Buona domenica lettori

“La lettura di ogni buon libro è come una conversazione con gli uomini più onesti dei secoli passati che ne sono stati gli autori”

Renée Descartes

Vorrei scrivere …

La vita, in questa parte di mondo, è sempre più frenetica.

Il tempo libero è un bene che si misura con il contagocce e coltivare una passione extra-lavorativa è un’impresa da supereroi, soprattutto quando come me si hanno dei figli piccoli.

I momenti per stare da soli, per coltivare i propri interessi, oppure semplicemente per riflettere sulla propria vita, sono un lusso di pochi e spesso capita di sentirsi obbligati alla vita in società.

E allora il tempo passato nella propria macchina, inchiodati dal traffico nel tragitto fra la casa e il lavoro (e viceversa) diventa per assurdo un prezioso momento di riflessione.

Come direbbero gli anglosassoni: me, myself and I. E la musica ovviamente, preziosa alleata dei migliori pensieri.

Sono quelli i momenti in cui rifletto anche sulle cose di cui vorrei scrivere.

Perché di cose di cui scrivere ce ne sarebbero tantissime.

Vorrei scrivere di quel viaggio in Irlanda che mi ha fatto arrivare fino alla fine del mondo, affacciata sulle scogliere delle ventose isole Aran, rivolta verso l’oceano ad immaginare la distanza dal continente più vicino.

Vorrei scrivere dei nonni che accompagnano i bambini a scuola, mano nella mano, con una lentezza ed una pazienza che ai genitori troppo spesso non è concessa.

Vorrei scrivere dell’emozione di quando ritrovi delle fotografie in bianco e nero dei tuoi nonni, e pensi che anche loro sono stati giovani, i loro capelli non erano bianchi e la loro pelle era liscia. E pensi che un giorno assomiglierai a loro.

Vorrei scrivere della mia di nonna, che ha aspettato  mio nonno per sette lunghi anni, perché prima di partire per la guerra si erano dati un bacio, il che equivaleva ad un fidanzamento. Vorrei scrivere della bicicletta di mio nonno.

Vorrei scrivere del profumo delle mattine di marzo, quando assapori l’arrivo della primavera nella prima luce del mattino.

Vorrei scrivere di quelle idee che ti vengono quando ti svegli la notte e che al mattino ti sei già dimenticato.

Vorrei scrivere di tutte le risposte che mi vengono un giorno dopo aver discusso con qualcuno. Vorrei scrivere di chi, come me, non ha tempismo per le cose.

Vorrei scrivere di quell’uomo che ho visto ieri, che faceva volantinaggio per le vie del mio paese. Sulle spalle uno zaino da bambina.Vorrei scrivere di tutti quelli come lui che mantengono i loro figli con la dignità dei lavori più umili.

Vorrei scrivere dei giovani del nostro paese, del coraggio di chi va e di quello di chi resta.

Vorrei scrivere di tutte le persone che, come me, hanno perso un fratello ( o una sorella). Vorrei scrivere mille punti di domanda – perché proprio a me? – e mille punti esclamativi su un dolore che non potrà mai passare, perché per tutta la vita ti sentirai derubato di una parte di te.

Vorrei scrivere del silenzio delle biblioteche e del profumo dei libri.

Vorrei scrivere della rabbia che sale davanti alla persone che giudicano ma che non muovono un dito.

Vorrei scrivere di quel crampo allo stomaco che ti viene quando capisci di esserti innamorato, e di quando invece capisci di non amare più.

Vorrei scrivere di tutte le canzoni che ti entrano sotto la pelle e che non smetteresti mai di ascoltare. Perché ascoltare una bella canzone è come fare l’amore.

Vorrei scrivere di tutto questo e di molto altro.

Vorrei.

“Cominciai a sognare anch’io insieme a loro, poi l’anima d’improvviso prese il volo …”

Il destino non gli ha concesso il lusso – o la sfortuna? – di invecchiare.

Il tempo non è riuscito a cancellare la sua memoria.

La sua poesia lo ha reso immortale.

“Mille anni al mondo mille ancora
che bell’inganno sei anima mia”

Buon compleanno Faber, ovunque tu sia.

 

Fabrizio De Andrè  (18 febbraio 1940 – 11 gennaio 1999)

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Buongiorno …

“Esattamente come fanno quei film che ad una certa velocità innaturale ci permettono di osservare fenomeni-come lo sbocciare di un fiore- invisibili a occhio nudo, così la lettura ci dimostra che non è sufficiente che le cose accadano, per conoscerle: e laddove nella vita la “sensazione del cambiamento” ci viene risparmiata, nei personaggi di un libro possiamo scoprire questa verità che, seppure dolorosa, è il segreto stesso del nostro destino.”

Da “Il nostro cuore cambia”: Proust e le rivelazioni della lettura di Emanuele Trevi 

“Quando si legge non si impara qualcosa, ci si trasforma in qualcosa”

La mente ha degli strani meccanismi di associazione degli eventi.

Nella mia memoria il Cile ha il volto sorridente di un esiliato conosciuto durante una vacanza in Croazia con la mia famiglia nel 1999. Non ricordo il suo nome, ma ricordo mio padre che mi racconta la sua storia: si era dovuto trasferire in Europa perché, giovane studente di sinistra, non poteva rischiare la vita nel suo paese d’origine.

A quattordici anni però ancora non conoscevo la travagliata storia contemporanea del Cile e di tanti altri paesi dell’America Latina. Non conoscevo ancora Perón, Batista e Fidel Casto, Allende e Pinochet.

La storia del golpe di Pinochet, in particolare, l’avrei conosciuta qualche anno più tardi, attraverso gli studi superiori e soprattutto dai libri di Isabel Allende (1942). Avrei letto ne La casa degli Spiriti la descrizione del primo tragico 11 settembre della storia contemporanea, quello del 1973, del Palacio de La Moneda che brucia sotto i bombardamenti dell’esercito, della repressione, delle sevizie ai dissidenti, dei desaparecidos. La dittatura ha a disposizione un intero vocabolario.

Diversi autori hanno trattato il tema del golpe in Cile, anche Luis Sepulveda (1949) ne Il Generale e il Giudice, ma Isabel Allende è indubbiamente la voce più nota, anche data la sua parentela con il presidente Salvador Allende, caduto proprio durante il golpe, forse suicidatosi proprio durante l’attacco al palazzo presidenziale.

Oggi, dopo il libro di Marcela Serrano  (1951)  Il giardino di Amelia (La Novena), conosco anche un’altra triste realtà che era all’ordine del giorno durante gli anni della dittatura cilena. Il confino.

Una storia che abbraccia , attraverso gli occhi dei protagonisti, gli ultimi trent’anni la storia del Cile.

Il libro si apre con il protagonista, il giovane Miguel Flores, che, sospettato di svolgere attività contro il regime, viene mandato al confino in una piccolo paese ad un’ora e mezza da Santiago, senza mezzi di comunicazione con il resto del mondo.

In questa sua nuova condizione di esiliato, Miguel trova protezione ed amicizia in una ricca vedova, Amelia, proprietaria della tenuta La Novena. Una donna dai modi diretti, anticonvenzionali che lo protegge, si prende cura di lui, lo fa riflettere sul mondo, sul potere della memoria, sulla vita e soprattutto lo avvicina al mondo dei libri.

“Mi piace tirar tardi, ma soprattutto con i miei libri […] Sapessi quante vite vivo! Se non leggessi, dovrei farmi bastare la mia vita e per quanto divertente possa essere, è sempre e soltanto una. Troppo poco per me.”

Tra i due nasce una forte complicità che sfocia in un’intimità che si intuisce, benché non mai esplicitamente descritta. Un rapporto che sembra sincero, fino a quando Amelia viene arrestata e torturata con l’accusa di aver favorito un dissidente. Miquel non è lì con lei per difenderla e renderle il favore: fugge in Inghilterra e riesce a rifarsi una vita, ancorché divorato dal senso di colpa. Devono passare vent’anni prima che l’uomo riesca a tornare nel suo paese, per cercare quello che è rimasto della Novena e di Amelia. Ma vent’anni non sono forse troppi?

In tutto il romanzo, la dittatura fa da sfondo alle vicende dei protagonisti, e raramente viene descritta nelle sue peggiori manifestazioni, in questo Marcela Serrano si conferma un’autrice delicata e accessibile a tutti.  Il giardino di Amelia guida il lettore in un percorso a ritroso, dal 2005 al 1985, compiuto dal protagonista per fare pace con il suo passato, per affrontare il senso di colpa dell’aver abbandonato la donna che lo aveva salvato, nel corpo e nello spirito.

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Paola Cavioni

Il giardino di Amelia

“Eppure imparo più cose sulla natura umana dai romanzi che dalle creature in carne e ossa. Credimi, posso scorgere la grandezza e le miserie, le luci e le ombre di ciascuno, l’ambiguità, quanto buoni e quanto cattivi possiamo essere. Insomma, là dentro incontro la vita.”

Domani sul blog, la recensione dell’ultimo romanzo di Marcela Serrano.

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Thomas Stearns Eliot

“Non smetteremo di esplorare, e alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta”

Buon compleanno Maestro

Franco Zeffirelli – Firenze, 12 febbraio 1923

Tanti auguri di buon compleanno ad un poeta della macchina da presa, ad un’anima immortale.

“Il mondo è sempre stato salvato da chi guardava avanti”

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“Di parole si può vivere…”

Ti ritrovo in bilico d’apnea
le mani strofinacci
che di nuovo sei in balia
di una rima che allacci.

Di parole si può vivere
mi hai detto stamattina
mentre un sole stretto
apriva nuvole.
Come sono quando pensi a me?
Un nome, un suono di due sillabe?
O il centro di un qualcosa
che non si crea?
L’istinto a cui si è arresa
ogni tua idea?
Potessi amore esser nemmeno una donnna
ma il punto esatto del foglio
dove ti scivola nero il tratto di penna.

Sbuco da un riflusso di pazzia
e muto adesso, tu di ghiaccio,
sembri già in balia
di un altro abbraccio.

Cos’è un uomo senza più realtà…
Un nome, il suono di una pagina…
Sei il centro di un qualcosa che non si crea…
L’istinto a cui si è arresa
ogni mia idea.
Ma se potessi amore
soffiarti via quel pensiero
che a tratti
mi pare ti toglie il respiro…
e la moglie dagli occhi.

La moglie del poeta, Max Gazzè dall’album Quindi? (2010)

poesiaHo già parlato altre volte di musica nel mio blog, perché la musica è arte, in alcuni casi poesia.

Oggi mi sento di condividere un pensiero su questa meravigliosa canzone di Max Gazzè, scritta a quattro mani con il fratello maggiore Francesco, come tantissimi suoi successi. Se Max è un vero musicista, Francesco è sicuramente un poeta dei nostri giorni. Un paroliere, un autore raffinato, mai scontato, che riesce a non ripetersi mai nei testi delle sue canzoni, che rimane dietro le quinte ma condivide con il fratello un enorme talento per la musica e una reale attenzione alla cura dei testi, cosa che si fa sempre più raramente nella musica italiana.

Ho dovuto ascoltare due volte questa canzone per capirne fino in fondo il significato. Apparentemente sembra la dichiarazione d’amore di un uomo alla propria donna. In realtà è esattamente l’opposto.

E’ la moglie che parla al marito. Un marito fuori dal comune: un poeta. Una simile sensibilità si trova in un’altra famosa canzone scritta da un uomo per le donne: Quello che le donne non dicono di Enrico Ruggieri.

La donna che ama il poeta sa che ci sarà sempre un’altra figura femminile nelle loro vite, un’amante presente e ingombrante: la Poesia, che pervade ogni aspetto dell’esistenza di chi la segue e le dà voce. Una musa in carne ed ossa che reclama la propria parte di attenzione.

Lo vediamo con gli occhi della moglie, il poeta di cui non conosciamo il nome, che si affanna per cercare la giusta rima, mentre la donna si crogiola nel dubbio di cosa lui pensi di lei (sono un nome o solo il suono di due sillabe?).

Il moto di gelosia per una passione che porta il marito da un’altra parte, in un’altra dimensione. E il dubbio sull’intensità del suo sentimento, la gelosia che fa desiderare di non essere più una donna in carne ed ossa, ma una pagina bianca pronta per essere accarezzata dall’inchiostro di una penna. Lei che deve farsi spazio nell’universo dei pensieri del marito, che con lo sguardo e con l’anima è già altrove. Che guarda la sua donna ma non la vede realmente, il suo sguardo le passa attraverso, verso altre mete che, quasi come la pazzia, lo allontanano dalla realtà.

Perché avere un’anima poetica può anche essere una condanna.

Max Gazzè – La moglie del poeta

 

Paola Cavioni

L’importante è essere convinti

Quando ti dici da sola – faccio giusto un salto in libreria ma non compro niente. 

Esci con la autobiografia di Peggy Guggenheim.

E pensare che ero in giro per cercare una profumeria.