Lettera a Luciana. Righe su “Mi vanno a fuoco i piedi” di Luciana Arcaro.

“Il cancro attacca e uccide ogni giorno la vita di milioni di persone; la mia è una storia come quella di tanti altri.

Questo però, vi avverto, non è uno di quei manuali sulla felicità nei quali psicologi americani dai nomi improbabili, scrivono che basta guardare sbocciare un fiore e la vita ci sorriderà…

È vero, la malattia può influenzare o modificare il modo di “vedere” la vita ma se sei stronzo, stronzo rimani, pure col cancro. Molti invece sono portati a pensare che la malattia (come la morte) conduce certamente alla santificazione e ad una saggezza particolare. Io in effetti, lo sono già abbastanza… Saggia non santa. Ed evidentemente modesta.

Questo libro non ha quindi alcuna pretesa se non quella di raccontare una storia, sperando che possa aiutare anche una sola persona a vivere la malattia così come si dovrebbe vivere la vita. Aprendo semplicemente gli occhi per non perdersi niente.

A volte, la paura di morire paralizza le cellule buone perché non sappiamo accettarla; viviamo correndo e scappando, spesso da tutto ciò che non è bello, perfetto e prevedibile.

Le cose brutte, in fondo, accadono sempre agli altri …”

Cara Luciana,

fino a domenica scorsa non ti conoscevo. Sarebbe più corretto dire che tu non mi hai mai conosciuta, ma io ora conosco una parte di te.

Domenica scorsa mia sorella mi ha dato il tuo libro, pregandomi di leggero. Ho subito capito che non sarebbe stato facile leggerlo e parlarne.

Un libro di poco più di cento pagine, piccolo anche nelle dimensioni, eppure enorme.

Perché in quelle cento pagine tu parli della vita che rimane quando un male infame ti condanna a morte. Quando è più importante capire cosa fare con quello che resta, non pensare a quello che manca.

Ho deciso di trascrivere quasi per intero la presentazione che tu stessa hai inserito nel libro, perché è una perfetta sintesi dello spirito che pervade ogni pagine. Perché hai avuto il coraggio di dire come stanno le cose: le cose brutte non capitano solo agli altri. Che non è sempre vero che la sofferenza nobilita. Che il tumore non capita solo agli altri. Che la parola cancro non è un tabù. Che il cancro tocca la vita di tutti, se non la nostra direttamente, quella di un amico, di un figlio, di un marito o di una moglie.

E quando la sentenza arriva, tu ci insegni, non ci sono molte strade da percorrere: lasciarsi andare o combattere.

Accettare la fine della propria vita oppure lottare per tutto quello che resta, finalmente consapevole di tutti i falsi “non ho tempo” detti fino a quel momento, quando di tempo sì che ne avevi, e capisci quanto ne hai sprecato.

E mi fa pensare che tu, Luciana, nonostante avessi tutto il diritto di essere egoista e pensare a te stessa, hai iniziato a scrivere. Hai scritto la tua storia perché potesse essere da esempio per tutti quelli che stanno passando o dovranno passare per il tuo stesso cammino: gli esami, la diagnosi, le operazioni, la chemioterapia, accettare il proprio corpo che cambia, imparare a vivere anche senza una parte di sé, la voce nel tuo caso.

Luciana, il tuo libro non è facile da leggere, anzi, è una doccia gelata. Non è facile da digerire perché non è facile pensare che quello che è successo a te potrebbe succedere a chiunque. Ma non è di chiunque la forza con cui hai affrontato il male.

Nel tuo libro non parli solo del cancro. Parli di amore, parli della vita, parli di Dio.

E nell’abbruttimento del male a cui non ti arrendi, parli della bellezza. Di una bellezza riscoperta, non quella imposta dai canoni sociali, non quella da copertina dei giornali. La bellezza di poter essere protagonista della propria vita, cosa che troppo spesso viene data per scontata. La bellezza di poter guardare un paesaggio, di leggere un libro o ascoltare una canzone. La bellezza racchiusa nei piccoli gesti quotidiani, anche solamente nel potersi lavare la faccia da soli e levarsi lo sporco di dosso.

Parli della bellezza del godersi il proprio tempo, tu che nel tempo della malattia hai anche trovato il coraggio per capire che un amore non poteva più funzionare e ti sei innamorata di nuovo.

Luciana, nel tuo libro parli della “conoscenza” con Etty Hillesum, una giovane ebrea morta ad Auschwitz nel 1943. Durante un soggiorno presso il monastero di Santa Chiara di Cortona leggesti il suo diario, e dal quel momento la portasti sempre con te, come fosse un’amica. Io vorrei poter fare lo stesso con te, e ti ringrazio per aver condiviso la tua esperienza, perché sento che siamo simili in tante cose. La passione per la scrittura, l’amore per il silenzio, quella sensazione di sentirsi sempre più avanti rispetto la propria età, la consapevolezza di avere un’anima “anziana”.

Luciana, sei vissuta sul mare, ad Imperia, alla tua città hai dedicato il tuo libro. La grandezza e la profondità del mare l’hai portata dentro, fino alla fine.

Dicono che la letteratura serva anche per renderci immortali: il tuo corpo ci ha lasciato ma il tuo spirito ha vissuto mille anni.

Grazie Valeria per avermi consigliato il libro, grazie a te Luciana, per la luce che hai portato lungo il cammino.

Per informazioni sulla pubblicazione: linkscliccasullavita@libero.it

Luciana Arcaro.JPG

 

 

 

 

 

 

 

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