Tina Modotti: sguardi di modernità all’inizio del ventesimo secolo

Oaxaca, Messico 1929, argento su gelatina, cm 22,6 x 15,3 (Fototeca INAH, Pachuca)
Oaxaca, Messico 1929, argento su gelatina, cm 22,6 x 15,3 (Fototeca INAH, Pachuca)

“Tina vita fragile sogno sensuale, amore in bianco e nero che non può più invecchiare”

Con questa delicatezza Cisco Belotti (ex frontman del gruppo folk Modena City Rambles) nell’ omonima canzone Tina, descrive una delle mie fotografe predilette: Tina Modotti.

In tanti hanno scritto e parlato di questa grande artista dall’animo sensibile del ‘900, che non ha avuto la fortuna di avere la stessa fama postuma della Kahlo o di Rivera, ma che tanta parte del suo cuore e della sua arte ha lasciato nel Messico degli anni ’20 e ’30 del Novecento. Uno sguardo di modernità all’inizio del ventesimo secolo, compagna nella vita e nell’arte del grande Edward Weston.

Nel 1926, parlando proprio della sua amica Assuntina “Tina”, Diego Rivera scrive: “Tina Modotti trae linfa dalle radici del suo temperamento italiano. La sua opera artistica è fiorita però in Messico, raggiungendo una rara armonia con le nostre stesse passioni” (tratto dal testi di R.Toffoletti, Tina Modotti. Perché non muore il fuoco, Edizioni Arti Grafiche Fiulane, Udine 1992).

La vita di Tina Modotti si intreccia in quattro grandi temi della storia del Novecento. Il primo è quello della grande immigrazione italiana, in particolare verso gli Stati Uniti e l’America Latina, che caratterizza soprattutto il Friuli Venezia Giulia, regione di provenienza della Modotti (nasce a Udine il 16 agosto 1896). C’è poi la storia dell’arte e della fotografia, entrambi che risentono dei grandi sconvolgimenti portati dalle due guerre mondiali.

Il terzo tema è quello legato alla storia delle donne e del movimento per l’affermazione del ruolo femminile in campo sociale e artistico. Ultimo, ma non certo per importanza, è il tema politico, in particolare la serie di eventi storici legati allo sviluppo del comunismo internazionale negli anni che vanno dalla rivoluzione russa alla seconda guerra mondiale.

L’arte della Modotti è una meteora, un fuoco che nasce con la forza dell’autocombustione e che brucia violentemente, anche se solo per pochi anni, come la stessa vita di Tina, che muore a soli 46 anni. La sua produzione fotografica è stimata in circa 160 fotografie (1923-30) delle quali circa un terzo possono rientrare in quel genere che può essere definito di costume, folkloristico, che vuole illustrare, con l’occhio di una italiana trapiantata in sud America, luoghi esotici, gruppi etnici o marginali, nelle forme dell’arte occidentale. Ma non solo: la dignità che il lavoro manuale conferisce all’uomo, la gioia insita nel produrre con le proprie mani e la propria fatica, la bellezza fisica e la forza espressiva che si percepisce dai corpi e dai volti dei lavoratori. Uno “sguardo sociale” assolutamente moderno, che restituisce dignità ad ogni soggetto che ritrae.

Tina è tante cose nel corso della sua vita: modella, attrice, fotografa, attivista politica ma, pur non essendo mai diventata madre, riesce a immortalare i suoi soggetti con lo stesso occhio amorevole di una madre che guarda la propria creature, che se ne prende cura e la protegge. Amore e forza, passione e dedizione, questa è tutta la sua vita.

Riferimenti bibliografici:

P. Albers, Fuoco, neve e ombre. Vita di Tina Modotti, Postmedia Books, Milano, 2003

L. Argenteri, Tina Modotti. Fra Arte e rivoluzione, edizione Franco Angeli, Milano, 2005

P. Cacucci, Tina, Feltrinelli, Milano 2005

T. Modotti, Vita arte e rivoluzione. Lettere ad Edward Weston 1922-31, volume a cura di V. Agostinis, Feltrinelli, Milano 1994

E. Paltrinieri, Tina Modotti fotografa irregolare, Selene Edizioni, Milano, 2004

Abbazia di Chiaravalle: viaggio nel tempo a pochi passi da Milano

Questo blog nasce dall’unione di due grandi passioni: la scrittura e l’arte. L’Italia, il nostro Paese, il paese più bello del mondo: questo blog vuole celebrare tutte le sue bellezze. Città, monumenti, opere conosciute e sconosciute, mostre ed esposizioni. Tutto questo visto attraverso gli occhi di una “non addetta ai lavori” ma di chi, semplicemente, ama e celebra l’arte così come è.

Apro il blog con un articolo che ho scritto qualche tempo fa e che si trova pubblicato nel sito MilanoFree:

Visitare l’abbazia cistercense di Chiaravalle in un fresco pomeriggio di fine dicembre è un’esperienza a metà fra il mistico e il viaggio nel tempo. Solo percorrendo, nel silenzio della campagna e con lo sguardo rivolto al grande parco agricolo che fronteggia l’abbazia, il breve tragitto che dal parcheggio porta all’ingresso del complesso, sembra quasi impossibile pensare che solo pochi chilometri più in là ci sia la città simbolo dell’economia italiana, Milano, con il suo traffico, i suoi grattacieli e i suoi rumori.

Milano è costellata di tante realtà monumentali, più o meno grandi, nelle quali si respira la Grande Storia, quella vera, quella dei libri. Chiaravalle (Clairvaux, per dirla poeticamente alla francese) però ha un’aura tutta particolare, quasi magica. Non mi stupirei per niente se vedessi comparire, fra il fumo delle candele nella navata centrale della chiesa, il cavaliere del XIII secolo Etienne Navarre, del film Ladyhawke, oppure il frate Guglielmo da Baskerville de “Il nome della rosa”. Perché in quest’abbazia, nonostante siano visibili anche a un occhio poco esperto i vari interventi e le ristrutturazioni che si sono susseguite nei secoli (la prima fondazione viene fatta risalire al 1135 circa mentre gli ultimi interventi rilevanti sono del 1600), il tempo si è fermato al medioevo, quando anche nell’Italia settentrionale esplodeva quel grande movimento di riforma della spiritualità cristiana che prende il nome di monachesimo.
Percorrendo il viale di ghiaia che dall’ingresso del complesso conduce alla chiesa abbaziale non si può non notare il contrasto, in facciata, tra il porticato inferiore secentesco e poco più indietro la struttura in laterizio con bifora e oculo di epoca sicuramente precedente. Ed è proprio il rosso mattone il colore predominante in tutta la struttura, splendido esempio di architettura gotica italiana.
Al suo interno l’edificio presenta la consueta pianta a croce latina, con volte a crociera costolonate che poggiano su pilastroni cilindrici in laterizio privi di capitello. Questi pilastri, come maestosi alberi secolari, sorreggono la chiesa da così tanti secoli e fanno riflettere sulle grandi capacità ingegneristiche dell’uomo del medioevo, periodo storico tutt’altro che “buio” dal punto di vista artistico.
Come di un film non si rivela mai la fine, non mi voglio soffermare sulla bellezza degli affreschi che la chiesa ancora conserva, seppur in parte danneggiati dal tempo, per non svelare nulla di più al visitatore che vorrà addentrarsi in questa meraviglia dell’architettura.
Vi posso solo consigliare la “colonna sonora” di questa visita: il silenzio della campagna milanese, una buona compagnia e il rumore delle foglie secche che si sbriciolano sotto le scarpe in una giornata d’inverno.