Lettera notturna

Ti scrivo in una notte senza sonno, papà, affidando i pensieri alla scrittura per riuscire, come mi capita spesso, a metterli in fila, a vederli più chiaramente.
A provarci almeno.
Scrivere, alla fine, è un modo come un altro per affrontare la realtà.

Il bollitore borbotta sul fornello.
L’unico altro suono, in questo momento, è quello dell’orologio sulla parete: pessimo acquisto analogico che di notte diventa una colonna sonora molto vintage, ma anche molto sgradevole. Ormai però sta lì appeso, e mi dispiace quasi mandarlo in pensione anticipata.

Per il resto la casa si è fatta silenziosa: i ragazzi dormono, e anche dalla strada finalmente sono spariti gli schiamazzi e i clacson. Resto nella solitudine degli insonni.

Rumori a parte, la capacità di prendere sonno facilmente non è mai stata la mia specialità, fin da adolescente. Ormai ne sono consapevole e non mi agito nemmeno più: sono sregolata e lo so, come so che domani notte dormirò come un sasso, ma adesso è inutile insistere.
Ho sempre invidiato chi riesce a silenziare i pensieri a comando, appena mette la testa sul cuscino.

Mi chiedo se tu abbia mai avuto questo problema. È strano come siano proprio certi piccoli dettagli a ricordarti di non aver mai saputo tutto, nemmeno delle persone che ti sono state più vicine.
Quante notti insonni avrai passato nella tua vita. A cosa pensavi?

Davanti a me ora c’è una povera camomilla indifesa che mi guarda, e sono abbastanza sicura che abbia più sonno lei di quanto ne abbia io.

In questi ultimi giorni ti ho pensato tanto, papà.
Forse perché sta arrivando febbraio e manca meno di un mese al tuo compleanno.
Sarebbero settantaquattro? Sto iniziando a perdere il conto: devo fermarmi e fare i calcoli con le dita. Duemilaventisei meno millenovecentocinquantadue.

Ti penso mentre scrivo al tavolo della sala da pranzo, in una casa che è stata la vostra di giovani sposi, poi la nostra come famiglia, e ora dopo infiniti giri tornata mia.
Mia e dei ragazzi. Siamo qui, abbiamo tenuto le stanze, sistemato le crepe, e no, non sto parlando solo dei muri.

I rumori stanno diventando familiari, i gesti e i riti abituali . Dove nel tempo dell’infanzia siamo stati in cinque, ora siamo in tre. Stiamo imparando nuovi equilibri, tra colazioni veloci di sbadigli, zaini da disfare e cene di risate e parole.

A volte mi sembra di camminare in una casa che conosco a memoria ma con un passo diverso, più attento, come se dovessi continuamente ricordarmi che adesso tocca a me tenere insieme tutto.
“Sono l’uomo di casa”, dico spesso con un sorriso ai ragazzi.

Chissà cosa diresti tu di questa nuova condizione.

Spunti anche durante la giornata, all’improvviso. Proprio ieri, mentre aspettavo la metropolitana dopo il lavoro, una ragazza accanto a me ha tirato fuori dalla tasca il telefono che squillava. Sullo schermo ho letto chiaramente: “Papà”, con un tenero cuoricino.
Ha risposto con una voce squillante; dava istruzioni che ho riconosciuto subito, parole che mi sono state familiari per molto tempo:
Sì sì papà, io sto arrivando. Fate ancora qualche gioco insieme che io arrivo.”

Un nonno e il suo bambino che aspettano insieme il ritorno della mamma dal lavoro. Una scena come tante.
Mi sono trovata a fissare quella ragazza, e avrei tanto voluto dirle quanto, in quel momento, stessi invidiando quel loro gesto così apparentemente semplice.

Ho ripensato a quando ero io a telefonarti mentre tu eri in giro con Gaia piccola, o con Francesco, o a casa con la mamma.
“Sono bloccata in tangenziale ma sto arrivando, faccio il prima possibile.”

Quando loro erano piccoli e la vita iniziava a essere tutta una corsa per riuscire a tornare a casa velocemente, per poter esserci anche solo un quarto d’ora in più, con il profumo di salviette di bambini e le manine sporche.

Non so cosa darei per poter tornare una sola volta in uno di quei momenti, ma con la consapevolezza di oggi.

Tornare a uno dei nostri pomeriggi insieme, in pasticceria da Trava. Seduta al tavolo ad aspettare mentre guardavi il bancone pieno di dolci, e poi prendevi sempre la solita “musica al cioccolato”. Francesco se le ricorda ancora, anche se era molto piccolo, io da quando non ci sei non ne ho più mangiate. Una specie di madeleine al contrario.

Che bello sarebbe poter tornare una sola volta a parlare con te, a chiederti un consiglio, a ridere raccontandoti una delle mie “cavionate” quotidiane. Tornare a parlare di storia, di teatro, di tutte le cose che non capivo e che tu con pazienza mi spiegavi.

Lo sceneggiatore che ha scritto, e sta scrivendo, le nostre vite non ci ha fatto mancare proprio nulla, nel bene e nel male. Una giostra senza sosta, dove alcuni di noi sono scesi forse troppo presto.

Penso che sarebbe bello avere quella certezza, quella fede, per sapere che tu da qualche parte ci guardi ancora, tu con lo Ste.
Io di fede non ne ho molta, di certezze men che meno. Però ti cerco nei ricordi, nei gesti che mi vengono naturali senza sapere bene da dove arrivino, nelle frasi che mi scopro a ripetere ai ragazzi e che riconosco come tue. Ti cerco in quello che ci hai insegnato senza farne una lezione, solo vivendo, sbagliando. E di sbagli, modestamente, io sono una professionista.

Non ho mai pensato che il compito dei figli sia quello di rendere orgogliosi i genitori, ma vorrei tanto sapere se almeno un po’ tu oggi lo saresti, nonostante tutto.
Proprio di recente ho sentito una frase molto bella: i figli appartengono alla vita.
Forse è questo il lascito più grande che ci avete dato: la libertà di essere, di sbagliare, di provare, senza dover dimostrare niente a nessuno. Andare avanti portando con noi quello che serve, lasciando andare il resto.

Nel frattempo si sono fatte le due.
La casa ora vibra al solo ritmo dei respiri leggeri dei ragazzi, un suono pieno e fragile insieme, che mi tiene ancorata al presente. Li guardo, li ascolto e penso che, in fondo, è così che si resta: nei respiri di chi viene dopo, nei giorni che arrivano dopo le notti insonni, nella vita che continua ad essere sempre una meravigliosa scoperta anche quando fa male.

Ed è giusto così.

È una notte di pensieri questa, papà.
Ora provo a dormire.

Buonanotte.

28 gennaio 2026

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Serendipity. In cerca della meraviglia che non cercavo

“La vita è ciò che ti accade mentre fai altri progetti”

John Lennon

Qualche giorno fa, tornando dal lavoro, ero in metropolitana nel solito tratto tra l’ufficio e il parcheggio milanese dove lascio l’auto alla mattina.

Come spesso capita a chi prende quotidianamente mezzi di trasporto, ero presente fisicamente ma non “realmente”: in piedi in mezzo alla folla, con la mente sui pensieri in sospeso — cose da fare, figli, casa, appuntamenti da confermare.

Alla fermata di Duomo sono riuscita a sedermi, non avevo con me nulla da leggere e non mi andava di prendere ancora in mano il cellulare dopo una giornata passata al pc.

A quella stessa fermata è salita una coppia sulla settantina che si è seduta proprio di fronte a me.

Lui e lei. Eleganti ma senza essere fuori luogo, vestiti quasi uguali: entrambi giacca in camoscio e pantaloni color sabbia.

Non ho capito se fossero turisti o no perché da quella distanza e in mezzo al frastuono di centinaia di altre voci non sentivo in che lingua parlassero.

Ma non sarebbero comunque state le loro a colpirmi e restarmi impresse.

Lei, bellissima nel suo tempo non più giovanile, portava i capelli bianchi con una grazia semplice, lunghi fino alle spalle, viso senza un filo di trucco ma meraviglioso in ogni ruga d’espressione o d’età. Lui brizzolato, fisico asciutto.

Per tutto il tempo del viaggio lei ha tenuto la testa sulla spalla di lui, e di tanto in tanto allungava il collo per lasciargli un bacio sulla guancia, con quella leggerezza e intimità che solo chi ama conosce e riconosce negli altri. Ogni tanto sembrava che si avvicinasse al suo collo per annusarne profumo.

Lui di contro l’ha tenuta per mano tutto il tempo. Sempre.

Due ragazzini nel corpo di due adulti fatti e finiti.

Può far sorridere, ma è stato uno dei momenti più belli della mia giornata, sono scesa dalla metropolitana leggera, quasi anche io riempita di quell’amore che due sconosciuti si stavano scambiando nei loro semplici gesti di complicità.

Quella scena, breve e forse per molti anche insignificante, mi ha aperto il cuore perché mi ha ricordato che la vita non si svela sempre nei grandi eventi, ma nei dettagli che sfuggono se siamo troppo concentrati a guardare avanti.

Serendipity.

Serendipità in italiano, è “la capacità di rilevare e interpretare correttamente un fenomeno occorso in modo del tutto casuale durante una ricerca scientifica orientata verso altri campi d’indagine.

In pratica è trovare qualcosa di bello o utile per caso, mentre si cerca tutt’altro.

Io in metropolitana non stavo cercando nulla a dire la verità, ma mi sono trovata davanti un’immagine che mi ha fatto tornare alla mente il famoso quadro Il bacio di Hayez in versione moderna ma senza tempo.

Viviamo inseguendo mete, orari, obiettivi scritti per noi da altri, in elenchi puntati sempre più lunghi.

Ma la verità è che spesso la vita accade altrove e ci passa accanto. E ogni tanto ci ricorda con prepotenza tutta la bellezza di quel sentimento universale che è l’amore.

Serendipity.

Accade nei margini, nei momenti non previsti, in quello sguardo che incroci per caso e ti resta dentro.

È il dono inatteso di qualcosa che non stavamo cercando — ma che, forse, stava cercando noi, come quei gesti d’amore su un treno affollato di gente troppo occupata a tenere la mente occupata in mille cose inutili.

Serendipity.

Come il titolo del film, è un frammento di bellezza in una giornata qualunque.

E penso che se non possiamo programmare la meraviglia, forse possiamo allenarci a riconoscerla con un cuore più disponibile; vivere lasciando spazio all’inatteso.

E ogni tanto lasciandoci semplicemente sorprendere.

Paola Cavioni, 3 maggio 2025

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Acrobati

Questa settimana Francesco ha partecipato alla sua prima gita scolastica, partendo emozionato e saltellante come suo solito, zainetto in spalla e cappellino degli Yankees in testa.

Destinazione: un parco a meno di un’ora da casa, rientro nel pomeriggio.

Normale amministrazione, niente di epico, non è che dovesse partecipare alla campagna di Russia.

Eppure, nei giorni precedenti, la famigerata chat di classe — nella quale sono mio malgrado inserita (e ho anche altre due figlie!) — è esplosa in uno scambio serrato, quasi surreale, di messaggi tra mamme. Tutte impegnate a organizzare lo zainetto con la stessa concentrazione richiesta per l’allunaggio dell’Apollo 11.

Padri non pervenuti ovviamente.

Per tutta la settimana mi ha accompagnata un vago sentore di ansia da under performance perché, se dovessi ricevere un voto alla mia partecipazione alla chat, non sfiorerei neanche lontanamente la sufficienza.

Anzi, se fosse valutata come una performance lavorativa, non solo non riceverei il bonus: mi toglierebbero anche il badge e il buono pasto.

A me bastava sapere che Francesco sarebbe andato in gita con la maestra per otto ore, e che sarebbe tornato con le ginocchia impolverate e mille storie da raccontare.

Ci rivediamo nel pomeriggio, Fra. Ti amo. Stop.

Forse è per questo che non intervengo mai in quella giungla di vocali (che, lo confesso, non ascolto mai), cuori, punti esclamativi e polemiche velate: referisco l’essenziale, quando si può.

Perché la vita è già abbastanza complicata senza aggiungerci l’ansia in outsourcing.

E proprio questo pensiero mi ha acceso una lampadina, o meglio: una consapevolezza.

Viviamo in equilibrio precario su due pilastri traballanti: la corsa continua, il confronto perenne e l’ansia a fare da collante fra le due cose.
Con il collega che invia messaggi motivazionali alle 6:42 del mattino, con la mamma della classe che cuce etichette personalizzate anche sugli snack, con i figli degli altri che a sei anni parlano tre lingue, suonano il violino, fanno danza acrobatica il mercoledì e il sabato salvano le balene.

Siamo acrobati di resilienza, eroi silenziosi del quotidiano.

E il bello — o il tragico — è che non abbiamo nemmeno un pubblico pronto ad applaudirci quando, miracolosamente, non mandiamo nessuno a quel paese e riusciamo persino a conservare un briciolo di salute mentale dalle 9 alle 17.

Ogni mattina ci alziamo, mediamente maledicendo la sveglia, il nostro lavoro, il nostro capo e tutte le scelte fatte dal 1999 in poi. Poi, con dignitosa rassegnazione, iniziamo la danza: colazione, scuola, lavoro, riunioni, vocali infiniti, chiamate perse, bambini da recuperare, cena da improvvisare con tre ingredienti, un miracolo e una carota rimasta incollata in fondo al frigorifero.

E poi ci sono loro: le agende a incastro, vero sport estremo per chi ha figli, pura follia per chi ne ha più di uno. Ogni figlio con uno sport diverso, ovviamente, in orari diversi, in luoghi diversi.

E i colloqui a scuola? Altro che after-work. Perché regolarmente ti piazzano il colloquio individuale alle 11 del lunedì mattina, proprio il giorno prima della tua scadenza trimestrale più importante.

Non puoi? Tranquilla, c’è il decimo girone dantesco del “Colloquio collettivo”, che sai quando ti metti in fila, ma non sai in che secolo ne uscirai. Tanto che, quando rientri finalmente a casa non sai nemmeno più come ti chiami ma hai timore di trovarti un inviato di Chi l’ha visto sul pianerottolo.

Poi c’è quel giorno della settimana in cui provi a ricordarti di avere anche una vita sociale, magari per bere un caffè con un’amica, e regolarmente tua figlia ti scrive nel momento clou perché non trova le ginocchiere per la pallavolo. E mentre cerchi di tenere viva, almeno nella tua testa, un po’ della tua identità personale, ti ricordi che questo mese scade l’assicurazione della macchina e non hai fatto partire la lavastoviglie!

E la domenica? Che dovrebbe essere sacra. Rilassante. Zen. Inizia con una lavatrice alle 7:30, continua con la caccia alla felpa “quella con il dinosauro, non quella con gli squali!” e culmina in una crisi esistenziale davanti al calendario settimanale, tentando di incastrare karate, inglese, dentista e, se va bene, tre respiri profondi e un “ma chi me l’ha fatto fare” a mezza bocca.

Siamo acrobati, noi genitori del terzo millennio, ma non per scelta. E ogni tanto da funamboli, da quel filo teso sul quale siamo in equilibrio ogni giorno, cadiamo di faccia cercando di tenere tutto insieme, di essere dei genitori discreti, di mantenere un lavoro, di non dimenticarci la telefonata ai nostri genitori, di mangiare sano, fare sport e non usare il cellulare al volante.

Cercando in questo caos quotidiano di prenderci la nostra fettina di felicità, con le occhiaie a farci da medaglia e le agende come campi di battaglia. Sapendo che comunque stiamo facendo del nostro meglio. O almeno ci stiamo provando.

E per dovere di cronaca, quando sono andata a prendere Francesco di ritorno dalla gita, alla domanda: “Allora amore, che avete fatto di bello?”, la sua risposta è stata da manuale:

“Niente, mamma.”

Paola Cavioni, 12 aprile 2025

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Disordine d’aprile

“E non c’è rimedio al mio disordine d’aprile,
mi scuoto e mi rovescio per lavare via l’idea
che troppe cose siano nate con la data di scadenza.”

(Max Gazzè, Disordine d’aprile)

Ieri pomeriggio ero in giro con mio figlio Francesco, sette anni. Io lo seguivo a piedi, lui in bicicletta, mentre spumeggiante come suo solito mi faceva mille domande, perfettamente coerente con la sua età.

Ad un certo punto siamo messi a ridere perché per le strade del paese si sentiva chiaramente l’aria frizzante della primavera in arrivo, ma anche l’odore dei camini, insieme ancora al profumo di carne sulla griglia che arrivava da qualche cortile.

Tutto questo sotto un cielo che stava diventando insolitamente grigio a chiusura invece di una giornata di sole, e proprio quando iniziavamo ad illuderci che la primavera fosse arrivata veramente, perché la pioggia degli ultimi giorni di marzo ha finalmente ceduto il passo al primo tepore d’aprile.

Ma aprile non si smentisce mai, resta un mese bellissimo e incoerente, esattamente come lo sono tutte le persone interessanti. Perché non sai mai cosa aspettarti.

Cielo limpido un attimo, poi nuvole, pioggia improvvisa, e di nuovo sole, ricordo addirittura un anno anche la neve. Aprile ti mette alla prova, non ti concede certezze. Ti fa credere nella stabilità della luce e poi ti costringe a cercare riparo dalla pioggia.

Amo profondamente questo periodo, per me è il mese dei desideri avverati, dato che sono diventata mamma per la prima volta proprio ad aprile. Eppure, l’ho sempre osservato come si guarda un quadro astratto: cercando di dargli un senso, senza mai riuscire davvero ad afferrarlo.

Prendendo in prestito le parole di Max Gazzè, non c’è rimedio al mio disordine d’aprile. Come ti capisco caro Max.

E nel mio personale disordine di aprile ci sono libri iniziati e lasciati a metà, pensieri e poesie scritti di getto e poi dimenticati, riletti e cancellati. Ci sono pensieri che si affollano senza ordine, parole che vorrebbero diventare qualcosa ma restano sospese. C’è tutta la forza e l’energia che mi regala il sole quando poi esce, e toglie dalle ossa il freddo dell’inverno.

E allora lascio che aprile mi porti dove vuole, accolgo le giornate con tutta la loro imperfezione.

Leggo senza seguire un ordine, scrivo senza sapere dove mi condurranno le parole. Guardo il cielo, ascolto la pioggia, scrivo elenchi di desideri, consapevole che molti non si realizzeranno mai mai sono proprio quelli che mi tengono viva. Respiro la luce e, nel caos di questo mese, trovo una forma di bellezza che, forse, proprio perché è bellezza, non ha bisogno di essere compresa o spiegata.

Forse il senso di aprile è proprio questo: imparare ad accogliere il disordine, a lasciare che le cose si mescolino senza opporre resistenza.

Smettere di cercare risposte.

Paola Cavioni, 2 aprile 2025

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Serve davvero una giornata mondiale per ricordarci di essere felici?

When you want more than you have
You think you need
And when you think more than you want
Your thoughts begin to bleed
I think I need to find a bigger place
‘Cause when you have more than you think
You need more space

(Eddie Vedder, Society)

Dal 2013, il 20 marzo è ufficialmente la Giornata Mondiale della Felicità; l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito questa ricorrenza per sottolineare il ruolo fondamentale della felicità e del benessere come obiettivi universali nella vita degli esseri umani e nelle politiche globali. Uno dei punti della Agenda 2030.

Sebbene questa giornata possa sembrare superflua (e anche un po’ naïf) in occidente, in una parte di mondo in cui si cerca costantemente e ossessivamente la felicità, il suo obiettivo è di farci riflettere sull’importanza di perseguirla anche a livello collettivo.

La risposta alla domanda “abbiamo bisogno di una giornata mondiale per ricordarci di essere felici?” parrebbe dunque essere, se per felicità usciamo dai confini dei nostri individualismi ed egoismi.

Se non parliamo di una felicità che rimane in superfice.

A maggior ragione se penso che proprio nel mese di marzo di cinque anni fa il mondo intero era travolto da una pandemia che ha messo in discussione molte delle nostre certezze, inclusa la nostra stessa idea di felicità, quando tutti ci siamo trovati chiusi in casa insieme ai nostri pensieri.

E forse, come capita spesso dopo un evento che ti sconvolge la vita, molti di noi hanno scoperto che la felicità non dipende affatto dall’accumulo di cose, ma dalla capacità di adattarsi e trovare serenità profonda e interiore anche nelle difficoltà. E molti proprio dopo la pandemia hanno attivamente cercato la loro personale strada per la felicità (penso anche al fenomeno delle “grandi dimissioni”, che ha avuto un’accelerata proprio nel post pandemia)

Viviamo in un’epoca in cui la felicità sembra essere diventata un traguardo da raggiungere obbligatoriamente, un prodotto che si può acquistare e mettere in mostra, o una metrica da social media. La felicità è troppo spesso scambiata per un simbolo di status o di apparente realizzazione, un obbligo, qualcosa che deve sempre arrivare da fuori.

“Questa è un’epoca in cui tutto viene messo in vista sulla finestra, per occultare il vuoto della stanza.”

(Dalail Lama)

Eppure, la felicità è una condizione ben più complessa e meno definibile, che per alcuni certo può coincidere con il successo o l’acquisizione di beni materiali, mentre per altri, e io rientro sicuramente in questa seconda categoria, è più legata a uno stato interiore di pace e di realizzazione personale, di rapporto con sé stessi e che si riflette poi nel rapporto con gli altri.

Da diversi anni si parla del “caso Bhutan”, piccola nazione incastonato fra Cina e India con una popolazione a maggioranza buddhista, un paese che ha adottato il parametro della Felicità Nazionale Lorda al posto del Prodotto Nazionale Lordo, riconoscendo che il benessere di una nazione non si misura solo attraverso i dati economici, ma anche dalla qualità della vita e dal livello di serenità dei suoi cittadini. Un approccio che invita a pensare alla felicità come un valore collettivo da promuovere, come un motore della società, come responsabilità diffusa e obiettivo comune.

E non si può non pensare che questo sia anche legato al fatto che il buddhismo, in Buthan, è religione di stato (immagino già i nasi che si stortano al pensiero di accostare la parola Stato a quella di Religione, ma forse qualche mosca bianca esiste…).

Da qualche anno anche io mi sono avvicinata alla filosofia buddhista, che offre un punto di vista molto diverso rispetto alla concezione occidentale del benessere e della felicità.

Secondo il Buddhismo, la felicità non è il piacere momentaneo, ma è assenza di sofferenza.

La sofferenza (dukkha) è considerata parte della vita, ma può essere superata grazie alla saggezza e alla consapevolezza. In questa visione, la felicità non dipende da fattori esterni, come denaro, successo o relazioni, ma dalla nostra capacità di raggiungere l’equilibrio interiore. Solo attraverso una profonda comprensione della nostra mente e dei nostri desideri possiamo imparare a liberarci dalle illusioni che alimentano la sofferenza, coltivando la pace interiore e l’accettazione del presente così com’è.

Il Buddhismo promuove il non-attaccamento, cioè l’idea che la sofferenza nasce dall’attaccamento a ciò che è impermanente. Imparare ad accettare il cambiamento ci permette di vivere con maggiore leggerezza e in ultima analisi con maggior serenità.

Perché tutto passa.

Cose, persone, lavori, problemi, giornate storte.

La nostra stessa vita è destinata a finire; il non attaccamento è un continuo esercizio di felicità perché la capacità di non essere legati a ciò che è effimero ci permette di vivere con maggiore serenità e gratitudine.

Non aggrapparsi alle cose, alle persone o alle situazioni ci aiuta a rimanere centrati nel momento presente, accettando l’ineluttabile flusso della vita senza paura o rimpianto. In questo modo, possiamo sperimentare una felicità che non dipende dalle circostanze, ma dalla nostra capacità di essere in pace con il cambiamento e l’impermanenza.

Consapevolezza, compassione e gratitudine, sono elementi essenziali per il benessere duraturo, sicuramente più che fama, denaro e beni materiali.

Il tema della felicità, che forse ha anche molto a che fare con l’accettazione della nostra condizione di esseri limitati, da sempre ha affascinato filosofi, scrittori e anche uomini e donne di scienza. Credo sia un tema tanto affascinante come diffuso, esattamente come l’amore, soprattutto nella scrittura.

Di tutti i libri che ho letto sul tema ce ne sono 5 che più di tutti mi hanno colpito:

  • L’arte della felicità del Dalai Lama. In questo libro, il Dalai Lama esplora la felicità come un’arte da coltivare attraverso la consapevolezza, la compassione e l’equilibrio interiore. Un’opera che invita a riflettere sul vero significato della felicità, andando oltre il consumismo e le illusioni esterne, per scoprire la pace dentro di sé.
  • Il monaco che vendette la sua Ferrari di Robin Sharma. Spoiler, io adoro Sharma, questo libro in particolare è stato il suo primo best seller. Il monaco, è un racconto ispiratore che unisce saggezza orientale e dinamiche occidentali. Attraverso la storia di Julian Mantle, un avvocato di successo che ad un certo punto della vita sente crollare ogni sua certezza, il libro offre lezioni su come vivere una vita più equilibrata, trovando il vero significato al di là dei beni materiali e della carriera.
  • La via della leggerezza di Franco Berrino e Daniel Percorso in cui la leggerezza diventa una metafora per affrontare le difficoltà quotidiane con consapevolezza, senza essere schiavi delle proprie abitudini distruttive, portando anche molti studi scientifici a supporto del fatto che la gentilezza, e la felicità interiore, realmente allungano la vita.
  • Mangia, prega, ama di Elizabeth Gilbert. Famosissimo romanzo da cui è stato tratto anche l’omonimo film. Una storia di viaggio e di ricerca interiore che racconta come l’autore si ritrovi in un percorso di auto-scoperta. Attraverso tre esperienze diverse in Italia, India e Indonesia, Gilbert esplora il significato della felicità, dell’amore e della spiritualità, trovando l’armonia tra mente e corpo.
  • Flow: Psicologia dell’esperienza ottimale di Mihály Csíkszentmihályi. Csíkszentmihályi è uno dei pionieri della psicologia positiva, quel ramo della disciplina che si concentra sullo studio e sullo sviluppo degli aspetti positivi dell’esperienza umana, esponendo qui il concetto di flow. Il flow (flusso) uno stato di totale immersione e soddisfazione in un’attività, che porta all’autorealizzazione. Un libro che offre una nuova prospettiva sulla felicità, legandola alla concentrazione profonda e al piacere che deriva dall’impegno totale in ciò che si fa. Lettura consigliata soprattutto a chi cerca la serenità anche facendo attività sportiva.

Ognuno di questi autori porta una visione personale, ma il messaggio comune è che la felicità non è un obiettivo esterno da perseguire, ma un processo interiore che dipende dalle nostre scelte, dalle nostre azioni e dalla nostra capacità di vivere nel presente.

Forse la Giornata Mondiale della Felicità non è tanto un’occasione per “ricordarci” di essere felici, quanto piuttosto un invito a riflettere su cosa significhi davvero la felicità.

In un mondo in cui siamo costantemente proiettati verso il futuro, desiderando sempre qualcosa in più, dovremmo imparare a godere di ciò che abbiamo nel presente, portando la felicità in ogni piccola azione quotidiana.

Qui ed ora.

Come quella felicità, calda, improvvisa e avvolgente, che c’è nell’abbraccio di un amico o nella risata di un bambino. È in questi momenti di semplicità che si nasconde forse la vera gioia.

La felicità è sempre lì, pronta a farsi trovare in ogni gesto di amore, spontaneità e connessione che ci regala la vita. Se siamo disposti ad accoglierla.

Paola Cavioni, 20 marzo 2025

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Cinque (importanti) lezioni che ho imparato dai libri

“Una volta che avrai imparato a leggere, sarai libero per sempre.”
(Frederick Douglass)

Ogni ricordo significativo della mia vita è legato a un libro. Ogni istante che ricordo, sia positivo che negativo, è contrassegnato dal ricordo di uno o dell’altro libro. Ogni cambiamento, ogni passaggio, ogni stagione. Non riuscirei a immaginare la mia vita, i miei spazi, le mie conversazioni, senza libri e senza il loro profumo.

Ricordo l’estate calda e la veranda dei miei tredici anni, la sdraio sulla quale per la prima volta ho incontrato Atticus Finch con Scout, il Cardinale Richelieu, Paul Sheldon e tutti gli altri personaggi che hanno popolato la mia immaginazione di adolescente introversa. Ricordo i libri che stavo leggendo quando sono nati i miei figli. Quel Santiago Posteguillo che avevo sul comodino quando è morto mio padre, e la fatica che mi è costata riaprirlo la mattina dopo averlo salutato per sempre.

Da adulta, ho cercato una casa che fosse adatta alla famiglia e ai libri, e conservo ancora un pregiudizio da lettore: se entro per la prima volta in una casa, la prima cosa che faccio è controllare quanti e quali libri ci sono sugli scaffali (questo non l’ho ancora letto!).

La domanda più difficile a cui mi capita di rispondere è sempre “Qual è il tuo genere preferito?”.

Amo e leggo tutto: dai classici mattoni ai romanzi leggeri, autori semi sconosciuti, saggi, libri di sviluppo personale. Non ho mai messo un limite alla mia curiosità di esplorare e scoprire, e penso che mai lo farò.

Aprirsi a questa scoperta è come aprirsi alla conoscenza di nuove persone.

C’è però una costante nel mio approccio alla lettura: non permetto a nessun libro di sfuggirmi senza portarmi a casa un piccolo o grande insegnamento, che va a riempire una valigia preziosa e solo mia. Ecco perché ho deciso di mettere insieme cinque delle lezioni più importanti che ho imparato dai libri, selezionandone uno per ogni insegnamento. Lezioni che segnano una rotta, che non sempre, purtroppo, riesco a mettere in pratica, ma che segnano comunque una direzione.

L’ultima, la più recente e forte, la devo a un grande uomo che ci ha lasciato proprio pochi mesi fa.


  • Saper rallentareUn indovino mi disse di Tiziano Terzani

A marzo di quest’anno, una mattina come tante, mentre andavo a prendere il treno, ho avuto un incidente in macchina. Un incidente stupido che però mi ha lasciato, per settimane, una fottuta paura di rimettermi al volante. Passavo ogni secondo a maledire il fatto di non avere la macchina, a maledire la persona che mi aveva causato l’incidente, ripensando a ogni frazione di secondo di quella mattina pensando “se solo fossi stata più attenta”, tutte quelle cose che si dicono col senno del poi.

Ma c’è un però.

In quelle settimane di lentezza forzata, prima di riuscire a sistemare la macchina, ho potuto accompagnare mio figlio Francesco all’asilo ogni mattina, godendomi i suoi ultimi giorni da “remigino” prima dell’inizio della scuola elementare. Un regalo bellissimo e inaspettato: gli abbracci prima di entrare a scuola e i bacini stampati.

Saper rallentare e guardare le cose da un altro punto di vista è la lezione di Un indovino mi disse di Tiziano Terzani. Nel 1993, Terzani rinunciò ai voli per un intero anno, costretto a rallentare a causa della profezia di un indovino che, molti anni prima, gli aveva predetto che nel 1993 sarebbe morto in un incidente aereo. Girare l’Asia senza poter volare diventò il primo passo di un viaggio straordinario, che gli regalò una prospettiva completamente nuova su un continente affascinante, ma segnato da guerre e complessità.

Rallentare, respirare a pieni polmoni, concedersi il lusso di diventare più consapevoli e coscienti.


  • Restare umaniCecità di José Saramago

Cecità è un romanzo distopico, ma nemmeno troppo, che ci sbatte in faccia l’ipotetico crollo della società occidentale, colpita da una misteriosa malattia che rende tutti ugualmente ciechi, inabili e disumanizza, mettendo gli uomini gli uni contro gli altri. Tutti gli uomini tranne una donna.

La cecità di Saramago è ovviamente metafora della cecità morale e spirituale, cosa che ci spinge a riflettere su un atto di coraggio dal valore inestimabile: restare umani. Una umanità senza nome, in cui ogni personaggio è archetipico.

Mettere da parte il proprio egoismo, restare umani significa riuscire a rispecchiarsi nell’altro, nel vedere ciò che ci unisce piuttosto che ciò che ci divide. Significa letteralmente vedere l’altro. Cecità di Saramago è un’opera potente che ci invita a riflettere su cosa significhi davvero essere umani, mettendo in guardia contro una società in cui l’individualismo prevale sulla collettività e in cui, forse, vediamo senza comprendere.

Col senno del poi, Cecità mi ha fatto pensare a un periodo della mia vita in cui ho sentito davvero il peso dell’individualismo della società occidentale. Come molti, mi sono trovata a dover affrontare momenti di solitudine e frustrazione, e per un po’ ho guardato il mondo da una distanza di sicurezza, pensando solo ai miei problemi. Ma è stato proprio in quel momento che ho imparato, forse per la prima volta, cosa significa davvero essere “umani”: è un atto di responsabilità reciproca, è la capacità di aprirsi all’altro, di comprendere le sue sofferenze e i suoi bisogni. Non siamo davvero completi se non vediamo l’altro, se non siamo disposti a mettere da parte il nostro egoismo per far spazio all’empatia. Questo è stato uno degli insegnamenti più importanti che ho ricevuto dai libri: restare umani non vuol dire essere perfetti, ma riconoscere che l’umanità è una rete di relazioni che si costruisce solo se siamo capaci di vedere davvero l’altro.


  • Il potere curativo della letteraturaL’arte di essere fragili di Alessandro D’Avenia

Nel mio blog ho parlato più volte di Alessandro D’Avenia, uno degli autori italiani contemporanei più profondi. Ho amato tutti i suoi primi lavori, in particolare L’arte di essere fragili, un romanzo-saggio sulla vita di Giacomo Leopardi, in cui D’Avenia cerca di restituire a Leopardi la sua umanità, togliendogli quella patina di “sfigato” che spesso gli viene attribuita nei programmi scolastici.

Leopardi ci ha lasciato un grande insegnamento: la letteratura e la poesia sono luci che illuminano anche quando tutto sembra buio. Ogni età è parte di un disegno più grande: adolescenza come arte di sperare, maturità come arte del morire, morire come arte di rinascere.

Nel libro, D’Avenia non si limita a raccontare la vita di Leopardi, ma esplora anche il concetto di fragilità come parte integrante della condizione umana. La fragilità, lungi dall’essere un limite, è vista come una risorsa, un’opportunità di crescita e di scoperta. Attraverso le parole di Leopardi, D’Avenia ci invita a riconoscere la bellezza anche nelle nostre debolezze, a guardare la vita con uno sguardo più consapevole e più profondo. La letteratura diventa, in questo contesto, uno strumento terapeutico che ci aiuta ad accettare noi stessi e a fare pace con le nostre difficoltà, ricordandoci che ogni emozione, anche la più dolorosa, ha un valore intrinseco.

Questa visione della letteratura come cura non è solo una riflessione teorica, ma una pratica che possiamo applicare alla nostra vita quotidiana. Leggere, infatti, non è solo un atto intellettuale, ma un’esperienza che coinvolge le emozioni e che ci permette di entrare in contatto con noi stessi in modi che altre forme di comunicazione non riescono a fare. Quando mi immergo nelle pagine di un libro, spesso scopro o ritrovo parti di me che avevo dimenticato o che non avevamo mai conosciuto. La lettura ha il potere di guarire le ferite più profonde, di dare un senso alla sofferenza e di restituirci speranza, anche quando tutto sembra perduto.


  • Ogni vita è un capolavoroL’eleganza del riccio di Muriel Barbery

Ho un grosso difetto che ammetto ormai con consapevolezza: sulle prime impressioni mi sbaglio sempre. Tendo a non fidarmi più del primo giudizio sulle persone che incontro. Questa consapevolezza mi ha permesso di imparare una lezione importante: ogni vita, anche quella più apparentemente comune, può nascondere una dimensione unica e profonda.

Nel personaggio di Renée, portinaia in un elegante palazzo parigino in L’eleganza del riccio, scopriamo un universo complesso e ricco di significati. La sua passione per la cultura, lontana dagli occhi degli altri, dimostra che il valore di una vita non si misura dall’apparenza o dalla posizione sociale, ma dalla capacità di coltivare un pensiero autentico e di vedere la bellezza nascosta. Ogni dettaglio contribuisce a creare una “trama” personale, trasformando la vita in un’opera d’arte unica.

Questa lezione è diventata particolarmente significativa per me nella vita quotidiana, dove spesso, come tutti, sono portata a giudicare le persone solo dalla superficie, da una professione o dallo status sociale. Mi è capitato più volte di scoprire, dietro a persone che inizialmente sembravano banali o poco interessanti, mondi interiori ricchi e sorprendenti. In una recente occasione, ad esempio, ho incontrato una persona che, per quanto silenziosa e poco appariscente, nascondeva una passione profonda per la musica e un’intelligenza acuta che si rivelava solo nelle conversazioni più intime. Quel momento mi ha fatto riflettere su come spesso il nostro giudizio possa essere limitato e su come, invece, ogni persona abbia una storia da raccontare, una trama che può essere altrettanto straordinaria quanto quella di un romanzo. La lettura di L’eleganza del riccio mi ha spinto a rallentare, a guardare oltre la superficie, a cercare la bellezza nascosta in ogni individuo, ricordando che ogni vita ha qualcosa di prezioso da offrire.


  • Raccontarsi con parole giusteLe parole per dirlo di Franco di Mare

Il 28 aprile 2024, come moltissimi italiani, ho seguito l’ultima intervista televisiva del giornalista Franco di Mare, che fino a quel momento avevo associato ai programmi pomeridiani della RAI. Quel giorno, però, qualcosa è cambiato. Non era più solo l’intervista al giornalista di fama, ma l’incontro con un uomo che aveva scelto, con una profondità rara, di raccontarsi in modo sincero e vulnerabile, nell’ultimo drammatico tratto della sua vita. Per questo avevo deciso di leggere subito il suo ultimo lavoro, Le parole per dirlo.

Nel libro, Di Mare non racconta solo la sua carriera, ma soprattutto il suo percorso interiore umano, attraverso il suo lavoro e la sua esperienza di reporter di guerra, con un linguaggio autentico, immediato, di una semplicità quasi disarmante ma allo stesso potente come l’esplosione di una stella.

Da questo libro, che è diventato poi il testamento morale e spirituale del giornalista, ho imparato quanto, nella vita quotidiana, sia difficile ma essenziale scegliere le parole giuste per raccontarsi.

Le parole, se non sono scelte con consapevolezza, rischiano di diventare superficiali, di non fare giustizia alla complessità di ciò che vogliamo comunicare. Di non fare giustizia alla nostra storia.

Raccontarsi è anche un atto di coraggio, una sfida a mettersi a nudo, a permettere alle proprie parole di fare il loro lavoro: quello di avvicinare gli altri, di condividere la propria umanità.

Quante volte, in mezzo ai mille pensieri e preoccupazioni, non ci fermiamo a riflettere sul potere di una parola ben scelta? Quante volte ci risparmiamo dal dire ciò che davvero pensiamo o sentiamo per paura di essere fraintesi, o per la paura di apparire troppo vulnerabili? Franco di Mare mi ha insegnato che le parole giuste sono quelle che riescono a farci sentire davvero connessi agli altri, quelle che, senza maschere, raccontano la nostra verità. Il vero coraggio sta proprio nel saper dire ciò che siamo, senza paura di mostrarsi imperfetti o incompleti. Raccontarsi anche con parole di perdono e comprensione verso sé stessi, penso che questa sia la lezione e la sfida che resta leggendo questo libro.

E siamo alla conclusione di questo lungo post.

Per me libri sono molto più che semplici storie su pagine di carta: sono viaggi, lezioni, riflessioni che restano con noi per tutta la vita. Anche se non sempre riesco a mettere in pratica le lezioni che mi trasmettono, cerco sempre nei libri una guida per essere ogni giorno migliore, più consapevole.

Alla fine, più umana.

A te che sei arrivato a leggere fino a qui dico grazie di cuore.  

Mi piacerebbe leggere un commento con la tua esperienza e le lezioni più importanti che hai imparato dai libri, per poter condividere insieme una ricchezza che cresce ogni volta che la si condivide.

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Paola Cavioni, 30 novembre 2024

Imperfezione d’autunno

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

(Giuseppe Ungaretti)

C’è qualcosa di affascinante nell’imperfetta malinconia dell’autunno, che mi ricorda tanto quella di noi esseri umani.

Stagione di cambiamento, di transizione, in cui apparentemente non accade nulla di eccezionale.

Apparentemente.

Eppure.

Da settembre in poi nulla è immobile, è un susseguirsi ininterrotto di metamorfosi, di foglie che cambiano contorni e colore prima di abbandonarsi al suolo; che non cadono insieme in un piano perfetto, ma in una danza scomposta, un turbine. Ognuno al suo tempo e al suo ritmo, un po’ come i tempi dello sbocciare di ogni esistenza.

Non si può mettere fretta all’autunno.

Me lo immagino, anzi me la immagino, come una vecchia dama altezzosa, che a dispetto di ogni solstizio e data su un calendario, decide lei quando arrivare e quando cedere il passo all’inverno.

Dovremmo prendere esempio ogni volta in cui ostinatamente vogliamo seguire tempi che non sono i nostri, quando ci paragoniamo agli altri.

L’autunno ci insegna la meravigliosa lezione del saper lasciare andare.

Del sapersi ascoltare e accettare.

Quante notti insonni eviteremmo con questi semplici atti di gentilezza verso noi stessi.

Con la consapevolezza che la crescita, il successo e la felicità non sono lineari, non devono essere raggiunti a una certa età o a un certo momento, non sono il traguardo di una maratona ma un nuovo fiore aggiunto con cura e amore ad un giardino giorno dopo giorno. Arrivano quando siamo pronti ad accoglierli, quando abbiamo fatto pace con il nostro ritmo.

Può sembrare esagerato il paragone con Soldati, che chiaramente si riferisce ad un momento storico ben preciso, ma Ungaretti parla di una condizione senza tempo di incertezza e fragilità tipica dell’Uomo.

E l’autunno è forse più di tutte la stagione che ci riporta alla nostra più profonda vulnerabilità, al senso profondo dello scorrere del tempo e di quanto ogni istante sia prezioso, di quanto l’esistenza sia la somma di piccoli attimi di fragilità, anche se ai più è cosa difficile da ammettere in una società in cui la parola fragile è troppo spesso sinonimo di perdente.

Stagione dal fascino più intimo, forse meno instagrammabile di un mare cristallino ad agosto, ma proprio per questo ancora più affascinante, come quelle persone che, pur non essendo “perfette” all’esterno, possiedono un’incredibile bellezza interiore che lascia un’impronta indelebile nel cuore di chi gli sta intorno. Spesso la bellezza della resilienza, sempre quella dell’autenticità.

E alla fine, è proprio l’imperfezione dell’autunno che lo rende così perfetto.

Esattamente come per gli esseri umani.

Paola Cavioni, 27 ottobre 2024

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Ricordi di febbraio

Ci ho fatto caso, da un po’ in realtà.

Ogni giorno quando torno dal lavoro e scendo dal treno, e dalla confusione della carrozza arrivo al silenzio della campagna, nella stessa stazione scende anche una donna, che non conosco.

A occhio e croce ha fra i 50 e i 60 anni, non più una ragazzina insomma, o almeno, non nel fisico (magari nello spirito).

Scende con la borsa da lavoro e il suo sorriso, perché ogni giorno al binario la aspetta il suo uomo, seduto su una panchina semplicemente ad aspettare.

Non l’ho mai visto aspettare davanti al cellulare, lui aspetta proprio LEI, come atto consapevole.

Come se fosse il momento più bello di tutta la giornata.

Si salutano, si scambiano un bacio, poi lui prende la borsa di lei sulla spalla e si incamminano sempre tenendosi la mano.

Tutti i giorni, col sole, con la pioggia e con la nebbia.

Oggi finalmente, dopo più di un anno che li vedo, ho messo insieme i puntini.

E ho capito.

Ho capito che l’amore è quella roba lì.

Paola Cavioni, febbraio 2024

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Puntare la luce

L’altra sera mentre mettevo a letto i bambini ho osservato la luce della lampada sul comodino.

Mia figlia la stava regolando e continuava a girarla prima verso il basso e poi verso l’alto.

Quando la teneva verso il basso, la timida luce della lampadina riusciva a illuminare solo il piccolo spazio fra il comodino e il letto, lasciando il resto della camera da letto immersa nel buio.

Ma quando la girava verso l’alto, verso il soffitto, quella luce così piccolina poteva liberarsi, rimbalzare sulle pareti e illuminare tutta la stanza.

Penso che sia una bella metafora della nostra vita: dovremmo poter fare esattamente così per vivere al meglio, trovare la posizione giusta dalla quale fare luce più luce possibile.

Se un posto, una persona, un lavoro, una condizione particolare ci fanno rimanere al buio o non ci permettono di brillare con tutti i nostri colori, abbiamo il dovere di cambiare.

Perché alla fine siamo tutti energia, un po’ come il sole; ma a differenza del sole che regala i suoi raggi infiniti indistintamente, noi siamo esseri finiti.

Abbiamo però un grande privilegio: quello di poter cercare lo spazio giusto al quale regalare il nostro calore, la nostra forza.

Alla fine, basta solo capire dove vale la pena di puntare la luce.

4 dicembre 2021

Paola Cavioni

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Ricordi d’autunno

E poi in questi giorni è arrivato il freddo, quello vero.

Quello che nasconde il sole presto ancor prima della sera,

che porta la nebbia in pianura e fa scavare le buche alle rane in campagna.

Il freddo che ha l’odore dei camini accesi e dell’umido metallico della terra.  

Distese di foglie cadute che disegnano tramonti infuocati.

È l’autunno che finalmente sboccia con i suoi colori.

Esattamente come fa, ma più altezzosa, la primavera ad aprile.

È l’autunno che per me ha il color seppia delle fotografie e dei ricordi di bambina.  

Ricordi di mani calde, grandi, molto più grandi,

che avvolgono le mie nelle tasche dei primi cappotti.

Una danza infinita di candele in fila, l’odore penetrante dei fiori il giorno dei morti.

Il rumore dei passi lenti della nonna

e il picchiettare asciutto dei grani del rosario fra le sue dita.

Paola Cavioni

Landriano, novembre 2021

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