Un commento a La bella di Lodi, di Alberto Arbasino

“Le ragazze di Lodi, grandi, belle, con la loro pelle splendida e un appetito da uomo, quando son dritte possono essere molto più forti di quelle di Milano.”

La bella di Lodi, edizione Adelphi 2002

La bella di Lodi di Alberto Arbasino (Voghera , 22 gennaio 1930 – Milano, 22 marzo 2020) viene pubblicato per la prima volta nel febbraio del 1961 come racconto in due puntate, un rimando ai romanzi d’appendice francesi del XIX secolo, sul settimanale Il Mondo.

Nel 1963 La bella di Lodi diventa un film, alla regia Mario Missiroli e una giovanissima Amanda Sandrelli per protagonista. Il romanzo viene pubblicato, in un’edizione rivista e ampliata, una prima volta nel 1972 da Einaudi, e una seconda nel 2002 da Adelphi, edizione in cui la Sandrelli campeggia in copertina in tutta la sua bellezza tanto provocante quanto raffinata.

L’incipit del romanzo, l’amicizia che lega l’autore con Ennio Flaiano (redattore capo di Il Mondo e sceneggiatore), la sua pubblicazione su un settimanale che era la voce dell’ideologia borghese e laica del secondo dopoguerra e la sua immediata trasposizione cinematografica: questi elementi insieme sono già una dichiarazione d’intenti e un’anticipazione su quello che il romanzo rappresenta a livello stilistico e di messa in scena, con poca mediazione, della società dell’Italia settentrionale negli anni del boom economico, le cui caratteristiche sono disseminate qua e là lungo tutta la trama, con rimandi alla musica, alle automobili, alla cultura dei primi anni ’60.

La bella è Roberta, giovane lodigiana appartenente alla ricca borghesia rurale, orfana di entrambi i genitori, che gestisce l’azienda di famiglia insieme alla nonna e ad un indolente fratello, Sandro, a cui è molto legata e he si atteggia a dandy di provincia.

Una dichiarazione d’intenti nell’incipit, dicevamo, che anticipa quella misoginia latente presente in tutto il romanzo che, a discapito del titolo e nella cornice di una storia che racconta una gestione matrilineare dell’azienda di famiglia, fa capire chiaramente al lettore che ci muoviamo nel contesto di una società ancora maschilista, che non tollera lo scandalo, la società del matrimonio riparatore e del pettegolezzo contenuto dietro i ventagli delle signore in chiesa.

Il titolo e il Capitolo Primo introducono  appunto al contesto sociale e culturale in cui si svolge la vicenda, a partire da Lodi, anche se in realtà la storia scorre su più “set”, la maggior parte dei quali sono spazi aperti: strade, autostrade, autogrill, la spiaggia di Forte dei Marmi dove avviene il primo incontro di Roberta con Franco, l’altro protagonista del romanzo, oggetto di amore e odio da parte della bella.

Franco, uomo dalla dubbia identità: meccanico, proletario, guitto, inetto, furfante e galeotto. E forse non si chiama neanche Franco.

Si possono individuare due momenti, due scintille che fanno partire l’azione della storia, che travolge Roberta come una valanga: il primo momento è l’incontro della donna con Franco. I due giovani, che non sappiamo quale età abbiano, dopo una breve fase di “avvicinamento” fanno sesso e alla mattina dopo Franco scompare, insieme a diversi beni di valore di Roberta che però sceglie di non denunciarlo.

La seconda scintilla si può collocare poco prima dei festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei nonni di Roberta, quando Sandro intercetta una lettera che Franco ha spedito alla sorella e la convince a incontrarlo ancora, ma per farlo arrestare.

Se la voce narrante lungo tutto il romanzo è quella di un narratore esterno, a volte onnisciente a volte invece che si sovrappone al punto di vista di uno dei personaggi, c’è un Intervallo in cui è Sandro che parla, che racconta la sua versione dei fatti e chiarisce alcuni punti oscuri della vicenda, oltre a rovesciare addosso tutto il disprezzo che prova nei confronti di Franco, tanto da sperare che muoia in un incidente automobilistico.

Dalle parole di Sandro sappiamo che Franco ha in realtà una compagna e che torna da Roberta solo quando ha finito di spendere tutti i soldi che le aveva rubato alla fine del loro primo incontro.  

Ma i piani non vanno esattamente come Sandro spera perché la sorella, dopo avere fatto arrestare Franco, lo cerca ancora e, una volta uscito di prigione, si unisce al suo gruppo di guitti e inizia a recitare per l’Italia. Qui abbiamo l’unico riferimento temporale sicuro di tutto il romanzo: l’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, che fissa con sicurezza lo svolgimento dei fatti nel 1961.

Roberta, Sandro, Franco. Ma quali sono gli altri protagonisti di questo romanzo? Si possono distinguere due tipologie di personaggi: ci sono personaggi principali, il trio formato da Roberta, Sandro e Franco, attorno ai quali la storia è costruita. Ma c’è anche tutta una serie di personaggi secondari che si muovono sullo sfondo (le vere “ombre vivaci sullo sfondo”) che rappresentano una sorta di coro come nel teatro greco: i nonni di Roberta e Sandro, i genitori di cui non sappiamo nulla se non che sono morti (e chissà cosa direbbero davanti ai comportamenti della figlia), gli amici,  i genitori di Franco, la coppia che aiuta Roberta quando Franco la aggredisce, la zia Giuseppina e lo zio Cesare, i guitti della compagnia teatrale cui Roberta si unisce per un periodo.

Tutti questi personaggi secondari parlano con le loro azioni, senza alcuna caratterizzazione psicologica, anche la nonna che è il vero deus ex machina della vicenda, colei che ne decide di fatto la conclusione.

Nel gruppo di amici, Giorgio merita qualche parola a parte. Forse antagonista di Franco, il giovane, sicuramente di buona famiglia, ha un rapporto così intimo e speciale con Sandro da fare quasi pensare che i due siano una coppia di amanti, più che amici, e che la vicinanza a Roberta non sia altro che un pretesto per i due giovani per stare insieme in un momento storico in cui sicuramente l’omosessualità non era ancora socialmente accettata, così come la libertà sessuale per le donne.

Dal punto di vista della lingua e dello stile, La bella di Lodi sembra pensato per diventare sceneggiatura, con una scrittura che suggerisce immagini, periodi studiati come partiture musicali che puntano a rendere azioni e descrivere ambientazioni come fossero scenografie, e dialoghi che più che esplorare la condizione psicologica dei protagonisti o dare informazioni aggiuntive, come vorrebbero i manuali di scrittura creativa, sono pura e semplice trasposizione del parlato, anche sotto forma di discorso indiretto libero. 

Dai dialoghi emerge con forza la cadenza settentrionale dei protagonisti (quei arda o ciavete per esempio, disseminati qua e là) tranne Franco che forse tradisce una provenienza meridionale, non confermata dall’autore.

Uno stile diretto, neorealistico, senza filtro alcuno, con la descrizione di scene di sesso che sono a volte disturbanti anche per lo smaliziato lettore contemporaneo, quindi si può solo immaginare l’effetto sul pubblico degli anni ’60 o ’70.

Quello che rimane terminata la lettura di La bella di Lodi è una sensazione di stordimento, di storia senza lieto fine, che vede in Roberta e Franco due moderni Romeo e Giulietta la cui fine non coincide con la morte ma, per assurdo, con il matrimonio.

Bibliografia:

Come ombre vivaci sullo sfondo, di Federico Della Corte (Libreria Universitaria Edizioni, 2014)

Paola Cavioni

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Righe su “La seconda legge di Mendel” di Barbara Boggio

“Cos’è l’immensità, un vuoto che non ha
Niente di simile al profondo dei tuoi occhi
Che dopo la realtà è un’ombra tiepida
Mentre dal fondo il cuore sembra che mi scoppi”

Edera, Max Gazzè

La seconda legge di Mendel (Divergenze edizioni, 2020, euro 14)

La seconda legge di Mendel di Barbara Boggio è uscito lunedì 14 dicembre in edizione curata da Divergenze.

Un romanzo breve e delicato; una carezza che però si lega all’anima come un’edera su un balcone.

Il titolo richiama, almeno per me che nelle materie scientifiche  al liceo non ero quella che si definisce una cima, all’ansia delle interrogazioni di scienze (“oh ma tu te la ricordi la seconda legge di Mendel???”).

Le leggi di Mendel sull’ereditarietà parlano della trasmissione dei caratteri da una generazione all’altra.

Ed è questo il nodo fondamentale da cui nasce la storia del protagonista nel momento in cui lo conosce il lettore. L’adolescente Jordan, un nome che ricorda quello del famoso giocatore di basket, che ha una famiglia allargata ma incompleta allo stesso tempo, con il padre alcolizzato e in carcere e un presente in salita.

Insieme a Jordan ci avventuriamo in un’indagine alla ricerca della sua identità, della comprensione di ciò che di genetico c’è nel suo carattere, dei pensieri sul tipo di persona che potrà diventare da adulto. Perché questo adolescente pieno di insicurezze ha però una certezza: non vuole somigliare a suo padre.

“Mi chiamo Jordan e ho sedici anni. Devo il mio nome alla creatività dei miei genitori. Giorgio e Daniela. Per il loro primogenito e per celebrare un grande amore hanno unito i loro due nomi in uno, sommando, togliendo, aggiustando.”

Jordan non è però l’unico protagonista, perché in questo breve romanzo corale, narrato in prima persona (e non poteva essere altrimenti) ci sono anche le voci di Daniela, Anna, Cristian e quella di Giorgio, il padre di Jordan, che rimane in secondo piano.

Daniela è la mamma di Jordan e della piccola Anna. Una donna diventata madre forse troppo presto, che ha dovuto affrontare le conseguenze della separazione dal padre di Jordan e le difficoltà e le incertezze di crescere da sola un bambino.

Almeno fino a quando non arriva Cristian, che nella vita fa l’educatore. Anzi sarebbe più corretto dire che è un educatore, perché un lavoro simile per farlo bene devi proprio sentirtelo cucito addosso.

“Era una mia zona sacra; m’ero ripromesso di smettere col sociale il giorno in cui non avessi più sentito il fremito dell’indignazione, il desiderio di ribaltare le ingiustizie, o almeno di provarci.”

Con Cristian, Daniela recupera un po’ di quella serenità e fiducia nel mondo che le consente di diventare ancora madre. Così arriva la Anna a fare compagnia a Jordan.

Anna, il nome palindromo e un amore immenso, non sempre corrisposto, per il fratello maggiore.

La seconda legge di Mendel è un libro sulla ricerca della propria identità, sulle domande che inevitabilmente tutti si pongono nel corso della vita. Perché non possiamo scegliere i nostri genitori. Non possiamo scegliere in quale parte del mondo nascere. Non decidiamo il colore della nostra pelle o la nostra statura, non decidiamo di quali malattie genetiche, o congenite, potremo soffrire.

La seconda legge di Mendel è una storia sussurrata eppure potente come il fischio di un megafono. È il grido di aiuto che si leva da tanti adolescenti, da quei ragazzi che fanno a pugni con la loro identità, per mille motivi diversi.

Jordan, metaforicamente, li rappresenta tutti. È il ragazzo ribelle perché il padre è in carcere, ma è anche il giovane extracomunitario che non si sente accettato dai compagni di classe, è l’adolescente dislessico che è stato bocciato e non vuole riprendere gli studi, è il ragazzino sofferente perché tutti lo chiamano checca.

E poi è un libro che parla ai genitori, e ci parla dei nostri figli.

Perché i figli hanno il potere di riportarti con i piedi per terra, di fare i conti con la tua vera essenza. Se fuori dalle mura domestiche sei un’insegnante, o un manager, o un medico, in casa quando torni alla sera e lasci fuori il mondo, sei solo mamma o papà.

“Specie quando il freddo è fuori e dentro, quando i sorrisi sono appena accennati e le parole da consegnare agli altri sono macigni.”

Ma La seconda legge di Mendel è soprattutto un libro che parla di speranza, di cambiamento, della volontà instancabile di cercare di costruire un futuro migliore, anche a dispetto delle proprie radici, se queste ci costringono a terra e impediscono di spiccare il volo.

Perché, per fortuna, ogni tanto la mela può anche cadere lontano dall’albero.

Barbara Boggio

nasce a Varese nel 1974. Educatrice e pedagogista, ha trascorso gli ultimi vent’anni a seguire bambini, ragazzi e famiglie in situazioni di fragilità. Crede nell’ascolto e nella cura, i più potenti strumenti educativi. Autrice del blog e del libro Per tentativi ed errori, ha tre figli, due lavori e un paio di gatti.

https://pertentativiederrori.com/

Divergenze Edizioni

di Belgioioso (Pavia) è una realtà senza scopo di lucro che nasce per sostenere la promozione e la conservazione dei Sapere attraverso una selezione severa rivolta ad offrire solo testi di qualità, sia l’attività di Onlus e progetti sociali, devolvendo ad esso i proventi.

Trovate tutte le informazioni sui loro progetti nel sito web https://divergenze.eu/

Paola Cavioni

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Donne che raccontano il SUCCESSO

Sabato 12 dicembre ho avuto l’onore di condurre un evento pensato a quattro mani con Isabella Catapano Botero, autrice di Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo.

Prendendo spunto proprio dal libro di Isabella, edito da Porto Seguro (trovi la mia recensione del libro al link https://righediarte.com/tag/nessuna-scusa), abbiamo voluto coinvolgere nella discussione sul tema del “successo oggi” anche Barbara Boggio e Denise Cumella, per esplorare l’argomento da diversi punti, partendo proprio dal punto di vista femminile, parlando di lavoro, famiglia e tanto altro.

In un momento storico in cui si respira una comprensibile aria di negatività, la nostra sfida è stata quella di parlare attraverso la voce e le esperienze di tre donne, madri, imprenditrici, esempi positivi e di concreti di donne che per lavoro o per propria esperienza incarnano il significato di “successo” nella sua accezione più ampia.

Successo come raggiungimento di piccolo o grandi obiettivi ogni giorno, successo come accettazione del fallimento, successo come soddisfazione personale indipendente da qualsiasi tipo di risvolto economico o di riconoscimento sociale.

Ecco il video del nostro evento, tra emozione e tanti spunti di riflessione.

E per te cosa vuol dire avere successo nella vita?

Le donne che si sono raccontate sono:

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Oggi faccio azzurro di Daria Bignardi

Oggi faccio azzurro, in edizione ebook su Kindle (Mondadori)

Questo tempo che immobilizza tutti e ci costringe a rimanere forzatamente in casa può avere anche dei risvolti positivi in tante piccole cose, se siamo in grado di apprezzarle. Nel mio caso, da amante dei libri, è avere più tempo per leggere, e scrivere, e la possibilità di assistere alle presentazioni online dei libri, cosa che sicuramente non avrei potuto fare con questa frequenza in un “tempo normale”, presa fra lavoro, famiglia, varie ed eventuali.

Infatti ieri sera ho potuto assistere alla presentazione di Oggi faccio azzurro, ultimo romanzo di Daria Bignardi edito da Mondadori (disponibile anche in edizione ebook), in una piacevole intervista condotta dalla libraia Laura Fedigatti sulla pagina Facebook del gruppo Book Advisor.

È bastato assistere all’evento per farmi venire voglia di prendere il libro e così, complice il Kindle e una notte insonne, eccomi qua a parlare di questo romanzo, dopo averlo iniziato e finito in poche ore.

La storia è presto detta: tre anime ammaccate, alla ricerca di un modo per elaborare i vuoti delle loro vite, in primis la protagonista Galla, si conoscono nello studio della loro terapista e cercano, insieme, di uscire da un momento di stallo della loro vita, che li costringe di fatto ad una non-esistenza.

Ma da una trama così apparentemente semplice, cosa rimane alla fine della lettura di Oggi faccio azzurro?

Le Voci

“Le cinque del mattino sono un buon compromesso: silenzio, buio, ma anche il portinaio già alzato per portare i bidoni della spazzatura in strada si occuperà di smaltire anche il mio corpo, in tempo per risparmiarne la vista ai bambini che escono per andare a scuola.”

È la voce di Galla che ci accoglie nella prima parte del romanzo, e non riesco a non rimanere colpita da due particolari che incontro appena inizio a immergermi nella storia.

Le cinque del mattino e il 13 agosto.

Le cinque del mattino sono il mio orario preferito per scrivere. Amo l’alba, la sveglia presto, proprio alle cinque per godere del silenzio della mattina (ovunque io sia, anche in vacanza) in quello spazio che appartiene ai pochi mentre i più ancora dormono. Un’ora in cui sento forte la vita che scorre, sia quando esco a camminare in estate che quando posso scrivere con una tazza di caffè e una coperta sulle gambe in inverno. Un’ora piena di vita, mentre per Galla le cinque del mattino sono l’orario ideale per suicidarsi. Curioso come si possano avere punto di vista diversi su una cosa così banale come un numero sull’orologio.

E poi il 13 agosto, la data in cui per la prima volta Galla sente la voce “dall’iperuranio” di Gabriele, la pittrice tedesca Gabriele Münter. Il 13 agosto è il giorno del mio compleanno.

La storia è un flusso di pensieri, anzi di più pensieri. Più voci che si uniscono in un coro armonico. Perché se di fatto la narrazione è in prima persona, le voci narranti sono tre: Galla, Bianca e Nicola. Persone diverse che hanno in comune lo studio della terapista Anna Del Fante. Tre vite diverse per tre registri stilistici diversi.

Vite unite dal filo conduttore delle parole della psicologa, una voce che cerca di dirigere i protagonisti come farebbe un direttore d’orchestra.

E poi, come anticipato, c’è la voce sincera, rabbiosa e tagliente di Gabriele, che a suo modo cerca pure lei di fare terapia a Galla, e forse l’aiuta più di quanto lei voglia ammettere, oltre a metterla faccia a faccia con l’elaborazione del dolore e della rabbia per la fine del suo matrimonio.

“Anna Del Fante ha la mia età, ma si veste da anziana. Col pensiero le ho cambiato stile come quando lavoravo per le riviste di moda: starebbe bene con un taglio corto di Pier Moroni con collo scoperto e ciuffo mosso, via quegli occhialetti rossi da farmacia, via quei camicioni da mercato, camicie di Equipment, pantaloni di Biani, mocassini. È alta, di giorno può fare a meno dei tacchi, anche se è un po’ larga di fianchi.”

Autoritratto di Gabriele Münter

I colori

Galla diventa Gialla nel soprannome di quando era bambina. Giallo, il colore della sua pelle da malata di talassemia.

C’è l’azzurro del cielo e dei mosaici del mausoleo di Galla Placidia, l’imperatrice romana di cui la protagonista porta il nome. E il colore del Cavaliere di Kandinskij, compagno di vita e di arte di Gabriele.

Forse non è un caso che l’azzurro in psicologia sia associato all’espressione artistica e alla creatività.

C’è il nero del momento di depressione che, i modo differente l’uno dall’altro, stanno affrontando i protagonisti del romanzo. 

C’è il rosso degli amori che sì sono finiti, come ogni cosa che sulla terra abbia vita, ma che almeno ci sono stati.

Prima e Dopo

Bianca, prima di conoscere di persona Galla e Nicola, li chiama semplicemente “Prima e Dopo”, nell’ordine in cui li vede entrare dallo psicologo.

Prima e dopo.

Questa è la sensazione che si prova a leggere questo libro, scritto e ambientato nel 2019, quindi appena prima  della pandemia che ha sconvolto gli equilibri del mondo.

Prima e dopo.

La sensazione che ognuno prova, nel rispecchiarsi nelle vite degli altri, quando ci si trova davanti a uno spartiacque che cambia la vita in modo inatteso e imprevedibile.

Il raggiungimento della maggiore età. Un matrimonio o cambiare casa dopo un divorzio. Il momento in cui rimani orfano o perdi un bambino. La morte del tuo idolo dell’adolescenza.

La Rabbia e l’Amore

Due sentimenti che spesso vanno a braccetto come due facce della stessa medaglia.  

C’è l’amore finito fra Galla per l’ex marito Doug, che dopo vent’anni insieme la lascia nel momento in cui lei avrebbe più bisogno di essere amata e protetta, proprio come quello di Gabriele e Vasilij.

C’è la rabbia della “voce” di Gabriele che dopo cento anni ancora non ha perdonato Kandinskij per averla lasciata quasi come in un film, quando il marito dice alla moglie “Vado a comprare le sigarette e torno subito”. Kandinskij le sigarette va a comprarle in Russia, lasciando Gabriele e la Germania, per mettersi poco tempo dopo con una donna che ha la metà dei suoi anni. Kandinskij passa alla storia per il suo genio creativo e per le sue opere di riflessione sull’arte.

Gabriele suo malgrado passa alla storia come “l’amante di”. Destino purtroppo molto comune condiviso da donne forti, compagne di uomini altrettanto forti e geniali.

Concludo come mio solito indicando a chi è adatta questa lettura, secondo me.

Per la prima volta mi sento di consigliare questo libro in particolare a donne che hanno bisogno di riconnettersi con la loro autostima, con le loro unicità, con la loro forza ma anche con le fragilità mai ammesse in una società che sempre più stigmatizza chi ammette la propria debolezza.

Una frase su tutte mi rimane della presentazione di ieri sera, ed è con quella che voglio chiudere queste righe dedicate a Oggi faccio azzurro: per chi ama leggere ogni libro è un amico.

E io sento di avere trovato amici sinceri in ognuna delle voci di questo romanzo toccante.

Daria Bignardi

Nata a Ferrara nel 1961, giornalista, intellettuale e volto noto della televisione italiana, dal 2009 ha pubblicato con Mondadori Non vi lascerò orfani, vincitore fra le altre cose del premio Elsa Morante, Un karma pesante (2010), L’acustica perfetta (2011), L’amore che ti meriti (2014), Santa degli impossibili (2015), Storia della mia ansia (2018).

Vive e lavora a Milano, i suoi romanzi sono tradotti in diverse lingue.

Paola Cavioni

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“Trilogia di New York” di Paul Auster e la scrittura perfetta

“I libri vanno letti con la stessa cura e la stessa riservatezza con cui sono stati scritti.”

Paul Auster

Paul Auster, La trilogia di New York, edito da Einaudi

Scrivere della Trilogia di New York mi ha messo in difficoltà. Più che altro, mi ci è voluto parecchio tempo per mettere insieme le parole  più adatte in uno scritto degno dello stile di Paul Auster (o almeno ci provo)  per parlare di un libro che ho scoperto lo scorso settembre e che ho letto in un paio di giorni.

Per chi ama scrivere, come me, ogni lettura è fonte di miglioramento per affinare il proprio stile, ogni nuovo autore scoperto rappresenta un maestro da cui carpire tecniche e segreti. Leggere la Trilogia è un’illuminazione.

Perché la scrittura di Paul Auster è essenziale, asciutta, senza fronzoli. Niente di più, niente di meno. Perfetta.

Auster è un architetto delle parole, che costruisce periodi, psicologia dei personaggi, capitoli e intrecci, con la stessa pulizia ed eleganza delle architetture moderniste di Mies Van Der Rohe. Questo per quanto riguarda lo stile, perché il contenuto è un’altra storia… La Trilogia  infatti è una discesa negli inferi della vita frenetica e alienante della New York degli anni ’80, un’esplorazione dell’animo umano nelle sue tante sfaccettature fra nevrosi e follie.

Una scrittura diretta, ipnotica e allo stesso tempo ruvida, che ricorda molto lo stile di Charles Willeford. C’è infatti più di un’analogia fra i due autori. Una fra tutte è il richiamo al Walden di Henry David Thoreau, ma lascerò scoprire a voi tutti gli indizi e le somiglianze disseminati qua e là nelle opere e nelle biografie dei due scrittori americani.

Se non avete ancora letto Willeford, vi invito a farlo; so che invece Thoreau mette in difficoltà anche le menti più allenate alla lettura, ma conviene comunque provare a conoscerlo.

La Trilogia si compone di tre romanzi brevi: Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa. La sua pubblicazione nella metà degli anni ‘80 consacra lo scrittore nell’olimpo della letteratura americana contemporanea, destinandolo all’immortalità.

Nella Trilogia ci sono più storie che si rincorrono e si chiudono una nell’altra come una matrioska, un libro nel libro, con i personaggi che sembrano richiamarsi gli uni con gli altri e moltiplicarsi. 

Tre romanzi che hanno protagonisti dall’identità confusa, che cambiano nome o che non lo hanno (Città di Vetro), che sono giochi di colori (Fantasmi), che scambiano la loro vita con quella di amici scomparsi (La stanza chiusa).

E ci sono anche altri elementi comuni in tutte e tre i racconti: la follia, i pedinamenti, il taccuino, la descrizione della vita dello scrittore spiantato. Nella Trilogia infatti c’è anche tanto della biografia dell’autore, come se avesse rotto in mille pezzi le sue esperienze personali come scrittore in cerca di fama, e le avesse disseminate qua e là nella trama.

I temi presenti nell’opera di Auster sono ricorrenti: la solitudine dell’uomo di città e la volontà di ritorno a una vita più ascetica e a contatto con la natura, la follia dovuta all’alienazione dal lavoro e dallo stile di vita contemporaneo. E ancora la ricerca del senso dell’esistenza, il bisogno di certezze insito dell’uomo, il fato, il destino che tiene in mano le vite di tutti, lo studio del linguaggio e del legame fra linguaggio ed esistenza.

Un libro, attualissimo anche se scritto ormai quasi quarant’anni fa, adatto a chi non ha paura di guardare in faccia le molte contraddizioni dell’Occidente, che lascia il lettore alla fine con una lieve ma persistente sensazione di amaro in bocca e la certezza che la società occidentale non è fatta a misura d’uomo.

L’autore

Immagine di Paul Auster

Paul Benjamin Auster (conosciuto anche con lo pseudonimo di Paul Quinn) nasce a Newark, città del New Jersey a pochi chilometri da New York, nel 1947.

Il suo talento per la scrittura si manifesta molto precocemente, tanto che compone le prime poesie attorno ai dodici anni.

La sua carriera come scrittore inizia alla fine degli anni ’70, dopo avere svolto per qualche tempo lavori saltuari. La consacrazione avviene fra il 1985 e il 1987 con la pubblicazione dei libri della Trilogia.

Auster è anche saggista, produttore, attore e sceneggiatore.

Paola Cavioni

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