Lettera notturna

Ti scrivo in una notte senza sonno, papà, affidando i pensieri alla scrittura per riuscire, come mi capita spesso, a metterli in fila, a vederli più chiaramente.
A provarci almeno.
Scrivere, alla fine, è un modo come un altro per affrontare la realtà.

Il bollitore borbotta sul fornello.
L’unico altro suono, in questo momento, è quello dell’orologio sulla parete: pessimo acquisto analogico che di notte diventa una colonna sonora molto vintage, ma anche molto sgradevole. Ormai però sta lì appeso, e mi dispiace quasi mandarlo in pensione anticipata.

Per il resto la casa si è fatta silenziosa: i ragazzi dormono, e anche dalla strada finalmente sono spariti gli schiamazzi e i clacson. Resto nella solitudine degli insonni.

Rumori a parte, la capacità di prendere sonno facilmente non è mai stata la mia specialità, fin da adolescente. Ormai ne sono consapevole e non mi agito nemmeno più: sono sregolata e lo so, come so che domani notte dormirò come un sasso, ma adesso è inutile insistere.
Ho sempre invidiato chi riesce a silenziare i pensieri a comando, appena mette la testa sul cuscino.

Mi chiedo se tu abbia mai avuto questo problema. È strano come siano proprio certi piccoli dettagli a ricordarti di non aver mai saputo tutto, nemmeno delle persone che ti sono state più vicine.
Quante notti insonni avrai passato nella tua vita. A cosa pensavi?

Davanti a me ora c’è una povera camomilla indifesa che mi guarda, e sono abbastanza sicura che abbia più sonno lei di quanto ne abbia io.

In questi ultimi giorni ti ho pensato tanto, papà.
Forse perché sta arrivando febbraio e manca meno di un mese al tuo compleanno.
Sarebbero settantaquattro? Sto iniziando a perdere il conto: devo fermarmi e fare i calcoli con le dita. Duemilaventisei meno millenovecentocinquantadue.

Ti penso mentre scrivo al tavolo della sala da pranzo, in una casa che è stata la vostra di giovani sposi, poi la nostra come famiglia, e ora dopo infiniti giri tornata mia.
Mia e dei ragazzi. Siamo qui, abbiamo tenuto le stanze, sistemato le crepe, e no, non sto parlando solo dei muri.

I rumori stanno diventando familiari, i gesti e i riti abituali . Dove nel tempo dell’infanzia siamo stati in cinque, ora siamo in tre. Stiamo imparando nuovi equilibri, tra colazioni veloci di sbadigli, zaini da disfare e cene di risate e parole.

A volte mi sembra di camminare in una casa che conosco a memoria ma con un passo diverso, più attento, come se dovessi continuamente ricordarmi che adesso tocca a me tenere insieme tutto.
“Sono l’uomo di casa”, dico spesso con un sorriso ai ragazzi.

Chissà cosa diresti tu di questa nuova condizione.

Spunti anche durante la giornata, all’improvviso. Proprio ieri, mentre aspettavo la metropolitana dopo il lavoro, una ragazza accanto a me ha tirato fuori dalla tasca il telefono che squillava. Sullo schermo ho letto chiaramente: “Papà”, con un tenero cuoricino.
Ha risposto con una voce squillante; dava istruzioni che ho riconosciuto subito, parole che mi sono state familiari per molto tempo:
Sì sì papà, io sto arrivando. Fate ancora qualche gioco insieme che io arrivo.”

Un nonno e il suo bambino che aspettano insieme il ritorno della mamma dal lavoro. Una scena come tante.
Mi sono trovata a fissare quella ragazza, e avrei tanto voluto dirle quanto, in quel momento, stessi invidiando quel loro gesto così apparentemente semplice.

Ho ripensato a quando ero io a telefonarti mentre tu eri in giro con Gaia piccola, o con Francesco, o a casa con la mamma.
“Sono bloccata in tangenziale ma sto arrivando, faccio il prima possibile.”

Quando loro erano piccoli e la vita iniziava a essere tutta una corsa per riuscire a tornare a casa velocemente, per poter esserci anche solo un quarto d’ora in più, con il profumo di salviette di bambini e le manine sporche.

Non so cosa darei per poter tornare una sola volta in uno di quei momenti, ma con la consapevolezza di oggi.

Tornare a uno dei nostri pomeriggi insieme, in pasticceria da Trava. Seduta al tavolo ad aspettare mentre guardavi il bancone pieno di dolci, e poi prendevi sempre la solita “musica al cioccolato”. Francesco se le ricorda ancora, anche se era molto piccolo, io da quando non ci sei non ne ho più mangiate. Una specie di madeleine al contrario.

Che bello sarebbe poter tornare una sola volta a parlare con te, a chiederti un consiglio, a ridere raccontandoti una delle mie “cavionate” quotidiane. Tornare a parlare di storia, di teatro, di tutte le cose che non capivo e che tu con pazienza mi spiegavi.

Lo sceneggiatore che ha scritto, e sta scrivendo, le nostre vite non ci ha fatto mancare proprio nulla, nel bene e nel male. Una giostra senza sosta, dove alcuni di noi sono scesi forse troppo presto.

Penso che sarebbe bello avere quella certezza, quella fede, per sapere che tu da qualche parte ci guardi ancora, tu con lo Ste.
Io di fede non ne ho molta, di certezze men che meno. Però ti cerco nei ricordi, nei gesti che mi vengono naturali senza sapere bene da dove arrivino, nelle frasi che mi scopro a ripetere ai ragazzi e che riconosco come tue. Ti cerco in quello che ci hai insegnato senza farne una lezione, solo vivendo, sbagliando. E di sbagli, modestamente, io sono una professionista.

Non ho mai pensato che il compito dei figli sia quello di rendere orgogliosi i genitori, ma vorrei tanto sapere se almeno un po’ tu oggi lo saresti, nonostante tutto.
Proprio di recente ho sentito una frase molto bella: i figli appartengono alla vita.
Forse è questo il lascito più grande che ci avete dato: la libertà di essere, di sbagliare, di provare, senza dover dimostrare niente a nessuno. Andare avanti portando con noi quello che serve, lasciando andare il resto.

Nel frattempo si sono fatte le due.
La casa ora vibra al solo ritmo dei respiri leggeri dei ragazzi, un suono pieno e fragile insieme, che mi tiene ancorata al presente. Li guardo, li ascolto e penso che, in fondo, è così che si resta: nei respiri di chi viene dopo, nei giorni che arrivano dopo le notti insonni, nella vita che continua ad essere sempre una meravigliosa scoperta anche quando fa male.

Ed è giusto così.

È una notte di pensieri questa, papà.
Ora provo a dormire.

Buonanotte.

28 gennaio 2026

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A Stefano

stefano

A mio fratello Stefano

16.08.1979 – 15.10.2008

“And when the night is cloudy

there is still a light that shines on me

Shine until tomorrow, let it be”

In italiano non esiste una parola che indichi una persona che abbia perso un fratello o una sorella.

Non sei un vedovo. Non sei un orfano.

Sei in un limbo senza nome.

Quasi che una lingua tanto meravigliosa non voglia piegarsi ad un dolore così innaturale. Una sofferenza con la quale non si riesce a fare i conti.

Quello con cui si deve però fare i conti sono i silenzi, le stanze vuote, le lacrime trattenute, la sensazione di profonda ingiustizia nel trovarsi ogni anno a maledire una data sul calendario, invece di festeggiare i compleanni.

Si deve fare i conti con il tempo che passa e che prova a cancellare i ricordi, che prova a far dimenticare il suono della tua voce. Bisogna fare i conti con la polvere che accarezza la tua chitarra dove una volta c’erano le tue mani.

In questi anni i tuoi amici si sono sposati, hanno avuto dei figli, se ne sono andati e sono tornati. Ma quando li vedo, ancora mi parlano di te. Segno che il ricordo del bene che hai fatto, quello non si cancella.

Chi ha la fortuna di avere fede sa dove sei ora e ti può cercare con lo sguardo rivolto al cielo.

Io, che non sono così fortunata, so che posso sempre trovarti nella musica che amavi, negli accordi di quella canzone country che hai suonato mille volte, nella voce di Freddie, nei plettri che ancora sbucano dai cassetti. Ti parlo quando vieni a trovarmi dei sogni. Ti vedo nel sorriso dei tuoi nipotini.

Oggi sono esattamente dieci anni che non sei più fisicamente con noi. La tua assenza pesa sempre, ogni giorno. Ma sono tante le cose che ci hai insegnato, e tante ne ho imparate da quando te ne sei andato. Da quel giorno che ha segnato per sempre una linea netta tra la vita “di prima” e tutto quello che è venuto dopo. In un giorno d’autunno del 2008 mi sono svegliata che ero solo una ragazza di ventitré anni e in poche ore ho dovuto imparare a essere una donna.

Ho imparato, o almeno ci provo, a convivere con la tua assenza, con la sensazione di aver perso una parte del mio corpo, un braccio, una gamba. Ho imparato che nessun bene materiale, per quanto di valore, è indispensabile, tutto è sostituibile se non assolutamente superfluo. Nasciamo e moriamo nudi e nel nostro breve o lungo passaggio in questa vita dobbiamo impegnarci a rimanere tali, a non vivere nell’affanno dell’accumulo ma nella gioia del dono.

Ho imparato che sono molto più forte di quello che pensavo.

Ho imparato che non devo mai lasciare le persone che amo senza un saluto perché ho imparato, a mie spese, che ogni giorno potrebbe davvero essere l’ultimo. Ho imparato che non sempre ci viene data una seconda opportunità.

Ho imparato anche a non farmi abbruttire da questa vita perché trasformare il dolore in rabbia è una cassa di risonanza per la sofferenza. Ho imparato ad affrontare ogni nuovo giorno con un sorriso ma anche ad accogliere la malinconia quando arriva.

Ho scoperto chi sono le persone su cui potrò sempre contare e ho imparato che comunque la partita con la sofferenza si gioca sempre uno contro uno e non c’è spalla su cui potersi appoggiare alla sera quando devi chiedere ai tuoi pensieri il permesso per addormentarti.

Da te ho imparato che il valore di una vita non si misura in anni, ma nella vastità del bene donato al prossimo e nell’intensità del ricordo che lasciamo dopo di noi.

È così che tu hai vissuto cento anni, che sei una luce mai spenta.

Dovunque tu sia ora, continua ad illuminarci il cammino.

Ho ancora tanto da imparare.