A Stefano

stefano

A mio fratello Stefano

16.08.1979 – 15.10.2008

“And when the night is cloudy

there is still a light that shines on me

Shine until tomorrow, let it be”

In italiano non esiste una parola che indichi una persona che abbia perso un fratello o una sorella.

Non sei un vedovo. Non sei un orfano.

Sei in un limbo senza nome.

Quasi che una lingua tanto meravigliosa non voglia piegarsi ad un dolore così innaturale. Una sofferenza con la quale non si riesce a fare i conti.

Quello con cui si deve però fare i conti sono i silenzi, le stanze vuote, le lacrime trattenute, la sensazione di profonda ingiustizia nel trovarsi ogni anno a maledire una data sul calendario, invece di festeggiare i compleanni.

Si deve fare i conti con il tempo che passa e che prova a cancellare i ricordi, che prova a far dimenticare il suono della tua voce. Bisogna fare i conti con la polvere che accarezza la tua chitarra dove una volta c’erano le tue mani.

In questi anni i tuoi amici si sono sposati, hanno avuto dei figli, se ne sono andati e sono tornati. Ma quando li vedo, ancora mi parlano di te. Segno che il ricordo del bene che hai fatto, quello non si cancella.

Chi ha la fortuna di avere fede sa dove sei ora e ti può cercare con lo sguardo rivolto al cielo.

Io, che non sono così fortunata, so che posso sempre trovarti nella musica che amavi, negli accordi di quella canzone country che hai suonato mille volte, nella voce di Freddie, nei plettri che ancora sbucano dai cassetti. Ti parlo quando vieni a trovarmi dei sogni. Ti vedo nel sorriso dei tuoi nipotini.

Oggi sono esattamente dieci anni che non sei più fisicamente con noi. La tua assenza pesa sempre, ogni giorno. Ma sono tante le cose che ci hai insegnato, e tante ne ho imparate da quando te ne sei andato. Da quel giorno che ha segnato per sempre una linea netta tra la vita “di prima” e tutto quello che è venuto dopo. In un giorno d’autunno del 2008 mi sono svegliata che ero solo una ragazza di ventitré anni e in poche ore ho dovuto imparare a essere una donna.

Ho imparato, o almeno ci provo, a convivere con la tua assenza, con la sensazione di aver perso una parte del mio corpo, un braccio, una gamba. Ho imparato che nessun bene materiale, per quanto di valore, è indispensabile, tutto è sostituibile se non assolutamente superfluo. Nasciamo e moriamo nudi e nel nostro breve o lungo passaggio in questa vita dobbiamo impegnarci a rimanere tali, a non vivere nell’affanno dell’accumulo ma nella gioia del dono.

Ho imparato che sono molto più forte di quello che pensavo.

Ho imparato che non devo mai lasciare le persone che amo senza un saluto perché ho imparato, a mie spese, che ogni giorno potrebbe davvero essere l’ultimo. Ho imparato che non sempre ci viene data una seconda opportunità.

Ho imparato anche a non farmi abbruttire da questa vita perché trasformare il dolore in rabbia è una cassa di risonanza per la sofferenza. Ho imparato ad affrontare ogni nuovo giorno con un sorriso ma anche ad accogliere la malinconia quando arriva.

Ho scoperto chi sono le persone su cui potrò sempre contare e ho imparato che comunque la partita con la sofferenza si gioca sempre uno contro uno e non c’è spalla su cui potersi appoggiare alla sera quando devi chiedere ai tuoi pensieri il permesso per addormentarti.

Da te ho imparato che il valore di una vita non si misura in anni, ma nella vastità del bene donato al prossimo e nell’intensità del ricordo che lasciamo dopo di noi.

È così che tu hai vissuto cento anni, che sei una luce mai spenta.

Dovunque tu sia ora, continua ad illuminarci il cammino.

Ho ancora tanto da imparare.

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