva crescere ha portato il tuo peso con orgoglio.

Non giudicare la lentezza dei miei movimenti:

è la stessa andatura dell’incedere incerto dei tuoi primi passi.

Io sono stata ciò che tu sei e ciò che tu fosti.

Non evitare il vuoto dei miei occhi ciechi e stanchi:

hanno già visto tutto l’universo

nel tuo sguardo di neonata.

Non urlare contro di me se fatico a comprendere le tue parole,

la mia mente e i miei ricordi sono pieni del suono della tua voce.

Musiche che arrivano da un tempo lontano.

Non guardare il mio corpo così fragile ma ormai così pesante

che porta il peso degli anni come una zavorra, che fatica a camminare.

Guarda la leggerezza della mia anima, che non è mai invecchiata.

Non mi manca nulla.

Paola Cavioni

Storie metropolitane

SENZA NOME

Fasciata nel suo cappottino nuovo color fumo di Londra, le mani mollemente appoggiate al volante, gesti e manovre ripetute ogni giorno, andata e ritorno. Il pensiero rivolto soprattutto al ritorno, ma prima sarebbero dovute passare ancora otto ore di lavoro.

Pensava al frigorifero vuoto e alla spesa da fare appena uscita dall’ufficio.

Il caffè, non devo dimenticare il caffè.

Dopo se lo sarebbe segnato in una nota sul cellulare.

Pensava al suo gatto. Doveva chiamare il veterinario, altri soldi.

Dentro all’abitacolo, la musica come sottofondo ai suoi pensieri, canzoni che aveva già sentito mille volte. Fuori dalla macchina, il solito grigiore asmatico della città che si risvegliava in un mattino feriale di inizio novembre.

Quanto manca ancora al prossimo ponte?

Il caldo artificiale del riscaldamento dell’auto si mischiava alle note di agrumi del suo profumo sparso in abbondanza sui vestiti e sui capelli, pronto a fare il suo dovere e a resistere alla battaglia di una lunga giornata di lavoro. Un rapido controllo al trucco, giusto in tempo per accorgersi di aver mal sfumato l’ombretto color tortora.

Pensava che appena arrivata in ufficio sarebbe dovuta andare in bagno a darsi una sistemata.

Il cellulare che reclamava una notifica.

Chi sarà ancora? Dopo guardo.

Pensava alla risposta che avrebbe dovuto a quella stronza dell’amministrazione.

Pensava che doveva chiamare il parrucchiere per prendere appuntamento, i capelli ormai non stavano più.

Pensava che avrebbe dovuto richiamare sua madre.

Doveva andare a trovare suo fratello. Da quanto tempo non vedeva i suoi nipoti?

Forse posso andarci questo fine settimana.

Pensava.

E non si accorse del semaforo rosso.

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A Stefano

stefano

A mio fratello Stefano

16.08.1979 – 15.10.2008

“And when the night is cloudy

there is still a light that shines on me

Shine until tomorrow, let it be”

In italiano non esiste una parola che indichi una persona che abbia perso un fratello o una sorella.

Non sei un vedovo. Non sei un orfano.

Sei in un limbo senza nome.

Quasi che una lingua tanto meravigliosa non voglia piegarsi ad un dolore così innaturale. Una sofferenza con la quale non si riesce a fare i conti.

Quello con cui si deve però fare i conti sono i silenzi, le stanze vuote, le lacrime trattenute, la sensazione di profonda ingiustizia nel trovarsi ogni anno a maledire una data sul calendario, invece di festeggiare i compleanni.

Si deve fare i conti con il tempo che passa e che prova a cancellare i ricordi, che prova a far dimenticare il suono della tua voce. Bisogna fare i conti con la polvere che accarezza la tua chitarra dove una volta c’erano le tue mani.

In questi anni i tuoi amici si sono sposati, hanno avuto dei figli, se ne sono andati e sono tornati. Ma quando li vedo, ancora mi parlano di te. Segno che il ricordo del bene che hai fatto, quello non si cancella.

Chi ha la fortuna di avere fede sa dove sei ora e ti può cercare con lo sguardo rivolto al cielo.

Io, che non sono così fortunata, so che posso sempre trovarti nella musica che amavi, negli accordi di quella canzone country che hai suonato mille volte, nella voce di Freddie, nei plettri che ancora sbucano dai cassetti. Ti parlo quando vieni a trovarmi dei sogni. Ti vedo nel sorriso dei tuoi nipotini.

Oggi sono esattamente dieci anni che non sei più fisicamente con noi. La tua assenza pesa sempre, ogni giorno. Ma sono tante le cose che ci hai insegnato, e tante ne ho imparate da quando te ne sei andato. Da quel giorno che ha segnato per sempre una linea netta tra la vita “di prima” e tutto quello che è venuto dopo. In un giorno d’autunno del 2008 mi sono svegliata che ero solo una ragazza di ventitré anni e in poche ore ho dovuto imparare a essere una donna.

Ho imparato, o almeno ci provo, a convivere con la tua assenza, con la sensazione di aver perso una parte del mio corpo, un braccio, una gamba. Ho imparato che nessun bene materiale, per quanto di valore, è indispensabile, tutto è sostituibile se non assolutamente superfluo. Nasciamo e moriamo nudi e nel nostro breve o lungo passaggio in questa vita dobbiamo impegnarci a rimanere tali, a non vivere nell’affanno dell’accumulo ma nella gioia del dono.

Ho imparato che sono molto più forte di quello che pensavo.

Ho imparato che non devo mai lasciare le persone che amo senza un saluto perché ho imparato, a mie spese, che ogni giorno potrebbe davvero essere l’ultimo. Ho imparato che non sempre ci viene data una seconda opportunità.

Ho imparato anche a non farmi abbruttire da questa vita perché trasformare il dolore in rabbia è una cassa di risonanza per la sofferenza. Ho imparato ad affrontare ogni nuovo giorno con un sorriso ma anche ad accogliere la malinconia quando arriva.

Ho scoperto chi sono le persone su cui potrò sempre contare e ho imparato che comunque la partita con la sofferenza si gioca sempre uno contro uno e non c’è spalla su cui potersi appoggiare alla sera quando devi chiedere ai tuoi pensieri il permesso per addormentarti.

Da te ho imparato che il valore di una vita non si misura in anni, ma nella vastità del bene donato al prossimo e nell’intensità del ricordo che lasciamo dopo di noi.

È così che tu hai vissuto cento anni, che sei una luce mai spenta.

Dovunque tu sia ora, continua ad illuminarci il cammino.

Ho ancora tanto da imparare.

“Che di nuovo sei in balìa di una rima che allacci …” – Righe per la giornata mondiale della poesia

 

giornata mondiale poesia 2018Amo da sempre la poesia.

A scuola ero quella che meglio riusciva ad imparare a memoria L’infinito, La cavalla storna, Alla sera. Versi che ancora ricordo perfettamente.

Amo la poesia.

Perché la poesia è dimora dei contrasti. E’ discreta e dirompente. Ti avvolge nel silenzio del suo rumore assordante. E’ un abbraccio lieve o un pensiero fisso che non ti abbandona.

La poesia è ovunque e sono privilegiati – o condannati? – coloro che riescono a ordinare in versi il disordine della vita.

Amerò sempre la poesia, e oggi lascio parlare i poeti che più amo.

Fra di loro, mi si perdoni per l’eresia, c’è anche un moderno cantautore.

Paola

 

Viviamo, mia Lesbia

Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.

Dammi mille baci e poi cento,
e poi altri mille e altri cento,
e poi ancora una volta mille, e poi cento.
E quando saremo arrivati
a molte migliaia,
li mescoleremo tutti per non sapere il conto
o perché qualcuno maligno
non provi invidia per noi
sapendo il numero esatto dei baci.

Catullo, I secolo a.C.

 

Inferno, Canto V

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».                            81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;                                84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.                                              87

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,                  90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.                        93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.                             96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.                                        99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.                 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.                  105

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.                                108

 

Dante Alighieri, La Divina Commedia, 1306-1321

 

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh!, d’un pianto di stelle lo innondi
quest’atomo opaco del Male!

Giovanni Pascoli, 1896

 

Francis Turner

I could not run or play in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink-
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines–
There on that afternoon in June
By Mary’s side–
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.

Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, 1915

 

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini, 1991

 

La moglie del poeta

Ti ritrovo in bilico d’apnea
le mani strofinacci
che di nuovo sei in balia
di una rima che allacci.

Di parole si può vivere
mi hai detto stamattina
mentre un sole stretto
apriva nuvole.
Come sono quando pensi a me?
Un nome, un suono di due sillabe?
O il centro di un qualcosa
che non si crea?
L’istinto a cui si è arresa
ogni tua idea?
Potessi amore esser nemmeno una donna
ma il punto esatto del foglio
dove ti scivola nero il tratto di penna.

Sbuco da un riflusso di pazzia
e muto adesso, tu di ghiaccio,
sembri già in balia
di un altro abbraccio.

Cos’è un uomo senza più realtà
Un nome, il suono di una pagina
Sei il centro di un qualcosa che non si crea
L’istinto a cui si è arresa
ogni mia idea.
Ma se potessi amore
soffiarti via quel pensiero
che a tratti
mi pare ti toglie il respiro…
e la moglie dagli occhi.

Max Gazzè, dall’album Quindi? (2010)

 

 

Conosco un papà

festa del papà

Conosco un papà

che ha cinque anni, è ancora un bambino,

parla tantissimo, è sveglio e biondino.

Ancora non sa che nella sua vita diventerà papà.

 

Conosco un papà,

che corre veloce, quindici anni e guance paonazze,

testa non ha per pensare alle ragazze.

Solo calciando un pallone vuole provare le sue abilità.

 

Conosco un papà,

che poi a vent’anni per il mondo vuole viaggiare,

ancor non sa se giudice o cuoco vorrà diventare.

Quando capirà che nella vita tanta strada farà?

 

Conosco un papà,

che adesso ha trent’anni e papà lo è davvero!

Quel fagotto che piange e piange, per lui ogni tanto è un vero mistero!

Ma veloce corre il tempo e presto anche il suo bimbo grande diventerà.

 

Conosco un papà,

che coi capelli bianchi ora è diventato un nonno.

Tempo non ha più ormai per prender sonno,

ha tanti nipotini coi quali ridere e giocare a sazietà.

 

Conosco un papà,

che ogni giorno gioca felice, disegna mostri e delfini,

che si gode il tempo coi suoi due bambini.

Sa che è tutto tempo che mai tornerà,

ma nei suoi ricordi più belli per sempre vivrà.

 

Oggi tanti auguri a tutti i papà!

 

 

 

Ti auguro …

8 marzo 2018

A mia figlia Gaia in occasione della festa della donna.

Auguri a te piccola grande Donna.
In questo giorno più che mai ti auguro di essere orgogliosa ogni giorno della donna che sei e che diventerai.
Ti auguro di sbagliare tanto nella vita, più che puoi e senza rimpianti. Ti auguro di imparare tanto dai tuoi errori, e di farne fino a quando avrai i capelli bianchi, perché vorrà dire che starai ancora imparando. 
Ti auguro di mandarmi a quel paese quando per paura o per il troppo amore cercherò di tarparti le ali e di tenerti troppo vicina, per impedirti di cadere. Ti auguro di sbucciarti mille volte le ginocchia e di rialzarti mille e una volta.
Ti auguro di viaggiare in lungo e in largo per questo bel mondo. Io sarò sempre e comunque le braccia che ti aspetteranno a casa, oppure le scarpe che viaggeranno con te fino a quando ne avrò la forza.
Ti auguro di dirmi un giorno “mamma mi sono innamorata”, oppure “mamma diventerai nonna”. Ma ti auguro anche di essere felice in qualsiasi scelta che farai, anche se fosse quella di trasferiti da sola in Nuova Zelanda per studiare la cultura dei maori, dalla parte opposta del mondo rispetto a me.
Ti auguro di fare la cuoca, la scienziata, la maestra, la pasticcera, l’avvocato, la gelataia o la poliziotta. Ti auguro di trovare un lavoro che ti farà sentire che stai spendendo bene il tempo della tua vita.
Ti auguro di fare del volontariato, perché solo confrontandoti con la sofferenza degli altri saprai dare il giusto peso ad ogni avvenimento della tua esistenza.
Ti auguro di essere sempre sensibile come lo sei ora, ma ti auguro anche di essere la versione più stronza di te quando sarà il momento giusto, quando dovrai farti valere e tirare fuori le unghie e i denti.
Ti auguro di non dover mai dimostrare di “essere una donna con le palle”, perché non ho mai sopportato l’idea che in questa vita per essere forti si debba per forza essere paragonate agli uomini.
Amore, sei una donna. Sei nata per essere forte.

Auguri cuore mio.

Mamma Paola

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