Lune-dì Scrittura, la sospensione dell’incredulità e The Truman Show (1998)

“Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta, è molto semplice”

The Truman Show (Christof)

Qualche giorno fa ho rivisto The Truman Show insieme a mia figlia Gaia, che ha quasi dieci anni e lo ha visto per la prima volta.

Per chi non lo conoscesse, The Truman Show, caso cinematografico della fine degli anni ’90, è la storia di Truman Burbank. Truman, interpretato da un indimenticabile Jim Carrey, vive a Seaheaven, cittadina balneare che incarna il sogno americano con le sue casette tutte in fila e i prati all’inglese. Burbank è sposato con Meryl, fa l’assicuratore, ha degli amici ma soprattutto è inconsapevole del fatto che tutta la sua vita si stia svolgendo in un grandissimo set cinematografico e che ogni avvenimento della sua esistenza è stato deciso a tavolino dal regista Christof (Ed Harris).

Tutta la sua vita di fatto, pur essendo perfetta, è quello che oggi chiameremmo un fake.

Una serie di “intoppi nella sceneggiatura” (come un faro – il finto Sirio della volta celeste – che quasi gli cade in testa mentre è sulla via di casa) iniziano a fare capire a Truman che c’è qualcosa che non torna in questa perfezione, e lo spingono a indagare per capire cosa stia succedendo, realizzando qualcosa che forse aveva intuito da tempo.

Il regista del film è Peter Weir, che lavora sul soggetto scritto da Andrew Niccol (per gli amici cinefili, è lo stesso sceneggiatore del distopico In Time).

Tornando all’origine di questo post e la connessione con le pillole di storytelling del lunedì, devo ringraziare mia figlia.

Mi ha fatto emozionare e riflettere infatti la sua reazione davanti alla pellicola, dato che inizia ora vedere film da adulti e non più solo cartoni animati o film di animazione.

Mentre sullo schermo scorrevano le vicende dei protagonisti, lei continuava a farmi domande sulle sorti del povero Truman.

Ma suo padre è morto realmente?

Perché Truman ha sposato una donna se ama un’altra?

Ma Christof è cattivo?

Perché non vogliono che lui se ne vada dallo show?

Era completamente immersa nel film.

Questo momento quasi di trance, di astrazione dalla realtà e completa immersione in una storia mi porta a parlarvi della sospensione volontaria dell’incredulità, o più semplicemente sospensione dell’incredulità, che è un principio valido sia quando si scrive narrativa (e di conseguenza quando si legge) che quando si guarda un’opera rappresentata.

Leggere un libro, andare a teatro o vedere un film, a meno che non lo si faccia per professione, sono degli atti volontari cui ci si approccia con uno stato d’animo di apertura nei confronti della storia che stiamo per vedere scorrere sotto i nostri occhi. Andiamo al cinema perché siamo disposti a credere a ciò che vediamo, leggiamo un libro perché vogliamo lasciarci trasportare dalle vite dei personaggi e dal loro mondo.

La sospensione dell’incredulità è quel sentimento, di cui non siamo completamente consci, di annullamento del nostro naturale scetticismo per metterci nella condizione di credere a quanto stiamo guardando, emozionarci e, soprattutto, provare empatia per i personaggi e le loro sorti.

È un meccanismo innato che accompagna l’uomo dalla notte dei tempi, da quando le storie venivano raccontate intorno al fuoco. Un filo sottile che lega le narrazioni di tutte le epoche: da Omero alla Bibbia, a Dumas a Hemingway.

Certo l’arte cinematografica dal punto di vista della creazione di mondi verosimili è avvantaggiata, poiché ha a disposizione, oltre alla forza della storia e del soggetto, la recitazione degli attori e la scenografia (come può esserci nel teatro) ma anche gli effetti speciali, l’utilizzo della colonna sonora, le inquadrature, il montaggio ecc…

La sospensione dell’incredulità viene teorizzata all’inizio del diciannovesimo secolo dal poeta e critico letterario Samuel Taylor Coleridge, uno dei fondatori del romanticismo inglese.

La cosa più bella è che nei bambini questo meccanismo non esiste perché per loro non c’è distinzione fra quello che vedono sullo schermo e ciò che succede nella vita reale.

Senza questa sospensione non riusciremmo a vedere un film intero come The Truman Show senza sentirci presi in giro da una storia che, di fatto, è fantastica.  

Senza la sospensione dell’incredulità non potremmo mai fare il tifo per Truman quando cerca di scappare dal destino che Christof ha stabilito per lui.

In The Truman Show inoltre c’è un sottile gioco metacinematografico: noi siamo spettatori anche della vita degli spettatori dello show di Truman, che piangono, ridono o si arrabbiano insieme a lui. La sospensione quindi è al quadrato.

Ovviamente ogni opera per essere credibile deve essere verosimile ed avere una coerenza interna.

Se ad esempio, nel mezzo di The Truman Show fossero arrivati anche gli alieni a complicare le cose, ecco forse avremmo davvero alzato le mani in segno di arresa, e ci saremmo anche alzati dalle poltrone del cinema.

Ma per fortuna, almeno in questo caso, l’immersione nel mondo creato da Christof è completa e niente è lasciato al caso.

Ora che sapete che cosa vuol dire sospensione dell’incredulità però, vi invito a dimenticarvene ogni volta che andrete al cinema. Lì dovete solo rilassarvi, spegnere il telefono, e lasciarvi trasportare dalla storia davanti a un sacchetto di pop corn.

Per la lettura di un buon libro, valgono le stesse prescrizioni.

Paola Cavioni

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Righe su “Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro

Non lasciarmi (Never let me go, Einaudi 2005, traduzione di Paola Novarese)

“Mi chiamo Kathy H. Ho trentun anni, e da più di undici sono un’assistente. Sembra un periodo piuttosto lungo, lo so, ma a dire il vero loro vogliono che continui per altri otto mesi, fino alla fine di dicembre […] Ma so per certo che sono soddisfatti del mio lavoro, tanto quanto, nell’insieme, lo sono io. I miei donatori hanno sempre reagito meglio del previsto.”

Per parlare di Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (nato in Giappone nel 1954 ma cresciuto in Inghilterra) è obbligatoria una premessa: bisogna per forza dare qualche anticipazione sulla trama e sui protagonisti del romanzo, senza ovviamente svelarne il finale (penso che non me lo perdonereste mai).

Partiamo dalla definizione: Non lasciarmi è un romanzo ucronico (che parolone per un venerdì pomeriggio).

Cosa vuol dire questo termine dal suono così duro?

Il romanzo ucronico (letteralmente “di nessun tempo”) è un genere di narrativa, a metà fra il romanzo fantastico, lo storico e per certi versi il fantasy, che parte dalla premessa che la storia del mondo abbia avuto un corso differente rispetto alla realtà (per gli amanti del cinema, Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino è un esempio dello stesso genere di narrazione).

Non lasciarmi inizia in Inghilterra alla fine degli anni ‘90, ma poi è tutto un lungo flashback.

Il mondo è quello che conosciamo, tranne per i protagonisti della storia.

Kathy (la voce narrante), Tommy e Ruth vivono insieme ad altri ragazzi ad Hailsham, un collegio immerso nella campagna inglese. I ragazzi che vivono e studiano in questo collegio che sembra una comune non hanno cognome (solo una lettera puntata, Kathy H.), non hanno fratelli o sorelle, non hanno genitori o famiglia, ma non sono neanche orfani, e non possono avere figli.

Ad Hailsham i ragazzi studiano l’arte e la letteratura con i loro insegnanti ma scoprono anche ogni giorno cosa significano sentimenti come amicizia e amore vivendo sempre in compagnia di coetanei, e si interrogano sul loro futuro fuori dal collegio.

La responsabile della struttura è una donna che tutti conoscono come Madame, che regolarmente selezione e porta via con sé le opere d’arte migliori prodotte dagli ospiti della scuola.

Ma cosa rende così particolari Kathy, insieme agli altri ragazzi, e soprattutto il loro istituto?

Ed è qui che bisogna anticipare il tema fondamentale del libro per poterne parlare.

Gli ospiti del collegio non sono ragazzi normali perché, più o meno a metà del libro, scopriamo che sono dei cloni umani creati appositamente per diventare, un giorno, donatori di organi.

Esseri viventi, con dei sentimenti, destinati ad essere fatti “a pezzi” per salvare altre vite.

Nel loro futuro non ci può essere un lavoro, una famiglia, dei viaggi, perché il loro destino è stato scritto nel momento stesso della loro creazione. Ma forse una speranza c’è, e ha molto a che fare con l’amore… Ma mi fermo qua per non togliere l’effetto sorpresa.

Dal punto di vista narrativo, il romanzo è diviso in tre parti che corrispondono grosso modo al racconto di infanzia, adolescenza e età adulta.

Non lasciarmi è scritto con lo stile inconfondibile e già maturo di Ishiguro, sul quale non è necessario spendere parole dato che parla per lui la sua vittoria al Nobel per la Letteratura nel 2017.

La grande forza del romanzo risiede nella domanda drammaturgica che fa nascere la storia: è giusto creare una vita e sacrificarla per salvarne un’altra?

Fino a che punto la scienza si può muovere, entrando in modo preponderante nel campo dell’etica e della morale?

Le domande ovviamente rimangono senza risposta, ognuno trovi la propria.

Quello che posso dire è che personalmente rilevo altre due critiche alla società moderna occidentale.

La prima è il fatto che i ragazzi di Hailsham studino materie artistiche. Forse perché queste sono considerate dalla società come inutili e superficiali? È più sacrificabile un futuro Pablo Picasso oppure un futuro Stephen Hawking? L’arte costringe lo spirito ad una evoluzione, ma forse non è quello che la società occidentale materialista vuole.

Il secondo tema, preponderante, è legato al fatto che ognuno di noi, quando nasce, abbia già un destino che è in gran parte segnato. Segnato dalla propria condizione famigliare, dal proprio paese, dal proprio stato di. Non sono molti quelli che riescono a sottrarsi a questo destino, che nella società in cui viviamo consiste per molti nel prendere un titolo di studio, trovare un lavoro, comprare una casa, fare figli e lavorare fino alla pensione o fino alla morte. Che comunque alla fine arriva per tutti, indipendentemente dalla nostra felicità in questo mondo.

È quindi un libro che, in ultima analisi, ci parla di amore, ma anche di cosa vuol dire veramente felicità e libertà.

Nel 2010 dal romanzo di Ishiguro è stato tratto un film omonimo diretto da Mark Romanek e ha, tra i protagonisti, anche Keira Knightley nel ruolo di Ruth. Carey Mulligan presta il volto a Kathy.

La pellicola si aggiudica il British Independent Film Award nello stesso anno della sua uscita.

Paola Cavioni

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Puoi leggere la mia recensione di Quel che resta del giorno, il più famoso dei romanzi di Kazuo Ishiguro, al seguente link: https://righediarte.com/tag/ishiguro/

Righe su “La strada di casa” di Kent Haruf

“I come from down in the valley
Where, mister, when you’re young
They bring you up to do like your daddy done”

(Vengo dal fondo della valle dove, signore, quando sei giovane ti fanno crescere per fare il lavoro di tuo padre)

The River, Bruce Springsteen

La strada di casa, Kent Haruf (NNEDITORE)

“Alla fine Jack Burdette tornò a Holt. Nessuno di noi se l’aspettava più. Erano otto anni che se n’era andato e per tutto quel tempo nessuno aveva saputo niente di lui. Persino la polizia aveva smesso di cercarlo. Avevano ricostruito i suoi movimenti fino in California, ma dopo il suo arrivo a Los Angeles se l’erano perso e a un certo punto avevano rinunciato. Quindi nell’autunno del 1985, per quanto se e sapeva, Burdette era ancora là. Era ancora in California, e noi ci eravamo quasi dimenticati di lui.”

È su quest’ultimo quasi che si regge tutta la trama di La strada di casa di Kent Haruf (1943-2014), romanzo del 1990 uscito prima della più nota Trilogia della pianura (Benedizione, Canto della pianura, Crepuscolo).

Il titolo inglese originale è in realtà molto più significativo, ai fini della comprensione della storia, di quello italiano: Where You Once Belonged, il posto a cui un tempo appartenevi.

Una sfumatura semantica e una carica emozionale diversa rispetto a La strada di casa, che comunque è un buon titolo.

La storia è sì quella di una partenza e di un ritorno a casa: è la storia di Jack Burdette, raccontata dell’amico Pat Arbuckle, che si svolge in un arco temporale che va dagli anni ’60 al 1985. Dalla nascita al momento della sua scomparsa di Jack da Holt, proprio nel momento in cui sta per diventare padre per la terza volta, e fino al suo ritorno inaspettato che porta non poco scompiglio nelle vite delle persone che lo hanno conosciuto.

Holt è la cittadina, inventata, dell’America rurale che fa da sfondo a tutti i romanzi di Haruf, con i suoi personaggi dalle anime graffiate, dove nessuno è destinato alla redenzione e tutti devono sottostare alla teoria del caos e all’effetto farfalla.

“Boulder [Università ndr] era uno stagno ben più profondo di quanto non si aspettassero quei due ragazzi della contea di Holt.”

Nel film Big Fish di Tim Burton c’è una bella frase che pronuncia il protagonista Ewan McGregor: “tenuto in un piccolo vaso, il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica, o quadruplica la sua grandezza”.

Ne La strada di casa Haruf ci dice esattamente l’opposto. Ci dice che quello che in una realtà piccola può sembrare un pesce grosso, tolto dal suo contesto e messo nella vasca dei pesci grandi, si rivela in realtà solo un piccolo pesce rosso, che per sopravvivere deve comportarsi come un predatore.

Il come sarà proprio Pat a spiegarcelo nel corso della narrazione.

La strada di casa emoziona, fa arrabbiare, fa piangere, fa riflettere su cosa vuol dire amare, sul senso di giustizia e soprattutto di ingiustizia di chi non riesce a fare pace con le proprie radici.

Un romanzo che tocca dei punti altissimi di capacità di scrittura, di resa delle immagini, con descrizioni sintetiche e precise come tocchi in punta di fioretto.

Un romanzo per chi ama la buona scrittura e le buone storie, che lascia nelle orecchie il suono metallico e malinconico dell’armonica di Bruce Springsteen e la sensazione destabilizzante, da pugno in faccia, dei libri di Raymond Carver.  

E l’immensa capacità di Haruf di fare assurgere gli altari della Grande Letteratura e a rendere immortale il solo apparente ordinario della vita nella provincia americana.

Paola Cavioni

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Lune-dì Scrittura. Il Viaggio dell’eroe di Christopher Vogler e Midnight in Paris di Woody Allen

“Il viaggio dell’Eroe non è un’invenzione, ma un’osservazione. È il riconoscimento di un modello eccellente, un insieme di principi che governano il modo di vivere e il mondo della narrazione così come la fisica e la chimica regolano il mondo fisico.”

Il viaggio dell’eroe, che ha ormai quasi trent’anni di vita ed è la base per molti testi di scrittura creativa, è un manuale classico per approcciarsi allo studio delle tecniche di scrittura della fiction (romanzo e cinema). Il suo autore è Christopher Vogler, analista di sceneggiature per Warner Bros e 20th Century Fox, nonché docente nella prestigiosa università UCLA di Los Angeles.

Con la sua opera, Vogler porta alla luce, come fosse uno scultore che dalla pietra cava la sua statua, le strutture archetipiche, i modelli che danno corpo e struttura alla narrazione, che fanno scaturire nel pubblico quel meccanismo di riconoscimento ed empatia determinante per il successo della storia stessa.

Questa ovviamente è una sintesi del lavoro di Vogler, che moltissimo deve a Joseph Campbell e al suo L’eroe dai mille volti, che a sua volta attinge a piene mani dalla psicologia di Jung e dal mito.

Ma cosa dice di originale Vogler?

Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler (Dino Audino Editore)

Dice che in ogni “storia”, intesa come narrazione con un inizio e una fine, ha una struttura in tre atti (ma questo già ce lo aveva detto Aristotele). Ogni atto è suddiviso in momenti che rappresentano le tappe di un Viaggio, che può essere fisico o metaforico, e che portano l’Eroe protagonista da una condizione di “ordinarietà” all’avventura in un mondo nuovo, straordinario, che lo porta a cambiare la propria visione del mondo e anche lati della propria esistenza che non lo facevano vivere nella piena soddisfazione (si parla in questo caso di need, un bisogno profondo).

I passaggi sono riassumibili come di seguito:

Primo atto:

  • Mondo ordinario: l’Eroe si trova all’interno del suo Mondo Ordinario, può amarlo o sentirselo andare stretto, ma è comunque all’interno di quella che potremmo definire la sua zona di comfort;
  • Chiamata all’avventura e rifiuto della chiamata: l’Eroe si trova di fronte ad un problema che lo catapulta fuori dal mondo delle sue certezze e, come ogni cambiamento, lo fa andare in crisi fino a rifiutare questa chiamata alle armi.
  • Incontro con il Mentore: il Mentore, colui che funge da guida, può manifestarsi sotto varie sembianze, può anche non essere umano in alcuni casi, ma ha sempre comunque il compito di preparare l’eroe ad andare verso l’ignoto, fornendo le armi per affrontare l’avventura.
  • Superamento della prima soglia: a questo punto l’Eroe è pronto a varcare la soglia ed entrare nel Mondo straordinario.

Secondo atto:

  • Prove, alleati e nemici: oltrepassata la prima soglia, l’Eroe incontra delle prove sul suo cammino, e ad aiutarlo o a ostacolarlo ci sono dei personaggi “archetipici”: Alleati o Nemici
  • Avvicinamento alla caverna più profonda: l’Eroe giunge finalmente ai confini del luogo più pericoloso, dove si nasconde il reale oggetto della sua ricerca.
  • Prova centrale: qui l’Eroe si scontra con la sua paura più grande, affronta la morte (anche sotto forma di metafora) e la guarda in faccia. È il momento in cui tipicamente il pubblico resta con il fiato sospeso. Il nostro eroe se la caverà? Ci sarà il lieto fine?
  • Ricompensa: l’Eroe sopravvive ed entra finalmente in possesso della ricompensa tanto desiderata, che fuor di metafora rappresenta la consapevolezza, la conoscenza e una maggior comprensione della propria esistenza.

Terzo atto:

  • Via del ritorno: l’Eroe non è ancora fuori pericolo perché si trova ancora fuori dal suo Mondo Ordinario e in questa fase deve decidere se intende tornarci oppure se vuole seguire per sempre il Bianconiglio e rimanere nel Mondo Straordinario.
  • Resurrezione: l’Eroe viene messo nuovamente alla prova, quella definitiva, ed è l’esame conclusivo per verificare se ha realmente imparato la lezione appresa nella Prova Centrale.
  • Ritorno con l’elisir: l’Eroe ha finalmente compreso il senso profondo del suo viaggio e non è più la stessa persona che è partita per l’avventura, spesso è anche cambiata fisicamente ed esteriormente oltre che interiormente.

La straordinarietà del modello di Vogler e la sua universalità è facilmente riconoscibile: basta pensare a qualsiasi film che abbiate visto di recente e incastrare i passaggi nello schema appena illustrato. Non importa che i momenti ci siano tutti, e a volte non sono neanche nello stesso ordine, ma l’ossatura profonda rimane, sempre.

E per fare un esempio concreto, in questa quarta pillola di storytelling, vediamo come la struttura del viaggio dell’eroe può essere applicata al film Midnight in Paris, scritto e diretto da Woody Allen con Owen Wilson e Rachel McAdams.

Midnigth in Paris (2011): trama e analisi

Il protagonista è Gilbert Pender, Gil per tutti, interpretato da Owen Wilson e dal suo caratteristico taglio di capelli.  

Gil è un brillante sceneggiatore che sta per sposarsi con la bellissima fidanzata Inez, dovrebbe essere un momento felice eppure Gil soffre di attacchi di panico, è depresso ed è insoddisfatto del suo lavoro che non trova più stimolante.

La coppia è a Parigi insieme ai genitori di lei, che non vedono di buon occhio Gilbert e preferiscono di gran lunga Paul, intellettuale borioso vecchia conoscenza di Inez, che a sua volta nutre un debole per l’uomo e non fa neanche troppa fatica per nasconderlo.

Gil vorrebbe trasferirsi a Parigi, città che ama, anche perché spera che l’atmosfera magica della città lo aiuti a terminare il suo primo vero romanzo, per poter dire addio definitivamente alla carriera di sceneggiatore e diventare un “vero” scrittore.

Gil però, spinto da Inez, molto attaccata alla apparenze e con i piedi bel piantati a terra, è reticente a fare il grande passo a buttarsi nella nuova avventura fino a quando… Fino a quando una notte, a mezzanotte precisa, è l’avventura che arriva da lui, nelle sembianze di una vecchia automobile che lo trasporta indietro direttamente in quella che per lui è la sola età dell’oro: gli anni ’20.

Qui, fra fumosi café parigini e lo studio di Gertrude Stein, Gil conosce i suoi più grandi idoli: Zelda e Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Pablo Picasso, Luis Buñuel, Salvador Dalì, Cole Porter, Man Ray e soprattutto Adriana. Quest’ultima gli fa capire che non ha senso continuare a guardare ad un passato ideologizzato per nascondersi e non affrontare le frustrazioni, ma anche le gioie, della vita quotidiana.

Senza entrare troppo nel dettaglio della trama per non anticipare nulla a chi ancora non lo abbia visto, in Midnight in Paris troviamo tutte le strutture del Viaggio dell’eroe vogleriano.

Abbiamo un eroe inconsapevole, Gil, che non sembra proprio il prototipo di eroe senza paura, anzi. È pieno di incertezze e ansie, ha scelto la strada che apparentemente sembra la più giusta per lui: il matrimonio con una ragazza bella e ricca. Ma è quello che vuole? Capiamo subito che il Mondo Ordinario di Gil gli va stretto, lo manifesta nelle sue ansie e dal suo continuo “guardare indietro”, al mito dei ruggenti anni ’20 parigini.

La sua Chiamata all’avventura inizia nel momento in cui mette piede sull’auto che lo trasporta magicamente indietro di novant’anni e gli fa incontrare personaggi che, in un modo o nell’altro, fungono da Mentore nel cammino di cambiamento da sceneggiatore frustrato a scrittore: Hemingway e la Stein per primi.

Da quando mette piede negli anni ’20 inizia il cammino di avvicinamento alla caverna più profonda, il confronto con le sue paure: la paura della morte ma in sostanza la paura di scegliere di non vivere, seguendo una strada che non sente sua.

Ma Gil prova a rimanere aggrappato alla sua vecchia vita, vorrebbe condividerla con la sua fidanzata, ma lei non può capire. E in agguato c’è Paul, il nemico, contro cui Gil vince con l’astuzia, anche se in apparenza può sembrare il contrario…

Gil deve cercare da solo la sua ricompensa, dopo averla individuata, per poi tornare dal viaggio con un elisir unico: la consapevolezza di chi è e di cosa vuole diventare.

Gli elementi del Viaggio dell’eroe ci sono tutti, anche se apparentemente la storia di Midnight in Paris possa sembrare lontanissima dal Mito. Ma è scavando sotto la superficie che si trova la struttura di base.

Midnight in Paris a mio parere è assolutamente imperdibile per capire come costruire un soggetto che abbia corpo, una palestra per aspiranti autori, un film universale e bellissimo non solo per la brillante sceneggiatura ma per il messaggio che lascia nello spettatore: quale è la tua età dell’oro?

Non deve essere un tempo o un luogo fisico, ma uno condizione mentale.

Una volta che l’hai individuata, seguila anche a costo di camminare da solo sotto la pioggia.

Seguila senza rimpianti, perché la paura è il solo reale limite che ci autodistrugge e ci impedisce di vivere.

Paola Cavioni

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Lune-dì Scrittura, pillole di storytelling: scrivere è un’abitudine, non un’arte, con Ann Handley

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Le nuove regole della scrittura. Strategie e strumenti per creare contenuti di successo, di Ann Handley.

Un libro in cui tecniche di web marketing e storytelling vanno a braccetto, che contiene principi generali e tecniche applicabili a ogni tipo di lavoro inerente la scrittura.

Il consiglio che riporto in questo secondo appuntamento con i Lune-dì Scrittura è una frase provocatoria che dà titolo al secondo capitolo: scrivere è un’abitudine, non un arte.

Ann Hardley riassume così la spinosa questione ispirazioneVSmetodo:

  1. Ritagliati del tempo ogni giorno, quando sei più fresco.

2. Non scrivere tanto, scrivi spesso.

Questo vuol dire che, a prescindere dal fatto che tu ti senta o meno “ispirato”, devi sederti e scrivere, scrivere, scrivere. L’ispirazione arriverà.

Vuol dire anche che momento di maggiore produttività di ogni creatore di contenuti è assolutamente variabile durante la giornata e dipende da molti fattori individuali.

C’è chi scrive meglio appena sveglio alle cinque del mattino dopo una buona dose di caffè, chi invece preferisce fermare i pensieri sulla carta nel silenzio della notte, quando la famiglia già sta dormendo.

L’importante, dopo avere individuato questo momento, è procedere con una pianificazione puntuale e con un piano d’azione.

Perché la scrittura è metodo, dedizione e costanza. Solo in questo modo si può superare l’ansia della pagina bianca.

Perché se pensi che l’ispirazione ti cada in testa da un momento all’altro, forse non sei sulla buona strada…

Ann Handley è Chief Content Officier di MarketingProfs, azienda di formazione è ricerca seguita dalla più grande comunità mondiale di esperti di marketing.

Il libro, edito da Hoepli, è acquistabile anche su Amazon, per andare direttamente allo shop dal link affiliazione di Righediarte clicca QUI.

Paola Cavioni

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Febbraio. A papà.

“Là fuori c’è la guerra e dormi
Ma qui ci penso io a te
Vorrei che non tremassi come me
Ho visto piangere un gigante
Figurati se non piango io
Che sono nato adesso amore mio
Confesso che non so, non so
Come si può, afferrare il vento
E il tempo che non ti do, è tempo perso

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi, i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

E quando il modo di aiutarti
Sarà non aiutarti più
Sorridi in faccia all’odio e manda giù
Potrei svegliarti poi ma poi non so
Se poi, sarà lo stesso
Ora è sempre il mio miglior momento

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

Le stelle appese poi cadranno giù
E un giorno ci diremo addio
Ma se una notte sentirai carezze sarò io

Voglio parlarti adesso
Prima che un bel tramonto porti via
Le corse senza fine, addormentarsi insieme
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma tuo padre sarà sempre qui

Si è fatto tardi, adesso dormi”

(Voglio parlarti adesso, Paolo Jannacci)

13 febbraio 2021

Oggi ho riascoltato “Voglio parlarti adesso” di Paolo Jannacci.

Per uno strano scherzo del destino, l’ultima canzone che ho ascoltato con te papà, un anno fa, giorno più giorno meno.

Ti ricordi? Io e i bambini eravamo tutti ancora mezzi malati e sei venuto una sera, poco prima di cena, per darmi una mano, come facevi sempre.

Ho approfittato di un secondo di calma per farti sentire questa canzone che mi aveva colpito molto per la sua dolcezza, mi sembrava una poesia e volevo che tu la ascoltassi.

Una lettera che un padre scrive a sua figlia, parole importanti e piene; tu non la conoscevi e mi hai detto “certo che somiglia tanto a suo padre”, riferendoti a Enzo Jannacci. Nella tua testa credo che fosse un bel complimento.

L’hai ascoltata tutta la canzone, in silenzio seduto vicino a me, sul letto di Gaia.

Non so cosa hai pensato sentendo la frase “e un giorno ci diremo addio”, non me lo hai detto, forse in quel momento a niente o forse hai pensato la stessa cosa che ho pensato io.

Forse solo non hai detto niente per pudore, perché sapevamo tutti e due che quel giorno sarebbe arrivato, prima o poi, ma lo vedevamo come una cosa ancora lontana, una cosa sulla quale si poteva scherzare.

Come quando ti ho chiamato la sera che mi sono fatta male mentre giocavo a pallavolo, e in macchina sulla strada verso il pronto soccorso mi hai detto “ma cosa farai quando non ci sarò più?”, e io ridendo ti ho chiesto invece cosa avresti fatto tu senza una figlia che ti faceva fare le notti brave in ospedale, in giro fino alle quattro del mattino. Quella notte hai fatto amicizia con tutte le persone che erano con noi in sala d’attesa, hai fatto ridere pure il ragazzo sofferente con la spalla rotta. Perché tu eri fatto così, ogni tanto sopra le righe, ma è da te che ho imparato a non seguire la massa e a ragionare sempre con la mia testa.

Quella sera di un anno fa dopo avere ascoltato la canzone non potevamo immaginare che in poche settimane sarebbe cambiato tutto.

Che ti saresti ammalato e che non ti avremmo più rivisto.

Che saresti stato inghiottito da un mostro più grande di te, di noi, dall’unica cosa che poteva abbatterti, tu che eri la forza di tutti. Che un ombra arrivata dall’altra parte del mondo avrebbe tolto a Gaia e Francesco uno dei loro amati nonni, uno dei loro punti di riferimento.

Francesco era così piccolo, eppure fra di voi c’era un rapporto così speciale che ancora oggi ogni sera lui guarda il cielo e cerca “la stellina del nonno” per salutarti e augurarti la buonanotte.

E Gaia. Bè, Gaia sai come è fatta e quanto ti amava, ha ancora tanta rabbia e la capisco.

Tra pochi giorni sarà il tuo compleanno.

Il verbo giusto è sarebbe, ma faccio ancora fatica a capire cosa sia presente e cosa sia invece passato quando penso a te papà.

Vorrei tanto dirti che mi dispiace di non averti abbracciato quel giorno sul letto, non so perché non l’ho fatto, non volevo essere melodrammatica. Pessima scelta, col senno di poi.

Vorrei tanto chiederti scusa per tutti gli abbracci che non ti ho dato, ma io sono fatta così.

Sono sempre riuscita a esprimere meglio i sentimenti con le parole.  

E quante parole che ci siamo scambiati io e te, soprattutto negli ultimi anni. Era come se sentissimo l’urgenza di confrontarci su ogni cosa, proprio come nella canzone, come se sentissimo il tempo scorrere via dalla mani troppo in fretta, troppo indifferente. Come se cercassimo di fermarlo ogni volta che andavamo insieme a camminare in campagna, ogni volta che al mare si andava al largo a nuotare e parlavamo della vita, dell’educazione dei bambini, dei ricordi e del futuro.

Avrei voluto avere ancora futuro con te papà, c’era un viaggio in Irlanda da fare insieme, ti avevamo appena regalato il kindle così eri più comodo a leggere quando andavate in giro. Ma il destino ha deciso diversamente.

Dopo quasi un anno, e Dio solo sa quanto difficile sia stato, ancora non so se sono capace di andare avanti senza la tua presenza, mi sento ancora persa.

Spero sempre di passare da casa e trovarti nel tuo studio, fra i tuoi libri, intento a lavorare, a scrivere, a parlare con qualcuno che viene a chiederti consiglio.

Ci sono stati dei momenti in passato in cui sono stata gelosa di tutta la gente che veniva a chiederti aiuto, a tutte le persone che portavano via tempo alla tua famiglia. Ma era proprio questo che ti rendeva così speciale e che ti teneva vivo.

La tua capacità di aiutare in modo incondizionato tutti, in un modo molto concreto e umano.

Non eri sicuramente un santo, ma un uomo saggio, quello sì, per questo sei stato un punto di riferimento per molti.

Sono orgogliosa di averti avuto come padre, questo lo sai, te l’ho scritto più di una volta, anche pubblicamente.

Quello che vorrei sapere è se tu sei stato orgoglioso di avermi come figlia, e se lo saresti ancora adesso, adesso che mi sento così fragile anche quanto tutti mi dicono che sono forte.

Per il tuo compleanno invece che darti un regalo te ne chiedo uno io.

Mi piacerebbe tanto sognarti, non so perché ma non succede mai. Vorrei parlarti ancora una volta.

Vorrei darti, anche solo in sogno, quell’abbraccio che non ti ho dato un anno fa, darti tutti gli abbracci che non ci siamo dati da quando sono diventata adulta ma che ti ho dato attraverso le braccia dei miei figli.

Questa lettera è per te papà, ma anche per me, perché ne avevo bisogno. Come ho bisogno di te.

Ed è solo una piccolissima parte delle cose che vorrei dirti in questo momento.

Non c’è cura al vuoto. Manchi immensamente.

Salutami lo Ste.

Tua figlia

Righe su “La donna degli alberi”di Lorenzo Marone

“I bilanci non sono per la nostra ultima parte di vita, stanno invece nel mezzo, sono per chi ha ancora tempo da tessere, mia nonna non si perdeva dietro ai bilanci, aveva da tirare avanti con dignità.”

Lorenzo Marone

Oggi torno a parlare di Lorenzo Marone, autore napoletano che apprezzo e stimo molto e che ho avuto anche la fortuna – dico fortuna perché è scrittore di successo ma assolutamente affabile e soprattutto profondo – di conoscere di persona nel 2018 in occasione dell’uscita del suo romanzo Un ragazzo normale (incentrato sulla storia del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985).

A ottobre del 2020 Marone esce con La donna degli alberi (Feltrinelli editore), romanzo molto differente rispetto ai suoi precedenti.

La copertina è evocativa: una donna ci cammina distrattamente davanti agli occhi, scalza e alta come gli alberi, una moderna Gulliver dei monti. Questa donna non ha volto, come nel romanzo la protagonista, che parla in prima persona, non ha un nome.

Nessuno ha un nome nella storia, i personaggi che portano avanti la narrazione sono identificati dalla loro caratteristica principale: lo Straniero, la Guaritrice, la Rossa, il Cane.

Personaggi che richiamano agli archetipi della psicologia e che guidano il lettore in un processo di profonda identificazione.

La donna degli alberi è la storia di una donna in fuga dalla città e da una vita nella quale non si riconosce più, da un passato forse doloroso che ci viene presentato in frammenti di ricordi e lunghe riflessioni, e da un complesso rapporto con i genitori, in particolare con il padre, tema ricorrente nell’opera di Marone.

È una storia di fuga e ritorno, di ricerca e di elevazione dello spirito umano che esplora e scopre se stesso nel contatto con la natura, con la montagna che è sfondo e ambientazione della vicenda, che non ha però una precisa collocazione temporale e spaziale.

La montagna, che può essere una madre amorevole ma anche una Medea inconsapevole che uccide i suoi figli.

La montagna è anche una madre esigente, che costringe l’uomo a fare i conti con l’infinitamente grande e con l’infinitamente piccolo: la maestosità degli alberi secolari, l’altezza delle vette che sfiorano il cielo e conoscono il mistero dell’esistenza di dio, che ricordano con forza quanto sia fragile la vita.

La donna degli alberi è un libro che profuma di resina e legno che brucia nel camino, che fa sentire nelle mani la fatica del freddo che spacca la pelle alla fine di una giornata di lavoro.  

Un libro che commuove, che insegna, come solo la montagna sa fare, carico di riflessioni sul senso di chi siamo, con il tempo che è assolutamente il protagonista indiscusso. Il tempo che scandisce le vite, unico reale comune denominatore di ogni esistenza.

Chiudo questa recensione con la descrizione che si trova in terza di copertina e che riassume pienamente lo spirito che accompagna tutta la narrazione: “un romanzo lirico e poetico sulla forza d’animo che, a volte senza saperlo, custodiamo dentro di noi. Un invito a coltivare la bellezza del minuscolo e dell’essenziale, a preoccuparsi anche per ciò che verrà e che è altro da noi.”

Puoi acquistare il romanzo su Amazon, al link affiliazione di Righediarte cliccando QUI.

Trovi le mie recensioni ad altri due romanzi di Lorenzo Marone, Un ragazzo normale e Magari domani resto, a questo link:

https://righediarte.com/tag/lorenzo-marone/

L’autore

Lorenzo Marone è nato a Napoli nel 1974.

Esordisce nel 2015 con il romanzo La tentazione di essere felici (Longanesi). Con Longanesi pubblica anche La tristezza ha il sonno leggero, premio Como 2016 da cui è stato tratto il film omonimo.

Con Feltrinelli pubblica Magari domani resto (Premio Bancarella 2017), Un ragazzo normale (Premio Giancarlo Siani 2018), Tutto sarà perfetto (2019) e i saggi Cara Napoli (2018), Inventario di un cuore in allarme (2020).

Il sito web dell’autore è  www.lorenzomarone.net

Per acquistare i romanzi su Amazon clicca sul titolo del libro.

Paola Cavioni

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Lune-dì Scrittura, pillole di storytelling. Il grande libro della scrittura di Marco Franzoso

“La scrittura non è mai stata un lavoro oneroso per me ma qualcosa che essenzialmente mi dava piacere (soprattutto se accompagnato dall’ascolto di tanta buona musica piacevole e qualche sorso di prosecco altrettanto gradevole). Scrivo sempre ascoltando tanta musica che influisce abbastanza sul taglio e sul tono e sul ritmo della mia scrittura che vorrebbe assomigliarli il più possibile.”

Alberto Arbasino, 2004

Caro lettore di Righediarte, inauguro oggi una nuova rubrica del lunedì dedicata all’arte della scrittura con Lune-dì Scrittura, sperando di poter essere utile a chiunque senta di avere una storia da raccontare ma non sa da quale parte iniziare.

Lo storytelling è un argomento che mi appassiona tantissimo sia come lettrice che come bookblogger, perché conoscere e comprendere le tecniche e le macrostrutture che sono alla base di ogni produzione letteraria (ma anche cinematografica) fornisce gli strumenti per apprezzare il reale valore di un’opera.

Ogni lunedì darò una “pillola” di storytelling partendo da un testo specifico.

Il mondo dei manuali di scrittura è davvero infinito, quello che voglio fare è provare ad indicare un possibile percorso di lettura che passi attraverso la manualistica classica (per chi già più esperto, Il viaggio dell’eroe di Vogler per esempio, pietra miliare per chiunque si approcci alla scrittura e di cui parlerò nei prossimi post della rubrica) ma anche, come nel caso di oggi, testi più recenti e, a mio avviso, molto completi, precisi e di facile lettura.

Inizio con Il grande libro della scrittura. Manuale pratico, avventuroso, e filosofico per scrivere qualsiasi storia, edizione il Saggiatore (2020), di Marco Franzoso perché davvero rappresenta un perfetto lavoro di sintesi, rielaborazione e innovazione rispetto al tema della costruzione di una storia e di un romanzo.

Dalle prime pagine di questo bellissimo testo prendo il primo consiglio di scrittura che trovo molto utile per chi aspiri a diventare un autore.

La prima pillola è la Regola delle 25 parole.

Per quanto possa suonare insolito un buon romanzo si può riassumere tranquillamente in 25 parole, non di più.

Per esempio “la giornata di un uomo normale è rivivere nel quotidiano le tappe di un’Odissea contemporanea.”

Lo hai riconosciuto? È l’Ulisse di James Joyce!

Qualsiasi storia tu abbia in mente, dopo averne scritto una breve sinossi (parleremo anche di questo più avanti) prima ancora di pensare all’intreccio, al carattere dei singoli personaggi o alle scene, prova a riassumere la trama rimanendo entro le 25 parole.

Se ci riesci, significa che la storia sta in piedi! Altrimenti non hai bene in mente il punto di partenza e quello di arrivo della tua narrazione.

Prova e riprova fino a quando la frase fila senza intoppi, quando sarai soddisfatto puoi iniziare a scrivere tutto il resto. Facile no? Diciamo che è più facile a dirsi che a farsi, ma è solo iniziando a scrivere che capirai quello che sto dicendo.

Il grande libro della scrittura è un manuale completo, che tratta del processo di scrittura dalla fase iniziale di individuazione dell’idea che fa da traino alla storia, fino all’editing del romanzo e alla vita dello scrittore, in bilico fra il sacro fuoco e le frustrazioni del quotidiano.

Un libro che pulsa di vita e di amore per la scrittura, non semplice elencazione di tecniche e autori, con moltissimi esempi presi dalla grande narrativa mondiale.

Un testo essenziale per chi voglia iniziare a esplorare il mondo della scrittura, ma anche per l’autore esperto che sente di dovere approfondire e affinare la propria tecnica.

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Paola Cavioni

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Donne dell’anima mia di Isabel Allende

“Ho vissuto in un mare in tempesta, con onde che mi portavano sulla cresta e poi mi facevano precipitare nel vuoto. Queste ondate sono state così forti in passato, che nei periodi in cui tutto andava bene, invece di rilassarmi e godermi la pace del momento, mi preparavo alla successiva violenta caduta, che credevo inevitabile.

Adesso non è più così. Ora navigo alla deriva, giorno per giorno, contenta del semplice fatto di galleggiare finché è possibile.”

Isabel Allende

C’è chi si affida al comfort food nei momenti di tristezza o malinconia.

Io preferisco un buon comfort book, e Isabel Allende è sicuramente in cima alla lista degli autori che riescono sempre a farmi stare bene, a prescindere da tutte le circostanze.

Sono consapevole che non valuterò mai in modo oggettivo la sua opera perché è troppo grande la stima e l’ammirazione che nutro nei confronti di questa donna che con i suoi libri riempie la mia vita da oltre vent’anni, da quando, grazie al consiglio di una cara amica, lessi La casa degli spiriti e mi si aprì un mondo: quello magico, tragico e meraviglioso dei personaggi usciti dalla penna di Isabel Allende.

Ricordo con grandissima emozione il momento in cui ebbi occasione di vederla di persona alla fine del 2019. Si trovava in Italia per la presentazione di Lungo petalo di mare, in una Feltrinelli in centro a Milano così gremita, che solo qualche mese dopo sarebbe stato impensabile e impossibile organizzare un evento simile.

Io fui tra i fortunati che riuscirono a vederla e ascoltarla bene perché ero davvero a pochi metri da lei.

Fra lacrime di emozione – le mie – trovai esattamente la Allende che mi ero sempre immaginata: spiritosa, profonda, decisamente folle (ma quale animo artistico non è un po’ folle?) e sempre innamorata. Innamorata del suo nuovo marito (il terzo, di cui parla anche in Donne dell’anima mia), innamorata ancora della scrittura, innamorata del Cile anche se non è più la sua casa da molti anni ormai, innamorata della vita e riconoscente per tutto quello che le ha dato, nel bene e anche nel male.

Perché la sua non è stata una vita semplice: l’abbandono del padre quando era solo una bambina, l’esilio durante gli anni della dittatura di Pinochet in Cile, la malattia e la morte dell’amata figlia Paula, solo per fare qualche esempio.

Una donna però che non si è mai lasciata abbattere dagli eventi e che riesce ancora a trasmettere una grandissima carica, la stessa che leggiamo nei suoi romanzi che da sempre parlano di donne solo apparentemente fragili, ma dotate in realtà di una forza straordinaria.  

Anche da una riflessione su tutte le eroine che hanno popolato le sue storie, nasce Donne dell’anima mia (Feltrinelli editore), scritto nei primi mesi del 2020, terminato a marzo nel pieno della prima ondata di Coronavirus, e uscito alla fine dell’anno appena trascorso.

Il titolo riprende quello di un suo precedente romanzo, Inés dell’anima mia, del 2006.

C’è da premettere che in questo caso non si tratta di un vero e proprio romanzo ma una sorta di breve autobiografia rivista sotto la lente di ingrandimento del suo femminismo “innato”.

“Non esagero quando dico che sono femminista dai tempi dell’asilo, da prima che questo concetto entrasse nella mia famiglia.”

Isabel Allende

Il libro si articola in brevi capitoli tematici che seguono un flusso di pensieri più che un ordine logico o cronologico, come se fossimo di fronte alla trascrizione di un diario, scritto sotto la spinta di un bisogno intimo di fissare nero su bianco in maniera indelebile i ricordi, per farne tesoro in questi anni della “maturità”.

Isabel Allende parla di sua madre Panchita, inconsapevole causa del suo femminismo, proprio lei così legata ai tradizionali ruoli maschili e femminili, della figlia e della sua malattia, delle nipoti, del rapporto con le donne che nel corso degli anni le sono state vicine in vario modo (dalla sua editor alle amiche), e dall’esempio di queste donne ci trasporta in una riflessione generale che è la fotografia della condizione della donna nel mondo di oggi, delle speranze per il futuro e per una reale uguaglianza fra uomo e donna.

Con lo stile profondo ma anche ironico che da sempre caratterizza la sua scrittura, la Allende regala ai lettori tanti ricordi preziosi legati alla sua vita lunga e ricchissima, rivivendoli senza malinconia ma con la determinazione di chi ha fatto tesoro di ogni evento e vuole vivere pienamente fino all’ultimo istante.

Forse per la prima volta in modo così chiaro e diretto, Isabel Allende racconta le sue convinzioni personali e politiche perché in Donne dell’anima mia, tra un ricordo e l’altro, parla di immigrazione, di contraccezione e di aborto, del mondo occidentale dove si vive sempre più a lungo ma spesso la vecchiaia è vista erroneamente come una malattia, della tutela delle donne soprattutto nei paesi in cui anche solo nascere è una sfida, se non si ha la “fortuna” di essere uomini.

La Isabel che ci sorride dalla seconda di copertina in Donne dell’anima mia è ancora affascinante, con lo stesso sguardo e lo stesso sorriso cui siamo ormai abituati.  

L’unica cosa che è cambiata negli anni sono i capelli, che ora porta bianchissimi, testimonianza esteriore del tempo che passa, dei suoi anni che non rimpiange, della sua saggezza.

Consiglio Donne dell’anima mia a chi è già un lettore di Isabel Allende, mi sembra quasi scontato dirlo, ma anche a chi ancora non la conosce perché la lettura di questo libro sarà certamente scintilla di curiosità per scoprire l’opera di una delle voci più importanti dell’America Latina.

Paola Cavioni

Puoi acquistare Donne dell’anima mia su Amazon. Cliccando qui sarai reindirizzato direttamente sullo shop e potrai acquistare il libro dal link affiliazione di Righediarte.

Per tutte le informazioni sull’autrice puoi consultare il sito web ufficiale (in lingua inglese e in spagnolo) https://www.isabelallende.com

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22 gennaio 2021. Tanti auguri a te, omino speciale

Sei il secondo figlio. Un maschio. E ho detto tutto.

Sei il mio matto Franz, oggi compi tre anni e io devo iniziare ad abituarmi all’idea che non resterai piccolo per sempre, al fatto che presto sarò io a chiedere i tuoi abbracci.

Il tuo sorriso, le tue parole inventate, la tua carica senza fine, persino i tuoi capricci e il tuo non dormire mai sono stati la nostra benzina in questo ultimo anno, che ha lasciato più di una cicatrice.

Tu, così piccolo, sei stata la nostra forza.

Eppure la serenità che leggo nei tuoi occhi e in quelli di tua sorella ci ripaga di tutti gli sforzi, di tutti i dubbi sulle scelte che ogni giorno, inevitabilmente, facciamo per voi e che ci fanno chiedere sempre “sarà la cosa giusta?”.

Per questo tuo terzo compleanno vorrei solo augurarti questo, tanta serenità.

Per te, per noi, ora e per un futuro che adesso ci sembra ammaccato, rubato.

Ma tu, che porti il nome di poeti e cantanti, lo sai perché te lo dico sempre, saprai sicuramente colorare, dare voce e forma a tutto ciò che la Vita ti riserva, nel tuo modo tutto speciale.

Auguri piccolo grande Francesco, anima sorridente.

La TUA mamma