Lune-dì Scrittura, pillole di storytelling: scrivere è un’abitudine, non un’arte, con Ann Handley

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Questo libro fa al caso tuo.

Le nuove regole della scrittura. Strategie e strumenti per creare contenuti di successo, di Ann Handley.

Un libro in cui tecniche di web marketing e storytelling vanno a braccetto, che contiene principi generali e tecniche applicabili a ogni tipo di lavoro inerente la scrittura.

Il consiglio che riporto in questo secondo appuntamento con i Lune-dì Scrittura è una frase provocatoria che dà titolo al secondo capitolo: scrivere è un’abitudine, non un arte.

Ann Hardley riassume così la spinosa questione ispirazioneVSmetodo:

  1. Ritagliati del tempo ogni giorno, quando sei più fresco.

2. Non scrivere tanto, scrivi spesso.

Questo vuol dire che, a prescindere dal fatto che tu ti senta o meno “ispirato”, devi sederti e scrivere, scrivere, scrivere. L’ispirazione arriverà.

Vuol dire anche che momento di maggiore produttività di ogni creatore di contenuti è assolutamente variabile durante la giornata e dipende da molti fattori individuali.

C’è chi scrive meglio appena sveglio alle cinque del mattino dopo una buona dose di caffè, chi invece preferisce fermare i pensieri sulla carta nel silenzio della notte, quando la famiglia già sta dormendo.

L’importante, dopo avere individuato questo momento, è procedere con una pianificazione puntuale e con un piano d’azione.

Perché la scrittura è metodo, dedizione e costanza. Solo in questo modo si può superare l’ansia della pagina bianca.

Perché se pensi che l’ispirazione ti cada in testa da un momento all’altro, forse non sei sulla buona strada…

Ann Handley è Chief Content Officier di MarketingProfs, azienda di formazione è ricerca seguita dalla più grande comunità mondiale di esperti di marketing.

Il libro, edito da Hoepli, è acquistabile anche su Amazon, per andare direttamente allo shop dal link affiliazione di Righediarte clicca QUI.

Paola Cavioni

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Febbraio. A papà.

“Là fuori c’è la guerra e dormi
Ma qui ci penso io a te
Vorrei che non tremassi come me
Ho visto piangere un gigante
Figurati se non piango io
Che sono nato adesso amore mio
Confesso che non so, non so
Come si può, afferrare il vento
E il tempo che non ti do, è tempo perso

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi, i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

E quando il modo di aiutarti
Sarà non aiutarti più
Sorridi in faccia all’odio e manda giù
Potrei svegliarti poi ma poi non so
Se poi, sarà lo stesso
Ora è sempre il mio miglior momento

Voglio parlarti adesso
Solo per dirti che
Nessuno può da questo cielo in giù
Volerti bene più di me
Voglio parlarti adesso
Prima che un giorno il mondo porti via
I tuoi sorrisi grandi i giochi tra le porte
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma quando vai sai che mi trovi qui

Le stelle appese poi cadranno giù
E un giorno ci diremo addio
Ma se una notte sentirai carezze sarò io

Voglio parlarti adesso
Prima che un bel tramonto porti via
Le corse senza fine, addormentarsi insieme
E quell’idea che tu resti un po’ mia
Non sarò mai pronto a dirti sì
Ma tuo padre sarà sempre qui

Si è fatto tardi, adesso dormi”

(Voglio parlarti adesso, Paolo Jannacci)

13 febbraio 2021

Oggi ho riascoltato “Voglio parlarti adesso” di Paolo Jannacci.

Per uno strano scherzo del destino, l’ultima canzone che ho ascoltato con te papà, un anno fa, giorno più giorno meno.

Ti ricordi? Io e i bambini eravamo tutti ancora mezzi malati e sei venuto una sera, poco prima di cena, per darmi una mano, come facevi sempre.

Ho approfittato di un secondo di calma per farti sentire questa canzone che mi aveva colpito molto per la sua dolcezza, mi sembrava una poesia e volevo che tu la ascoltassi.

Una lettera che un padre scrive a sua figlia, parole importanti e piene; tu non la conoscevi e mi hai detto “certo che somiglia tanto a suo padre”, riferendoti a Enzo Jannacci. Nella tua testa credo che fosse un bel complimento.

L’hai ascoltata tutta la canzone, in silenzio seduto vicino a me, sul letto di Gaia.

Non so cosa hai pensato sentendo la frase “e un giorno ci diremo addio”, non me lo hai detto, forse in quel momento a niente o forse hai pensato la stessa cosa che ho pensato io.

Forse solo non hai detto niente per pudore, perché sapevamo tutti e due che quel giorno sarebbe arrivato, prima o poi, ma lo vedevamo come una cosa ancora lontana, una cosa sulla quale si poteva scherzare.

Come quando ti ho chiamato la sera che mi sono fatta male mentre giocavo a pallavolo, e in macchina sulla strada verso il pronto soccorso mi hai detto “ma cosa farai quando non ci sarò più?”, e io ridendo ti ho chiesto invece cosa avresti fatto tu senza una figlia che ti faceva fare le notti brave in ospedale, in giro fino alle quattro del mattino. Quella notte hai fatto amicizia con tutte le persone che erano con noi in sala d’attesa, hai fatto ridere pure il ragazzo sofferente con la spalla rotta. Perché tu eri fatto così, ogni tanto sopra le righe, ma è da te che ho imparato a non seguire la massa e a ragionare sempre con la mia testa.

Quella sera di un anno fa dopo avere ascoltato la canzone non potevamo immaginare che in poche settimane sarebbe cambiato tutto.

Che ti saresti ammalato e che non ti avremmo più rivisto.

Che saresti stato inghiottito da un mostro più grande di te, di noi, dall’unica cosa che poteva abbatterti, tu che eri la forza di tutti. Che un ombra arrivata dall’altra parte del mondo avrebbe tolto a Gaia e Francesco uno dei loro amati nonni, uno dei loro punti di riferimento.

Francesco era così piccolo, eppure fra di voi c’era un rapporto così speciale che ancora oggi ogni sera lui guarda il cielo e cerca “la stellina del nonno” per salutarti e augurarti la buonanotte.

E Gaia. Bè, Gaia sai come è fatta e quanto ti amava, ha ancora tanta rabbia e la capisco.

Tra pochi giorni sarà il tuo compleanno.

Il verbo giusto è sarebbe, ma faccio ancora fatica a capire cosa sia presente e cosa sia invece passato quando penso a te papà.

Vorrei tanto dirti che mi dispiace di non averti abbracciato quel giorno sul letto, non so perché non l’ho fatto, non volevo essere melodrammatica. Pessima scelta, col senno di poi.

Vorrei tanto chiederti scusa per tutti gli abbracci che non ti ho dato, ma io sono fatta così.

Sono sempre riuscita a esprimere meglio i sentimenti con le parole.  

E quante parole che ci siamo scambiati io e te, soprattutto negli ultimi anni. Era come se sentissimo l’urgenza di confrontarci su ogni cosa, proprio come nella canzone, come se sentissimo il tempo scorrere via dalla mani troppo in fretta, troppo indifferente. Come se cercassimo di fermarlo ogni volta che andavamo insieme a camminare in campagna, ogni volta che al mare si andava al largo a nuotare e parlavamo della vita, dell’educazione dei bambini, dei ricordi e del futuro.

Avrei voluto avere ancora futuro con te papà, c’era un viaggio in Irlanda da fare insieme, ti avevamo appena regalato il kindle così eri più comodo a leggere quando andavate in giro. Ma il destino ha deciso diversamente.

Dopo quasi un anno, e Dio solo sa quanto difficile sia stato, ancora non so se sono capace di andare avanti senza la tua presenza, mi sento ancora persa.

Spero sempre di passare da casa e trovarti nel tuo studio, fra i tuoi libri, intento a lavorare, a scrivere, a parlare con qualcuno che viene a chiederti consiglio.

Ci sono stati dei momenti in passato in cui sono stata gelosa di tutta la gente che veniva a chiederti aiuto, a tutte le persone che portavano via tempo alla tua famiglia. Ma era proprio questo che ti rendeva così speciale e che ti teneva vivo.

La tua capacità di aiutare in modo incondizionato tutti, in un modo molto concreto e umano.

Non eri sicuramente un santo, ma un uomo saggio, quello sì, per questo sei stato un punto di riferimento per molti.

Sono orgogliosa di averti avuto come padre, questo lo sai, te l’ho scritto più di una volta, anche pubblicamente.

Quello che vorrei sapere è se tu sei stato orgoglioso di avermi come figlia, e se lo saresti ancora adesso, adesso che mi sento così fragile anche quanto tutti mi dicono che sono forte.

Per il tuo compleanno invece che darti un regalo te ne chiedo uno io.

Mi piacerebbe tanto sognarti, non so perché ma non succede mai. Vorrei parlarti ancora una volta.

Vorrei darti, anche solo in sogno, quell’abbraccio che non ti ho dato un anno fa, darti tutti gli abbracci che non ci siamo dati da quando sono diventata adulta ma che ti ho dato attraverso le braccia dei miei figli.

Questa lettera è per te papà, ma anche per me, perché ne avevo bisogno. Come ho bisogno di te.

Ed è solo una piccolissima parte delle cose che vorrei dirti in questo momento.

Non c’è cura al vuoto. Manchi immensamente.

Salutami lo Ste.

Tua figlia

Righe su “La donna degli alberi”di Lorenzo Marone

“I bilanci non sono per la nostra ultima parte di vita, stanno invece nel mezzo, sono per chi ha ancora tempo da tessere, mia nonna non si perdeva dietro ai bilanci, aveva da tirare avanti con dignità.”

Lorenzo Marone

Oggi torno a parlare di Lorenzo Marone, autore napoletano che apprezzo e stimo molto e che ho avuto anche la fortuna – dico fortuna perché è scrittore di successo ma assolutamente affabile e soprattutto profondo – di conoscere di persona nel 2018 in occasione dell’uscita del suo romanzo Un ragazzo normale (incentrato sulla storia del giornalista Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra nel 1985).

A ottobre del 2020 Marone esce con La donna degli alberi (Feltrinelli editore), romanzo molto differente rispetto ai suoi precedenti.

La copertina è evocativa: una donna ci cammina distrattamente davanti agli occhi, scalza e alta come gli alberi, una moderna Gulliver dei monti. Questa donna non ha volto, come nel romanzo la protagonista, che parla in prima persona, non ha un nome.

Nessuno ha un nome nella storia, i personaggi che portano avanti la narrazione sono identificati dalla loro caratteristica principale: lo Straniero, la Guaritrice, la Rossa, il Cane.

Personaggi che richiamano agli archetipi della psicologia e che guidano il lettore in un processo di profonda identificazione.

La donna degli alberi è la storia di una donna in fuga dalla città e da una vita nella quale non si riconosce più, da un passato forse doloroso che ci viene presentato in frammenti di ricordi e lunghe riflessioni, e da un complesso rapporto con i genitori, in particolare con il padre, tema ricorrente nell’opera di Marone.

È una storia di fuga e ritorno, di ricerca e di elevazione dello spirito umano che esplora e scopre se stesso nel contatto con la natura, con la montagna che è sfondo e ambientazione della vicenda, che non ha però una precisa collocazione temporale e spaziale.

La montagna, che può essere una madre amorevole ma anche una Medea inconsapevole che uccide i suoi figli.

La montagna è anche una madre esigente, che costringe l’uomo a fare i conti con l’infinitamente grande e con l’infinitamente piccolo: la maestosità degli alberi secolari, l’altezza delle vette che sfiorano il cielo e conoscono il mistero dell’esistenza di dio, che ricordano con forza quanto sia fragile la vita.

La donna degli alberi è un libro che profuma di resina e legno che brucia nel camino, che fa sentire nelle mani la fatica del freddo che spacca la pelle alla fine di una giornata di lavoro.  

Un libro che commuove, che insegna, come solo la montagna sa fare, carico di riflessioni sul senso di chi siamo, con il tempo che è assolutamente il protagonista indiscusso. Il tempo che scandisce le vite, unico reale comune denominatore di ogni esistenza.

Chiudo questa recensione con la descrizione che si trova in terza di copertina e che riassume pienamente lo spirito che accompagna tutta la narrazione: “un romanzo lirico e poetico sulla forza d’animo che, a volte senza saperlo, custodiamo dentro di noi. Un invito a coltivare la bellezza del minuscolo e dell’essenziale, a preoccuparsi anche per ciò che verrà e che è altro da noi.”

Puoi acquistare il romanzo su Amazon, al link affiliazione di Righediarte cliccando QUI.

Trovi le mie recensioni ad altri due romanzi di Lorenzo Marone, Un ragazzo normale e Magari domani resto, a questo link:

https://righediarte.com/tag/lorenzo-marone/

L’autore

Lorenzo Marone è nato a Napoli nel 1974.

Esordisce nel 2015 con il romanzo La tentazione di essere felici (Longanesi). Con Longanesi pubblica anche La tristezza ha il sonno leggero, premio Como 2016 da cui è stato tratto il film omonimo.

Con Feltrinelli pubblica Magari domani resto (Premio Bancarella 2017), Un ragazzo normale (Premio Giancarlo Siani 2018), Tutto sarà perfetto (2019) e i saggi Cara Napoli (2018), Inventario di un cuore in allarme (2020).

Il sito web dell’autore è  www.lorenzomarone.net

Per acquistare i romanzi su Amazon clicca sul titolo del libro.

Paola Cavioni

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Lune-dì Scrittura, pillole di storytelling. Il grande libro della scrittura di Marco Franzoso

“La scrittura non è mai stata un lavoro oneroso per me ma qualcosa che essenzialmente mi dava piacere (soprattutto se accompagnato dall’ascolto di tanta buona musica piacevole e qualche sorso di prosecco altrettanto gradevole). Scrivo sempre ascoltando tanta musica che influisce abbastanza sul taglio e sul tono e sul ritmo della mia scrittura che vorrebbe assomigliarli il più possibile.”

Alberto Arbasino, 2004

Caro lettore di Righediarte, inauguro oggi una nuova rubrica del lunedì dedicata all’arte della scrittura con Lune-dì Scrittura, sperando di poter essere utile a chiunque senta di avere una storia da raccontare ma non sa da quale parte iniziare.

Lo storytelling è un argomento che mi appassiona tantissimo sia come lettrice che come bookblogger, perché conoscere e comprendere le tecniche e le macrostrutture che sono alla base di ogni produzione letteraria (ma anche cinematografica) fornisce gli strumenti per apprezzare il reale valore di un’opera.

Ogni lunedì darò una “pillola” di storytelling partendo da un testo specifico.

Il mondo dei manuali di scrittura è davvero infinito, quello che voglio fare è provare ad indicare un possibile percorso di lettura che passi attraverso la manualistica classica (per chi già più esperto, Il viaggio dell’eroe di Vogler per esempio, pietra miliare per chiunque si approcci alla scrittura e di cui parlerò nei prossimi post della rubrica) ma anche, come nel caso di oggi, testi più recenti e, a mio avviso, molto completi, precisi e di facile lettura.

Inizio con Il grande libro della scrittura. Manuale pratico, avventuroso, e filosofico per scrivere qualsiasi storia, edizione il Saggiatore (2020), di Marco Franzoso perché davvero rappresenta un perfetto lavoro di sintesi, rielaborazione e innovazione rispetto al tema della costruzione di una storia e di un romanzo.

Dalle prime pagine di questo bellissimo testo prendo il primo consiglio di scrittura che trovo molto utile per chi aspiri a diventare un autore.

La prima pillola è la Regola delle 25 parole.

Per quanto possa suonare insolito un buon romanzo si può riassumere tranquillamente in 25 parole, non di più.

Per esempio “la giornata di un uomo normale è rivivere nel quotidiano le tappe di un’Odissea contemporanea.”

Lo hai riconosciuto? È l’Ulisse di James Joyce!

Qualsiasi storia tu abbia in mente, dopo averne scritto una breve sinossi (parleremo anche di questo più avanti) prima ancora di pensare all’intreccio, al carattere dei singoli personaggi o alle scene, prova a riassumere la trama rimanendo entro le 25 parole.

Se ci riesci, significa che la storia sta in piedi! Altrimenti non hai bene in mente il punto di partenza e quello di arrivo della tua narrazione.

Prova e riprova fino a quando la frase fila senza intoppi, quando sarai soddisfatto puoi iniziare a scrivere tutto il resto. Facile no? Diciamo che è più facile a dirsi che a farsi, ma è solo iniziando a scrivere che capirai quello che sto dicendo.

Il grande libro della scrittura è un manuale completo, che tratta del processo di scrittura dalla fase iniziale di individuazione dell’idea che fa da traino alla storia, fino all’editing del romanzo e alla vita dello scrittore, in bilico fra il sacro fuoco e le frustrazioni del quotidiano.

Un libro che pulsa di vita e di amore per la scrittura, non semplice elencazione di tecniche e autori, con moltissimi esempi presi dalla grande narrativa mondiale.

Un testo essenziale per chi voglia iniziare a esplorare il mondo della scrittura, ma anche per l’autore esperto che sente di dovere approfondire e affinare la propria tecnica.

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Paola Cavioni

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