Il giorno più triste

“Hai cercato di capire e non hai capito ancora, se di capire si finisce mai”

Metti in circolo il tuo amore 

Oggi più che mai mi vengono in mente le parole che, pochi mesi fa, ho sentito pronunciare direttamente da Roberto Saviano durante un incontro riservato ad un gruppo selezionato di giovani under 35. 

Perché si sceglie la strada della criminalità? 

Sono tante le motivazioni, economiche, di opportunità, di impossibilità di scelta. 

Ma uno su tutti e’ un motivo per NON diventare un criminale. L’amore.

Quello che più di tutto il resto dà un motivo per vivere.

Tutti questi pazzi assassini, Parigi, Nizza, Orlando, vengono scelti apposta perché non hanno niente da perdere in questa vita e, incapaci, per paura, di porre fine alla loro vita da soli, mettono di mezzo gente che non c’entra nulla. Sono semplicemente folli, depressi, fanatici.

Non venitemi a dire che tutto questo ha qualcosa a che fare con la religione perché non ci credo e non ci crederò mai.

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Genitori

È proprio vero che niente ti prepara ad essere genitore. 

Non sei pronto quando lo aspetti e neanche quando nasce, tuo figlio. 

Quando non capisci perché piange, se sta male, se ha fame. Non sei pronto a sentire il profumo della sua pelle, ben sapendo che dal momento stesso in cui lo sentirai per la prima volta non potrai più farne a meno. 

Tuo figlio.

Non sei pronto alle notti senza sonno dove conti le ore dal divano di casa, una coperta sulle spalle e un dolce peso fra le braccia. Non sei pronto a tutta la profondità dei suoi occhi, non sei pronto a leggerci tutto quel futuro che non conoscevi.

Tuo figlio. 

Non sei pronto a vederlo spegnere la sua prima candelina, quando ti chiedi se solo ora il tempo si è messo a correre così velocemente. 

Tuo figlio.
Non sei e non sarai mai pronto ad affrontare le sue paure, e le sue giornate piene di “perché?”, che sono stati anche i tuoi. 
Non sarai mai pronto a vincere  le tue stanchezza, nelle lunghe sere dopo lunghe giornate in cui devi cercare dentro di te la forza per sorridere ancora, per dare ancora una carezza, un abbraccio per farlo addormentare.
Nessuno ti prepara alla consapevolezza che ci vuole una fiducia estrema per addormentarsi fra le braccia di qualcuno. 
Nessuno ti prepara al fatto che non sempre l’importante è essere pronti. Certe volte e’ sufficiente essere solamente genitori. 

Sogno

angeli-custodi

 

“Ci penso da lontano da un altro mare un’altra casa che non sai
La chiamano speranza ma a volte è un modo per dire illusione
Ci penso da lontano e ogni volta è come avvicinarti un po’
Per chi ha l’ anima tagliata l’amore è sangue, futuro e coraggio
A volte sogni di navigare su campi di grano
E nei ritorni quella bellezza resta in una mano
E adesso che non rispondi fa più rumore nel silenzio il tuo pensiero
E tu da li mi sentirai se grido”

 

Questa notte ti ho sognato. Ed è strano svegliarsi poi al mattino consapevole che non ci sei, con tutto il peso del vuoto che hai lasciato da oltre sette anni, fratellone.

Ti ho sognato mentre compivi un gesto semplice quanto intimo. Chinato, nel tuo giubbotto marrone di sempre, allacciavi una scarpa a Gaia. Lei seduta su una sedia, di profilo, in controluce.

Ti parlava, non so cosa vi siate detti. Anche se il sogno era il mio, sento che c’è un legame speciale fra voi due, che neanche vi siete conosciuti.

Anche tu nei miei sogni sei sempre in controluce. O forse sei tu che sei luce.

Chissà che zio saresti stato, quale tipo di affetto avresti provato per la tua prima nipotina che ha i tuoi stessi colori. Pelle chiara e capelli biondi. Chissà se avresti provato un coinvolgimento più fisico, fatto di abbracci e carezze, o uno più mentale, da zio orgoglioso.

Lei è ancora troppo piccola per capire veramente , ma forse anche io ero troppo piccola con i miei 23 anni, quando te ne sei andato, portandoti via un bel po’ della mia spensieratezza dei vent’anni.

Però è bello sapere che ci sono dei luoghi tutti nostri dove ti trovo sempre. Nei sogni, dove sei sempre il benvenuto. Nella musica. Nei tuoi libri.

Grazie per la visita di questa notte.

Torna a trovarmi quando vuoi.

 

 

La vera nobiltà

“La conoscenza è la vera patente di nobiltà, e non importa chi sia il padre tuo e di quale stirpe egli sia. Conoscenza e comprensione sono le fide compagne della vita che non si riveleranno mai insincere con te. Giacché la conoscenza è la tua corona e la comprensione il tuo bastone e finché esse saranno con te non potrai possedere tesoro più grande”

Khalil Gibran (1883 – 1931)

Oggi, questo pensiero perché sia un buon giorno davvero.

Cose che (non) dimentico

“Ascolta la sua voce che ormai canta nel vento, Dio di misericordia vedrai sarai contento”

 

21.48 dell’11 gennaio 2016.

Finalmente mi fermo in questa giornata triste per il mondo della musica. Oggi però nonostante la notizia della scomparsa di David Bowie, il mio pensiero va a Fabrizio de André, il mio cantautore preferito. La voce con cui sono cresciuta, pensando a Geordie come alla mia prima ninna nanna. E Fabrizio.

Fabrizio con la sua chitarra classica.

Fabrizio con la sigaretta.

Fabrizio con le sue poesie.

Fabrizio con Dori.

Sono passati con oggi 17 anni da quando Faber ha lasciato questo mondo, quando aveva solo 58 anni. Siamo quasi diventati maggiorenni senza di lui, in tutto questo tempo.

Eppure, sembra scontato, ma anche se ci ha lasciati orfani, le sue canzoni non invecchiano mai perché sono nate per essere senza età, senza una collocazione temporale precisa. Non credo che sia necessario ripercorrere la sua biografia,  le librerie e il web sono piene di qualsiasi tipo di informazione sulla sua vita e la sua musica.

Ma quello che lui ha lasciato in ognuno di noi non si può descrivere. Lui che ci ha emozionato, che ci ha insegnato a navigare in direzione ostinata e contraria. Che con le sue canzoni ci ha fatto innamorare, arrabbiare, riflettere e piangere.

Lui che comunque ci ha fatto il dono più bello per quanto, a mio avviso, poco compreso: suo figlio Cristiano, che incarna tutta la sensibilità che aveva anche il padre. Un’anima fragile dentro una corazza ruvida da vita sregolata.

E oggi voglio pensare anche a Cristiano che strimpella con la sua chitarra, pensando a suo padre. Perché per tutti noi era Faber, ma per lui era solo papà.

Per quanto tempo ti penserò

 in quelle notti a Genova

giù lungo il porto, dentro quei bar

sogni cambiati in spiccioli

quale destino mai ci fermerà

quale assassino senza nome

ci sentivamo invincibili

ci sentivamo così

Storie migliori non sentirò di quelle notti a Genova

bevevi troppo, fumavi un po’

perso nella tua musica

quale silenzio ci confonderà

quale invisibile padrone

ci sentivamo invincibili

ci sentivamo così

Chi ci ha tenuto lontani

chi ci ha cambiato non so

come le macchine che vanno via

ombre e stagioni così

chi ci ha piegato le mani

chi ci ha tradito non so

ora che queste nuvole spazzano via

i miei ricordi così

Quale destino mai ci fermerà

quale assassino senza nome

ci sentivamo invincibili

ci sentivamo così

fabrizio de andre 

Ti amo in tutti i TAG del mondo

Questo è il riflessione di questa mattina. E ci sono arrivata con uno strano giro di pensieri.

Ora vi spiego meglio.

Il primo episodio è successo qualche giorno fa. Mi sono comprata una piccola sveglia da comodino, perché sono stufa di dover tenere sempre acceso il cellulare, seppure in modalità offline. Non so se sbaglio qualcosa io, ma tutti i fenomenali poteri cosmici dell’iphone, sveglia inclusa, vengono meno se si spegne l’aggeggio (beati i Nokia dell’anteguerra, che con la sveglia si riaccendevano da soli). Mia figlia Gaia, quattro anni e mezzo di pura adrenalina e ciccia da mordicchiare, guarda quello strano oggetto sul comodino e molto candidamente mi chiede “Mamma ma che cos’è?”. In effetti non ci avevo mai riflettuto. i bambini dell’età di mia figlia molto probabilmente non dovranno mai sopportare il bi-bi-bi delle sveglie di una volta, che ti svegliavano con la stessa delicatezza di una doccia gelata in pieno dicembre.

E poi stamattina. Stamattina ho rivisto una mia vecchia fotografia, anno 2006 credo, che Facebook mi ha riproposto nella sezione “Accadde oggi”.

E’ una fotografia scattata ad una classica cena fra amici, ai tempi delle fotografie sviluppate e non solo conservate nella memoria del telefonino o condivise sui social. Più che pensare al fatto che sono già passati 10 anni da quello scatto (che mi fa pensare che ai tempi avevo solo 20 anni, aiuto!), mi ha fatto uno strano effetto vedere che portavo un ingombrantissimo orologio al polso. E che ne andavo anche fiera nel 2006. Che a quei tempi l’orologio diventava parte integrante del look con cui uscivi di casa.

C’è stata la moda di orologi grandi come bussole, poi quelli di plastica piccoli e colorati, poi quelli a stampe floreali, poi il periodo del Chronotech. Poi i cellulari e i polsi vuoti. Penso che ormai non sarei neanche più in grado di tenerlo per una giornata intera, mi sentirei stringere. Ora c’è il cellulare a dirti che ore sono, a svegliarti la mattina, a ricordarti gli appuntamenti, a farti il backup della vita.

Premetto, non sono contraria alla tecnologia e ai social network, dato che lo stesso mondo dei blog di cui faccio parte è un social. Però la presenza così ingombrante di questo tipo di tecnologia e delle centinaia di social network ha modificato tantissimo anche il modo in cui vengono vissuti i rapporti umani in generale.

Ti innamori, ti fidanzi o ti lasci? Su Facebook cambi lo status da single a impegnato e viceversa, passando per tutte le varianti di “impegnato in una relazione complicata” o “in una coppia aperta”.

Scopri di essere incinta? Condividi sul Instagram una foto #gravidanza #tiaspettiamo #tantoamore #tuttalavita #5settimanedinoi #bebèabordo

Litighi con la ex del tuo fidanzato? Twitti un post di fuoco, ovviamente senza specificare a chi ti stai rivolgendo perché tanto LEI lo capirà.

Ma è quando si è innamorati, o si è convinti di esserlo, che si da il meglio di sé sui social. Si condividono album interi di fotografie, si ricorda ogni giorno a tutto il mondo quanto fantastica sia la persona con cui stiamo. Bacheche piene di cuori e baci in bella posa, filtrati e studiati ad arte. Sembra quasi che si debbano colmare dei vuoti che ormai la vita vera non riesce più a riempire, obbligandoci alla realtà virtuale per dare un senso compiuto alle nostre relazioni.

Ti taggo, ti aggiungo a fotografie e post.

Per fare un paragone artistico e riprendere quello che è il tema principale del blog, mi viene in mente quanto scritto dall’umanista Leon Battista Alberti.

Nella sua opera De statua, composta ipoteticamente attorno al 1460, distingue due tipologie di scultura: per via di porre e per via di levare. Ci sono i modellatori che tolgono e aggiungono (quindi pongono) materiali molli per giungere all’opera compiuta, ma appunto sono solo modellatori, le cui opere, per quanto belle, sono facilmente scalfibili. I veri scultori sono coloro che invece levano dalla pietra tutto ciò che è superfluo, e arrivano così alla figura perfetta che già era contenuta nel blocco iniziale.

Secondo me in amore è un po’ la stessa cosa: ci sono quelli che pensano di amarsi e che devono continuare ad aggiungere pezzi per evitare che l’amore si sgretoli come una scultura di cera.

Chi si ama veramente invece è come lo scultore: toglie tutto ciò che non serve e giunge alla vera sostanza dei sentimenti. Non ha bisogno di aggiungere troppe parole, cose, fotografie, dimostrazioni pubbliche dei propri sentimenti. Deve solo levare per arrivare al vero amore. Solo in questo modo l’opera d’arte può resistere nel tempo, così come resiste la pietra.

Il pensiero di oggi era questo, l’amore ai tempi dei social.

 

Buona domenica

Paola

Mangia

Perché Dio non ti sbatte una porta in faccia senza prima averti almeno aperto una scatola di biscotti

Ovvero, che cosa ci faccio qui?

 

Prima parte: Italia (Mangia)

Mi sono imbarcata nella prima avventura letteraria iniziata totalmente nel 2016, come anticipato in un post precedente: Mangia, prega, ama di Elizabeth Gilber. Non ho ancora terminato la lettura, ma qualche spunto di riflessione volevo già condividerlo.

Non ho visto il film, non ho letto nessuna precedente recensione. Ho scelto il libro esclusivamente perché mi ha incuriosito il sottotitolo “Una donna cerca la felicità”. Arrivata anche io, ahimé, alla soglia dei fatidici trent’anni, come la protagonista del romanzo, sono anche io alla ricerca di quella che potrebbe essere definita la vera felicità (concetto assolutamente relativo, me ne rendo conto, ma qualche punto fermo nella vita dobbiamo pur cercarlo).

Per quanto riguarda la sua struttura, il romanzo è diviso in tre parti, quasi come fosse omaggio la Divina Commedia, corrispondenti a tre viaggi: l’Italia, India e Indonesia. Ogni capitolo rappresenta quindi uno dei verbi che compongono il titolo. Mangiare, pregare e amare. Già basterebbero queste tre cose per vivere felici.

Il viaggio della protagonista di questo romanzo parte proprio da questo: cosa ti fa essere profondamente infelice nonostante tu abbia una bella casa a New York, un marito che ti ama, un lavoro ben retribuito, la prospettiva di avere dei figli (“Avere un figlio è come farsi un tatuaggio in faccia. Devi essere maledettamente sicuro di volerlo davvero”). Come puoi soffrire di attacchi di panico quando hai già quello che la maggior parte delle persone desiderano anche per tutta una vita? Quando insomma, dovresti considerarti molto più fortunata della media.

Una storia che parte da un momento di crisi, uno di quei bivi della vita di cui tanto si parla, il momento in cui decidi se salire sul treno con la tua bella valigia, oppure guardarlo dalla banchina mentre parte.

Liz, la protagonista, decide di partire, cercando di trasformare in un nuovo inizio la sua crisi. Toccato il fondo, non resta che risalire per non annegare.

Il suo primo punto fermo è: imparare l’italiano. Dietro questa voglia di imparare una lingua parlata in un solo paese c’è ovviamente molto di più. C’è la ricerca del piacere e della bellezza fine a se stessa, senza nessuno scopo pratico. Il tornare a riappropriarsi del tempo della propria vita, uscendo per un attimo da quel frullatore che è l’esistenza adulta. Chi di noi non vorrebbe poterlo fare? Per un anno intero, staccare la spina alla ricerca della vera felicità. Quale luogo migliore per iniziare questo viaggio se non Roma, la città dell’amore per la cucina e per la dolce vita?

Per il momento mi riapproprio del mio tempo e della mia piccola parte di felicità tornando alla lettura.

Spero vogliate scusarmi.

A presto.

 

Paola

Cinque del mattino

Il mio orario perfetto.

L’orario perfetto per scrivere e non perdere neanche un pensiero della notte, per leggere, per fare sport, per riordinare cose e pensieri, per iniziare nel migliore dei modi e sentire che sarà davvero una bella giornata.

Da questo punto di vista penso di essere stata un monaco buddista in una vita precedente: a letto presto e sveglia molto prima del canto del gallo.

MI ritrovo spesso sveglia all’alba, io e una tazza di caffè, quando persino il mio cane mi guarda come se fossi una pazza a lasciare così presto il tepore del letto per buttarmi su un computer a battere dei tasti.

E voi? Quale è la vostra ora migliore per scrivere o per coltivare le vostre passioni?

Se come me avete un lavoro a tempo pieno, una famiglia, dei figli  e un cane, quando riuscite a ritrovare un po’ di tempo per voi?

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