Fra scrittura e vita. Righe su “Cose che ti dico mentre dormi” di Enrica Tesio

«Pensa che bella la vita.»

Rem tene, verba sequentur, dicevano i latini.

Se possiedi la materia, le parole arrivano.

A Enrica le parole arrivano, e ci fa pure la giocoliera.

La materia – anzi, le materie – non può che padroneggiarle: la vita e la scrittura.

La strana coppia, quella che nelle mani giuste diventa sceneggiatura.

Tra i primi libri sul mio comodino in questo 2026 c’è Cose che ti dico mentre dormi (Bompiani, 2025), una lettura che scivola sotto gli occhi con disarmante naturalezza. Ho perfino provato a passarlo – almeno nei capitoli irresistibili sull’adolescenza – a mia figlia maggiore, che ha quasi quindici anni. Per ora senza successo. Peccato: sarei curiosissima di conoscere il suo punto di vista.

Cose che ti dico mentre dormi è un libro che attraversa rapporti familiari, autobiografia, traumi, lutti, partenze, ritorni, separazioni, scoperte del corpo e dell’amore, illusioni e disillusioni.

Ed è impossibile sono certa non ritrovarsi in quelle parole, a pensare più di una volta: ti capisco, Enrica.

A volte fa quasi male da quanto è vero, da quanto alcuni passaggi, alcuni snodi della vita siano gli stessi per tutti, magari in tempi diversi, ma i medesimi.

La sua è una scrittura da cesellatrice: niente è lasciato al caso, niente è scontato o ripetitivo.

La vita che esce dalle pagine la senti addosso, la tocchi, nella sua consistenza quotidiana e insieme straordinaria. Perché, in fondo, la vita resta una meravigliosa avventura, e quando non lo è, penso che l’unico modo per affrontarla sia il sapersela raccontare bene.

Enrica parla come un’amica davanti a uno spritz, senza inutili fronzoli. Arriva dritta, come una risata che parte dal cuore.

Uno dei libri italiani più riusciti che abbia letto negli ultimi anni: una boccata d’aria buona, un esercizio di ottima scrittura che ti riconcilia con la sonorità di parole scelte bene e scene divertenti.

Il romanzo è costruito come una serie di lettere, monologhi rivolti agli affetti più cari: la madre, il padre, il figlio, la figlia, l’uomo amato, l’amica. Frammenti in cui non si distingue dove finisce la confessione, l’autobiografia, e dove inizi l’invenzione – ed è proprio questo il suo fascino.

Mi fa venire in mente il concetto di leggerezza delle Lezioni americane di Calvino, di una narrazione che vola, unita alla profondità di chi ha vissuto, la saggezza e l’ironia di chi non smette mai di farsi domande.

La lingua è così musicale, che l’inizio di ogni capitolo si fa poesia vera, quelle stesse poesie che Enrica legge sui social.

Lei e la sua massa di riccioli d’argento a invadere lo schermo del cellulare.

Me la immagino, lei, di notte, davanti allo schermo, con i figli che dormono, a scrivere e riscrivere, limare, cercare la parola esatta, la sfumatura necessaria. A godere del rumore dei tasti del computer, musica per le orecchie di chi ama la scrittura.

Perché questo libro oltre ad essere un inno agli affetti più cari è una dichiarazione d’amore potentissima sull’urgenza della scrittura:

«Il problema della scrittura è che è liberatoria solo quando riesce, durante è un travaglio. Disegnare è un atto che, volendo, può essere automatico, meditativo, svuota la testa. La musica anche la si può suonare per puro diletto, senza intenzioni: esegui dei movimenti, e se li esegui un numero di volte sufficienti il tuo corpo li riproduce senza pensarci. La scrittura no, non prevede esecuzione, è sempre componimento.»

Enrica è sottile, lucidissima. Racconta i drammi, il lutto, la disillusione dell’età adulta, ma lo fa con una grazia che non pesa mai. Non è soltanto talento narrativo: è capacità di vedere, di attraversare le cose, di rielaborare i ricordi e restituirli trasformati.

Forte di vent’anni nel copywriting, perfettamente a suo agio anche nel linguaggio dei social, riesce a tenere insieme profondità e immediatezza, cultura e quotidiano, poesia e concretezza, lirismo e comicità.

Concludo la lettura di questo libro pensando che in questo momento è esattamente quello di cui avevo più bisogno, trovare nuovi occhi con i quali rileggere anche la mia vita.

Perché alcuni libri li leggi, altri, come in questo caso, ti leggono.

Paola Cavioni, 13 febbraio 2026

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“Trilogia di New York” di Paul Auster e la scrittura perfetta

“I libri vanno letti con la stessa cura e la stessa riservatezza con cui sono stati scritti.”

Paul Auster

Paul Auster, La trilogia di New York, edito da Einaudi

Scrivere della Trilogia di New York mi ha messo in difficoltà. Più che altro, mi ci è voluto parecchio tempo per mettere insieme le parole  più adatte in uno scritto degno dello stile di Paul Auster (o almeno ci provo)  per parlare di un libro che ho scoperto lo scorso settembre e che ho letto in un paio di giorni.

Per chi ama scrivere, come me, ogni lettura è fonte di miglioramento per affinare il proprio stile, ogni nuovo autore scoperto rappresenta un maestro da cui carpire tecniche e segreti. Leggere la Trilogia è un’illuminazione.

Perché la scrittura di Paul Auster è essenziale, asciutta, senza fronzoli. Niente di più, niente di meno. Perfetta.

Auster è un architetto delle parole, che costruisce periodi, psicologia dei personaggi, capitoli e intrecci, con la stessa pulizia ed eleganza delle architetture moderniste di Mies Van Der Rohe. Questo per quanto riguarda lo stile, perché il contenuto è un’altra storia… La Trilogia  infatti è una discesa negli inferi della vita frenetica e alienante della New York degli anni ’80, un’esplorazione dell’animo umano nelle sue tante sfaccettature fra nevrosi e follie.

Una scrittura diretta, ipnotica e allo stesso tempo ruvida, che ricorda molto lo stile di Charles Willeford. C’è infatti più di un’analogia fra i due autori. Una fra tutte è il richiamo al Walden di Henry David Thoreau, ma lascerò scoprire a voi tutti gli indizi e le somiglianze disseminati qua e là nelle opere e nelle biografie dei due scrittori americani.

Se non avete ancora letto Willeford, vi invito a farlo; so che invece Thoreau mette in difficoltà anche le menti più allenate alla lettura, ma conviene comunque provare a conoscerlo.

La Trilogia si compone di tre romanzi brevi: Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa. La sua pubblicazione nella metà degli anni ‘80 consacra lo scrittore nell’olimpo della letteratura americana contemporanea, destinandolo all’immortalità.

Nella Trilogia ci sono più storie che si rincorrono e si chiudono una nell’altra come una matrioska, un libro nel libro, con i personaggi che sembrano richiamarsi gli uni con gli altri e moltiplicarsi. 

Tre romanzi che hanno protagonisti dall’identità confusa, che cambiano nome o che non lo hanno (Città di Vetro), che sono giochi di colori (Fantasmi), che scambiano la loro vita con quella di amici scomparsi (La stanza chiusa).

E ci sono anche altri elementi comuni in tutte e tre i racconti: la follia, i pedinamenti, il taccuino, la descrizione della vita dello scrittore spiantato. Nella Trilogia infatti c’è anche tanto della biografia dell’autore, come se avesse rotto in mille pezzi le sue esperienze personali come scrittore in cerca di fama, e le avesse disseminate qua e là nella trama.

I temi presenti nell’opera di Auster sono ricorrenti: la solitudine dell’uomo di città e la volontà di ritorno a una vita più ascetica e a contatto con la natura, la follia dovuta all’alienazione dal lavoro e dallo stile di vita contemporaneo. E ancora la ricerca del senso dell’esistenza, il bisogno di certezze insito dell’uomo, il fato, il destino che tiene in mano le vite di tutti, lo studio del linguaggio e del legame fra linguaggio ed esistenza.

Un libro, attualissimo anche se scritto ormai quasi quarant’anni fa, adatto a chi non ha paura di guardare in faccia le molte contraddizioni dell’Occidente, che lascia il lettore alla fine con una lieve ma persistente sensazione di amaro in bocca e la certezza che la società occidentale non è fatta a misura d’uomo.

L’autore

Immagine di Paul Auster

Paul Benjamin Auster (conosciuto anche con lo pseudonimo di Paul Quinn) nasce a Newark, città del New Jersey a pochi chilometri da New York, nel 1947.

Il suo talento per la scrittura si manifesta molto precocemente, tanto che compone le prime poesie attorno ai dodici anni.

La sua carriera come scrittore inizia alla fine degli anni ’70, dopo avere svolto per qualche tempo lavori saltuari. La consacrazione avviene fra il 1985 e il 1987 con la pubblicazione dei libri della Trilogia.

Auster è anche saggista, produttore, attore e sceneggiatore.

Paola Cavioni

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