Righe su Miami Blues di Charles Willeford

Traduzione di Emiliano Bussolo

Ed. Feltrinelli su licenza di Marcos y Marcos (1984)

“Frederick J. Frenger Jr. aveva ventotto anni e preferiva farsi chiamare Junior, piuttosto che Freddy. Sembrava più vecchio, perché la sua vita era stata dura; le rughe ai lati della bocca erano troppo profonde per un uomo della sua età. Aveva gli occhi blu scuro e le folte sopracciglia chiarissime, quasi bianche. Il naso era stato rotto, e riaggiustato malamente, ma certe donne lo consideravano un bell’uomo. La sua pelle liscia era cotta dal sole dei lunghi pomeriggi passati nel cortile a San Quentin.”

 

 

La storia

Primi anni ’80, Florida. Freddy detto Junior atterra a Miami dopo un soggiorno, non certo di piacere, a San Quintino. Con sé ha la sua rabbia, risultato di una vita difficile, la sua furbizia e una collezione di documenti falsi e oggetti rubati qua e là. E nonostante gli anni passati in carcere, ha ancora voglia di fare male a qualcuno. Il malcapitato è un giovane Hare Krishna che serenamente sta chiedendo offerte ai viaggiatori nell’aeroporto.

Junior ha l’aspetto del bravo ragazzo, ma è un pazzo, assassino e psicopatico, che tira a campare giorno dopo giorno, che non ha scrupoli verso il prossimo ma neanche verso sé stesso, quasi che dopo aver visto San Quintino non abbia neanche più paura di nulla, neanche di morire.

Susie Waggoner, detta “Pepper”, è una ragazza di diciannove anni di limitati mezzi sia economici sia intellettivi, che arriva dalla periferia, precisamente da Okeechobee. Studia al Miami Dade e per mantenersi al college fa la prostituta. Vive con suo fratello, Martin Waggoner, dopo che il padre li ha cacciati entrambi di casa. Suo fratello è un Hare Krishna. Suo fratello è appena stato ucciso all’aeroporto di Miami, ma lei ancora non lo sa quando nell’hotel in cui offre le sue “prestazioni professionali”, incontra un bel giovane di nome Freddy.

Quante possibilità ci sono di uccidere impunemente una persona e incontrarne la sorella nello stesso giorno, in una città di oltre trecentomila abitanti? Freddy non sembra preoccuparti della statistica quando inizia una relazione proprio con Susie, che è ovviamente ignara dell’identità e dei trascorsi di quello che spera possa essere il suo principe azzurro.

La vita, nella realtà e in quella che scorre fra le pagine di un romanzo, è fatta di coincidenze e, come si dice, la fortuna è cieca, ma la sfortuna ci vede benissimo.

Dall’incontro di queste due vite sfortunate, quella di Junior e quella di Susie, inizia tutta la storia e iniziano soprattutto le disavventure del protagonista del romanzo: il sergente della omicidi Hoke Moseley assegnato, insieme al collega Bill Henderson, al caso dell’omicidio di Martin Waggoner.

Ma chi è Hoke Moseley? Il poliziotto dal nome improponibile è l’antieroe per antonomasia. È un poliziotto descritto in modo più che realistico, riusciamo infatti ad immaginarcelo in carne a ossa (a volte anche rotte). Non è il belloccio delle serie TV americane anni ’80, stile Miami Vice o Riptide (per spostarci invece sulla costa Ovest degli Stati Uniti). Moseley non è né oggettivamente bello né affascinante.

Tutt’altro.

È divorziato ma non è circondato da belle donne come succede a tanti scapoli quarantenni. Perché lui non è Sonny Crockett. E’ un uomo invecchiato precocemente, economicamente devastato dal divorzio, che vive in un misero appartamento e possiede una macchina scassata che puzza di vomito.

E porta la dentiera come un vecchietto qualsiasi.

Moseley è un antieroe perché sguazza in un mare di poliziotti corrotti senza denunciarli e anche lui si lascia corrompere all’occorrenza da qualche dollaro in più.

Uno sfigato, diremmo oggi. Ma anche un duro.

Chissà a chi si è ispirato Willeford, tra le tante persone incontrate nella sua vita, quando tratteggiava le caratteristiche e la personalità del suo “eroe”.

Non voglio svelare troppo di questo libro, in questi casi bisogna lasciar parlare la storia e il genio. Miami Blues scorre veloce in pochi giorni perché non riesci a smettere di leggerlo, perché ti accorgi subito che è vera la frase scritta dal New Yorker e riportata in quarta di copertina:  “Puro godimento…Willeford non usa mai una parola fuori posto”.

Con la sua scrittura diretta, minimale, asciutta e estremamente realista, Willeford riesce a trasportare il lettore in quegli anni e i quei luoghi, in giro tra Miami Beach e Baia di Biscayne ad ascoltare le storie dei marielitos di Cuba.

Miami Blues è un noir atipico perché viene rivelato fin dalla prima pagina chi sia l’assassino. Non c’è l’effetto sorpresa nel finale. L’assassino non è il maggiordomo ma il ragazzo con la faccia pulita che, a dispetto di quello che possa sembrare, è cattivo veramente.

E’ un romanzo in cui mancano però i “buoni-buoni” perché tutti i protagonisti che animano la varia umanità descritta da Willeford mostrano tanto spesso le loro ombre quanto le loro luci.

Proprio come nella realtà.

 

L’autore

Charles Ray Willeford III nasce a Little Rock, capitale dello stato dell’Arkansas, nel 1919.

Si trasferisce con la madre a Los Angeles in seguito alla morte del padre per tubercolosi nel 1922, ma rimane ben presto orfano. A tredici anni inizia una vita da hobo, un vagabondo che sceglie intenzionalmente uno stile di vita nomade, libero e improntato all’eliminazione del superfluo e al viaggio inteso anche e soprattutto come ricerca della propria identità.

Willeford gira per diversi anni nella nazione colpita Grande Depressione, fino ad arrivare ad arruolarsi, ancora minorenne con falsi documenti, nell’Esercito degli Stati Uniti d’America.

Nell’esercito partecipa, fra le altre cose, alla Seconda Guerra Mondiale in Europa, distinguendosi come comandante della Decima Divisione Corazzata e ottenendo numerose decorazioni e riconoscimenti.

La sua carriera come militare lo porta in giro per il mondo e anche, sul finire degli anni ’40, in Giappone (e forse non a caso Miami Blues inizia proprio con un Haiku, tipico componimento poetico giapponese di diciassette sillabe, scritto dal “brillante psicopatico californiano” protagonista del romanzo). E’ proprio dopo la fine del secondo conflitto mondiale che inizia la sua seconda vita come poeta, novellista e artista.

La sua biografia da sola sembra la trama di un romanzo: si sposa tre volte e nel corso della sua esistenza lavora come pugile professionista, attore, addestratore di cavalli e speaker radiofonico. Non si può certo dire che non abbia vissuto intensamente.

Charles Willeford muore a Miami il 27 marzo 1988 in seguito ad un attacco di cuore e riposa (finalmente, verrebbe da dire vista la sua vita tutto fuorché tranquilla) nel cimitero militare di Arlington.

L’elenco delle opere è lungo, qui voglio solo ricordare la quadrilogia che ha per protagonista il sergente Moseley, che inizia proprio con Miami Blues e continua con i romanzi Tempi d’oro per i morti (New Hope for the dead), Tiro mancino (Sideswipe) e Come si muore oggi (The way we die today).

Alle sue opere si è ispirato anche Quentin Tarantino.

Sembrerebbe che l’ultimo romanzo di Willeford sia uscito proprio il giorno della sua morte. Coincidenze.

 

Paola Cavioni

“Puoi dire non più di 100 parole al giorno. Ma solo se sei donna” Righe su Vox, di Christina Dalcher

And in the naked light I saw
ten thousand people maybe more
people talking without speaking
people hearing without listening
people writing songs that voices never share
noone dare, disturb the sound of silence

(The sound of silence, Simon & Garfunkel)

dav

Vox

Di Christina Dalcher

Casa editrice Nord, 2018

Traduzione di Barbara Ronca

Stati Uniti d’America, giorni nostri.

Da diversi anni ormai, il paese è governato dal Movimento per la Purezza, partito guidato dal Presidente Myers e dal leader spirituale della nazione, il reverendo Carl.

Facendosi portavoce di un ritorno “ai sani valori del passato”, infarcito del più pericoloso fanatismo religioso, il Movimento ha vinto le elezioni con un programma che vuole ristabilire ordine nella società. Tutto deve funzionare senza intoppi, come in una macchina perfetta. E come una macchina, così devono essere i matrimoni: ingranaggi perfetti e indissolubili.

Il Movimento vuole che ogni forma di “deviazione” dalla regola sia estirpata dalla società. L’omosessualità va contrastata, le donne che hanno rapporti sessuali prima del matrimonio devono essere rinchiuse e punite.

Il Movimento vuole che le donne restino “al loro posto”: custodi del focolare e regine della casa. Che passino la loro vita a mettere al mondo dei figli, che li seguano nella loro crescita e si dedichino al marito e alle faccende domestiche.

E per fare tutto questo, non serve lavorare, dato che è l’uomo a provvedere al mantenimento della famiglia.

Per fare tutto questo, non serve neanche parlare.

Cento parole al giorno sono più che sufficienti alle donne per ordinare la spesa e andare dal parrucchiere, come se il mondo fosse tornato indietro in un film in bianco e nero degli anni ’50.

Non più di cento parole al giorno, per evitare di essere colpite dalla scarica elettrica emanata dal braccialetto che ogni donna è costretta a portare al polso.

La dottoressa Jean McClellan, madre, moglie ed esperta di linguistica, a un certo punto ha la possibilità di ribellarsi al sistema. Da sola contro tutti, per difendere il diritto al futuro di sua figlia Sonia e per la creatura che porta in grembo e che non è di suo marito Patrick, uomo amorevole ma che accetta passivamente la condizione in cui versano le donne degli Stati Uniti.

Grazie alle sue competenze nella ricerca di una cura all’afasia di Wernicke, Jean ha la possibilità di lavorare a un progetto governativo top secret che la porta pericolosamente vicina al Presidente Myers.

A quel punto dovrà prendere una decisione: il sacrificio di una vita, vale la salvezza di milioni di donne come lei?

Il finale del romanzo lascia sicuramente … senza parole.

Christina Dalcher, linguista proprio come la protagonista di Vox, suo primo romanzo, ci descrive la società di un ipotetico futuro ma che così tristemente ricorda la condizione della donna in alcuni paesi del mondo.

Un libro che descrive scenari inquietanti che portano il lettore a riflettere sull’importanza di uno dei diritti fondamentali dell’uomo: ogni individuo ha diritto alla libertà d’opinione e d’espressione.

Sul diritto a manifestare non solo la propria opinione ma anche il proprio dissenso rispetto a chi governa, soprattutto quando questi lo fanno non per il bene della popolazione, ma secondo quella che credono sia l’interpretazione di un messaggio divino.

Una storia che pone l’attenzione sulla pericolosa commistione fra religione e affari di stato, sulla perdita di quella razionalità che è condizione necessaria per governare una nazione.

Un romanzo che risente sicuramente dell’opera di Bradbury e Orwell, Vox porta a interrogarsi sul ruolo della donna nella società, ruolo che anche nel presente troppo spesso è messo in dubbio, perfino nei paesi più culturalmente evoluti.

Paola Cavioni

“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare” (F. De Andrè) righe su Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro

Quel che resta del giorno.jpg

Quel che resta del giorno (Einaudi, 1989) di Kazuo Ishiguro

Traduzione di Maria Antonietta Saracino

Il viaggio.

Un viaggio può diventare occasione di profonda riflessione sulla propria esistenza, sul senso del proprio presente e su come influenzare gli avvenimenti futuri, per quanto sia umanamente possibile. Il viaggio può diventare un momento di intimo confronto con i propri valori, ideali e aspirazioni. Lo sa bene chi ha fatto almeno una volta nella vita un lungo viaggio, soprattutto se da solo.

Un cammino che può assumere un significato catartico, dove per catarsi si intende un momento di purificazione, di abbandono di tutti i rancori e di distacco da tutti gli eventi traumatici subiti nella vita.

Per questo un famoso proverbio cinese dice che chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita. Anche se, come vedremo, il protagonista del romanzo di Ishiguro fa di tutto per opporsi a questo cambiamento, che è insito nella natura umana e che consente la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Il viaggio è proprio il leitmotiv del romanzo Quel che resta del giorno.

Viaggio che non è altro che una lunga metafora della vita, con particolare riflessione sulla sera della propria esistenza, per chi ha il privilegio di poter invecchiare.

Ma di cosa parla Quel che resta del giorno?

La storia.

L’idea centrale del romanzo di per sé è molto semplice: siamo in Inghilterra nel 1956 e Mr Stevens, maggiordomo di mezza età in servizio presso la dimora signorile Darlington Hall, passata dopo la guerra all’americano Mr Farraday, si prende una settimana di ferie per fare un viaggio ad ovest del paese. Più che un viaggio, una “spedizione” come lui stesso la definisce.

La sua destinazione è Weymouth nel Dorset, contea situata a sudovest del paese, sia per visitare alcuni dei luoghi contenuti nella guida Le meraviglie dell’Inghilterra di Mrs Symons, sia per raggiungere una sua vecchia conoscenza, miss Kenton, che vent’anni prima era stata la governante di Lord Darlington e quindi collega di Stevens.

In realtà il viaggio e il romanzo stesso ruotano attorno alla preparazione a questo incontro dato che, si scoprirà dai dettagli disseminati qua e là nella narrazione, la relazione fra il rigido maggiordomo e la governante non è solo di tipo professionale. Ma non voglio sminuire il rapporto fra i due liquidandolo solo come la classica storia d’amore fra colleghi che passando le giornate spalla a spalla finiscono con l’innamorarsi, perché in realtà è molto di più.

L’affinità fra Stevens e miss Kenton è l’attrazione dei poli opposti. Lui così ligio al dovere, rigido, conservatore e difensore di un mondo classista che sta per distruggersi a seguito delle bombe della seconda guerra mondiale. Lei così coraggiosa e dirompente, pur nella compostezza prevista dal suo ruolo. Così viva.

E’ con questo suo carattere così deciso che Mis Kenton riesce piano piano a scalfire la corazza di Stevens, anche se lui non ammette mai neanche a sé stesso di provare un sentimento per la giovane donna e, anzi, sublimando questo affetto trattenuto con la lettura solitaria di romanzi d’amore.

Non solo di viaggio quindi parla questo romanzo, ma anche del sentimento che più di tutti muove le esistenze: l’amore.

Quel che resta del giorno è la storia di un amore che riesce a durare oltre vent’anni senza consumarsi mai e quindi senza spegnersi con l’usura dell’abitudine.

C’è poi un altro tema ricorrente nel romanzo, ovvero quello della dignità, concetto sul quale Stevens si sofferma più volte nel corso dei suoi pensieri e nei discorsi con colleghi e conoscenti.

La dignità è quella che Stevens riesce a dimostrare ogni giorno affrontando il suo lavoro con abnegazione, rifacendosi ad un modello astratto e quasi irrealistico di “maggiordomo ideale”. Il fedele servitore che rimane sullo sfondo mentre il suo signore prende parte alle decisioni che causeranno i grandi svolgimenti in Europa fra gli anni ’20 e la fine della seconda guerra mondiale, schierandosi purtroppo dalla parte dei perdenti. La sua è la dignità di chi ha scelto una strada ed è disposto a difenderla fino alla fine, che è poi lo stesso sentimento che anima il samurai che strenuamente difende il padrone anche a costo della propria vita. Da questo punto di vista Quel che resta del giorno ci mostra tutto il retaggio di cultura giapponese di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954 ma che ha da sempre scritto in inglese dato che vive in Inghilterra dall’età di sei anni.

“Non si fa altro che semplicemente accettare un’inevitabile verità: e cioè che persone come voi ed io non saremo mai in condizione di capire i grandi problemi del mondo di oggi, e pertanto la nostra migliore linea di condotta sarà sempre quella di riporre la nostra fiducia in un padrone che giudichiamo saggio e degno di stima, e dedicare le nostre energie al compito di servirlo al meglio delle nostre capacità.”

C’è anche la dignità di Miss Kenton, che si manifesta in tutta la sua forza quando ferocemente si oppone al licenziamento di due cameriere ebree nel momento in cui Lord Darlington, avvicinatosi al pensiero nazista, vuole adeguarsi alle leggi razziali per è compiacere i suoi ospiti, ambasciatori della Germania di Hitler. Ed è sempre la dignità e il suo amor proprio che la spingono poi ad abbandonare Darlington Hall, sposando un pretendente, quando capisce che il maggiordomo non cederà mai al suo sentimento in favore di un ideale che ritiene al di sopra di tutto: quello del servizio al proprio padrone. Un padrone però dalla morale discutibile.

Rimane il fatto che la dignità è semplicemente il rispetto che l’uomo deve a sé stesso, e che gli è dovuto, semplicemente in quanto essere umano, a prescindere dalla propria condizione sociale.

“La dignità non è cosa riservata ai signori.”

Lo stile.

La cosa che più colpisce, a mio parere, nella scrittura di Ishiguroè l’utilizzo così perfetto, all’interno della narrazione, dei flashback, che formano un puzzle di informazioni che nel suo insieme ci restituisce tutta la storia, che solo alla fine ci scorre davanti agli occhi. Questi accorgimenti narrativi sono stati riprodotti quasi fedelmente anche nella sceneggiatura del film diretto da James Ivory nel 1993 e tratto proprio da Quel che resta del giorno. Non posso che invitare tutti coloro che hanno apprezzato e che apprezzeranno il romanzo a vederne anche la trasposizione cinematografica con un immenso Anthony Hopkins, che sembra nato per vestire i panni del inflessibile Mr Stevens.

C’è ancora una caratteristica dello stile di questo romanzo che mi ha molto colpita. Ishiguro, premio nobel per la letteratura nel 2017, discostandosi da una delle regole base della scrittura, ovvero “show don’t tell” (mostra, non raccontare), riesce a catturare il lettore per interi paragrafi descrivendo solo ed esclusivamente i pensieri del maggiordomo, senza risultare mai incomprensibile o pesante.

Alla fine del romanzo quel che resta, questa volta al lettore, della figura di Stevens e come riflessione in generale sulla vita, è l’immagine di un uomo che vive la sua esistenza quasi come uno spettatore e mai da protagonista, forse per paura di non soffrire. Ma in questo modo non vivendo mai fino in fondo.

Un uomo che prova a non cambiare mai barricandosi nelle sue abitudini e convinzioni, anche se all’esterno di lui e nel mondo tutto inesorabilmente cambia.

Paola Cavioni

“Ogni persona è, tra le altre cose, un oggetto facile da rompere e difficile da riparare.” (I. McEwan). Righe su Il cielo dopo di noi, di Silvia Zucca

Il cielo dopo di noi Silvia Zucca

Il cielo dopo di noi
Di Silvia Zucca
Casa Editrice Nord, 2018

Da oltre dieci anni Miranda non ha contatti con la sua famiglia, dopo un’adolescenza profondamente segnata dalla precoce perdita della madre e dal travagliato rapporto con la defunta nonna Gemma.

Un giorno Alberto, il padre di Miranda, ormai anziano, improvvisamente scompare.

Miranda, che si trova in quella età in cui non si è più ragazze ma non ci si sente ancora donne, è così costretta a tornare da Carola, la sua matrigna, e dalla sorellastra Alessia, che aveva lasciato poco più che bambina e ritrova pronta a diventare madre per la prima volta.

Ispezionando fra i documenti del padre in cerca di un indizio che possa far capire in quale direzione muovere le ricerche, Miranda trova una lettera del 1944 scritta in inglese. Una lettera d’amore destinata a sua nonna e firmata da un misterioso Philip.

Chi è quest’uomo che dice di amare sua nonna Gemma, all’epoca giovane ragazza madre?

Chi è la piccola Anna a cui Philip fa riferimento in un passaggio della lettera?

Poche righe e tanti dubbi, che spingono Miranda a partire seguendo l’unico indizio certo: Sant’Egidio dei Gelsi, il paese nominato da Philip nella lettera. Lo stesso paese in cui Alberto e sua madre Gemma si erano rifugiati durante la seconda guerra mondiale per sfuggire ai bombardamenti che interessavano le città italiane.

Miranda intraprende così un viaggio verso quel piccolo angolo di colline piemontesi. Colline di vigneti e dalle mille storie, di vite che sembrano scorrere più lente rispetto alla frenesia della città cui Miranda è ormai suo malgrado abituata. Il paese da cui proviene anche Francesco, una recente conoscenza di Miranda, destinato da avere un ruolo chiave nella ricerca di Alberto e nella vita della donna da quel momento in poi.

Un viaggio che porta la protagonista non solo a ritrovare suo padre ma anche a fare i conti con il passato e con le ferite ancora aperte che impediscono ai componenti della sua famiglia di guardare con serenità al futuro e di vivere a pieno il presente.

“Siamo come nuvole in tempesta. Seminiamo pioggia per ritrovare il sole…”

Il resto della storia lo lascio scoprire a chi vorrà fare questo piccolo viaggio nel tempo che Silvia Zucca regala ai lettori. Un tempo che è quello della seconda guerra mondiale, che fa da sfondo alla storia di Gemma, di Alberto e di tutti i personaggi che animano il borgo piemontese immaginato dalla Zucca.

Il cielo dopo di noi è stata una piacevole scoperta.

Una bella scoperta perché è un libro scritto con cura, con un amore quasi materno. Un libro che ha richiesto oltre due anni di lavoro alla sua autrice, che, pur ambientando la storia in un paese di fantasia, ricostruisce in modo assolutamente veritiero e accurato quanto poteva succedere in qualunque comune italiano sottoposto al regime fascista nei mesi appena precedenti la fine della seconda guerra mondiale.

Questo perché la scintilla che ha fatto nascere questo romanzo è proprio la biografia dei nonni di Silvia Zucca, che potrebbero però essere i nonni di ogni figlio della mia generazione. Una generazione cresciuta con i racconti dei nonni al tempo della guerra. Della vita e dell’amore al tempo della guerra. Storie che per i giovani di oggi sono immagini in bianco e nero, che rivivono e prendono colore nelle parole della Zucca.

La cura e l’amore, dicevo, si percepiscono in ogni pagina, si leggono nella forza con la quale vengono caratterizzati i personaggi, non solo i protagonisti del presente del romanzo, ma anche quelli passati (Philip, il tenente Bonfanti, la piccola e cocciuta Anna amica di infanzia di Alberto, ora anziana, gli abitanti di Sant’Egidio dei Gelsi, ognuno con la sua storia).

Il cielo dopo di noi è un libro che parla della fragilità umana, ma anche dell’umanità che rimane anche quanto tutto sembra parlare solo di guerra, di brutalità e di orrori.

Un libro che parla del filo sottile che lega una generazione all’altra.  Perché il cielo che guardarono i nostri nonni e bisnonni è lo stesso che guarderanno i nostri pronipoti.

Solo con altri occhi, altre aspettative, con altre preoccupazioni.

Ma soprattutto con nuove speranze e sogni per il futuro.

 

Paola Cavioni

L’autrice

Silvia Zucca, laureata in Letteratura inglese, esordisce con Guida astrologica per cuori infranti (Casa Editrice Nord, 2015), caso editoriale venduto in 18 Paesi ancor prima della sua pubblicazione in Italia.

Il cielo dopo di noi è il suo secondo romanzo.

I romanzi di Silvia Zucca sono acquistabili anche su Amazon:

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Lune-di lettura, 20 marzo 2017

Arriva la primavera e si assiste al rinascere della vita.

In questo lunedì vi consiglio un libro per rinascere ogni giorno dell’anno: Piccoli esperimenti di felicità, di Hendrik Groen (edizioni Longanesi). Caso letterario del 2015, è rimasto per diverse settimane in testa alle classifiche di vendita dopo la sua uscita in Olanda ed è stato tradotto in diverse lingue.

Un libro che fa riflettere sulla condizione degli anziani nelle case di cura, sull’eutanasia, sul concetto del tutto personale di vita meritevole di essere vissuta.

“Martedì, 1° gennaio 2013

Anche quest’anno i vecchi continueranno a non piacermi. Il ciabattare dietro i girelli, l’impazienza fuori luogo, le lagne interminabili, i biscottini con il tè, i sospiri e i mugolii.

Ho ottantatrè anni e un quarto”

 

La vecchiaia è la fine di tutto? Si può vivere senza un progetto, uno scopo?

Prima di arrendersi e concedersi la dolce morte, Hendrik, un arzillo vecchietto olandese ospite di una casa di cura e narratore della storia, fonda il piccolo club dei “Vecchi ma non ancora morti”.

Perché?  Per visitare un casinò, partecipare ad un workshop di cucina e ad un corso di tai chi. Insomma, vuole vivere al massimo quello che potrebbe essere il suo ultimo anno su questa terra.

Piccoli esperimenti di felicità è la cronaca diretta e senza filtri di un anno di vita, per ricordarci che si può sfidare la sola attesa della morte, destino cui spesso sono costretti gli anziani ospedalizzati, semplicemente vivendo.

Un libro sulla vita, per apprezzarla dall’inizio alla fine.

Buona primavera!

piccoli esperimenti di felicità.jpg

 

Righe per il piacere di scoprire nuove stanze … “La stanza dei Libri” di Giampiero Mughini, e i miei pensieri

 

Tutti noi sappiamo che sono mille e più i motivi che ci spingono a scegliere un libro, a comprarlo o prenderlo in prestito: affezione nei confronti di questo o quell’autore, il consiglio di un amico, la voglia di restare aggiornati rispetto ad un determinato tema o alle novità letterarie.

Ogni tanto capita, come nei rapporti umani, che il titolo di un libro inneschi un vero e proprio colpo di fulmine. In alcuni fortunati casi, il colpo di fulmine non risulta sprecato.

Molto onestamente, a rischio anche di passare da ignorante, ammetto che fino a domenica scorsa conoscevo Giampiero Mughini (classe 1941) solo come personaggio pubblico, opinionista dai modi diretti e sopra le righe, giornalista dal fare incazzoso (mi si conceda il francesismo).

Per quale strana forma di preconcetto rispetto ai suoi modi, non avevo mai avuto occasione di leggere un suo libro.

Questo, appunto, fino a domenica scorsa, quando in uno dei miei frequenti giri in libreria non mi sono imbattuta, quasi per caso (stavo già andando verso le casse con altri volumi in mano ma ho dovuto aggiungerlo all’elenco) nel suo ultimo libro, edito da Bompiani Overlook nel settembre 2016: La stanza dei libri – Come vivere felici senza Facebook Instagram e followers.

Un titolo che da una parte evoca, nella mia testa, un’immagine assolutamente poetica e ideale (una stanza PIENA di libri! What else?), messa in contrapposizione con la più triste rappresentazione dell’epoca moderna: i social network.

Mughini ci parla, con gli occhi di oggi, da uomo di cultura che ha già superato la settantina, della sua vita attraverso l’amore, se non quasi l’ossessione, per la carta stampata. Un amore che nasce già durante la sua infanzia in una famiglia siciliana non certo abbiente e che quindi non facilmente poteva permettersi il lusso dei libri. Ma si sa, i veri amori nascono anche nelle situazioni più avverse.

L’autore ripercorre la sua esistenza attraverso i suoi ricordi e parlandoci della sua raccolta che aumenta all’aumentare dei suoi anni e dei suoi mezzi, della sua collezione di prime edizioni e ti volumi di pregio, di tutti i suoi memorabilia e libri d’artista.

Una raccolta di immagini che si compone pian piano e che sembra un insieme di fotografie, di titoli, di fatti storici e autori, che va riempire una sorta di moderna wunderkammer che profuma di carta stampata.

In questo volume di poco più di 150 pagine c’è tanto, forse troppo per un lettore della mia generazione. Ci sono gli ultimi 50 anni di storia d’Italia, una visione documentale e cruda degli anni di piombo, c’è la rivoluzione femminile e quella dei costumi sessuali, c’è la storia della letteratura ma anche quella dell’arte, della fotografia.

Termino oggi la lettura di questo libro con diversi pensieri e sensazioni.

Prima fra tutte la consapevolezza della pochezza della cultura che stiamo costruendo e che consegneremo alle nuove generazioni, quella fatua dei social network intendo. Una cultura fondata sull’apparenza che vince sul contenuto, sulla velocità che vince sull’approfondimento, rispetto a quello che è stato in passato, dove il libro ma più in generale l’amore per la cultura e la conoscenza sono stati davvero una spinta al miglioramento personale, un ideale di vita cui ispirarsi. Per essere per portatori di contenuti, noi dei contenitori vuoti.

Poi il pensiero a quante cose devo ancora conoscere e scoprire prima di comprendere fino in fondo un libro come questo, che ripercorre mille volti e vicende della storia italiana e non solo. A quanta parte di questa storia mi sia ancora sconosciuta.

Connesso a quanto sopra, la sensazione di ammirazione per l’uomo di cultura dietro il “personaggio Mughini”, che tanto ha ancora da insegnare a tutti, soprattutto per quanto riguarda la libertà di esprimere il proprio pensiero liberi da ogni tipo di condizionamento e ideologia.

E poi, in ultimo, la certezza di trovarsi di fronte ad un uomo che comunque il suo personale senso della vita lo ha trovato, risolto e perseguito fino in fono, a costo anche di risultare un personaggio scomodo e poco tollerante sopratutto nei confronti dell’ignoranza che vuole salire in cattedra invece di stare, come è giusto che sia, nella schiera dei discenti.

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