“Tu hai l’anima che io vorrei avere”
(En e Xanax, Samuele Bersani)
Se sapessi già come e quando finirà un amore — magari il più travolgente della tua vita — lo vivresti comunque fino in fondo? Diciamo: se potessi vederne il trailer…
È la domanda che nasce dalla terza pagina di Camere separate, dove, senza alcun preavviso né protezione per chi legge, Pier Vittorio Tondelli scopre subito le carte: Thomas, il grande amore di Leo, è morto.
Non suggerisce, non prepara dolcemente il terreno: lo dice e basta, con una frase che arriva come un colpo secco —
«… Thomas, o almeno ciò che sulla terra aveva questo nome e a questo nome, per lui e per chi lo amava, era riconducibile, non c’è più».
È come se l’autore si fermasse a guardarti negli occhi dicendo: le cose stanno così.
Prendere o lasciare.
Se vuoi continuare, devi accettarlo fin da subito.
Forse è proprio per questo che la storia colpisce così forte: perché, se ci penso, nella vita è capitato a tutti di amare qualcuno pur sapendo fin dall’inizio che quella storia non avrebbe avuto un futuro — pur riempiendo ogni spazio del presente.
Eppure ci si butta lo stesso.
Perché, nel poco o tanto tempo concesso a quell’amore, non servono giustificazioni né etichette.
Serve solo attraversarlo.
Pubblicato nel 1989, Camere separate (Bompiani) — il romanzo della maturità di Tondelli — racconta la storia di Leo, uno scrittore italiano che cerca di sopravvivere alla morte di Thomas, il suo grande amore.
Attraverso viaggi, ricordi e solitudine — sullo sfondo di un’Europa degli anni ’80 ancora divisa dal muro di Berlino e attraversata dall’ombra dell’AIDS — il romanzo esplora il lento e doloroso confronto con il lutto, con la memoria e con il senso stesso dell’amore e della scrittura.
La narrazione procede per frammenti, per ritorni e flashback, per episodi che si aprono e si chiudono come stanze della memoria.
Camere separate racconta un amore esploso con forza, ma costretto fin da subito a fare i conti con la propria fragilità.
È anche un romanzo sull’amore non vissuto fino in fondo, più per mancanza di coraggio che per paura.
Il vuoto.
La memoria.
Il lento tentativo di imparare a vivere quando la persona che dava forma alla tua vita non esiste più.
Per me è una delle storie d’amore più belle mai scritte.
La scrittura di Tondelli sembra musica: respira, procede per onde emotive, per movimenti, come una composizione musicale, seguendo i moti dell’anima del protagonista.
È un romanzo sulle macerie che restano degli amori vissuti a metà.
Sulla felicità non afferrata.
Ma anche sul coraggio necessario per vivere una vita — e una relazione — che ci rappresentino davvero, al di là delle convenzioni sociali e delle circostanze.
Sullo scegliere di non lasciarsi scivolare l’amore tra le mani.
Camere separate è un romanzo così pieno d’amore da lasciare quasi storditi, scritto con un realismo limpido, capace di raccontare il dolore senza retorica.
Un amore che non è soltanto desiderio o attrazione, ma qualcosa di più profondo: il riconoscersi nell’altro, il sentirsi improvvisamente meno soli nel mondo.
Ed è forse proprio questo che rende Camere separate un romanzo così intenso: la consapevolezza che alcune storie d’amore continuano a vivere dentro di noi anche quando sono finite.
Anche quando restano soltanto ricordi, fotografie, sensazioni condivise.
Stanze attraversate.
Camere separate, appunto.
E per rispondere alla domanda iniziale. Io sì, lo vivrei lo stesso.
«Nessuno può tenere distanti due persone che si appartengono e che si stanno cercando, forse anche da molto tempo e da molto distante.»
Paola Cavioni, 11 marzo 2026
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