Un commento a La bella di Lodi, di Alberto Arbasino

“Le ragazze di Lodi, grandi, belle, con la loro pelle splendida e un appetito da uomo, quando son dritte possono essere molto più forti di quelle di Milano.”

La bella di Lodi, edizione Adelphi 2002

La bella di Lodi di Alberto Arbasino (Voghera , 22 gennaio 1930 – Milano, 22 marzo 2020) viene pubblicato per la prima volta nel febbraio del 1961 come racconto in due puntate, un rimando ai romanzi d’appendice francesi del XIX secolo, sul settimanale Il Mondo.

Nel 1963 La bella di Lodi diventa un film, alla regia Mario Missiroli e una giovanissima Amanda Sandrelli per protagonista. Il romanzo viene pubblicato, in un’edizione rivista e ampliata, una prima volta nel 1972 da Einaudi, e una seconda nel 2002 da Adelphi, edizione in cui la Sandrelli campeggia in copertina in tutta la sua bellezza tanto provocante quanto raffinata.

L’incipit del romanzo, l’amicizia che lega l’autore con Ennio Flaiano (redattore capo di Il Mondo e sceneggiatore), la sua pubblicazione su un settimanale che era la voce dell’ideologia borghese e laica del secondo dopoguerra e la sua immediata trasposizione cinematografica: questi elementi insieme sono già una dichiarazione d’intenti e un’anticipazione su quello che il romanzo rappresenta a livello stilistico e di messa in scena, con poca mediazione, della società dell’Italia settentrionale negli anni del boom economico, le cui caratteristiche sono disseminate qua e là lungo tutta la trama, con rimandi alla musica, alle automobili, alla cultura dei primi anni ’60.

La bella è Roberta, giovane lodigiana appartenente alla ricca borghesia rurale, orfana di entrambi i genitori, che gestisce l’azienda di famiglia insieme alla nonna e ad un indolente fratello, Sandro, a cui è molto legata e he si atteggia a dandy di provincia.

Una dichiarazione d’intenti nell’incipit, dicevamo, che anticipa quella misoginia latente presente in tutto il romanzo che, a discapito del titolo e nella cornice di una storia che racconta una gestione matrilineare dell’azienda di famiglia, fa capire chiaramente al lettore che ci muoviamo nel contesto di una società ancora maschilista, che non tollera lo scandalo, la società del matrimonio riparatore e del pettegolezzo contenuto dietro i ventagli delle signore in chiesa.

Il titolo e il Capitolo Primo introducono  appunto al contesto sociale e culturale in cui si svolge la vicenda, a partire da Lodi, anche se in realtà la storia scorre su più “set”, la maggior parte dei quali sono spazi aperti: strade, autostrade, autogrill, la spiaggia di Forte dei Marmi dove avviene il primo incontro di Roberta con Franco, l’altro protagonista del romanzo, oggetto di amore e odio da parte della bella.

Franco, uomo dalla dubbia identità: meccanico, proletario, guitto, inetto, furfante e galeotto. E forse non si chiama neanche Franco.

Si possono individuare due momenti, due scintille che fanno partire l’azione della storia, che travolge Roberta come una valanga: il primo momento è l’incontro della donna con Franco. I due giovani, che non sappiamo quale età abbiano, dopo una breve fase di “avvicinamento” fanno sesso e alla mattina dopo Franco scompare, insieme a diversi beni di valore di Roberta che però sceglie di non denunciarlo.

La seconda scintilla si può collocare poco prima dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei nonni di Roberta, quando Sandro intercetta una lettera che Franco ha spedito alla sorella e la convince a incontrarlo ancora, ma per farlo arrestare.

Se la voce narrante lungo tutto il romanzo è quella di un narratore esterno, a volte onnisciente a volte invece che si sovrappone al punto di vista di uno dei personaggi, c’è un Intervallo in cui è Sandro che parla, che racconta la sua versione dei fatti e chiarisce alcuni punti oscuri della vicenda, oltre a rovesciare addosso tutto il disprezzo che prova nei confronti di Franco, tanto da sperare che muoia in un incidente automobilistico.

Dalle parole di Sandro sappiamo che Franco ha in realtà una compagna e che torna da Roberta solo quando ha finito di spendere tutti i soldi che le aveva rubato alla fine del loro primo incontro.  

Ma i piani non vanno esattamente come Sandro spera perché la sorella, dopo avere fatto arrestare Franco, lo cerca ancora e, una volta uscito di prigione, si unisce al suo gruppo di guitti e inizia a recitare per l’Italia. Qui abbiamo l’unico riferimento temporale sicuro di tutto il romanzo: l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, che fissa con sicurezza lo svolgimento dei fatti nel 1961.

Roberta, Sandro, Franco. Ma quali sono gli altri protagonisti di questo romanzo? Si possono distinguere due tipologie di personaggi: ci sono personaggi principali, il trio formato da Roberta, Sandro e Franco, attorno ai quali la storia è costruita. Ma c’è anche tutta una serie di personaggi secondari che si muovono sullo sfondo (le vere “ombre vivaci sullo sfondo”) che rappresentano una sorta di coro come nel teatro greco: i nonni di Roberta e Sandro, i genitori di cui non sappiamo nulla se non che sono morti (e chissà cosa direbbero davanti ai comportamenti della figlia), gli amici,  i genitori di Franco, la coppia che aiuta Roberta quando Franco la aggredisce, la zia Giuseppina e lo zio Cesare, i guitti della compagnia teatrale cui Roberta si unisce per un periodo.

Tutti questi personaggi secondari parlano con le loro azioni, senza alcuna caratterizzazione psicologica, anche la nonna che è il vero deus ex machina della vicenda, colei che ne decide di fatto la conclusione.

Nel gruppo di amici, Giorgio merita qualche parola a parte. Forse antagonista di Franco, il giovane, sicuramente di buona famiglia, ha un rapporto così intimo e speciale con Sandro da fare quasi pensare che i due siano una coppia di amanti, più che amici, e che la vicinanza a Roberta non sia altro che un pretesto per i due giovani per stare insieme in un momento storico in cui sicuramente l’omosessualità non era ancora socialmente accettata, così come la libertà sessuale per le donne.

Dal punto di vista della lingua e dello stile, La bella di Lodi sembra pensato per diventare sceneggiatura, con una scrittura che suggerisce immagini, periodi studiati come partiture musicali che puntano a rendere azioni e descrivere ambientazioni come fossero scenografie, e dialoghi che più che esplorare la condizione psicologica dei protagonisti o dare informazioni aggiuntive, come vorrebbero i manuali di scrittura creativa, sono pura e semplice trasposizione del parlato, anche sotto forma di discorso indiretto libero. 

Dai dialoghi emerge con forza la cadenza settentrionale dei protagonisti (quei arda o ciavete per esempio, disseminati qua e là) tranne Franco che forse tradisce una provenienza meridionale, non confermata dall’autore.

Uno stile diretto, neorealistico, senza filtro alcuno, con la descrizione di scene di sesso che sono a volte disturbanti anche per lo smaliziato lettore contemporaneo, quindi si può solo immaginare l’effetto sul pubblico degli anni ’60 o ’70.

Quello che rimane terminata la lettura di La bella di Lodi è una sensazione di stordimento, di storia senza lieto fine, che vede in Roberta e Franco due moderni Romeo e Giulietta la cui fine non coincide con la morte ma, per assurdo, con il matrimonio.

Bibliografia:

Come ombre vivaci sullo sfondo, di Federico Della Corte (Libreria Universitaria Edizioni, 2014)

Paola Cavioni

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Righe su Miami Blues di Charles Willeford

Traduzione di Emiliano Bussolo

Ed. Feltrinelli su licenza di Marcos y Marcos (1984)

“Frederick J. Frenger Jr. aveva ventotto anni e preferiva farsi chiamare Junior, piuttosto che Freddy. Sembrava più vecchio, perché la sua vita era stata dura; le rughe ai lati della bocca erano troppo profonde per un uomo della sua età. Aveva gli occhi blu scuro e le folte sopracciglia chiarissime, quasi bianche. Il naso era stato rotto, e riaggiustato malamente, ma certe donne lo consideravano un bell’uomo. La sua pelle liscia era cotta dal sole dei lunghi pomeriggi passati nel cortile a San Quentin.”

 

 

La storia

Primi anni ’80, Florida. Freddy detto Junior atterra a Miami dopo un soggiorno, non certo di piacere, a San Quintino. Con sé ha la sua rabbia, risultato di una vita difficile, la sua furbizia e una collezione di documenti falsi e oggetti rubati qua e là. E nonostante gli anni passati in carcere, ha ancora voglia di fare male a qualcuno. Il malcapitato è un giovane Hare Krishna che serenamente sta chiedendo offerte ai viaggiatori nell’aeroporto.

Junior ha l’aspetto del bravo ragazzo, ma è un pazzo, assassino e psicopatico, che tira a campare giorno dopo giorno, che non ha scrupoli verso il prossimo ma neanche verso sé stesso, quasi che dopo aver visto San Quintino non abbia neanche più paura di nulla, neanche di morire.

Susie Waggoner, detta “Pepper”, è una ragazza di diciannove anni di limitati mezzi sia economici sia intellettivi, che arriva dalla periferia, precisamente da Okeechobee. Studia al Miami Dade e per mantenersi al college fa la prostituta. Vive con suo fratello, Martin Waggoner, dopo che il padre li ha cacciati entrambi di casa. Suo fratello è un Hare Krishna. Suo fratello è appena stato ucciso all’aeroporto di Miami, ma lei ancora non lo sa quando nell’hotel in cui offre le sue “prestazioni professionali”, incontra un bel giovane di nome Freddy.

Quante possibilità ci sono di uccidere impunemente una persona e incontrarne la sorella nello stesso giorno, in una città di oltre trecentomila abitanti? Freddy non sembra preoccuparti della statistica quando inizia una relazione proprio con Susie, che è ovviamente ignara dell’identità e dei trascorsi di quello che spera possa essere il suo principe azzurro.

La vita, nella realtà e in quella che scorre fra le pagine di un romanzo, è fatta di coincidenze e, come si dice, la fortuna è cieca, ma la sfortuna ci vede benissimo.

Dall’incontro di queste due vite sfortunate, quella di Junior e quella di Susie, inizia tutta la storia e iniziano soprattutto le disavventure del protagonista del romanzo: il sergente della omicidi Hoke Moseley assegnato, insieme al collega Bill Henderson, al caso dell’omicidio di Martin Waggoner.

Ma chi è Hoke Moseley? Il poliziotto dal nome improponibile è l’antieroe per antonomasia. È un poliziotto descritto in modo più che realistico, riusciamo infatti ad immaginarcelo in carne a ossa (a volte anche rotte). Non è il belloccio delle serie TV americane anni ’80, stile Miami Vice o Riptide (per spostarci invece sulla costa Ovest degli Stati Uniti). Moseley non è né oggettivamente bello né affascinante.

Tutt’altro.

È divorziato ma non è circondato da belle donne come succede a tanti scapoli quarantenni. Perché lui non è Sonny Crockett. E’ un uomo invecchiato precocemente, economicamente devastato dal divorzio, che vive in un misero appartamento e possiede una macchina scassata che puzza di vomito.

E porta la dentiera come un vecchietto qualsiasi.

Moseley è un antieroe perché sguazza in un mare di poliziotti corrotti senza denunciarli e anche lui si lascia corrompere all’occorrenza da qualche dollaro in più.

Uno sfigato, diremmo oggi. Ma anche un duro.

Chissà a chi si è ispirato Willeford, tra le tante persone incontrate nella sua vita, quando tratteggiava le caratteristiche e la personalità del suo “eroe”.

Non voglio svelare troppo di questo libro, in questi casi bisogna lasciar parlare la storia e il genio. Miami Blues scorre veloce in pochi giorni perché non riesci a smettere di leggerlo, perché ti accorgi subito che è vera la frase scritta dal New Yorker e riportata in quarta di copertina:  “Puro godimento…Willeford non usa mai una parola fuori posto”.

Con la sua scrittura diretta, minimale, asciutta e estremamente realista, Willeford riesce a trasportare il lettore in quegli anni e i quei luoghi, in giro tra Miami Beach e Baia di Biscayne ad ascoltare le storie dei marielitos di Cuba.

Miami Blues è un noir atipico perché viene rivelato fin dalla prima pagina chi sia l’assassino. Non c’è l’effetto sorpresa nel finale. L’assassino non è il maggiordomo ma il ragazzo con la faccia pulita che, a dispetto di quello che possa sembrare, è cattivo veramente.

E’ un romanzo in cui mancano però i “buoni-buoni” perché tutti i protagonisti che animano la varia umanità descritta da Willeford mostrano tanto spesso le loro ombre quanto le loro luci.

Proprio come nella realtà.

 

L’autore

Charles Ray Willeford III nasce a Little Rock, capitale dello stato dell’Arkansas, nel 1919.

Si trasferisce con la madre a Los Angeles in seguito alla morte del padre per tubercolosi nel 1922, ma rimane ben presto orfano. A tredici anni inizia una vita da hobo, un vagabondo che sceglie intenzionalmente uno stile di vita nomade, libero e improntato all’eliminazione del superfluo e al viaggio inteso anche e soprattutto come ricerca della propria identità.

Willeford gira per diversi anni nella nazione colpita Grande Depressione, fino ad arrivare ad arruolarsi, ancora minorenne con falsi documenti, nell’Esercito degli Stati Uniti d’America.

Nell’esercito partecipa, fra le altre cose, alla Seconda Guerra Mondiale in Europa, distinguendosi come comandante della Decima Divisione Corazzata e ottenendo numerose decorazioni e riconoscimenti.

La sua carriera come militare lo porta in giro per il mondo e anche, sul finire degli anni ’40, in Giappone (e forse non a caso Miami Blues inizia proprio con un Haiku, tipico componimento poetico giapponese di diciassette sillabe, scritto dal “brillante psicopatico californiano” protagonista del romanzo). E’ proprio dopo la fine del secondo conflitto mondiale che inizia la sua seconda vita come poeta, novellista e artista.

La sua biografia da sola sembra la trama di un romanzo: si sposa tre volte e nel corso della sua esistenza lavora come pugile professionista, attore, addestratore di cavalli e speaker radiofonico. Non si può certo dire che non abbia vissuto intensamente.

Charles Willeford muore a Miami il 27 marzo 1988 in seguito ad un attacco di cuore e riposa (finalmente, verrebbe da dire vista la sua vita tutto fuorché tranquilla) nel cimitero militare di Arlington.

L’elenco delle opere è lungo, qui voglio solo ricordare la quadrilogia che ha per protagonista il sergente Moseley, che inizia proprio con Miami Blues e continua con i romanzi Tempi d’oro per i morti (New Hope for the dead), Tiro mancino (Sideswipe) e Come si muore oggi (The way we die today).

Alle sue opere si è ispirato anche Quentin Tarantino.

Sembrerebbe che l’ultimo romanzo di Willeford sia uscito proprio il giorno della sua morte. Coincidenze.

 

Paola Cavioni