Che bella la primavera. Ma non se abiti in Lombardia.

Sono nata in provincia di Milano.

Vivo da sempre in provincia di Pavia.

Sono quindi abituata e direi quasi vaccinata rispetto al clima e alle “bellezze” tipiche della Pianura Padana.

Sono abituata alla nebbia da ottobre a gennaio, che crea più code di quelle ai bagarini per un concerto dei Coldplay. Lei che ti fa ricordare ogni mattina tutti i santi del calendario, quando non riesci ad entrare in tangenziale neanche se parti da casa alle 5 e al lavoro ci vai in bicicletta.

I miei occhi sono talmente abituati al tuo faro retronebbia che quando scendo dalla macchina mi scambiano per la sorella incazzata di Ciclope degli X Men.

Sono abituata alla caldazza del mese di luglio che fa fondere l’asfalto sotto il cavalletto della bicicletta. Che se osi scendere dallo scivolo con tuo figlio e i pantaloncini corti puoi tranquillamente dire addio alle tue chiappe perché le troverai fuse lungo tutta la discesa, come lardo adagiato su una fetta di pane.

Sono abituata alle cimici che fanno come noi le partenze intelligenti e ormai tornano già al mese di agosto, pure loro belle abbronzate e riposate dalla ferie, pronte a romperti i coglioni non appena osi stendere i panni sul balcone. Oppure le migliori, le cimici che vogliono farti a tutti i costi compagnia in macchina quando indossi un bel paio di pantaloni bianchi puliti e ti ci siedi sopra. E allora ripeti a memoria tutto l’elenco dei santi che hai sapientemente studiato durante le code in inverno per la nebbia. E poi devi stare a distanza di sicurezza dagli altri, perché gli anni passano ma certe cose non passano mai, e la puzza di cimici è una fra queste.

Sono abituata alle cavallette transgeniche chiaramente figlie di Alien che ti trovi attaccate alle imposte di casa quando nelle campagne tagliano il mais. Quelle che Macchia, la mia piccola beagle, mi porta in casa come fossero un bellissimo trofeo croccante (‘tacci suoi..). Amore della mamma, prima di darmi un bacino vieni qua che ti disinfetto la bocca con l’idraulico liquido…

Sono abituata a quando nevica e ogni anno non puliscono le strade, oppure quando le puliscono ma spalano tutta la neve davanti al tuo box.

Insomma, sono abituata. Oppure rassegnata, che in questo caso è la stessa cosa.

 

Ma alla primavera lombarda quella no, non mi abituo mai.

Perché lei ti illude sempre, come il più bello della scuola che fa finta di starci ma poi scopri che ti stava solo prendendo in giro e in realtà esce con la tua migliore amica.

Non mi posso abituare all’ascella pezzata al mese di febbraio, quando a poco più di un mese dal Natale esci in pausa pranzo e ci sono quindici gradi. E allora, povero illuso, pensi “cazzo vai che quest’anno arriva presto la primavera!”.

E fino al 15 marzo sono tutte belle giornate, e conti i giorni che mancano al cambio dell’ora quando finalmente all’uscita dall’ufficio ci sarà un po’ di luce e non ti sentirai più come Dracula che esce di casa alla mattina col buio e torna a casa di sera, sempre e solo al buio.

Attendi con ansia che arrivino i ponti del mese di aprile e maggio, perché finalmente puoi smettere di indossare la canottiera della salute e fare il cambio di stagione.

Poi aprile arriva. E tu, povero lombardo che non abiti né mare né montagna, attendi con ansia il fine settimana per poter fare almeno un giro in bicicletta. E ti basta questo pensiero per essere felice, per affrontare la settimana senza la voglia costante di buttarti sotto un treno.

Alla fine è primavera, tutto ricomincia, fino a venerdì mettono sole, cosa mai potrà andare storto?

E poi arriva lei.

La pioggia.

Ogni anno.

In primavera.

A rompere i coglioni.

E non è pioggia, è proprio Il Diluvio Universale Parte Seconda La Vendetta. Solo che tu non sei Mosè e per muoverti hai solo una misera Yaris, e volevi anche fare il cambio delle gomme visto che ormai è primavera.

Con una precisione chirurgica la pioggia arriva a Pasquetta. Poi torni a lavorare e lei se ne va.

Ma tanto lo sai che torna. Al primo di maggio. Perché la pioggia è vegana e non vuole che tu, stronzo carnivoro, faccia la grigliata con gli amici.

No, alla pioggia e al freddo bastardo in primavera non mi abituo.

Non mi abituo alla collega che dal mese di aprile in poi si ostina a venire in ufficio con la scarpa aperta o con la gonna senza calze. Non mi capacito del perché lei riesca a saltellare fra una goccia e l’altra mentre a me basta fare il tragitto dalla casa al parcheggio per essere ridotta ad uno swiffer bagnato, ma con la colite e il naso gocciolante.

Non mi abituo alla vista di tutte le povere ballerine affogate in litri e litri di pozzanghere perché “quando sono uscita di casa stamattina c’era il sole, poi..”

No, non riesco ad abituarmi a questa strana primavera lombarda.

Perché poi non solo piove e fa freddo, ma ci sono sempre le zanzare rincoglionite che non capiscono più che stagione è, e come dargli torto?

 “Ma come, fino a due giorni fa c’era il sole? Sono arrivata apposta dall’Africa. Vabbè, nel dubbio io rimango”.

E rimangono davvero, e sono solo una antipasto di quelle che arrivano poi a giugno.

Perché anche le zanzare ogni anno festeggiano la Festa dell’Unità, e non serve che ti guardi troppo attorno. Tu fai parte della loro grigliata mista, perché loro no, non sono vegane.

 

Paola Cavioni

 

 

 

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Racconti del giovedì. Quarta puntata.

Quarto appuntamento con i racconti brevi del giovedì.

Se vi siete persi le puntate precedenti (sia mai!!), le trovate qui:

https://righediarte.com/2017/04/20/racconti-del-giovedi-terza-puntata/

https://righediarte.com/?s=seconda+puntata

https://righediarte.com/?s=prima+puntata

Buona lettura!

 

LA PISCINA

Trentotto…

Trentanove…

Quaranta.

Oggi ho fatto più fatica del solito. Esco dall’acqua, cuffia e occhialini in una mano, lo zaino nell’altra, direzione doccia. Circumnavigo la piscina, salgo le scale. Scelgo la mia doccia. Non c’è nessuno ed io mi lascio massaggiare dal getto caldo e deciso.

Arriva qualcuno. E’ un signore sui trentacinque. Non mi nota. Appoggia l’accappatoio sulla panchina e, rialzando lo sguardo, viene sorpreso dallo specchio soprastante. Decide che il profilo è la scelta più indicata; un bel respiro di pancia, narici allargate, mento in fuori e si assesta due colpetti a mani aperte sulla pancia.

Esattamente in quel momento si accorge di non esser solo. Si imbarazza. D’istinto contraggo la bocca in una smorfia che vuol essere un sorriso rassicurante. Riesco nell’impresa. “Devo calare qualche chilo… A prenderli ci va niente, ma a perderli! Dovrei limitare il pane, la pasta, ma mia moglie cucina… E poi, come fai a non mangiare!? Tu sei giovane e sei in forma, ma ti assicuro che dopo i trenta il metabolismo non è più lo stesso…”

Io sarò “giovane” ma ho ventinove anni. Gli dico che anch’io sono a dieta, che sono fermo per un ginocchio malandato e che presto mi opererò. Gli risparmio che non tocco un piatto di pasta da mesi.

Col sorriso sulle labbra mi vesto e lo saluto.

Fuori fa un freddo cane ed io sono in bici. Arrivo presto a casa. Mi tolgo giacca e scarpe, svuoto lo zaino e inizio a preparare il pranzo. Decido nel frattempo di mettermi comodo.

Vado in stanza e, mentre mi cambio, l’occhio cade sullo specchio.

Mi guardo bene intorno. Niente.

Fuori dalla finestra. Niente.

Gonfio le narici, tiro fuori il mento e con una faccia tra l’insoddisfatto e il rassegnato, mi assesto, decisi, due colpetti sulla pancia.

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L’autore

Giuseppe Malandrino, classe 1984, altoatesino di nascita, sangue siciliano, il cuore a Torino e la residenza a Milano.

Nella vita si è laureato in psicologia, lavora nelle risorse umane e corre, corre tanto.

Scrive racconti di vita quotidiana. I protagonisti delle sue storie potrebbero essere vicini di casa, i tuoi colleghi. Tu stesso.

Per info: malagiuseppe@hotmail.it