“Che di nuovo sei in balìa di una rima che allacci …” – Righe per la giornata mondiale della poesia

 

giornata mondiale poesia 2018Amo da sempre la poesia.

A scuola ero quella che meglio riusciva ad imparare a memoria L’infinito, La cavalla storna, Alla sera. Versi che ancora ricordo perfettamente.

Amo la poesia.

Perché la poesia è dimora dei contrasti. E’ discreta e dirompente. Ti avvolge nel silenzio del suo rumore assordante. E’ un abbraccio lieve o un pensiero fisso che non ti abbandona.

La poesia è ovunque e sono privilegiati – o condannati? – coloro che riescono a ordinare in versi il disordine della vita.

Amerò sempre la poesia, e oggi lascio parlare i poeti che più amo.

Fra di loro, mi si perdoni per l’eresia, c’è anche un moderno cantautore.

Paola

 

Viviamo, mia Lesbia

Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.

Dammi mille baci e poi cento,
e poi altri mille e altri cento,
e poi ancora una volta mille, e poi cento.
E quando saremo arrivati
a molte migliaia,
li mescoleremo tutti per non sapere il conto
o perché qualcuno maligno
non provi invidia per noi
sapendo il numero esatto dei baci.

Catullo, I secolo a.C.

 

Inferno, Canto V

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».                            81

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere dal voler portate;                                84

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettuoso grido.                                              87

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,                  90

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.                        93

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ’l vento, come fa, ci tace.                             96

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ’l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.                                        99

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.                 102

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.                  105

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.                                108

 

Dante Alighieri, La Divina Commedia, 1306-1321

 

X Agosto

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché si gran pianto
nel concavo cielo sfavilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena de’ suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende,
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh!, d’un pianto di stelle lo innondi
quest’atomo opaco del Male!

Giovanni Pascoli, 1896

 

Francis Turner

I could not run or play in boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink-
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines–
There on that afternoon in June
By Mary’s side–
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.

Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere –
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti –
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary –
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggì.

Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River, 1915

 

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini, 1991

 

La moglie del poeta

Ti ritrovo in bilico d’apnea
le mani strofinacci
che di nuovo sei in balia
di una rima che allacci.

Di parole si può vivere
mi hai detto stamattina
mentre un sole stretto
apriva nuvole.
Come sono quando pensi a me?
Un nome, un suono di due sillabe?
O il centro di un qualcosa
che non si crea?
L’istinto a cui si è arresa
ogni tua idea?
Potessi amore esser nemmeno una donna
ma il punto esatto del foglio
dove ti scivola nero il tratto di penna.

Sbuco da un riflusso di pazzia
e muto adesso, tu di ghiaccio,
sembri già in balia
di un altro abbraccio.

Cos’è un uomo senza più realtà
Un nome, il suono di una pagina
Sei il centro di un qualcosa che non si crea
L’istinto a cui si è arresa
ogni mia idea.
Ma se potessi amore
soffiarti via quel pensiero
che a tratti
mi pare ti toglie il respiro…
e la moglie dagli occhi.

Max Gazzè, dall’album Quindi? (2010)

 

 

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Conosco un papà

festa del papà

Conosco un papà

che ha cinque anni, è ancora un bambino,

parla tantissimo, è sveglio e biondino.

Ancora non sa che nella sua vita diventerà papà.

 

Conosco un papà,

che corre veloce, quindici anni e guance paonazze,

testa non ha per pensare alle ragazze.

Solo calciando un pallone vuole provare le sue abilità.

 

Conosco un papà,

che poi a vent’anni per il mondo vuole viaggiare,

ancor non sa se giudice o cuoco vorrà diventare.

Quando capirà che nella vita tanta strada farà?

 

Conosco un papà,

che adesso ha trent’anni e papà lo è davvero!

Quel fagotto che piange e piange, per lui ogni tanto è un vero mistero!

Ma veloce corre il tempo e presto anche il suo bimbo grande diventerà.

 

Conosco un papà,

che coi capelli bianchi ora è diventato un nonno.

Tempo non ha più ormai per prender sonno,

ha tanti nipotini coi quali ridere e giocare a sazietà.

 

Conosco un papà,

che ogni giorno gioca felice, disegna mostri e delfini,

che si gode il tempo coi suoi due bambini.

Sa che è tutto tempo che mai tornerà,

ma nei suoi ricordi più belli per sempre vivrà.

 

Oggi tanti auguri a tutti i papà!

 

 

 

Ti auguro …

8 marzo 2018

A mia figlia Gaia in occasione della festa della donna.

Auguri a te piccola grande Donna.
In questo giorno più che mai ti auguro di essere orgogliosa ogni giorno della donna che sei e che diventerai.
Ti auguro di sbagliare tanto nella vita, più che puoi e senza rimpianti. Ti auguro di imparare tanto dai tuoi errori, e di farne fino a quando avrai i capelli bianchi, perché vorrà dire che starai ancora imparando. 
Ti auguro di mandarmi a quel paese quando per paura o per il troppo amore cercherò di tarparti le ali e di tenerti troppo vicina, per impedirti di cadere. Ti auguro di sbucciarti mille volte le ginocchia e di rialzarti mille e una volta.
Ti auguro di viaggiare in lungo e in largo per questo bel mondo. Io sarò sempre e comunque le braccia che ti aspetteranno a casa, oppure le scarpe che viaggeranno con te fino a quando ne avrò la forza.
Ti auguro di dirmi un giorno “mamma mi sono innamorata”, oppure “mamma diventerai nonna”. Ma ti auguro anche di essere felice in qualsiasi scelta che farai, anche se fosse quella di trasferiti da sola in Nuova Zelanda per studiare la cultura dei maori, dalla parte opposta del mondo rispetto a me.
Ti auguro di fare la cuoca, la scienziata, la maestra, la pasticcera, l’avvocato, la gelataia o la poliziotta. Ti auguro di trovare un lavoro che ti farà sentire che stai spendendo bene il tempo della tua vita.
Ti auguro di fare del volontariato, perché solo confrontandoti con la sofferenza degli altri saprai dare il giusto peso ad ogni avvenimento della tua esistenza.
Ti auguro di essere sempre sensibile come lo sei ora, ma ti auguro anche di essere la versione più stronza di te quando sarà il momento giusto, quando dovrai farti valere e tirare fuori le unghie e i denti.
Ti auguro di non dover mai dimostrare di “essere una donna con le palle”, perché non ho mai sopportato l’idea che in questa vita per essere forti si debba per forza essere paragonate agli uomini.
Amore, sei una donna. Sei nata per essere forte.

Auguri cuore mio.

Mamma Paola

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100. Semplicemente GRAZIE a tutti voi!

E con oggi siete in cento a seguire le mie Righe di Arte.

Cento blogger.

Cento persone che come me condividono la passione per la scrittura e quasi duemila visitatori totali dall’inizio dell’anno.

Chissà come mai le cifre tonde si festeggiano più delle altre.

Chissà se cento è tanto o poco. Oggi non mi importa, perché per me cento è tantissimo, un gran bel risultato per un blog nato quasi come un diario personale, un luogo virtuale dove conservare tutti i miei scritti in un periodo non proprio facile della mia vita.

Sono stata lontana dalla scrittura nelle ultime settimane, ma conto di riprendere presto a pieno ritmo, con nuovi progetti e nuovo entusiasmo.

Oggi voglio solo ringraziarvi uno per uno.

Chi c’è stato dall’inizio e chi è appena arrivato, chi è solo di passaggio e chi vuole restare, chi apprezza e chi critica, chi prende suggerimenti e chi ne da.

Grazie, grazie, grazie di cuore a tutti voi.

Paola

 

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Che bella la primavera. Ma non se abiti in Lombardia.

Sono nata in provincia di Milano.

Vivo da sempre in provincia di Pavia.

Sono quindi abituata e direi quasi vaccinata rispetto al clima e alle “bellezze” tipiche della Pianura Padana.

Sono abituata alla nebbia da ottobre a gennaio, che crea più code di quelle ai bagarini per un concerto dei Coldplay. Lei che ti fa ricordare ogni mattina tutti i santi del calendario, quando non riesci ad entrare in tangenziale neanche se parti da casa alle 5 e al lavoro ci vai in bicicletta.

I miei occhi sono talmente abituati al tuo faro retronebbia che quando scendo dalla macchina mi scambiano per la sorella incazzata di Ciclope degli X Men.

Sono abituata alla caldazza del mese di luglio che fa fondere l’asfalto sotto il cavalletto della bicicletta. Che se osi scendere dallo scivolo con tuo figlio e i pantaloncini corti puoi tranquillamente dire addio alle tue chiappe perché le troverai fuse lungo tutta la discesa, come lardo adagiato su una fetta di pane.

Sono abituata alle cimici che fanno come noi le partenze intelligenti e ormai tornano già al mese di agosto, pure loro belle abbronzate e riposate dalla ferie, pronte a romperti i coglioni non appena osi stendere i panni sul balcone. Oppure le migliori, le cimici che vogliono farti a tutti i costi compagnia in macchina quando indossi un bel paio di pantaloni bianchi puliti e ti ci siedi sopra. E allora ripeti a memoria tutto l’elenco dei santi che hai sapientemente studiato durante le code in inverno per la nebbia. E poi devi stare a distanza di sicurezza dagli altri, perché gli anni passano ma certe cose non passano mai, e la puzza di cimici è una fra queste.

Sono abituata alle cavallette transgeniche chiaramente figlie di Alien che ti trovi attaccate alle imposte di casa quando nelle campagne tagliano il mais. Quelle che Macchia, la mia piccola beagle, mi porta in casa come fossero un bellissimo trofeo croccante (‘tacci suoi..). Amore della mamma, prima di darmi un bacino vieni qua che ti disinfetto la bocca con l’idraulico liquido…

Sono abituata a quando nevica e ogni anno non puliscono le strade, oppure quando le puliscono ma spalano tutta la neve davanti al tuo box.

Insomma, sono abituata. Oppure rassegnata, che in questo caso è la stessa cosa.

 

Ma alla primavera lombarda quella no, non mi abituo mai.

Perché lei ti illude sempre, come il più bello della scuola che fa finta di starci ma poi scopri che ti stava solo prendendo in giro e in realtà esce con la tua migliore amica.

Non mi posso abituare all’ascella pezzata al mese di febbraio, quando a poco più di un mese dal Natale esci in pausa pranzo e ci sono quindici gradi. E allora, povero illuso, pensi “cazzo vai che quest’anno arriva presto la primavera!”.

E fino al 15 marzo sono tutte belle giornate, e conti i giorni che mancano al cambio dell’ora quando finalmente all’uscita dall’ufficio ci sarà un po’ di luce e non ti sentirai più come Dracula che esce di casa alla mattina col buio e torna a casa di sera, sempre e solo al buio.

Attendi con ansia che arrivino i ponti del mese di aprile e maggio, perché finalmente puoi smettere di indossare la canottiera della salute e fare il cambio di stagione.

Poi aprile arriva. E tu, povero lombardo che non abiti né mare né montagna, attendi con ansia il fine settimana per poter fare almeno un giro in bicicletta. E ti basta questo pensiero per essere felice, per affrontare la settimana senza la voglia costante di buttarti sotto un treno.

Alla fine è primavera, tutto ricomincia, fino a venerdì mettono sole, cosa mai potrà andare storto?

E poi arriva lei.

La pioggia.

Ogni anno.

In primavera.

A rompere i coglioni.

E non è pioggia, è proprio Il Diluvio Universale Parte Seconda La Vendetta. Solo che tu non sei Mosè e per muoverti hai solo una misera Yaris, e volevi anche fare il cambio delle gomme visto che ormai è primavera.

Con una precisione chirurgica la pioggia arriva a Pasquetta. Poi torni a lavorare e lei se ne va.

Ma tanto lo sai che torna. Al primo di maggio. Perché la pioggia è vegana e non vuole che tu, stronzo carnivoro, faccia la grigliata con gli amici.

No, alla pioggia e al freddo bastardo in primavera non mi abituo.

Non mi abituo alla collega che dal mese di aprile in poi si ostina a venire in ufficio con la scarpa aperta o con la gonna senza calze. Non mi capacito del perché lei riesca a saltellare fra una goccia e l’altra mentre a me basta fare il tragitto dalla casa al parcheggio per essere ridotta ad uno swiffer bagnato, ma con la colite e il naso gocciolante.

Non mi abituo alla vista di tutte le povere ballerine affogate in litri e litri di pozzanghere perché “quando sono uscita di casa stamattina c’era il sole, poi..”

No, non riesco ad abituarmi a questa strana primavera lombarda.

Perché poi non solo piove e fa freddo, ma ci sono sempre le zanzare rincoglionite che non capiscono più che stagione è, e come dargli torto?

 “Ma come, fino a due giorni fa c’era il sole? Sono arrivata apposta dall’Africa. Vabbè, nel dubbio io rimango”.

E rimangono davvero, e sono solo una antipasto di quelle che arrivano poi a giugno.

Perché anche le zanzare ogni anno festeggiano la Festa dell’Unità, e non serve che ti guardi troppo attorno. Tu fai parte della loro grigliata mista, perché loro no, non sono vegane.

 

Paola Cavioni

 

 

 

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23 aprile, Giornata Internazionale del Libro e del diritto d’autore.

Il 23 aprile è il giorno di William Shakespeare.

Il più grande drammaturgo inglese di tutti i tempi nasce e muore proprio il 23 aprile, rispettivamente nel 1564 e 1616.

Per uno strano gioco del destino in quello stesso giorno muoiono anche Miquel de Cervantes, immortale autore di Don Chisciotte della Mancia, e Garcilaso Inca de la Vega, importante scrittore peruviano nato a Cuzco nel 1539 autore dei Commentari reali degli Inca, testo più importante della letteratura peruviana di epoca coloniale.

Altra giornata non poteva essere scelta per celebrare il libro nella sua totalità, dal lavoro intellettuale di scrittura fino alla pubblicazione.

Patrocinata dall’UNESCO fin dal 1996, la Giornata Internazionale del Libro e del diritto d’autore è dedicata alla promozione della lettura e alla protezione dell’attività intellettuale come patrimonio indiscusso dell’umanità, da proteggere, conservare e tramandare con la stessa cura dovuta ad ogni opera d’arte.

In queste giornate dedicate alla fiera milanese Tempo di Libri, questa ricorrenza non fa che riportare nuovamente l’attenzione sul meraviglioso mondo della carta stampata.

Auguro quindi a tutti voi una buona domenica di lettura.

Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso.
(Daniel Pennac)

giornata internazionale del libro

Lettera a Luciana. Righe su “Mi vanno a fuoco i piedi” di Luciana Arcaro.

“Il cancro attacca e uccide ogni giorno la vita di milioni di persone; la mia è una storia come quella di tanti altri.

Questo però, vi avverto, non è uno di quei manuali sulla felicità nei quali psicologi americani dai nomi improbabili, scrivono che basta guardare sbocciare un fiore e la vita ci sorriderà…

È vero, la malattia può influenzare o modificare il modo di “vedere” la vita ma se sei stronzo, stronzo rimani, pure col cancro. Molti invece sono portati a pensare che la malattia (come la morte) conduce certamente alla santificazione e ad una saggezza particolare. Io in effetti, lo sono già abbastanza… Saggia non santa. Ed evidentemente modesta.

Questo libro non ha quindi alcuna pretesa se non quella di raccontare una storia, sperando che possa aiutare anche una sola persona a vivere la malattia così come si dovrebbe vivere la vita. Aprendo semplicemente gli occhi per non perdersi niente.

A volte, la paura di morire paralizza le cellule buone perché non sappiamo accettarla; viviamo correndo e scappando, spesso da tutto ciò che non è bello, perfetto e prevedibile.

Le cose brutte, in fondo, accadono sempre agli altri …”

Cara Luciana,

fino a domenica scorsa non ti conoscevo. Sarebbe più corretto dire che tu non mi hai mai conosciuta, ma io ora conosco una parte di te.

Domenica scorsa mia sorella mi ha dato il tuo libro, pregandomi di leggero. Ho subito capito che non sarebbe stato facile leggerlo e parlarne.

Un libro di poco più di cento pagine, piccolo anche nelle dimensioni, eppure enorme.

Perché in quelle cento pagine tu parli della vita che rimane quando un male infame ti condanna a morte. Quando è più importante capire cosa fare con quello che resta, non pensare a quello che manca.

Ho deciso di trascrivere quasi per intero la presentazione che tu stessa hai inserito nel libro, perché è una perfetta sintesi dello spirito che pervade ogni pagine. Perché hai avuto il coraggio di dire come stanno le cose: le cose brutte non capitano solo agli altri. Che non è sempre vero che la sofferenza nobilita. Che il tumore non capita solo agli altri. Che la parola cancro non è un tabù. Che il cancro tocca la vita di tutti, se non la nostra direttamente, quella di un amico, di un figlio, di un marito o di una moglie.

E quando la sentenza arriva, tu ci insegni, non ci sono molte strade da percorrere: lasciarsi andare o combattere.

Accettare la fine della propria vita oppure lottare per tutto quello che resta, finalmente consapevole di tutti i falsi “non ho tempo” detti fino a quel momento, quando di tempo sì che ne avevi, e capisci quanto ne hai sprecato.

E mi fa pensare che tu, Luciana, nonostante avessi tutto il diritto di essere egoista e pensare a te stessa, hai iniziato a scrivere. Hai scritto la tua storia perché potesse essere da esempio per tutti quelli che stanno passando o dovranno passare per il tuo stesso cammino: gli esami, la diagnosi, le operazioni, la chemioterapia, accettare il proprio corpo che cambia, imparare a vivere anche senza una parte di sé, la voce nel tuo caso.

Luciana, il tuo libro non è facile da leggere, anzi, è una doccia gelata. Non è facile da digerire perché non è facile pensare che quello che è successo a te potrebbe succedere a chiunque. Ma non è di chiunque la forza con cui hai affrontato il male.

Nel tuo libro non parli solo del cancro. Parli di amore, parli della vita, parli di Dio.

E nell’abbruttimento del male a cui non ti arrendi, parli della bellezza. Di una bellezza riscoperta, non quella imposta dai canoni sociali, non quella da copertina dei giornali. La bellezza di poter essere protagonista della propria vita, cosa che troppo spesso viene data per scontata. La bellezza di poter guardare un paesaggio, di leggere un libro o ascoltare una canzone. La bellezza racchiusa nei piccoli gesti quotidiani, anche solamente nel potersi lavare la faccia da soli e levarsi lo sporco di dosso.

Parli della bellezza del godersi il proprio tempo, tu che nel tempo della malattia hai anche trovato il coraggio per capire che un amore non poteva più funzionare e ti sei innamorata di nuovo.

Luciana, nel tuo libro parli della “conoscenza” con Etty Hillesum, una giovane ebrea morta ad Auschwitz nel 1943. Durante un soggiorno presso il monastero di Santa Chiara di Cortona leggesti il suo diario, e dal quel momento la portasti sempre con te, come fosse un’amica. Io vorrei poter fare lo stesso con te, e ti ringrazio per aver condiviso la tua esperienza, perché sento che siamo simili in tante cose. La passione per la scrittura, l’amore per il silenzio, quella sensazione di sentirsi sempre più avanti rispetto la propria età, la consapevolezza di avere un’anima “anziana”.

Luciana, sei vissuta sul mare, ad Imperia, alla tua città hai dedicato il tuo libro. La grandezza e la profondità del mare l’hai portata dentro, fino alla fine.

Dicono che la letteratura serva anche per renderci immortali: il tuo corpo ci ha lasciato ma il tuo spirito ha vissuto mille anni.

Grazie Valeria per avermi consigliato il libro, grazie a te Luciana, per la luce che hai portato lungo il cammino.

Per informazioni sulla pubblicazione: linkscliccasullavita@libero.it

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