Febbraio. A papà.

“Là fuori c’è la guerra e dormi
Ma qui ci penso io a te
Vorrei che non tremassi come me
Ho visto piangere un gigante
Figurati se non piango io
Che sono nato adesso amore mio
Confesso che non so, non so
Come si può, afferrare il vento
E il tempo che non ti do, è tempo perso

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi, i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

E quando il modo di aiutarti
Sarà non aiutarti più
Sorridi in faccia all’odio e manda giù
Potrei svegliarti poi ma poi non so
Se poi, sarà lo stesso
Ora è sempre il mio miglior momento

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

Le stelle appese poi cadranno giù
E un giorno ci diremo addio
Ma se una notte sentirai carezze sarò io

Voglio parlarti adesso
Prima che un bel tramonto porti via
Le corse senza fine, addormentarsi insieme
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma tuo padre sarà sempre qui

Si è fatto tardi, adesso dormi”

(Voglio parlarti adesso, Paolo Jannacci)

13 febbraio 2021

Oggi ho riascoltato “Voglio parlarti adesso” di Paolo Jannacci.

Per uno strano scherzo del destino, l’ultima canzone che ho ascoltato con te papà, un anno fa, giorno più giorno meno.

Ti ricordi? Io e i bambini eravamo tutti ancora mezzi malati e sei venuto una sera, poco prima di cena, per darmi una mano, come facevi sempre.

Ho approfittato di un secondo di calma per farti sentire questa canzone che mi aveva colpito molto per la sua dolcezza, mi sembrava una poesia e volevo che tu la ascoltassi.

Una lettera che un padre scrive a sua figlia, parole importanti e piene; tu non la conoscevi e mi hai detto “certo che somiglia tanto a suo padre”, riferendoti a Enzo Jannacci. Nella tua testa credo che fosse un bel complimento.

L’hai ascoltata tutta la canzone, in silenzio seduto vicino a me, sul letto di Gaia.

Non so cosa hai pensato sentendo la frase “e un giorno ci diremo addio”, non me lo hai detto, forse in quel momento a niente o forse hai pensato la stessa cosa che ho pensato io.

Forse solo non hai detto niente per pudore, perché sapevamo tutti e due che quel giorno sarebbe arrivato, prima o poi, ma lo vedevamo come una cosa ancora lontana, una cosa sulla quale si poteva scherzare.

Come quando ti ho chiamato la sera che mi sono fatta male mentre giocavo a pallavolo, e in macchina sulla strada verso il pronto soccorso mi hai detto “ma cosa farai quando non ci sarò più?”, e io ridendo ti ho chiesto invece cosa avresti fatto tu senza una figlia che ti faceva fare le notti brave in ospedale, in giro fino alle quattro del mattino. Quella notte hai fatto amicizia con tutte le persone che erano con noi in sala d’attesa, hai fatto ridere pure il ragazzo sofferente con la spalla rotta. Perché tu eri fatto così, ogni tanto sopra le righe, ma è da te che ho imparato a non seguire la massa e a ragionare sempre con la mia testa.

Quella sera di un anno fa dopo avere ascoltato la canzone non potevamo immaginare che in poche settimane sarebbe cambiato tutto.

Che ti saresti ammalato e che non ti avremmo più rivisto.

Che saresti stato inghiottito da un mostro più grande di te, di noi, dall’unica cosa che poteva abbatterti, tu che eri la forza di tutti. Che un ombra arrivata dall’altra parte del mondo avrebbe tolto a Gaia e Francesco uno dei loro amati nonni, uno dei loro punti di riferimento.

Francesco era così piccolo, eppure fra di voi c’era un rapporto così speciale che ancora oggi ogni sera lui guarda il cielo e cerca “la stellina del nonno” per salutarti e augurarti la buonanotte.

E Gaia. Bè, Gaia sai come è fatta e quanto ti amava, ha ancora tanta rabbia e la capisco.

Tra pochi giorni sarà il tuo compleanno.

Il verbo giusto è sarebbe, ma faccio ancora fatica a capire cosa sia presente e cosa sia invece passato quando penso a te papà.

Vorrei tanto dirti che mi dispiace di non averti abbracciato quel giorno sul letto, non so perché non l’ho fatto, non volevo essere melodrammatica. Pessima scelta, col senno di poi.

Vorrei tanto chiederti scusa per tutti gli abbracci che non ti ho dato, ma io sono fatta così.

Sono sempre riuscita a esprimere meglio i sentimenti con le parole.  

E quante parole che ci siamo scambiati io e te, soprattutto negli ultimi anni. Era come se sentissimo l’urgenza di confrontarci su ogni cosa, proprio come nella canzone, come se sentissimo il tempo scorrere via dalla mani troppo in fretta, troppo indifferente. Come se cercassimo di fermarlo ogni volta che andavamo insieme a camminare in campagna, ogni volta che al mare si andava al largo a nuotare e parlavamo della vita, dell’educazione dei bambini, dei ricordi e del futuro.

Avrei voluto avere ancora futuro con te papà, c’era un viaggio in Irlanda da fare insieme, ti avevamo appena regalato il kindle così eri più comodo a leggere quando andavate in giro. Ma il destino ha deciso diversamente.

Dopo quasi un anno, e Dio solo sa quanto difficile sia stato, ancora non so se sono capace di andare avanti senza la tua presenza, mi sento ancora persa.

Spero sempre di passare da casa e trovarti nel tuo studio, fra i tuoi libri, intento a lavorare, a scrivere, a parlare con qualcuno che viene a chiederti consiglio.

Ci sono stati dei momenti in passato in cui sono stata gelosa di tutta la gente che veniva a chiederti aiuto, a tutte le persone che portavano via tempo alla tua famiglia. Ma era proprio questo che ti rendeva così speciale e che ti teneva vivo.

La tua capacità di aiutare in modo incondizionato tutti, in un modo molto concreto e umano.

Non eri sicuramente un santo, ma un uomo saggio, quello sì, per questo sei stato un punto di riferimento per molti.

Sono orgogliosa di averti avuto come padre, questo lo sai, te l’ho scritto più di una volta, anche pubblicamente.

Quello che vorrei sapere è se tu sei stato orgoglioso di avermi come figlia, e se lo saresti ancora adesso, adesso che mi sento così fragile anche quanto tutti mi dicono che sono forte.

Per il tuo compleanno invece che darti un regalo te ne chiedo uno io.

Mi piacerebbe tanto sognarti, non so perché ma non succede mai. Vorrei parlarti ancora una volta.

Vorrei darti, anche solo in sogno, quell’abbraccio che non ti ho dato un anno fa, darti tutti gli abbracci che non ci siamo dati da quando sono diventata adulta ma che ti ho dato attraverso le braccia dei miei figli.

Questa lettera è per te papà, ma anche per me, perché ne avevo bisogno. Come ho bisogno di te.

Ed è solo una piccolissima parte delle cose che vorrei dirti in questo momento.

Non c’è cura al vuoto. Manchi immensamente.

Salutami lo Ste.

Tua figlia

2 risposte a "Febbraio. A papà."

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