Diario minimo (e semiserio) del genitore a settembre

Sulla scuola che ricomincia si consumano ogni anno fiumi d’inchiostro: le vacanze estive troppo lunghe, il caro-libri, il precariato degli insegnanti, i calendari scolastici che sembrano rimasti fermi all’Italia post-bellica.

Poi c’è una categoria sociale che vive settembre in modo molto più concreto.

Il genitore.

Il genitore aspetta settembre provando un misto di sentimenti, un po’ come un amore tossico: lo teme, lo desidera, lo invoca mille volte durante l’estate e, contemporaneamente, lo maledice.

È l’unico essere umano capace di provare una gioia autentica all’idea che i figli tornino in classe e, nello stesso istante, un’ansia da prestazione degna di un atleta prima di un Mondiale.

C’è anche chi si complica la vita con la lucida follia di fare più di un figlio in una nazione dove, fra una supplenza e l’altra, il tempo pieno a scuola inizia praticamente a ottobre.

Nel mio caso “solo” due figli, in due gradi scolastici diversi. Il che vuol dire due liste di materiale, due ordini di libri, due orari, due mondi. Una piccola società per azioni dell’istruzione da organizzare ogni giorno. E mi inchino a chi riesce a fare tutto questo con tre, quattro, cinque figli… siete i miei eroi!

C’è lei, la figlia maggiore: l’adolescente che torna a scuola dopo tre mesi di ciondolamento fra divano e sonni infiniti. Una meravigliosa creatura in cerca di se stessa, alla quale non si può dire nulla, fermamente convinta che in casa viva una colonia di minuscoli Umpa Lumpa altamente specializzati. Uno raccoglie i calzini di Primark abbandonati sul pavimento, uno trova il caricabatterie del cellulare, uno piega le felpe e un altro accompagna con infinita delicatezza la bottiglietta vuota fino al sacchetto della plastica.

Lei, naturalmente, non li ha mai visti. E non si chiede come mai le cose che lascia in disordine, magicamente, poi si sistemino da sole…

Con un adolescente il rientro a scuola, e poi l’intero anno scolastico, non sono organizzazione: sono disciplina olimpica. Altro che triathlon. Qui si pratica il figliathlon: sveglia (regolarmente rimandata per almeno venti minuti ogni mattina), colazione, gestione della crisi d’ansia scolastica, “hai caricato il cellulare?”, zaino, circolari, scarpe da ginnastica misteriosamente scomparse e l’immancabile notifica del registro elettronico alle 22:47, quando hai appena trovato la forza di toglierti il trucco e buttarti sul divano a guardare reel di gente che ti spiega come diventare milionario e trasferirti a Dubai, mentre inizi a fantasticare sulla possibilità di iniziare a vendere le foto dei piedi.

Ma settembre ha diversi gradi di difficoltà, come un videogioco. Ora sei al livello successivo, che ogni anno attendi con lo stesso volto rilassato di Kevin Bacon in Tremors. Devi comprare tutto il materiale scolastico.

Io, ad esempio, ieri pomeriggio ero in coda in cartoleria e ho avuto la netta sensazione che tutta la popolazione italiana con figli tra i 6 e i 18 anni avesse avuto la mia stessa brillante idea, nello stesso identico momento. Quando sono arrivata mancava solo l’indicazione sul tornello, come a Gardaland: da qui 90 minuti di attesa.

Poi c’è l’altro girone infernale riservato al genitore moderno, e in particolare al “genitore-madre”: la chat di classe.

Alle 7:12 qualcuno scrive:

Scusate, oggi matematica c’è?

Alle 7:13 arrivano ventisei risposte diverse.

Qualcuno risponde nella chat sbagliata.

Alle 7:14 una mamma inoltra la circolare. Poi la cancella perché è dell’altro figlio.

Poi la rappresentante fissa il messaggio con l’orario scolastico e manda un sondaggio per candidarsi come addetto alla qualità della mensa.

Alle 8:15 un papà mette il pollice in su, probabilmente convinto di aver risolto il problema e la crisi climatica insieme.

Ma l’esperienza più psichedelica è quando una mamma scrive:

Gigino ieri ha dimenticato la felpa di Roblox a scuola, per caso qualcuno dei vostri figli l’ha presa per sbaglio?

“Il mio no.”

“Noi no.”

“Roberto no.”

“Asia dice di averla vista in quinta.”

E così, per due ore.

Oh, mai che risponda subito chi quella maledetta felpa l’ha presa davvero.

Siamo solo a settembre, cara mamma e caro papà.

E tu lo sai, che poi arriverà di peggio, arriveranno i colloqui online coi professori (mi sente?? io non la vedo!!) e anche le famigerate riunioni scolastiche, versione moderna del V cerchio di Dante: Iracondi e Accidiosi.

Ma si sa, “è fondamentale che ci sia collaborazione fra genitori e insegnanti”.

Tradotto: due ore e mezza per decidere il colore delle copertine dei quaderni, se la gita debba essere di martedì o di giovedì, se i compiti del fine settimana siano troppi o troppo pochi.

Vero è che benedetta sia la scuola, che insegna tante cose ai bambini, il centro di tutto.

Noi genitori siamo solo un contorno.

Ma alla fine anche a noi la scuola insegna qualcosa.

L’arte della negoziazione internazionale: mediare, mantenere la calma, sorridere mentre dissenti e uscire da una chat con 57 messaggi non letti senza dichiarare guerra a nessuno.

Buon inizio a noi!

Paola Cavioni, 15 settembre 2026


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Acrobati

Questa settimana Francesco ha partecipato alla sua prima gita scolastica, partendo emozionato e saltellante come suo solito, zainetto in spalla e cappellino degli Yankees in testa.

Destinazione: un parco a meno di un’ora da casa, rientro nel pomeriggio.

Normale amministrazione, niente di epico, non è che dovesse partecipare alla campagna di Russia.

Eppure, nei giorni precedenti, la famigerata chat di classe — nella quale sono mio malgrado inserita (e ho anche altre due figlie!) — è esplosa in uno scambio serrato, quasi surreale, di messaggi tra mamme. Tutte impegnate a organizzare lo zainetto con la stessa concentrazione richiesta per l’allunaggio dell’Apollo 11.

Padri non pervenuti ovviamente.

Per tutta la settimana mi ha accompagnata un vago sentore di ansia da under performance perché, se dovessi ricevere un voto alla mia partecipazione alla chat, non sfiorerei neanche lontanamente la sufficienza.

Anzi, se fosse valutata come una performance lavorativa, non solo non riceverei il bonus: mi toglierebbero anche il badge e il buono pasto.

A me bastava sapere che Francesco sarebbe andato in gita con la maestra per otto ore, e che sarebbe tornato con le ginocchia impolverate e mille storie da raccontare.

Ci rivediamo nel pomeriggio, Fra. Ti amo. Stop.

Forse è per questo che non intervengo mai in quella giungla di vocali (che, lo confesso, non ascolto mai), cuori, punti esclamativi e polemiche velate: referisco l’essenziale, quando si può.

Perché la vita è già abbastanza complicata senza aggiungerci l’ansia in outsourcing.

E proprio questo pensiero mi ha acceso una lampadina, o meglio: una consapevolezza.

Viviamo in equilibrio precario su due pilastri traballanti: la corsa continua, il confronto perenne e l’ansia a fare da collante fra le due cose.
Con il collega che invia messaggi motivazionali alle 6:42 del mattino, con la mamma della classe che cuce etichette personalizzate anche sugli snack, con i figli degli altri che a sei anni parlano tre lingue, suonano il violino, fanno danza acrobatica il mercoledì e il sabato salvano le balene.

Siamo acrobati di resilienza, eroi silenziosi del quotidiano.

E il bello — o il tragico — è che non abbiamo nemmeno un pubblico pronto ad applaudirci quando, miracolosamente, non mandiamo nessuno a quel paese e riusciamo persino a conservare un briciolo di salute mentale dalle 9 alle 17.

Ogni mattina ci alziamo, mediamente maledicendo la sveglia, il nostro lavoro, il nostro capo e tutte le scelte fatte dal 1999 in poi. Poi, con dignitosa rassegnazione, iniziamo la danza: colazione, scuola, lavoro, riunioni, vocali infiniti, chiamate perse, bambini da recuperare, cena da improvvisare con tre ingredienti, un miracolo e una carota rimasta incollata in fondo al frigorifero.

E poi ci sono loro: le agende a incastro, vero sport estremo per chi ha figli, pura follia per chi ne ha più di uno. Ogni figlio con uno sport diverso, ovviamente, in orari diversi, in luoghi diversi.

E i colloqui a scuola? Altro che after-work. Perché regolarmente ti piazzano il colloquio individuale alle 11 del lunedì mattina, proprio il giorno prima della tua scadenza trimestrale più importante.

Non puoi? Tranquilla, c’è il decimo girone dantesco del “Colloquio collettivo”, che sai quando ti metti in fila, ma non sai in che secolo ne uscirai. Tanto che, quando rientri finalmente a casa non sai nemmeno più come ti chiami ma hai timore di trovarti un inviato di Chi l’ha visto sul pianerottolo.

Poi c’è quel giorno della settimana in cui provi a ricordarti di avere anche una vita sociale, magari per bere un caffè con un’amica, e regolarmente tua figlia ti scrive nel momento clou perché non trova le ginocchiere per la pallavolo. E mentre cerchi di tenere viva, almeno nella tua testa, un po’ della tua identità personale, ti ricordi che questo mese scade l’assicurazione della macchina e non hai fatto partire la lavastoviglie!

E la domenica? Che dovrebbe essere sacra. Rilassante. Zen. Inizia con una lavatrice alle 7:30, continua con la caccia alla felpa “quella con il dinosauro, non quella con gli squali!” e culmina in una crisi esistenziale davanti al calendario settimanale, tentando di incastrare karate, inglese, dentista e, se va bene, tre respiri profondi e un “ma chi me l’ha fatto fare” a mezza bocca.

Siamo acrobati, noi genitori del terzo millennio, ma non per scelta. E ogni tanto da funamboli, da quel filo teso sul quale siamo in equilibrio ogni giorno, cadiamo di faccia cercando di tenere tutto insieme, di essere dei genitori discreti, di mantenere un lavoro, di non dimenticarci la telefonata ai nostri genitori, di mangiare sano, fare sport e non usare il cellulare al volante.

Cercando in questo caos quotidiano di prenderci la nostra fettina di felicità, con le occhiaie a farci da medaglia e le agende come campi di battaglia. Sapendo che comunque stiamo facendo del nostro meglio. O almeno ci stiamo provando.

E per dovere di cronaca, quando sono andata a prendere Francesco di ritorno dalla gita, alla domanda: “Allora amore, che avete fatto di bello?”, la sua risposta è stata da manuale:

“Niente, mamma.”

Paola Cavioni, 12 aprile 2025

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