Donne che raccontano il SUCCESSO

Sabato 12 dicembre ho avuto l’onore di condurre un evento pensato a quattro mani con Isabella Catapano Botero, autrice di Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo.

Prendendo spunto proprio dal libro di Isabella, edito da Porto Seguro (trovi la mia recensione del libro al link https://righediarte.com/tag/nessuna-scusa), abbiamo voluto coinvolgere nella discussione sul tema del “successo oggi” anche Barbara Boggio e Denise Cumella, per esplorare l’argomento da diversi punti, partendo proprio dal punto di vista femminile, parlando di lavoro, famiglia e tanto altro.

In un momento storico in cui si respira una comprensibile aria di negatività, la nostra sfida è stata quella di parlare attraverso la voce e le esperienze di tre donne, madri, imprenditrici, esempi positivi e di concreti di donne che per lavoro o per propria esperienza incarnano il significato di “successo” nella sua accezione più ampia.

Successo come raggiungimento di piccolo o grandi obiettivi ogni giorno, successo come accettazione del fallimento, successo come soddisfazione personale indipendente da qualsiasi tipo di risvolto economico o di riconoscimento sociale.

Ecco il video del nostro evento, tra emozione e tanti spunti di riflessione.

E per te cosa vuol dire avere successo nella vita?

Le donne che si sono raccontate sono:

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Paola Cavioni

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Oggi faccio azzurro di Daria Bignardi

Oggi faccio azzurro, in edizione ebook su Kindle (Mondadori)

Questo tempo che immobilizza tutti e ci costringe a rimanere forzatamente in casa può avere anche dei risvolti positivi in tante piccole cose, se siamo in grado di apprezzarle. Nel mio caso, da amante dei libri, è avere più tempo per leggere, e scrivere, e la possibilità di assistere alle presentazioni online dei libri, cosa che sicuramente non avrei potuto fare con questa frequenza in un “tempo normale”, presa fra lavoro, famiglia, varie ed eventuali.

Infatti ieri sera ho potuto assistere alla presentazione di Oggi faccio azzurro, ultimo romanzo di Daria Bignardi edito da Mondadori (disponibile anche in edizione ebook), in una piacevole intervista condotta dalla libraia Laura Fedigatti sulla pagina Facebook del gruppo Book Advisor.

È bastato assistere all’evento per farmi venire voglia di prendere il libro e così, complice il Kindle e una notte insonne, eccomi qua a parlare di questo romanzo, dopo averlo iniziato e finito in poche ore.

La storia è presto detta: tre anime ammaccate, alla ricerca di un modo per elaborare i vuoti delle loro vite, in primis la protagonista Galla, si conoscono nello studio della loro terapista e cercano, insieme, di uscire da un momento di stallo della loro vita, che li costringe di fatto ad una non-esistenza.

Ma da una trama così apparentemente semplice, cosa rimane alla fine della lettura di Oggi faccio azzurro?

Le Voci

“Le cinque del mattino sono un buon compromesso: silenzio, buio, ma anche il portinaio già alzato per portare i bidoni della spazzatura in strada si occuperà di smaltire anche il mio corpo, in tempo per risparmiarne la vista ai bambini che escono per andare a scuola.”

È la voce di Galla che ci accoglie nella prima parte del romanzo, e non riesco a non rimanere colpita da due particolari che incontro appena inizio a immergermi nella storia.

Le cinque del mattino e il 13 agosto.

Le cinque del mattino sono il mio orario preferito per scrivere. Amo l’alba, la sveglia presto, proprio alle cinque per godere del silenzio della mattina (ovunque io sia, anche in vacanza) in quello spazio che appartiene ai pochi mentre i più ancora dormono. Un’ora in cui sento forte la vita che scorre, sia quando esco a camminare in estate che quando posso scrivere con una tazza di caffè e una coperta sulle gambe in inverno. Un’ora piena di vita, mentre per Galla le cinque del mattino sono l’orario ideale per suicidarsi. Curioso come si possano avere punto di vista diversi su una cosa così banale come un numero sull’orologio.

E poi il 13 agosto, la data in cui per la prima volta Galla sente la voce “dall’iperuranio” di Gabriele, la pittrice tedesca Gabriele Münter. Il 13 agosto è il giorno del mio compleanno.

La storia è un flusso di pensieri, anzi di più pensieri. Più voci che si uniscono in un coro armonico. Perché se di fatto la narrazione è in prima persona, le voci narranti sono tre: Galla, Bianca e Nicola. Persone diverse che hanno in comune lo studio della terapista Anna Del Fante. Tre vite diverse per tre registri stilistici diversi.

Vite unite dal filo conduttore delle parole della psicologa, una voce che cerca di dirigere i protagonisti come farebbe un direttore d’orchestra.

E poi, come anticipato, c’è la voce sincera, rabbiosa e tagliente di Gabriele, che a suo modo cerca pure lei di fare terapia a Galla, e forse l’aiuta più di quanto lei voglia ammettere, oltre a metterla faccia a faccia con l’elaborazione del dolore e della rabbia per la fine del suo matrimonio.

“Anna Del Fante ha la mia età, ma si veste da anziana. Col pensiero le ho cambiato stile come quando lavoravo per le riviste di moda: starebbe bene con un taglio corto di Pier Moroni con collo scoperto e ciuffo mosso, via quegli occhialetti rossi da farmacia, via quei camicioni da mercato, camicie di Equipment, pantaloni di Biani, mocassini. È alta, di giorno può fare a meno dei tacchi, anche se è un po’ larga di fianchi.”

Autoritratto di Gabriele Münter

I colori

Galla diventa Gialla nel soprannome di quando era bambina. Giallo, il colore della sua pelle da malata di talassemia.

C’è l’azzurro del cielo e dei mosaici del mausoleo di Galla Placidia, l’imperatrice romana di cui la protagonista porta il nome. E il colore del Cavaliere di Kandinskij, compagno di vita e di arte di Gabriele.

Forse non è un caso che l’azzurro in psicologia sia associato all’espressione artistica e alla creatività.

C’è il nero del momento di depressione che, i modo differente l’uno dall’altro, stanno affrontando i protagonisti del romanzo. 

C’è il rosso degli amori che sì sono finiti, come ogni cosa che sulla terra abbia vita, ma che almeno ci sono stati.

Prima e Dopo

Bianca, prima di conoscere di persona Galla e Nicola, li chiama semplicemente “Prima e Dopo”, nell’ordine in cui li vede entrare dallo psicologo.

Prima e dopo.

Questa è la sensazione che si prova a leggere questo libro, scritto e ambientato nel 2019, quindi appena prima  della pandemia che ha sconvolto gli equilibri del mondo.

Prima e dopo.

La sensazione che ognuno prova, nel rispecchiarsi nelle vite degli altri, quando ci si trova davanti a uno spartiacque che cambia la vita in modo inatteso e imprevedibile.

Il raggiungimento della maggiore età. Un matrimonio o cambiare casa dopo un divorzio. Il momento in cui rimani orfano o perdi un bambino. La morte del tuo idolo dell’adolescenza.

La Rabbia e l’Amore

Due sentimenti che spesso vanno a braccetto come due facce della stessa medaglia.  

C’è l’amore finito fra Galla per l’ex marito Doug, che dopo vent’anni insieme la lascia nel momento in cui lei avrebbe più bisogno di essere amata e protetta, proprio come quello di Gabriele e Vasilij.

C’è la rabbia della “voce” di Gabriele che dopo cento anni ancora non ha perdonato Kandinskij per averla lasciata quasi come in un film, quando il marito dice alla moglie “Vado a comprare le sigarette e torno subito”. Kandinskij le sigarette va a comprarle in Russia, lasciando Gabriele e la Germania, per mettersi poco tempo dopo con una donna che ha la metà dei suoi anni. Kandinskij passa alla storia per il suo genio creativo e per le sue opere di riflessione sull’arte.

Gabriele suo malgrado passa alla storia come “l’amante di”. Destino purtroppo molto comune condiviso da donne forti, compagne di uomini altrettanto forti e geniali.

Concludo come mio solito indicando a chi è adatta questa lettura, secondo me.

Per la prima volta mi sento di consigliare questo libro in particolare a donne che hanno bisogno di riconnettersi con la loro autostima, con le loro unicità, con la loro forza ma anche con le fragilità mai ammesse in una società che sempre più stigmatizza chi ammette la propria debolezza.

Una frase su tutte mi rimane della presentazione di ieri sera, ed è con quella che voglio chiudere queste righe dedicate a Oggi faccio azzurro: per chi ama leggere ogni libro è un amico.

E io sento di avere trovato amici sinceri in ognuna delle voci di questo romanzo toccante.

Daria Bignardi

Nata a Ferrara nel 1961, giornalista, intellettuale e volto noto della televisione italiana, dal 2009 ha pubblicato con Mondadori Non vi lascerò orfani, vincitore fra le altre cose del premio Elsa Morante, Un karma pesante (2010), L’acustica perfetta (2011), L’amore che ti meriti (2014), Santa degli impossibili (2015), Storia della mia ansia (2018).

Vive e lavora a Milano, i suoi romanzi sono tradotti in diverse lingue.

Paola Cavioni

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“Trilogia di New York” di Paul Auster e la scrittura perfetta

“I libri vanno letti con la stessa cura e la stessa riservatezza con cui sono stati scritti.”

Paul Auster

Paul Auster, La trilogia di New York, edito da Einaudi

Scrivere della Trilogia di New York mi ha messo in difficoltà. Più che altro, mi ci è voluto parecchio tempo per mettere insieme le parole  più adatte in uno scritto degno dello stile di Paul Auster (o almeno ci provo)  per parlare di un libro che ho scoperto lo scorso settembre e che ho letto in un paio di giorni.

Per chi ama scrivere, come me, ogni lettura è fonte di miglioramento per affinare il proprio stile, ogni nuovo autore scoperto rappresenta un maestro da cui carpire tecniche e segreti. Leggere la Trilogia è un’illuminazione.

Perché la scrittura di Paul Auster è essenziale, asciutta, senza fronzoli. Niente di più, niente di meno. Perfetta.

Auster è un architetto delle parole, che costruisce periodi, psicologia dei personaggi, capitoli e intrecci, con la stessa pulizia ed eleganza delle architetture moderniste di Mies Van Der Rohe. Questo per quanto riguarda lo stile, perché il contenuto è un’altra storia… La Trilogia  infatti è una discesa negli inferi della vita frenetica e alienante della New York degli anni ’80, un’esplorazione dell’animo umano nelle sue tante sfaccettature fra nevrosi e follie.

Una scrittura diretta, ipnotica e allo stesso tempo ruvida, che ricorda molto lo stile di Charles Willeford. C’è infatti più di un’analogia fra i due autori. Una fra tutte è il richiamo al Walden di Henry David Thoreau, ma lascerò scoprire a voi tutti gli indizi e le somiglianze disseminati qua e là nelle opere e nelle biografie dei due scrittori americani.

Se non avete ancora letto Willeford, vi invito a farlo; so che invece Thoreau mette in difficoltà anche le menti più allenate alla lettura, ma conviene comunque provare a conoscerlo.

La Trilogia si compone di tre romanzi brevi: Città di vetro, Fantasmi, La stanza chiusa. La sua pubblicazione nella metà degli anni ‘80 consacra lo scrittore nell’olimpo della letteratura americana contemporanea, destinandolo all’immortalità.

Nella Trilogia ci sono più storie che si rincorrono e si chiudono una nell’altra come una matrioska, un libro nel libro, con i personaggi che sembrano richiamarsi gli uni con gli altri e moltiplicarsi. 

Tre romanzi che hanno protagonisti dall’identità confusa, che cambiano nome o che non lo hanno (Città di Vetro), che sono giochi di colori (Fantasmi), che scambiano la loro vita con quella di amici scomparsi (La stanza chiusa).

E ci sono anche altri elementi comuni in tutte e tre i racconti: la follia, i pedinamenti, il taccuino, la descrizione della vita dello scrittore spiantato. Nella Trilogia infatti c’è anche tanto della biografia dell’autore, come se avesse rotto in mille pezzi le sue esperienze personali come scrittore in cerca di fama, e le avesse disseminate qua e là nella trama.

I temi presenti nell’opera di Auster sono ricorrenti: la solitudine dell’uomo di città e la volontà di ritorno a una vita più ascetica e a contatto con la natura, la follia dovuta all’alienazione dal lavoro e dallo stile di vita contemporaneo. E ancora la ricerca del senso dell’esistenza, il bisogno di certezze insito dell’uomo, il fato, il destino che tiene in mano le vite di tutti, lo studio del linguaggio e del legame fra linguaggio ed esistenza.

Un libro, attualissimo anche se scritto ormai quasi quarant’anni fa, adatto a chi non ha paura di guardare in faccia le molte contraddizioni dell’Occidente, che lascia il lettore alla fine con una lieve ma persistente sensazione di amaro in bocca e la certezza che la società occidentale non è fatta a misura d’uomo.

L’autore

Immagine di Paul Auster

Paul Benjamin Auster (conosciuto anche con lo pseudonimo di Paul Quinn) nasce a Newark, città del New Jersey a pochi chilometri da New York, nel 1947.

Il suo talento per la scrittura si manifesta molto precocemente, tanto che compone le prime poesie attorno ai dodici anni.

La sua carriera come scrittore inizia alla fine degli anni ’70, dopo avere svolto per qualche tempo lavori saltuari. La consacrazione avviene fra il 1985 e il 1987 con la pubblicazione dei libri della Trilogia.

Auster è anche saggista, produttore, attore e sceneggiatore.

Paola Cavioni

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Cerchi un libro per Natale? I consigli di Righediarte

Alzi la mano chi  ama ricevere libri a Natale.

Sono sicura di non essere la sola che ogni anno compila lunghe liste di libri da acquistare o da farsi regalare. Per me è altrettanto piacevole scegliere il libro giusto quando sono io a volerlo donare a qualcuno che mi è caro.

Questo perché nella mia testa c’è l’idea poetica e romantica che scegliere un libro richieda tempo, amore, conoscenza del destinatario del regalo e cura del particolare. Ad esempio, non potrei mai regalare Jane Eyre ad un’amica che è appena stata lasciata dal fidanzato e magari è in una fase un po’ depressa, perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

Penso che consigliare un libro sia un atto di attenzione e amore, e regalare libri fa bene alla salute per tutta una serie di benefici legati alla lettura. Leggere infatti aiuta a ridurre lo stress e previene gli stati di ansia. Inoltre tenendo il cervello in allenamento si rallenta il processo di invecchiamento cellulare e ci sono studi che dimostrano che la lettura è utile anche nella prevenzione della demenza senile. Insomma, regalando un libro si regala benessere.

C’è poi anche un altro tema che mi sta molto a cuore: quello delle dediche; vera ciliegina sulla torta quando si regala un libro. Amo scriverle ma ancora di più leggerle sui testi che trovo nelle bancarelle del libro usato.

Mi ha sempre affascinato immaginare, ricavandole proprio dalla calligrafia delle dediche, le vite dei proprietari passati dei volumi che ora sono nelle mie mani. Quali emozioni avranno provato nel leggere proprio quel libro, se hanno amato l’odore della carta e la consistenza della copertina.

Ma sto divagando.

Questo post nasce perché proprio in questi giorni mi è capitato per caso sotto mano un libro, acquistato tempo fa, edito da Sellerio. Si tratta di “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno” di Ella Berthoud e Susan Elderkin, a cura di Fabio Stassi nella edizione italiana.

In questo volume decisamente lungo sono elencate dettagliatamente tantissime malattie sia fisiche che mentali, con la corrispettiva “cura” che passa dalla lettura di uno o più libri selezionati appositamente dalle due autrici.

Ora, io non sono un medico ma sono una grande lettrice, quindi vorrei dare il mio contributo per queste feste all’orizzonte aiutandovi con una particolare lista di libri che potete prendere come spunto per i regali di Natale, a seconda della tipologia di “caso umano”.

Si tratta ovviamente di una lista del tutto personale, così come lo sono i miei consigli, senza assolutamente nessuna pretesa di essere esaustivi.

Spero però di potervi essere utile e di spingervi anche a passare da una libreria per completare i vostri regali in questi primi giorni di dicembre, stuzzicando la vostra curiosità con i titoli che vi propongo di seguito.

(Cliccando sul titolo del libro, dove presente il link, è possibile acquistare il prodotto su Amazon, mediante affiliazione a Righediarte)

Amante (libri per il proprio amante, uomo o donna):

Amore (libri per la persona amata):

Ansia (libri per chi non ne soffre e non ha paura di affrontare storie apocalittiche):

Ansia (per calmare mamme ansiose)

Arroganza (libri da regalare ad amici particolarmente pieni di sé):

Arte (libri per chi ama l’arte e per chi deve imparare ad amarla)

Apparenza (da regalare a chi crede che l’apparenza sia tutto):

Bambini (per chi sta per diventare genitore o vuole capire meglio i propri figli)

Cucina (libri per amanti della cucina):

Donne e uomini (per capirsi meglio a vicenda):

Figlie (da regalare alle nostre figlie o a chiunque nel nostro cuore occupi il medesimo posto):

Figli (da regalare ai nostri figli o a chiunque nel nostro cuore occupi il medesimo posto):

Fiori e piante (per chi ama coltivare fiori e per chi ama la natura)

Fratelli e sorelle (da regalare a chi è parte di noi):

Fotografia (libri per amanti della storia della fotografia e della pratica fotografica):

Gialli (libri per amanti del genere noir):

Lettura (libri adatti soprattutto per chi crede di non amarla):

Matematica (libri adatti alle menti matematiche):

Misoginia (libri per uomini che odiano le donne, per provare a far loro cambiare idea): 

Musica (libri per amanti della musica o per musicisti):

Nonni (libri da regalare ai nostri nonni o bisnonni, se si è fortunati):  

Resilienza (libri per chi pensa di non farcela):

Ricerca interiore (libri per chi è alla ricerca di sé stesso): 

Romanticismo (libri per eterni romantici):

Salute (libri per chi tiene alla salute o deve iniziare a occuparsi della propria e di quella degli altri)


Scrittura (per chi già scrive o vorrebbe iniziare):

Sport (libri per chi ama fare sport e per chi non si schioda dal divano):

Storia (libri per amanti della storia)

Universo e stelle (libri per amanti dell’universo):

Vecchiaia (libri da regalare a chi ha paura di invecchiare): 

Viaggi (libri per amanti dei viaggi):

Questa è la mia personale lista per i vostri regali, ora se volete scusarmi vado a compilare quella dei libri che voglio io per Natale.

E come ogni anno, sarà una lista molto lunga.

Paola Cavioni

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Che cosa ti aspetti da me? Lorenzo Licalzi e non solo…

Tutto in natura ha un’essenza lirica, un destino tragico, un’esistenza comica.

George Santayana

“Fortunatamente quando avevo vent’anni non c’era il mito di andare a trovare se stessi a Kathmandu, a quei tempi c’era la fame, i nazisti che giravano per le strade e le bombe che cadevano giù. Si era troppo impegnati a cercare di non morire in guerra per giocherellare con la ricerca della pace… interiore. Sopravvivere era un buon modo per ritrovare se stessi. Oggi è diverso, diverso per gli altri, diverso per me. La pace l’ho conquistata per stanchezza, per rassegnazione, per superati limiti di età, o per neuroni cerebrali perduti, forse. Da qualche parte, molto tempo fa, ho letto una frase che diceva all’incirca: il nostro destino è quello di essere inferiori all’idea che avevamo di noi stessi.”

Tommaso Guillermo Perez ha ottantadue anni, un nome altisonante, un passato da fisico nucleare e un presente sulla sedia a rotelle dopo un ictus che lo ha lasciato semi paralizzato e anche parecchio arrabbiato con la vita. È vedovo, senza figli in vita, ed è ospite di una casa di riposo romana dove gli inservienti lo hanno soprannominato “Mister vaffanculo” – vi lascio scoprire il motivo di un così gentile appellativo.

È proprio Tommaso, uscito dalla fantasia e dalla penna dello scrittore genovese Lorenzo Licalzi, a raccontare la sua storia in Che cosa ti aspetti da me? edito nel 2005 da BUR Rizzoli e sicuramente destinato a diventare un piccolo classico della letteratura italiana.

Un libro di neanche 200 pagine che riesce a riassumere con sguardo lucido, spesso cinico, un’esistenza intera, pieno di riflessioni sul senso stesso della vita “alla fine della vita”.

Lorenzo Licalzi conosce molto bene il mondo delle residenze per anziani avendone fondata e diretto  lui stesso una il Liguria.

È un mondo ordinato e confuso insieme, quello delle case di riposo.

Ordinato perché organizzato e fondato su rigidi regolamenti, spazi delimitati, divieti e concessioni, orari precisi di veglia e sonno. Ma è anche un mondo confuso dalla malattia fisica e mentale, dove spesso la mancanza di lucidità è una medicina che allevia il dolore della realizzazione del decadimento fisico, della vita che più o meno lentamente finisce.

Che cosa ti aspetti da me? suscita un misto di emozioni e ci accompagna mano nella mano in un viaggio che va dalla malinconia al sorriso, come è giusto che sia ogni esistenza.

Tristezza e speranze che emergono nel racconto della vita di Tommaso, insieme ad una costante inquietudine, una continua ricerca di qualcosa che sembra non riuscire mai a identificare e tanto meno ad afferrare, e che non gli consente di vivere gli ultimi anni della sua vita con la serenità che ogni essere umano si merita.

E mentre ci racconta la sua vita, tra successi, sconfitte, grandi dolori e curiosità sulla fisica nucleare, Tommaso ha il coraggio di rimettersi in gioco quando nel grigiore delle giornate apparentemente sempre uguali arriva Elena Mattei, che “ha settantasette anni ed è bellissima” e che cerca con dolcezza e pazienza di togliere a Tommaso la corazza di uomo burbero e intrattabile, cercando di mostrargli il suo modo di apprezzare la vita e, perché no, l’amore.

Leggendo Che cosa ti aspetti da me? non riesco a non pensare a un romanzo che ho letto qualche anno fa, che secondo me può essere considerato “l’altra faccia” della storia di Tommaso Perez.

Sto parlando di Piccoli esperimenti di felicità di Hendrik Groen (della collana “I Grandi” Tea, 2015)

Ambientato sempre in una casa di riposo, in questo caso siamo in Olanda e il protagonista è proprio Hendrik Groen, ottantatrè anni suonati, che inizia a tenere un diario il primo di gennaio per decidere se, alla fine dell’anno, valga ancora la pena vivere oppure farsi dare dal suo medico la pillola della dolce morte.

Ma in questo (forse) ultimo anno non vuole farsi mancare proprio nulla e così, insieme ad altri improbabili ospiti della casa di riposo, fonda il “Club dei vecchi ma mica morti”, con risultati … da scoprire.

Due libri che vale la pena di leggere a distanza ravvicinata, soprattutto ora che ci si avvicina alla fine dell’anno, momento di bilanci, per cogliere i punti di vista differenti di due facce della stessa medaglia.

Che cosa ti aspetti da me? e Piccoli esperimenti di felicità sono due riflessioni diverse su uno stesso tema, quello dell’invecchiamento, che può essere considerato un privilegio, un’età dell’oro, un tempo regalato. Oppure una condanna.

Spetta a ognuno decidere da quale parte stare.

Paola Cavioni

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Che cosa ti aspetti da me?

Piccoli esperimenti di felicità

Live della presentazione di Nessuna Scusa! Costruisci il tuo successo.

Per la prima volta sul blog, video di un evento live!

Isabella Catapano Botero mi ha gentilmente invitata a partecipare alla presentazione social del suo ultimo libro, Nessuna Scusa! Costruisci il tuo successo, di cui ho recentemente scritto la recensione sul blog.

Quasi un’ora di parole, emozioni, ricordi di esperienze vissute e qualche piccolo inconveniente informatico (brillantemente risolto!).

Spero che assistere alla presentazione, seppure in differita, vi diverta quando ha divertito noi.

Trovate la recensione completa del libro al seguente link:

https://righediarte.com/tag/nessuna-scusa/

Paola Cavioni

Righe su “Non ti muovere” di Margaret Mazzantini

“Una pioggia sottile come cipria mi inumidiva senza bagnarmi. Mi strinsi nel mio soprabito mentre passeggiavo, non avevo una destinazione, volevo solo che quella notte non si rivoltasse contro di me. Non mi sentivo stanco, camminavo a gambe leggere. Avevo mangiato poco, e quel poco lo avevo già digerito. Le strade erano deserte e silenziose. Solo dopo un po’ mi accorsi che quel silenzio non era totale, che l’asfalto aveva un gemito sommerso. La città di notte è come un mondo abbandonato dagli uomini, vuoto, ma intriso della loro presenza. Qualcuno che si ama, qualcuno che si sta lasciando, il guaito di un cane su un terrazzo, un prete che si alza. Un’ambulanza che trascina un malato dal caldo del suo letto verso il mio ospedale. E una puttana che torna con le sue gambe negre come il buio, e l’uomo che non l’aspetta e dorme come una montagna sicura e temibile. Esattamente come Elsa. Perché nel sonno le persone si somigliano tutte, si somigliano per chi non dorme e sa che non potrà dormire.”

Non ti muovere, Oscar Mondadori 2001

Non ti muovere è viaggio emozionante e che lascia orfani quando si finisce di leggere il libro.

La firma di Margaret Mazzantini è riconoscibile, con quella magistrale capacità di raccontare i moti dell’anima in modo poetico ma allo stesso tempo cruento, nella cornice di una narrazione drammatica.

In Non ti muovere il tempo della storia è breve, poche ore.

È il tempo della fabula, della narrazione, che si dilata e porta il lettore indietro con un lungo flashback che talvolta provoca smarrimento e vertigine ma che riesce con sapienza a dosare al momento giusto ogni elemento, ogni informazione utile a ricomporre il puzzle della storia.

Nel presente c’è Angela, quindici anni, che una mattina iniziata come tante altre, mentre va a scuola è vittima di un grave incidente in motorino. Nel presente c’è anche su padre Timoteo, affermato medico cinquantenne, che ora si fa piccolo piccolo mentre attende, impotente, che un collega operi sua figlia per salvarle la vita.

E come in un lungo flusso di coscienza che odora di confessione più che di autobiografia, il romanzo ripercorre, nel racconto di Timoteo, l’amore segreto, doloroso e colpevole dell’uomo per una donna segnata profondamente dalla vita e dalla sofferenza.

Il Timoteo del presente racconta come, in un giorno afoso di oltre quindici anni prima, abbia superato quel confine irreversibile fra essere vittima, o quantomeno innocente, ed essere carnefice.

Nel passato c’è Timoteo con sua moglie Elsa, ma c’è soprattutto Timoteo con Italia, emblema della sua colpa.

E nonostante il suo crimine, perché di questo si tratta, non si riesce a non provare empatia per Timoteo. Merito dell’abile stile narrativo dell’autrice.

Il lungo racconto in prima persona è un tentativo di cammino verso la redenzione, un percorso di espiazione dal peccato. Ma è anche un’indagine nelle pieghe dei rapporti d’amore, dello scontro tra essenza e apparenza, tra ideologia borghese e povertà della periferia cittadina.

La Mazzantini naviga fra le emozioni con timone saldo e, come già detto, conosce molto bene l’animo umano, sia maschile che femminile.

Non ti muovere è sicuramente una lettura non semplice e non per tutti, sia per la drammaticità dei fatti narrati che per il realismo, a tratti fastidioso, di alcuni passaggi descrittivi che vengono sbattuti in faccia al lettore con la violenza di uno schiaffo.

Ma è soprattutto una storia che, se non vera, è comunque verosimile. Perché Timoteo potrebbe essere il vostro vicino di casa così gentile, un vostro amico padre di famiglia. Potrebbe essere vostro marito, vostra moglie. Timoteo rappresenta l’ombra che si cela dietro ogni vita che sembra più o meno perfetta, dietro la retorica del “finché morte non vi separi”.

E poi la  frase, non ti muovere, che troviamo più volte nel romanzo come se fosse un ritornello, e che suona più come un non mi lasciare, perché senza di te che nella mia vita non esisti, io non esisto.

L’autrice

Margaret Mazzantini nasce a Dublino nel 1961, figlia di una pittrice e di uno scrittore.

Margaret Mazzantini

Si diploma alla Accademia Nazionale di Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma e alterna l’attività di attrice di cinema e teatro a quella di scrittrice. Il marito è l’attore Sergio Castellitto.

Da più di uno dei suoi romanzi sono stati tratti film di successo (Non ti muovere, Venuto al mondo, Nessuno si salva da solo, Fortunata).

Con Non ti muovere, nel 2001 Margaret Mazzantini vince il  prestigioso Premio Strega.

Sito Ufficiale dell’autrice:

http://www.margaretmazzantini.com/

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Paola Cavioni

Classificazione: 1 su 5.

Righe su Isabella Catapano Botero. Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo.

Nessuna Scusa! Costruisci il tuo successo (Porto Seguro Editore, 2020)

Esiste un denominatore comune nelle vite di Leonardo Da Vinci, Coco Chanel, Frida Khalo, Maria Montessori, Cleopatra e Rudy Giuliani?

Cosa ha reso Andre Agassi lo sportivo vincente che tutto il mondo conosce?

Come è possibile portare avanti il proprio progetto di vita, renderlo un successo, nonostante le avversità contro cui ogni esistenza inevitabilmente si deve confrontare?

Come puoi, a partire da piccoli gesti quotidiani, superare il muro di scuse e di apatia che ti separa dal raggiungere i tuoi obbiettivi?

Queste sono alcune delle domande che trovano risposta nel libro Nessuna scusa! Costruisci il tuo successo, di Isabella Catapano Botero, edito nel mese di ottobre dalla casa editrice Porto Seguro.

Il libro parte dalla analisi delle biografie di personaggi che nella vita hanno avuto successo superando più di un’avversità per ricavarne degli insegnamenti e dei valori universali senza tempo.

Mi voglio soffermare sul termine successo perché, come sottolinea anche l’autrice, non si intendo solo la fortuna economica ma la capacità di “fare succedere” ciò che ci si è prefissati come obbiettivo, a qualunque costo. Potremmo dire, con un termine che si legge spesso ultimamente, che chi ha avuto una vita di successo ha saputo individuare chiaramente il proprio ikigai, la ragione per cui vivere, e farla diventare una professione o volgerlo al servizio della comunità e dei posteri.

Isabella Catapano Botero ci parla di persone, prima che personaggi, che possono essere fonte di ispirazione per l’uomo moderno, perché esempi di resilienza e resistenza, dove per resistenza si intende il significato primario del termine. La resistenza è la “capacità di opporsi efficacemente agli effetti di un’azione contraria” (Devoto-Oli), dove metaforicamente le azioni contrarie possono essere considerate tutti gli accadimenti avversi che inevitabilmente ogni uomo incontra sul proprio cammino: un lutto, una malattia, un licenziamento, solo per fare alcuni esempi. La risposta che si dà a questi accadimenti, come vengono elaborati ed utilizzati per il miglioramento personale, segna il confine fra una vita di successo e chi si lascia travolgere dagli eventi.

Sia chiaro, il libro non vuole assolutamente essere un giudizio per chi non ce la fa ma, al contrario, si pone come guida pratica più che psicologica, per affrontare le piccole e grandi sfide della vita quotidiana.

Piccoli passi, piccoli suggerimenti per riuscire a focalizzare cosa per ognuno di noi significhi “avere successo” e realizzarlo.

Intenzione, armonia fra corpo e mente, superamento del fallimento, relazione fra talento e opportunità, fra colpa e noia: sono queste le tematiche affrontate, con un taglio mai paternalistico, mai banale pur nella semplicità di esposizione.

Di recente ho letto un articolo “I miei ragazzi, insediati dal demone della facilità” di Marco Lodoli, pubblicato su La Repubblica nel 2002. L’autore, docente di scuola superiore, spiega molto dettagliatamente perché la rincorsa alle “cose facili” stia rovinando intere generazione e che differenza c’è fra facilità e semplicità. Laddove la facilità è immediatezza a scapito dell’approfondimento (Oxford Languages) la semplicità è una “complessità risolta”.

In linea generale, per arrivare ad una semplicità non scontata si deve essere in grado di padroneggiare in pieno un argomento, e questo è esattamente ciò che traspare leggendo Nessuna scusa! L’assoluta padronanza del tema in tutte le sue sfaccettature.

L’autrice ha sicuramente approfondito e fatto sue tutte le tematiche che porta nel libro, che vanno dalla sviluppo delle risorse umane, al coaching, riuscendo a rendere scorrevole e mai banale un argomento già ampiamente trattato.

Significativo da questo punto di vista è il fatto che lei stessa sia riuscita a completare e pubblicare un libro in pieno lockdown, pur avendo un lavoro a tempo pieno e una famiglia da seguire.

L’autrice, Isabella Catapano Botero

Penso che Isabella Catapano Botero sia una fonte di ispirazione, soprattutto per le donne, non solo per il suo libro ma anche per le sue esperienze di vita.

Di origine italo-colombiana, finiti gli studi superiori in Colombia, decide di trasferirsi prima in Inghilterra e poi in Italia nonostante il parere contrario del padre che prevedeva un futuro da disoccupata nel nostro paese per una giovane straniera come lei. I fatti per fortuna non hanno dato ragione ai timori di suo padre ma a Isabella e alla sua determinazione, che l’ha portata in pochi anni a diventare direttore finanziario in contesti multinazionali.

Una volta raggiunta una posizione di responsabilità e diventata anche madre, avrebbe potuto “accontentarsi” e invece no, ha continuato a studiare, a migliorarsi come professionista e come persona.

Ed è proprio per questo che ho avuto modo di conoscerla più di cinque anni fa, in occasione di un master universitario sul tema dello sviluppo delle risorse umane che entrambe stavamo frequentando pur avendo percorsi di vita e di lavoro completamente differenti.

Nonostante la sua carriera ben avviata, avvertiva la necessità di approfondire degli argomenti e degli aspetti non strettamente connessi con il suo lavoro di direttore finanziario ma legati allo sviluppo delle risorse sotto ogni punto di vista, lavorativo e personale.

E poi la necessità di raccogliere  in un libro tutte le sue esperienze, le competenze e la voglia di suggerire una via per migliorarsi anche attraverso la lettura e l’interpretazione delle biografie di grandi personalità della storia antica e contemporanea.

Non entrerò nel merito delle risposte a tutte le domande con le quali ho iniziato questa recensione, perché ti invito caldamente a leggere il libro, reperibile anche su Amazon.

Prenditi del tempo per leggerlo, rileggerlo, sottolinearlo e mettere in pratica quanto esposto, per trovare la strada giusta per focalizzare i tuoi sogni e realizzarli, lasciando per una volta le scuse sul comodino.

Paola Cavioni

Puoi acquistare il libro su Amazon dal seguente link:

Classificazione: 1 su 5.

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Morning Routine. A modo mio.

Di recente su YouTube ho scoperto l’esistenza di una tipologia di video, con milioni di visualizzazioni, intitolati “morning routine”, realizzati da mamme con un numero indefinito di figli (una tizia russa ne ha addirittura dieci!) che mostrano al mondo cosa fanno ogni mattina per prepararsi a uscire di casa.

Il chiaro intento è quello di fare sentire noi, mamme comuni, delle complete incapaci.

Ora, a parte il fatto che vorrei sapere che lavoro fanno queste madri (e padri) per mantenere tutti quei figli, per avere case enormi con arredamento ultramoderno e figlie vestite come principesse, andiamo ad analizzare punto per punto cosa succede nella maggior parte di questi video.

La loro mattina è la seguente:

  • Sveglia prima dell’alba modalità grillo entusiasta grato alla vita (‘zzo ridi lo sai solo tu);
  • Momento mindfulness, ginnastica e preghiere della durata di un’ora;
  • Colazione vegana preparata direttamente da Gordon Ramsey, già pronta in tavola;
  • Scelta outfit, trucco e parrucco della mamma, per un’altra ora buona (in quale spazio tempo vivi?? Di quante ore è composta la tua mattina??);
  • Sveglia dei bambini che si alzano al suono delle campane tibetane, tutti biondi e belli e che si svegliano di buonumore e già pettinati;
  • I bambini, anche i più piccoli, si cambiano da soli e sono tanto teneri nei loro completi in coordinato;
  • Preghiera di gruppo tutti seduti (sì, avete letto bene, tutti i bambini sono seduti) intorno al tavolo della colazione;
  • Ognuno va a scuola per conto suo, i figli più piccoli giocano tranquilli sul tappeto persiano in salotto, ovviamente con giochi svedesi in legno pensati per sviluppare tutte le facoltà mentali dei bambini in modo che automaticamente siano candidati al nobel per la fisica 2040.
  • Il papà esce per andare al lavoro (spaccia? Si dedica al traffico internazionale di organi? Da dove arrivano tutti i soldi con dieci figli, DA DOVE??);
  • La mamma si dedica serenamente al suo blog sulla cura della cinciallegra andina.

Fine della mattina, tutti felici.

Io ho solo due figli, che per la media italiana sono già tanti, e la mia mattina invece è questa:

  • Sveglia che suona alle sei meno un quarto. La spengo;
  • Sveglia che suona alle sei. La spengo e provo ad andare avanti a dormire ma mio marito russa. Gli tiro una gomitata, metto la testa sotto il cuscino e provo a dormire ancora;
  • Sveglia che suona ininterrottamente fino alle sette.  Apro gli occhi e so già che sarò in ritardo. Fuori è ancora buio. Momento per capire come mi chiamo, cosa ci faccio nel mondo e perché non sono andata a vivere in Irlanda nel 2008;
  • Inizio le pratiche di risveglio della ciurma. Provo a svegliare Figlia n°1 Gaia con una carezza. Non si sveglia. La chiamo ancora dopo dieci minuti e provo a scuoterla. Non si sveglia. La chiamo ancora dopo dieci minuti e già è tardi. Inizio a urlare come Annie Wilkes di Misery non deve morire  nella scena della battaglia finale e la minaccio di restare in punizione fino ai 18 anni se arriviamo in ritardo a scuola. Finalmente si alza e, in loop su “non ho voglia di andare a scuola” va in bagno;
  • Spalanco la finestra della camera da letto ed è subito Alaska. Nebbia freddo giorni lunghi e amari (questa la capiranno in pochi). Ancora in pigiama rifaccio i letti, nel frattempo il marito è già in bagno e praticamente è vestito e profumato;
  • Si sveglia anche il piccolo Francesco che inizia la cantilena di “mamma, mamma, mamma, mamma, mamma” e mi si attacca alla gamba mentre cerco di raggiungere faticosamente la doccia come un concorrente di Giochi senza Frontiere;
  • Mi vesto in tre minuti chiusa nella cabina armadio (per non farmi raggiungere dal piccolino che è attaccato alla porta e continua a chiamarmi) e solo quando sono in ufficio mi accorgerò di avere messo le calze di due tonalità diverse.
  • Mia figlia nel frattempo non ha ancora finito di prepararsi e anzi la trovo sulla tazza che fissa il vuoto. Secondo urlo della mattina. Mio marito nel frattempo cerca di vestire il piccolino legandolo al fasciatoio perché sguscia via peggio di un’anguilla.
  • Una volta vestiti, mi tocca pettinare mia figlia. Chiunque abbia figlie femmine sa di cosa sto parlando, e non pensate alla dolcezza con cui Rapunzel pettina i sui lunghi capelli. No. Avete in mente l’espressione della Medusa di Caravaggio? Ecco, quella è mia figlia quando le faccio la coda alla mattina. Ogni mattina. Da quasi dieci anni.   
  • Momento colazione: Gaia che ci mette mezz’ora a decidere cosa vuole mangiare, Francesco urla perché vuole vedere i cartoni e fare colazione con il formaggio (giuro). Io, in piedi, trangugio il caffè rovente, mentre penso ad un modo con cui potrei fingere la mia morte e mentre urlo ancora perché Gaia ci mette una vita per andare a lavarsi i denti. In tutto questo Macchia, il cane, ci guarda perplessa e meno male che non può dirci cosa pensa;
  • Usciamo finalmente tutti di casa e corro a portare Gaia a scuola, corro alla macchina e corro al lavoro (tutto questo correre e non capisco ancora come faccio ad avere la cellulite). Arrivo al parcheggio dell’ufficio e finisco di truccarmi in macchina, rischiando di incrociare lo sguardo di qualche collega mentre ho  la tipica espressione da babbuino stupito che facciamo tutte noi donne quando ci mettiamo il mascara.

Fine della mattina, qualche ferito e io già esaurita.

Mamme, ditemi che non sono da sola?

Paola Cavioni

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Come non amare settembre?

“Dorme ancora la campagna, forse no,
È sveglia, mi guarda, non so.
Già l’odore della terra odor di grano,
Sale adagio verso me.”

(Impressioni di settembre, PFM)

Billie Joe Armstrong cantava wake me up when september ends, svegliami quando settembre è finito, in una hit di qualche anno fa, scritta per ricordare la morte di suo padre, ma che inevitabilmente viene associata ad un mese che ancora tanti non amano in particolar modo.

Può sembrare da pazzi amare il mese dell’inizio della scuola, il mese che anticipa l’arrivo del freddo, ma settembre continua ad essere il mio mese preferito perché regala tanta bellezza, anche in questo 2020 che deve ancora farsi perdonare.

Più dell’inizio dell’anno, più della primavera, settembre è il mese della rinascita, una pagina bianca pronta per essere scritta o colorata con tèmpere nuove.

È il mese gioioso della vendemmia, dolce come l’uva e silenzioso come le spiagge che salutano gli ultimi vacanzieri, mentre gli ombrelloni si preparano al riposo invernale.

Amo le giornate settembrine ancora lunghe ma meno calde, le passeggiate in campagna alla mattina, con la nebbiolina che piano piano si alza e lascia il posto ai colori caldi dell’autunno: giallo, rosso e ocra, tre colori che amo quando dipingo.

Questo è il mese dei racconti, degli amici ritrovati dopo le ferie, abbronzati e bellissimi.

È il mese delle domeniche in collina per cercare le prime castagne e fare la gara a chi ne trova di più.

Settembre è una vecchia canzone malinconica è bellissima della PFM.

È il mese delle sagre e degli ultimi fuochi d’artificio.

Delle prime coperte sui divani alla sera.

È il mese in cui si torna a volersi bene dopo gli eccessi dell’estate.

È il momento di tirare fuori la felpa, quella vecchia e un po’ consumata ma che mi piace tanto, che fa freschino, ma poi ho ancora gli infradito ai piedi.  

Delle mele e delle prime zucche da farci la zuppa con sopra l’amaretto sbriciolato.

È il mese delle piogge che sanno ancora di estate ma che portano l’autunno.

Dei jeans che finalmente non danno fastidio.

È l’odore inconfondibile della pioggia sull’asfalto e della terra bagnata nei campi.

E ancora per qualche giorno non voglio pensare alla scuola con i banchi a rotelle, alle mascherine in ufficio, alla incertezza dei prossimi mesi. Voglio solo lasciarmi cullare dal dolce profumo dell’estate che ci saluta e dalla poesia di questi primi giorni di settembre, perché sì, voglio restare sveglia fino alla fine.

Paola Cavioni

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