Senilità

Alle mie nonne Vittoria e Angela, al loro esempio e a tutto l’amore che mi hanno dato in tempi e modi differenti.

ANZIANA

Figlia, non guardare le rughe sul mio volto,

sono stati i sorrisi con cui ho salutato l’inizio delle tue giornate.

Non avere timore di toccare l’incavo fra i solchi violacei delle mie mani ricurve,

sono le stesse mani bianche che ti hanno carezzato quando piangevi.

Non guardare l’arco della mia schiena piegata dal tempo;

nel tempo che ti vedeva crescere ha portato il tuo peso con orgoglio.

Non giudicare la lentezza dei miei movimenti:

è la stessa andatura dell’incedere incerto dei tuoi primi passi.

Io sono stata ciò che tu sei e ciò che tu fosti.

Non evitare il vuoto dei miei occhi ciechi e stanchi:

hanno già visto tutto l’universo

nel tuo sguardo di neonata.

Non urlare contro di me se fatico a comprendere le tue parole,

la mia mente e i miei ricordi sono pieni del suono della tua voce.

Musiche che arrivano da un tempo lontano.

Non guardare il mio corpo così fragile ma ormai così pesante

che porta il peso degli anni come una zavorra, che fatica a camminare.

Guarda la leggerezza della mia anima, che non è mai invecchiata.

Non mi manca nulla.

Paola Cavioni

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Storie metropolitane

SENZA NOME

Fasciata nel suo cappottino nuovo color fumo di Londra, le mani mollemente appoggiate al volante, gesti e manovre ripetute ogni giorno, andata e ritorno. Il pensiero rivolto soprattutto al ritorno, ma prima sarebbero dovute passare ancora otto ore di lavoro.

Pensava al frigorifero vuoto e alla spesa da fare appena uscita dall’ufficio.

Il caffè, non devo dimenticare il caffè.

Dopo se lo sarebbe segnato in una nota sul cellulare.

Pensava al suo gatto. Doveva chiamare il veterinario, altri soldi.

Dentro all’abitacolo, la musica come sottofondo ai suoi pensieri, canzoni che aveva già sentito mille volte. Fuori dalla macchina, il solito grigiore asmatico della città che si risvegliava in un mattino feriale di inizio novembre.

Quanto manca ancora al prossimo ponte?

Il caldo artificiale del riscaldamento dell’auto si mischiava alle note di agrumi del suo profumo sparso in abbondanza sui vestiti e sui capelli, pronto a fare il suo dovere e a resistere alla battaglia di una lunga giornata di lavoro. Un rapido controllo al trucco, giusto in tempo per accorgersi di aver mal sfumato l’ombretto color tortora.

Pensava che appena arrivata in ufficio sarebbe dovuta andare in bagno a darsi una sistemata.

Il cellulare che reclamava una notifica.

Chi sarà ancora? Dopo guardo.

Pensava alla risposta che avrebbe dovuto a quella stronza dell’amministrazione.

Pensava che doveva chiamare il parrucchiere per prendere appuntamento, i capelli ormai non stavano più.

Pensava che avrebbe dovuto richiamare sua madre.

Doveva andare a trovare suo fratello. Da quanto tempo non vedeva i suoi nipoti?

Forse posso andarci questo fine settimana.

Pensava.

E non si accorse del semaforo rosso.

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