“Puoi dire non più di 100 parole al giorno. Ma solo se sei donna” Righe su Vox, di Christina Dalcher

And in the naked light I saw
ten thousand people maybe more
people talking without speaking
people hearing without listening
people writing songs that voices never share
noone dare, disturb the sound of silence

(The sound of silence, Simon & Garfunkel)

dav

Vox

Di Christina Dalcher

Casa editrice Nord, 2018

Traduzione di Barbara Ronca

Stati Uniti d’America, giorni nostri.

Da diversi anni ormai, il paese è governato dal Movimento per la Purezza, partito guidato dal Presidente Myers e dal leader spirituale della nazione, il reverendo Carl.

Facendosi portavoce di un ritorno “ai sani valori del passato”, infarcito del più pericoloso fanatismo religioso, il Movimento ha vinto le elezioni con un programma che vuole ristabilire ordine nella società. Tutto deve funzionare senza intoppi, come in una macchina perfetta. E come una macchina, così devono essere i matrimoni: ingranaggi perfetti e indissolubili.

Il Movimento vuole che ogni forma di “deviazione” dalla regola sia estirpata dalla società. L’omosessualità va contrastata, le donne che hanno rapporti sessuali prima del matrimonio devono essere rinchiuse e punite.

Il Movimento vuole che le donne restino “al loro posto”: custodi del focolare e regine della casa. Che passino la loro vita a mettere al mondo dei figli, che li seguano nella loro crescita e si dedichino al marito e alle faccende domestiche.

E per fare tutto questo, non serve lavorare, dato che è l’uomo a provvedere al mantenimento della famiglia.

Per fare tutto questo, non serve neanche parlare.

Cento parole al giorno sono più che sufficienti alle donne per ordinare la spesa e andare dal parrucchiere, come se il mondo fosse tornato indietro in un film in bianco e nero degli anni ’50.

Non più di cento parole al giorno, per evitare di essere colpite dalla scarica elettrica emanata dal braccialetto che ogni donna è costretta a portare al polso.

La dottoressa Jean McClellan, madre, moglie ed esperta di linguistica, a un certo punto ha la possibilità di ribellarsi al sistema. Da sola contro tutti, per difendere il diritto al futuro di sua figlia Sonia e per la creatura che porta in grembo e che non è di suo marito Patrick, uomo amorevole ma che accetta passivamente la condizione in cui versano le donne degli Stati Uniti.

Grazie alle sue competenze nella ricerca di una cura all’afasia di Wernicke, Jean ha la possibilità di lavorare a un progetto governativo top secret che la porta pericolosamente vicina al Presidente Myers.

A quel punto dovrà prendere una decisione: il sacrificio di una vita, vale la salvezza di milioni di donne come lei?

Il finale del romanzo lascia sicuramente … senza parole.

Christina Dalcher, linguista proprio come la protagonista di Vox, suo primo romanzo, ci descrive la società di un ipotetico futuro ma che così tristemente ricorda la condizione della donna in alcuni paesi del mondo.

Un libro che descrive scenari inquietanti che portano il lettore a riflettere sull’importanza di uno dei diritti fondamentali dell’uomo: ogni individuo ha diritto alla libertà d’opinione e d’espressione.

Sul diritto a manifestare non solo la propria opinione ma anche il proprio dissenso rispetto a chi governa, soprattutto quando questi lo fanno non per il bene della popolazione, ma secondo quella che credono sia l’interpretazione di un messaggio divino.

Una storia che pone l’attenzione sulla pericolosa commistione fra religione e affari di stato, sulla perdita di quella razionalità che è condizione necessaria per governare una nazione.

Un romanzo che risente sicuramente dell’opera di Bradbury e Orwell, Vox porta a interrogarsi sul ruolo della donna nella società, ruolo che anche nel presente troppo spesso è messo in dubbio, perfino nei paesi più culturalmente evoluti.

Paola Cavioni

“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare” (F. De Andrè) righe su Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro

Quel che resta del giorno.jpg

Quel che resta del giorno (Einaudi, 1989) di Kazuo Ishiguro

Traduzione di Maria Antonietta Saracino

Il viaggio.

Un viaggio può diventare occasione di profonda riflessione sulla propria esistenza, sul senso del proprio presente e su come influenzare gli avvenimenti futuri, per quanto sia umanamente possibile. Il viaggio può diventare un momento di intimo confronto con i propri valori, ideali e aspirazioni. Lo sa bene chi ha fatto almeno una volta nella vita un lungo viaggio, soprattutto se da solo.

Un cammino che può assumere un significato catartico, dove per catarsi si intende un momento di purificazione, di abbandono di tutti i rancori e di distacco da tutti gli eventi traumatici subiti nella vita.

Per questo un famoso proverbio cinese dice che chi torna da un viaggio non è mai la stessa persona che è partita. Anche se, come vedremo, il protagonista del romanzo di Ishiguro fa di tutto per opporsi a questo cambiamento, che è insito nella natura umana e che consente la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Il viaggio è proprio il leitmotiv del romanzo Quel che resta del giorno.

Viaggio che non è altro che una lunga metafora della vita, con particolare riflessione sulla sera della propria esistenza, per chi ha il privilegio di poter invecchiare.

Ma di cosa parla Quel che resta del giorno?

La storia.

L’idea centrale del romanzo di per sé è molto semplice: siamo in Inghilterra nel 1956 e Mr Stevens, maggiordomo di mezza età in servizio presso la dimora signorile Darlington Hall, passata dopo la guerra all’americano Mr Farraday, si prende una settimana di ferie per fare un viaggio ad ovest del paese. Più che un viaggio, una “spedizione” come lui stesso la definisce.

La sua destinazione è Weymouth nel Dorset, contea situata a sudovest del paese, sia per visitare alcuni dei luoghi contenuti nella guida Le meraviglie dell’Inghilterra di Mrs Symons, sia per raggiungere una sua vecchia conoscenza, miss Kenton, che vent’anni prima era stata la governante di Lord Darlington e quindi collega di Stevens.

In realtà il viaggio e il romanzo stesso ruotano attorno alla preparazione a questo incontro dato che, si scoprirà dai dettagli disseminati qua e là nella narrazione, la relazione fra il rigido maggiordomo e la governante non è solo di tipo professionale. Ma non voglio sminuire il rapporto fra i due liquidandolo solo come la classica storia d’amore fra colleghi che passando le giornate spalla a spalla finiscono con l’innamorarsi, perché in realtà è molto di più.

L’affinità fra Stevens e miss Kenton è l’attrazione dei poli opposti. Lui così ligio al dovere, rigido, conservatore e difensore di un mondo classista che sta per distruggersi a seguito delle bombe della seconda guerra mondiale. Lei così coraggiosa e dirompente, pur nella compostezza prevista dal suo ruolo. Così viva.

E’ con questo suo carattere così deciso che Mis Kenton riesce piano piano a scalfire la corazza di Stevens, anche se lui non ammette mai neanche a sé stesso di provare un sentimento per la giovane donna e, anzi, sublimando questo affetto trattenuto con la lettura solitaria di romanzi d’amore.

Non solo di viaggio quindi parla questo romanzo, ma anche del sentimento che più di tutti muove le esistenze: l’amore.

Quel che resta del giorno è la storia di un amore che riesce a durare oltre vent’anni senza consumarsi mai e quindi senza spegnersi con l’usura dell’abitudine.

C’è poi un altro tema ricorrente nel romanzo, ovvero quello della dignità, concetto sul quale Stevens si sofferma più volte nel corso dei suoi pensieri e nei discorsi con colleghi e conoscenti.

La dignità è quella che Stevens riesce a dimostrare ogni giorno affrontando il suo lavoro con abnegazione, rifacendosi ad un modello astratto e quasi irrealistico di “maggiordomo ideale”. Il fedele servitore che rimane sullo sfondo mentre il suo signore prende parte alle decisioni che causeranno i grandi svolgimenti in Europa fra gli anni ’20 e la fine della seconda guerra mondiale, schierandosi purtroppo dalla parte dei perdenti. La sua è la dignità di chi ha scelto una strada ed è disposto a difenderla fino alla fine, che è poi lo stesso sentimento che anima il samurai che strenuamente difende il padrone anche a costo della propria vita. Da questo punto di vista Quel che resta del giorno ci mostra tutto il retaggio di cultura giapponese di Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki nel 1954 ma che ha da sempre scritto in inglese dato che vive in Inghilterra dall’età di sei anni.

“Non si fa altro che semplicemente accettare un’inevitabile verità: e cioè che persone come voi ed io non saremo mai in condizione di capire i grandi problemi del mondo di oggi, e pertanto la nostra migliore linea di condotta sarà sempre quella di riporre la nostra fiducia in un padrone che giudichiamo saggio e degno di stima, e dedicare le nostre energie al compito di servirlo al meglio delle nostre capacità.”

C’è anche la dignità di Miss Kenton, che si manifesta in tutta la sua forza quando ferocemente si oppone al licenziamento di due cameriere ebree nel momento in cui Lord Darlington, avvicinatosi al pensiero nazista, vuole adeguarsi alle leggi razziali per è compiacere i suoi ospiti, ambasciatori della Germania di Hitler. Ed è sempre la dignità e il suo amor proprio che la spingono poi ad abbandonare Darlington Hall, sposando un pretendente, quando capisce che il maggiordomo non cederà mai al suo sentimento in favore di un ideale che ritiene al di sopra di tutto: quello del servizio al proprio padrone. Un padrone però dalla morale discutibile.

Rimane il fatto che la dignità è semplicemente il rispetto che l’uomo deve a sé stesso, e che gli è dovuto, semplicemente in quanto essere umano, a prescindere dalla propria condizione sociale.

“La dignità non è cosa riservata ai signori.”

Lo stile.

La cosa che più colpisce, a mio parere, nella scrittura di Ishiguroè l’utilizzo così perfetto, all’interno della narrazione, dei flashback, che formano un puzzle di informazioni che nel suo insieme ci restituisce tutta la storia, che solo alla fine ci scorre davanti agli occhi. Questi accorgimenti narrativi sono stati riprodotti quasi fedelmente anche nella sceneggiatura del film diretto da James Ivory nel 1993 e tratto proprio da Quel che resta del giorno. Non posso che invitare tutti coloro che hanno apprezzato e che apprezzeranno il romanzo a vederne anche la trasposizione cinematografica con un immenso Anthony Hopkins, che sembra nato per vestire i panni del inflessibile Mr Stevens.

C’è ancora una caratteristica dello stile di questo romanzo che mi ha molto colpita. Ishiguro, premio nobel per la letteratura nel 2017, discostandosi da una delle regole base della scrittura, ovvero “show don’t tell” (mostra, non raccontare), riesce a catturare il lettore per interi paragrafi descrivendo solo ed esclusivamente i pensieri del maggiordomo, senza risultare mai incomprensibile o pesante.

Alla fine del romanzo quel che resta, questa volta al lettore, della figura di Stevens e come riflessione in generale sulla vita, è l’immagine di un uomo che vive la sua esistenza quasi come uno spettatore e mai da protagonista, forse per paura di non soffrire. Ma in questo modo non vivendo mai fino in fondo.

Un uomo che prova a non cambiare mai barricandosi nelle sue abitudini e convinzioni, anche se all’esterno di lui e nel mondo tutto inesorabilmente cambia.

Paola Cavioni