Noi, sopravvissuti agli anni ’90

“Tanta nostalgia degli anni novanta
Quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè
Era difficile, ma possibile
Non si sapeva dove e come, ma si sapeva ancora perché
C’era chi aveva voglia, c’era chi stava insieme
C’era chi amava ancora nonostante il male
La musica, c’era la musica, ricordo
La musica, la musica, c’era la musica”

(Articolo 31, 2030)

Eccoci qua. Abbiamo tra i trenta e i quarant’anni e siamo sopravvissuti a un conflitto che neanche sappiamo di avere combattuto. Siamo sopravvissuti agli anni ’90 e nonostante tutto, come nella canzone degli Articolo 31, ne abbiamo ancora tanta nostalgia, anche se ormai siamo molto più vicini al 2030 che al 1999.

Noi siamo le bambine reduci da quelle orribili calze bianche traforate di cotone (che toglievi alla sera, ma la mattina dopo trovavi ancora la trama impressa sulle gambe) immortalate in eterno nelle foto di famiglia. Le stesse fotografie conservate negli album che nostra madre ostinatamente mostra a ogni nostro nuovo fidanzato, salvo poi stupirsi del fatto che alla fine restiamo sempre single.

Siamo sopravvissuti alle scuole medie senza smartphone e 4G, per tanti di noi senza internet completamente. Quando ancora la scuola non si chiamava primaria e secondaria, le ricerche si facevano davvero con “le sudate carte”. Dovevamo passare i pomeriggi in biblioteca o a casa dall’amico con i soldi che aveva la Treccani. Quando ancora stampante e fotocopiatrice (che si chiamava ancora ciclostile!) erano un bene raro, quanti crampi ci sono venuti alla mano mentre copiavamo paragrafi su paragrafi per la ricerca sulla seconda Guerra Mondiale o la tesina di fine anno?

Siamo sopravvissuti senza book fotografico su Facebook, corredato da frase strappalacrime sul tempo che passa, il nostro primo giorno di scuola, che quando andava bene i nostri genitori ci facevano una sola fotografia con il sorriso sdentato, il grembiule nuovo e in mano il diario. Fotografia fatta giusto per finire il rullino “vacanza Liguria ‘93”.

Abbiamo vissuto l’infanzia e la adolescenza senza YouTube ma con le audiocassette e i primi CD, così preziosi perché se li rovinavi la tua musica preferita era persa per sempre (o almeno così ci sembrava a quei tempi).

Siamo andati a scuola senza registro elettronico, senza l’elenco del materiale consegnato dalle maestre a metà agosto, perché il primo giorno di scuola la mamma ti diceva: “Porta solo l’astuccio, un quaderno e il diario”. Ora a scuola il primo giorno i bambini portano: cartella, due astucci, quaderni per tutte le materie con relative scorte, cartellette, carta igienica, sapone, risma di fogli, tovaglietta per la merenda, vocabolario in italiano e inglese e narra la leggenda che ci siano ancora in uso i regoli (vero pezzo di archeologia industriale). Ora si va a scuola con il trolley. Siamo andati a scuola ogni singolo giorno con la schiena più carica di uno sherpa in spedizione invernale sull’Himalaya. Con lo zaino sulle spalle ben posizionato sulle reni, così pesante che dovevi stare piegato e parlavi con il tuo compagno guardandoti le scarpe per non perdere l’equilibrio. E lo sa bene chi sta ancora pagando le sedute dal chiropratico per sistemare la scoliosi.

Siamo sopravvissuti a scuola senza la famigerata chat delle mamme. Perché le chat degli anni ’90 erano le chiacchiere delle vicine di casa, operative alla finestra h24, che se ti beccavano a fare qualcosa che non dovevi, facevi prima a non rientrare neanche a casa e ad arruolarti nella legione straniera perché tua madre ti avrebbe aspettato sulla porta con la ciabatta in una mano e il mestolo nell’altra.

Siamo sopravvissuti alla scuola dell’obbligo che finiva in terza media. Che chi non proseguiva gli studi e andava a lavorare era considerato una capra che non aveva voglia di studiare, ma quando dopo l’università e i master ci siamo trovati alla soglia dei trent’anni disoccupati e precari, abbiamo guardato con malcelata invidia i nostri ex compagni che lavoravano già da dieci anni, assunti in regola e con i contributi pagati. Noi che se ci va bene andremo in pensione a settantacinque anni con la minima.

Siamo la generazione che ha girato l’Italia e l’Europa senza dispositivo anti-abbandono, senza le cinture di sicurezza, senza seggiolini specifici per ogni fascia di età, di quelli moderni scelti in base ad un preciso algoritmo fra peso e altezza. Nei lunghi tragitti in macchina le nostre cinture di sicurezza erano le ginocchia di nostra madre seduta con noi sul sedile posteriore, che diceva di mettere giù la testa perché il viaggio era ancora lungo. Per non parlare di quando si andava in vacanza per due o tre settimane al mare in estate, e si partiva con la macchina zeppa all’inverosimile, senza aria condizionata e con le valigie sul portapacchi, legate con un moschettone elastico che se malauguratamente si sganciava rischiavi di perderci un occhio.

Siamo sopravvissuti alle nonne che avevano visto la guerra e che passavano il tempo fra i fornelli. Le nonne che “prima mangia e poi mi racconti”, che non erano vegane e friggevano anche i tovaglioli e il caffè, alla faccia della dieta mima digiuno.

Siamo l’ultima generazione del servizio militare e delle cabine telefoniche a gettone e la prima degli SMS a 180 caratteri.

Siamo i sopravvissuti ai tanti, troppi amici morti in motorino perché ancora non c’era l’obbligo di potare il casco, e chi lo aveva lo portava alzato sulla fronte, perché così era più figo e non ti spettinavi.

Siamo la generazione di quelli che aspettavano il mercoledì perché in edicola usciva TV Sorrisi e canzoni e si potevano ritagliare i testi di Torn e I’ll be missing you per non doversi inventare le parole in inglese. Siamo riusciti a crescere discretamente sani di mente anche senza il parental control sulla TV e anche se rimanevamo svegli la sera fino a tardi per vedere i programmi televisivi che i nostri genitori ci vietavano.

Siamo quelli sopravvissuti alle contraddizioni di un decennio a metà fra la rabbia della musica dei Nirvana e i testi imbarazzanti delle canzoni degli Aqua.

Siamo sopravvissuti alla moda anni ’90. Ai codini con i ciuffi rosa, ai capelli tagliati a scodella, alle magliette sopra l’ombelico, ai jeans a vita bassa che non lasciavano proprio niente all’immaginazione quando ti piegavi, ai bomber da tamarri, alle zeppe della Buffalo che facevano camminare come un Frankenstein con la sciatica.

Siamo sopravvissuti ai grandi traumi provocati dalla cinematografia anni ’90, il decennio dei film più tristi di tutta storia del cinema. Edward mani di forbice, Titanic, Ghost, Romeo + Giulietta, Lezioni di piano, Philadelphia solo per fare alcuni esempi. E penso che tanti di noi stessero ancora elaborando il lutto per la morte di Mufasa quando la Disney nel 2019 ha ben pensato di ravvivare la nostra sindrome da stress post traumatico con il live action del Re Leone. Grazie. Grazie davvero cara Disney, penso che tu abbia qualche forma di scambio merci con l’albo degli psicologi perché altrimenti non si spiega tanto accanimento sulla nostra generazione, e sì, mi riferisco anche alla mamma di Bambi. Sai che non ti perdoneremo mai.

Siamo sopravvissuti agli anni ’90 e alle cadute sulla ghiaia quando non c’era ancora la pavimentazione anti trauma e non c’erano neanche i parchetti a dire la verità, perché si giocava per strada o in oratorio. Si giocava tanto e si cadeva tanto. Si cadeva per un contrasto a calcio, si cadeva dai pattini e dalla bicicletta. Sbucciati e sanguinanti, si rientrava a casa per l’ora di cena e c’era sempre una nonna che ci disinfettava con litri di mercurocromo e la stessa finezza di Rambo quando si cuce da solo la ferita sul braccio.

Siamo sopravvissuti ai metodi educativi degli anni ’90, che a confronto con il “metodo danese per crescere bambini felici” i nostri genitori sembravano accondiscendenti come il Sergente Maggiore Hartman. Se hai fra i trenta e i quaranta anni, conosci bene il significato della frase “guarda che se poi ti fai male piangi due volte”. Perché negli anni ‘90 non c’erano tata Lucia o gli psicologi a salvarci dalla sicura punizione corporale che ci avrebbe aspettato a casa nel momento in cui nostro padre avesse scoperto che avevamo preso una nota o un’insufficienza a scuola.

Siamo la generazione che è sopravvissuta anche senza centinaia di attività extra scolastiche, perché negli anni novanta a scuola si faceva tutti il tempo pieno e se ti andava bene, facevi un solo sport l’anno o suonavi uno strumento.

Siamo sopravvissuti anche alla noia di pomeriggi passati a ciondolare senza meta per strada e nei cortili condominiali, senza sapere che quell’apparente noia sarebbe stata la più bella forma di libertà di tutta la nostra vita.

Paola Cavioni

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Senilità

Alle mie nonne Vittoria e Angela, al loro esempio e a tutto l’amore che mi hanno dato in tempi e modi differenti.

ANZIANA

Figlia, non guardare le rughe sul mio volto,

sono stati i sorrisi con cui ho salutato l’inizio delle tue giornate.

Non avere timore di toccare l’incavo fra i solchi violacei delle mie mani ricurve,

sono le stesse mani bianche che ti hanno carezzato quando piangevi.

Non guardare l’arco della mia schiena piegata dal tempo;

nel tempo che ti vedeva crescere ha portato il tuo peso con orgoglio.

Non giudicare la lentezza dei miei movimenti:

è la stessa andatura dell’incedere incerto dei tuoi primi passi.

Io sono stata ciò che tu sei e ciò che tu fosti.

Non evitare il vuoto dei miei occhi ciechi e stanchi:

hanno già visto tutto l’universo

nel tuo sguardo di neonata.

Non urlare contro di me se fatico a comprendere le tue parole,

la mia mente e i miei ricordi sono pieni del suono della tua voce.

Musiche che arrivano da un tempo lontano.

Non guardare il mio corpo così fragile ma ormai così pesante

che porta il peso degli anni come una zavorra, che fatica a camminare.

Guarda la leggerezza della mia anima, che non è mai invecchiata.

Non mi manca nulla.

Paola Cavioni

Storie metropolitane

SENZA NOME

Fasciata nel suo cappottino nuovo color fumo di Londra, le mani mollemente appoggiate al volante, gesti e manovre ripetute ogni giorno, andata e ritorno. Il pensiero rivolto soprattutto al ritorno, ma prima sarebbero dovute passare ancora otto ore di lavoro.

Pensava al frigorifero vuoto e alla spesa da fare appena uscita dall’ufficio.

Il caffè, non devo dimenticare il caffè.

Dopo se lo sarebbe segnato in una nota sul cellulare.

Pensava al suo gatto. Doveva chiamare il veterinario, altri soldi.

Dentro all’abitacolo, la musica come sottofondo ai suoi pensieri, canzoni che aveva già sentito mille volte. Fuori dalla macchina, il solito grigiore asmatico della città che si risvegliava in un mattino feriale di inizio novembre.

Quanto manca ancora al prossimo ponte?

Il caldo artificiale del riscaldamento dell’auto si mischiava alle note di agrumi del suo profumo sparso in abbondanza sui vestiti e sui capelli, pronto a fare il suo dovere e a resistere alla battaglia di una lunga giornata di lavoro. Un rapido controllo al trucco, giusto in tempo per accorgersi di aver mal sfumato l’ombretto color tortora.

Pensava che appena arrivata in ufficio sarebbe dovuta andare in bagno a darsi una sistemata.

Il cellulare che reclamava una notifica.

Chi sarà ancora? Dopo guardo.

Pensava alla risposta che avrebbe dovuto a quella stronza dell’amministrazione.

Pensava che doveva chiamare il parrucchiere per prendere appuntamento, i capelli ormai non stavano più.

Pensava che avrebbe dovuto richiamare sua madre.

Doveva andare a trovare suo fratello. Da quanto tempo non vedeva i suoi nipoti?

Forse posso andarci questo fine settimana.

Pensava.

E non si accorse del semaforo rosso.

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A Stefano

stefano

A mio fratello Stefano

16.08.1979 – 15.10.2008

“And when the night is cloudy

there is still a light that shines on me

Shine until tomorrow, let it be”

In italiano non esiste una parola che indichi una persona che abbia perso un fratello o una sorella.

Non sei un vedovo. Non sei un orfano.

Sei in un limbo senza nome.

Quasi che una lingua tanto meravigliosa non voglia piegarsi ad un dolore così innaturale. Una sofferenza con la quale non si riesce a fare i conti.

Quello con cui si deve però fare i conti sono i silenzi, le stanze vuote, le lacrime trattenute, la sensazione di profonda ingiustizia nel trovarsi ogni anno a maledire una data sul calendario, invece di festeggiare i compleanni.

Si deve fare i conti con il tempo che passa e che prova a cancellare i ricordi, che prova a far dimenticare il suono della tua voce. Bisogna fare i conti con la polvere che accarezza la tua chitarra dove una volta c’erano le tue mani.

In questi anni i tuoi amici si sono sposati, hanno avuto dei figli, se ne sono andati e sono tornati. Ma quando li vedo, ancora mi parlano di te. Segno che il ricordo del bene che hai fatto, quello non si cancella.

Chi ha la fortuna di avere fede sa dove sei ora e ti può cercare con lo sguardo rivolto al cielo.

Io, che non sono così fortunata, so che posso sempre trovarti nella musica che amavi, negli accordi di quella canzone country che hai suonato mille volte, nella voce di Freddie, nei plettri che ancora sbucano dai cassetti. Ti parlo quando vieni a trovarmi dei sogni. Ti vedo nel sorriso dei tuoi nipotini.

Oggi sono esattamente dieci anni che non sei più fisicamente con noi. La tua assenza pesa sempre, ogni giorno. Ma sono tante le cose che ci hai insegnato, e tante ne ho imparate da quando te ne sei andato. Da quel giorno che ha segnato per sempre una linea netta tra la vita “di prima” e tutto quello che è venuto dopo. In un giorno d’autunno del 2008 mi sono svegliata che ero solo una ragazza di ventitré anni e in poche ore ho dovuto imparare a essere una donna.

Ho imparato, o almeno ci provo, a convivere con la tua assenza, con la sensazione di aver perso una parte del mio corpo, un braccio, una gamba. Ho imparato che nessun bene materiale, per quanto di valore, è indispensabile, tutto è sostituibile se non assolutamente superfluo. Nasciamo e moriamo nudi e nel nostro breve o lungo passaggio in questa vita dobbiamo impegnarci a rimanere tali, a non vivere nell’affanno dell’accumulo ma nella gioia del dono.

Ho imparato che sono molto più forte di quello che pensavo.

Ho imparato che non devo mai lasciare le persone che amo senza un saluto perché ho imparato, a mie spese, che ogni giorno potrebbe davvero essere l’ultimo. Ho imparato che non sempre ci viene data una seconda opportunità.

Ho imparato anche a non farmi abbruttire da questa vita perché trasformare il dolore in rabbia è una cassa di risonanza per la sofferenza. Ho imparato ad affrontare ogni nuovo giorno con un sorriso ma anche ad accogliere la malinconia quando arriva.

Ho scoperto chi sono le persone su cui potrò sempre contare e ho imparato che comunque la partita con la sofferenza si gioca sempre uno contro uno e non c’è spalla su cui potersi appoggiare alla sera quando devi chiedere ai tuoi pensieri il permesso per addormentarti.

Da te ho imparato che il valore di una vita non si misura in anni, ma nella vastità del bene donato al prossimo e nell’intensità del ricordo che lasciamo dopo di noi.

È così che tu hai vissuto cento anni, che sei una luce mai spenta.

Dovunque tu sia ora, continua ad illuminarci il cammino.

Ho ancora tanto da imparare.

“Che di nuovo sei in balìa di una rima che allacci …” – Righe per la giornata mondiale della poesia

 

giornata mondiale poesia 2018Amo da sempre la poesia.

A scuola ero quella che meglio riusciva ad imparare a memoria L’infinito, La cavalla storna, Alla sera. Versi che ancora ricordo perfettamente.

Amo la poesia.

Perché la poesia è dimora dei contrasti. E’ discreta e dirompente. Ti avvolge nel silenzio del suo rumore assordante. E’ un abbraccio lieve o un pensiero fisso che non ti abbandona.

La poesia è ovunque e sono privilegiati – o condannati? – coloro che riescono a ordinare in versi il disordine della vita.

Amerò sempre la poesia, e oggi lascio parlare i poeti che più amo.

Fra di loro, mi si perdoni per l’eresia, c’è anche un moderno cantautore.

Paola

 

Viviamo, mia Lesbia

Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.

Dammi mille baci e poi cento,
e poi altri mille e altri cento,
e poi ancora una volta mille, e poi cento.
E quando saremo arrivati
a molte migliaia,
li mescoleremo tutti per non sapere il conto
o perché qualcuno maligno
non provi invidia per noi
sapendo il numero esatto dei baci.

Catullo, I secolo a.C.

 

Inferno, Canto V

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».                            81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;                                84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.                                              87

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,                  90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.                        93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.                             96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.                                        99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.                 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.                  105

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.                                108

 

Dante Alighieri, La Divina Commedia, 1306-1321

 

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh!, d’un pianto di stelle lo innondi
quest’atomo opaco del Male!

Giovanni Pascoli, 1896

 

Francis Turner

I could not run or play in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink-
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines–
There on that afternoon in June
By Mary’s side–
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.

Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, 1915

 

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini, 1991

 

La moglie del poeta

Ti ritrovo in bilico d’apnea
le mani strofinacci
che di nuovo sei in balia
di una rima che allacci.

Di parole si può vivere
mi hai detto stamattina
mentre un sole stretto
apriva nuvole.
Come sono quando pensi a me?
Un nome, un suono di due sillabe?
O il centro di un qualcosa
che non si crea?
L’istinto a cui si è arresa
ogni tua idea?
Potessi amore esser nemmeno una donna
ma il punto esatto del foglio
dove ti scivola nero il tratto di penna.

Sbuco da un riflusso di pazzia
e muto adesso, tu di ghiaccio,
sembri già in balia
di un altro abbraccio.

Cos’è un uomo senza più realtà
Un nome, il suono di una pagina
Sei il centro di un qualcosa che non si crea
L’istinto a cui si è arresa
ogni mia idea.
Ma se potessi amore
soffiarti via quel pensiero
che a tratti
mi pare ti toglie il respiro…
e la moglie dagli occhi.

Max Gazzè, dall’album Quindi? (2010)

 

 

Conosco un papà

festa del papà

Conosco un papà

che ha cinque anni, è ancora un bambino,

parla tantissimo, è sveglio e biondino.

Ancora non sa che nella sua vita diventerà papà.

 

Conosco un papà,

che corre veloce, quindici anni e guance paonazze,

testa non ha per pensare alle ragazze.

Solo calciando un pallone vuole provare le sue abilità.

 

Conosco un papà,

che poi a vent’anni per il mondo vuole viaggiare,

ancor non sa se giudice o cuoco vorrà diventare.

Quando capirà che nella vita tanta strada farà?

 

Conosco un papà,

che adesso ha trent’anni e papà lo è davvero!

Quel fagotto che piange e piange, per lui ogni tanto è un vero mistero!

Ma veloce corre il tempo e presto anche il suo bimbo grande diventerà.

 

Conosco un papà,

che coi capelli bianchi ora è diventato un nonno.

Tempo non ha più ormai per prender sonno,

ha tanti nipotini coi quali ridere e giocare a sazietà.

 

Conosco un papà,

che ogni giorno gioca felice, disegna mostri e delfini,

che si gode il tempo coi suoi due bambini.

Sa che è tutto tempo che mai tornerà,

ma nei suoi ricordi più belli per sempre vivrà.

 

Oggi tanti auguri a tutti i papà!

 

 

 

Ti auguro …

8 marzo 2018

A mia figlia Gaia in occasione della festa della donna.

Auguri a te piccola grande Donna.
In questo giorno più che mai ti auguro di essere orgogliosa ogni giorno della donna che sei e che diventerai.
Ti auguro di sbagliare tanto nella vita, più che puoi e senza rimpianti. Ti auguro di imparare tanto dai tuoi errori, e di farne fino a quando avrai i capelli bianchi, perché vorrà dire che starai ancora imparando. 
Ti auguro di mandarmi a quel paese quando per paura o per il troppo amore cercherò di tarparti le ali e di tenerti troppo vicina, per impedirti di cadere. Ti auguro di sbucciarti mille volte le ginocchia e di rialzarti mille e una volta.
Ti auguro di viaggiare in lungo e in largo per questo bel mondo. Io sarò sempre e comunque le braccia che ti aspetteranno a casa, oppure le scarpe che viaggeranno con te fino a quando ne avrò la forza.
Ti auguro di dirmi un giorno “mamma mi sono innamorata”, oppure “mamma diventerai nonna”. Ma ti auguro anche di essere felice in qualsiasi scelta che farai, anche se fosse quella di trasferiti da sola in Nuova Zelanda per studiare la cultura dei maori, dalla parte opposta del mondo rispetto a me.
Ti auguro di fare la cuoca, la scienziata, la maestra, la pasticcera, l’avvocato, la gelataia o la poliziotta. Ti auguro di trovare un lavoro che ti farà sentire che stai spendendo bene il tempo della tua vita.
Ti auguro di fare del volontariato, perché solo confrontandoti con la sofferenza degli altri saprai dare il giusto peso ad ogni avvenimento della tua esistenza.
Ti auguro di essere sempre sensibile come lo sei ora, ma ti auguro anche di essere la versione più stronza di te quando sarà il momento giusto, quando dovrai farti valere e tirare fuori le unghie e i denti.
Ti auguro di non dover mai dimostrare di “essere una donna con le palle”, perché non ho mai sopportato l’idea che in questa vita per essere forti si debba per forza essere paragonate agli uomini.
Amore, sei una donna. Sei nata per essere forte.

Auguri cuore mio.

Mamma Paola

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100. Semplicemente GRAZIE a tutti voi!

E con oggi siete in cento a seguire le mie Righe di Arte.

Cento blogger.

Cento persone che come me condividono la passione per la scrittura e quasi duemila visitatori totali dall’inizio dell’anno.

Chissà come mai le cifre tonde si festeggiano più delle altre.

Chissà se cento è tanto o poco. Oggi non mi importa, perché per me cento è tantissimo, un gran bel risultato per un blog nato quasi come un diario personale, un luogo virtuale dove conservare tutti i miei scritti in un periodo non proprio facile della mia vita.

Sono stata lontana dalla scrittura nelle ultime settimane, ma conto di riprendere presto a pieno ritmo, con nuovi progetti e nuovo entusiasmo.

Oggi voglio solo ringraziarvi uno per uno.

Chi c’è stato dall’inizio e chi è appena arrivato, chi è solo di passaggio e chi vuole restare, chi apprezza e chi critica, chi prende suggerimenti e chi ne da.

Grazie, grazie, grazie di cuore a tutti voi.

Paola

 

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Che bella la primavera. Ma non se abiti in Lombardia.

Sono nata in provincia di Milano.

Vivo da sempre in provincia di Pavia.

Sono quindi abituata e direi quasi vaccinata rispetto al clima e alle “bellezze” tipiche della Pianura Padana.

Sono abituata alla nebbia da ottobre a gennaio, che crea più code di quelle ai bagarini per un concerto dei Coldplay. Lei che ti fa ricordare ogni mattina tutti i santi del calendario, quando non riesci ad entrare in tangenziale neanche se parti da casa alle 5 e al lavoro ci vai in bicicletta.

I miei occhi sono talmente abituati al tuo faro retronebbia che quando scendo dalla macchina mi scambiano per la sorella incazzata di Ciclope degli X Men.

Sono abituata alla caldazza del mese di luglio che fa fondere l’asfalto sotto il cavalletto della bicicletta. Che se osi scendere dallo scivolo con tuo figlio e i pantaloncini corti puoi tranquillamente dire addio alle tue chiappe perché le troverai fuse lungo tutta la discesa, come lardo adagiato su una fetta di pane.

Sono abituata alle cimici che fanno come noi le partenze intelligenti e ormai tornano già al mese di agosto, pure loro belle abbronzate e riposate dalla ferie, pronte a romperti i coglioni non appena osi stendere i panni sul balcone. Oppure le migliori, le cimici che vogliono farti a tutti i costi compagnia in macchina quando indossi un bel paio di pantaloni bianchi puliti e ti ci siedi sopra. E allora ripeti a memoria tutto l’elenco dei santi che hai sapientemente studiato durante le code in inverno per la nebbia. E poi devi stare a distanza di sicurezza dagli altri, perché gli anni passano ma certe cose non passano mai, e la puzza di cimici è una fra queste.

Sono abituata alle cavallette transgeniche chiaramente figlie di Alien che ti trovi attaccate alle imposte di casa quando nelle campagne tagliano il mais. Quelle che Macchia, la mia piccola beagle, mi porta in casa come fossero un bellissimo trofeo croccante (‘tacci suoi..). Amore della mamma, prima di darmi un bacino vieni qua che ti disinfetto la bocca con l’idraulico liquido…

Sono abituata a quando nevica e ogni anno non puliscono le strade, oppure quando le puliscono ma spalano tutta la neve davanti al tuo box.

Insomma, sono abituata. Oppure rassegnata, che in questo caso è la stessa cosa.

 

Ma alla primavera lombarda quella no, non mi abituo mai.

Perché lei ti illude sempre, come il più bello della scuola che fa finta di starci ma poi scopri che ti stava solo prendendo in giro e in realtà esce con la tua migliore amica.

Non mi posso abituare all’ascella pezzata al mese di febbraio, quando a poco più di un mese dal Natale esci in pausa pranzo e ci sono quindici gradi. E allora, povero illuso, pensi “cazzo vai che quest’anno arriva presto la primavera!”.

E fino al 15 marzo sono tutte belle giornate, e conti i giorni che mancano al cambio dell’ora quando finalmente all’uscita dall’ufficio ci sarà un po’ di luce e non ti sentirai più come Dracula che esce di casa alla mattina col buio e torna a casa di sera, sempre e solo al buio.

Attendi con ansia che arrivino i ponti del mese di aprile e maggio, perché finalmente puoi smettere di indossare la canottiera della salute e fare il cambio di stagione.

Poi aprile arriva. E tu, povero lombardo che non abiti né mare né montagna, attendi con ansia il fine settimana per poter fare almeno un giro in bicicletta. E ti basta questo pensiero per essere felice, per affrontare la settimana senza la voglia costante di buttarti sotto un treno.

Alla fine è primavera, tutto ricomincia, fino a venerdì mettono sole, cosa mai potrà andare storto?

E poi arriva lei.

La pioggia.

Ogni anno.

In primavera.

A rompere i coglioni.

E non è pioggia, è proprio Il Diluvio Universale Parte Seconda La Vendetta. Solo che tu non sei Mosè e per muoverti hai solo una misera Yaris, e volevi anche fare il cambio delle gomme visto che ormai è primavera.

Con una precisione chirurgica la pioggia arriva a Pasquetta. Poi torni a lavorare e lei se ne va.

Ma tanto lo sai che torna. Al primo di maggio. Perché la pioggia è vegana e non vuole che tu, stronzo carnivoro, faccia la grigliata con gli amici.

No, alla pioggia e al freddo bastardo in primavera non mi abituo.

Non mi abituo alla collega che dal mese di aprile in poi si ostina a venire in ufficio con la scarpa aperta o con la gonna senza calze. Non mi capacito del perché lei riesca a saltellare fra una goccia e l’altra mentre a me basta fare il tragitto dalla casa al parcheggio per essere ridotta ad uno swiffer bagnato, ma con la colite e il naso gocciolante.

Non mi abituo alla vista di tutte le povere ballerine affogate in litri e litri di pozzanghere perché “quando sono uscita di casa stamattina c’era il sole, poi..”

No, non riesco ad abituarmi a questa strana primavera lombarda.

Perché poi non solo piove e fa freddo, ma ci sono sempre le zanzare rincoglionite che non capiscono più che stagione è, e come dargli torto?

 “Ma come, fino a due giorni fa c’era il sole? Sono arrivata apposta dall’Africa. Vabbè, nel dubbio io rimango”.

E rimangono davvero, e sono solo una antipasto di quelle che arrivano poi a giugno.

Perché anche le zanzare ogni anno festeggiano la Festa dell’Unità, e non serve che ti guardi troppo attorno. Tu fai parte della loro grigliata mista, perché loro no, non sono vegane.

 

Paola Cavioni

 

 

 

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