Morning Routine. A modo mio.

Di recente su YouTube ho scoperto l’esistenza di una tipologia di video, con milioni di visualizzazioni, intitolati “morning routine”, realizzati da mamme con un numero indefinito di figli (una tizia russa ne ha addirittura dieci!) che mostrano al mondo cosa fanno ogni mattina per prepararsi a uscire di casa.

Il chiaro intento è quello di fare sentire noi, mamme comuni, delle complete incapaci.

Ora, a parte il fatto che vorrei sapere che lavoro fanno queste madri (e padri) per mantenere tutti quei figli, per avere case enormi con arredamento ultramoderno e figlie vestite come principesse, andiamo ad analizzare punto per punto cosa succede nella maggior parte di questi video.

La loro mattina è la seguente:

  • Sveglia prima dell’alba modalità grillo entusiasta grato alla vita (‘zzo ridi lo sai solo tu);
  • Momento mindfulness, ginnastica e preghiere della durata di un’ora;
  • Colazione vegana preparata direttamente da Gordon Ramsey, già pronta in tavola;
  • Scelta outfit, trucco e parrucco della mamma, per un’altra ora buona (in quale spazio tempo vivi?? Di quante ore è composta la tua mattina??);
  • Sveglia dei bambini che si alzano al suono delle campane tibetane, tutti biondi e belli e che si svegliano di buonumore e già pettinati;
  • I bambini, anche i più piccoli, si cambiano da soli e sono tanto teneri nei loro completi in coordinato;
  • Preghiera di gruppo tutti seduti (sì, avete letto bene, tutti i bambini sono seduti) intorno al tavolo della colazione;
  • Ognuno va a scuola per conto suo, i figli più piccoli giocano tranquilli sul tappeto persiano in salotto, ovviamente con giochi svedesi in legno pensati per sviluppare tutte le facoltà mentali dei bambini in modo che automaticamente siano candidati al nobel per la fisica 2040.
  • Il papà esce per andare al lavoro (spaccia? Si dedica al traffico internazionale di organi? Da dove arrivano tutti i soldi con dieci figli, DA DOVE??);
  • La mamma si dedica serenamente al suo blog sulla cura della cinciallegra andina.

Fine della mattina, tutti felici.

Io ho solo due figli, che per la media italiana sono già tanti, e la mia mattina invece è questa:

  • Sveglia che suona alle sei meno un quarto. La spengo;
  • Sveglia che suona alle sei. La spengo e provo ad andare avanti a dormire ma mio marito russa. Gli tiro una gomitata, metto la testa sotto il cuscino e provo a dormire ancora;
  • Sveglia che suona ininterrottamente fino alle sette.  Apro gli occhi e so già che sarò in ritardo. Fuori è ancora buio. Momento per capire come mi chiamo, cosa ci faccio nel mondo e perché non sono andata a vivere in Irlanda nel 2008;
  • Inizio le pratiche di risveglio della ciurma. Provo a svegliare Figlia n°1 Gaia con una carezza. Non si sveglia. La chiamo ancora dopo dieci minuti e provo a scuoterla. Non si sveglia. La chiamo ancora dopo dieci minuti e già è tardi. Inizio a urlare come Annie Wilkes di Misery non deve morire  nella scena della battaglia finale e la minaccio di restare in punizione fino ai 18 anni se arriviamo in ritardo a scuola. Finalmente si alza e, in loop su “non ho voglia di andare a scuola” va in bagno;
  • Spalanco la finestra della camera da letto ed è subito Alaska. Nebbia freddo giorni lunghi e amari (questa la capiranno in pochi). Ancora in pigiama rifaccio i letti, nel frattempo il marito è già in bagno e praticamente è vestito e profumato;
  • Si sveglia anche il piccolo Francesco che inizia la cantilena di “mamma, mamma, mamma, mamma, mamma” e mi si attacca alla gamba mentre cerco di raggiungere faticosamente la doccia come un concorrente di Giochi senza Frontiere;
  • Mi vesto in tre minuti chiusa nella cabina armadio (per non farmi raggiungere dal piccolino che è attaccato alla porta e continua a chiamarmi) e solo quando sono in ufficio mi accorgerò di avere messo le calze di due tonalità diverse.
  • Mia figlia nel frattempo non ha ancora finito di prepararsi e anzi la trovo sulla tazza che fissa il vuoto. Secondo urlo della mattina. Mio marito nel frattempo cerca di vestire il piccolino legandolo al fasciatoio perché sguscia via peggio di un’anguilla.
  • Una volta vestiti, mi tocca pettinare mia figlia. Chiunque abbia figlie femmine sa di cosa sto parlando, e non pensate alla dolcezza con cui Rapunzel pettina i sui lunghi capelli. No. Avete in mente l’espressione della Medusa di Caravaggio? Ecco, quella è mia figlia quando le faccio la coda alla mattina. Ogni mattina. Da quasi dieci anni.   
  • Momento colazione: Gaia che ci mette mezz’ora a decidere cosa vuole mangiare, Francesco urla perché vuole vedere i cartoni e fare colazione con il formaggio (giuro). Io, in piedi, trangugio il caffè rovente, mentre penso ad un modo con cui potrei fingere la mia morte e mentre urlo ancora perché Gaia ci mette una vita per andare a lavarsi i denti. In tutto questo Macchia, il cane, ci guarda perplessa e meno male che non può dirci cosa pensa;
  • Usciamo finalmente tutti di casa e corro a portare Gaia a scuola, corro alla macchina e corro al lavoro (tutto questo correre e non capisco ancora come faccio ad avere la cellulite). Arrivo al parcheggio dell’ufficio e finisco di truccarmi in macchina, rischiando di incrociare lo sguardo di qualche collega mentre ho  la tipica espressione da babbuino stupito che facciamo tutte noi donne quando ci mettiamo il mascara.

Fine della mattina, qualche ferito e io già esaurita.

Mamme, ditemi che non sono da sola?

Paola Cavioni

Se ti sono piaciuti i miei post, puoi seguire il blog Righe di Arte con il tuo account di WordPress oppure inserire la tua mail nel form che trovi in fondo alla pagina.

In questo modo riceverai una notifica ogni volta che pubblicherò dei nuovi contenuti.

Come non amare settembre?

“Dorme ancora la campagna, forse no,
È sveglia, mi guarda, non so.
Già l’odore della terra odor di grano,
Sale adagio verso me.”

(Impressioni di settembre, PFM)

Billie Joe Armstrong cantava wake me up when september ends, svegliami quando settembre è finito, in una hit di qualche anno fa, scritta per ricordare la morte di suo padre, ma che inevitabilmente viene associata ad un mese che ancora tanti non amano in particolar modo.

Può sembrare da pazzi amare il mese dell’inizio della scuola, il mese che anticipa l’arrivo del freddo, ma settembre continua ad essere il mio mese preferito perché regala tanta bellezza, anche in questo 2020 che deve ancora farsi perdonare.

Più dell’inizio dell’anno, più della primavera, settembre è il mese della rinascita, una pagina bianca pronta per essere scritta o colorata con tèmpere nuove.

È il mese gioioso della vendemmia, dolce come l’uva e silenzioso come le spiagge che salutano gli ultimi vacanzieri, mentre gli ombrelloni si preparano al riposo invernale.

Amo le giornate settembrine ancora lunghe ma meno calde, le passeggiate in campagna alla mattina, con la nebbiolina che piano piano si alza e lascia il posto ai colori caldi dell’autunno: giallo, rosso e ocra, tre colori che amo quando dipingo.

Questo è il mese dei racconti, degli amici ritrovati dopo le ferie, abbronzati e bellissimi.

È il mese delle domeniche in collina per cercare le prime castagne e fare la gara a chi ne trova di più.

Settembre è una vecchia canzone malinconica è bellissima della PFM.

È il mese delle sagre e degli ultimi fuochi d’artificio.

Delle prime coperte sui divani alla sera.

È il mese in cui si torna a volersi bene dopo gli eccessi dell’estate.

È il momento di tirare fuori la felpa, quella vecchia e un po’ consumata ma che mi piace tanto, che fa freschino, ma poi ho ancora gli infradito ai piedi.  

Delle mele e delle prime zucche da farci la zuppa con sopra l’amaretto sbriciolato.

È il mese delle piogge che sanno ancora di estate ma che portano l’autunno.

Dei jeans che finalmente non danno fastidio.

È l’odore inconfondibile della pioggia sull’asfalto e della terra bagnata nei campi.

E ancora per qualche giorno non voglio pensare alla scuola con i banchi a rotelle, alle mascherine in ufficio, alla incertezza dei prossimi mesi. Voglio solo lasciarmi cullare dal dolce profumo dell’estate che ci saluta e dalla poesia di questi primi giorni di settembre, perché sì, voglio restare sveglia fino alla fine.

Paola Cavioni

Se ti sono piaciuti i miei post, puoi seguire il blog Righe di Arte con il tuo account di WordPress oppure inserendo il tuo indirizzo mail nel form che trovi di seguito.

In questo modo riceverai una notifica ogni volta che pubblicherò dei nuovi contenuti.

Classificazione: 1 su 5.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Il profumo dei miei figli

Il profumo dei miei figli è un biscotto alla cannella,

è il sale che brilla sulle loro mani affondate nella sabbia.

Il profumo dei miei figli è la coperta che protegge il mio sonno,

è la loro voce spettinata che mi chiama nel mezzo della notte.

Il profumo dei miei figli è in ogni loro abbraccio,

in ogni segreto sussurrato fra la linea del collo e il mio orecchio.

Il profumo dei miei figli è la brezza fredda delle mattine di montagna, è acqua di lago,

è la primavera nel vento.

Il profumo dei miei figli, a ben sentire, è il suono delle loro risate;

è profumo della vita.

Paola Cavioni

Agosto 2020

Se ti sono piaciuti i miei post, puoi seguire il blog Righe di Arte con il tuo account di WordPress oppure inserendo il tuo indirizzo mail dalla sezione “Segui questo blog”. In questo modo riceverai una notifica ogni volta che pubblicherò dei nuovi contenuti.

Classificazione: 1 su 5.

Righe a me stessa, per il mio compleanno

13 agosto 2020

There are places I’ll remember
All my life, though some have changed
Some forever, not for better
Some have gone, and some remain
All these places had their moments
With lovers and friends, I still can recall
Some are dead, and some are living
In my life, I’ve loved them all

In My Life, Beatles

“Nel mezzo del cammin di nostra vita…”

Inferno, Canto I

Dante Alighieri

I trentacinque anni possono essere ancora considerati la metà del cammino?

Parrebbe di no, visto che i quaranta sono i nuovi venti. Così dicono.

Sotto certi aspetti, mi sembra di averla già superata questa metà, se non anagraficamente almeno per tutto quello che ho vissuto fino a oggi.

Perché la Vita fino a qua non mi ha risparmiato proprio nulla, nel bene e nel male.

Spero però, come Dante, che il cammino mi riservi anche un po’ di Paradiso dato di inferni ne ho già passati a sufficienza per un paio di vite ancora.

La morte di mio fratello Stefano quasi dodici anni fa, superata con non poca fatica (superata?) e a fine marzo quella di mio papà. Due dei miei punti di riferimento, metà della mia famiglia volata via troppo presto, in modo ingiusto e improvviso, senza nemmeno la consolazione di un saluto.

Dolori indescrivibili, due buchi nell’anima. Ma anche gioie immense: i miei figli Gaia e Francesco che ogni giorno mi ricordano che “vale la pena vivere”, come canta Ligabue.

E tante altre esperienze. Una laurea, un master, viaggi per il mondo, decine di lavori e tre traslochi per arrivare finalmente nella casa dei miei sogni, un uomo (con la U maiuscola) vicino che mi fa sentire amata ogni giorno, pur nelle difficoltà della vita di coppia.

Ho la fortuna di avere ancora mia madre e mia sorella a darmi forza e a riceverla da me.

Ho accanto amiche sincere, pazze come me, sulle quali posso sempre contare e amici che mi hanno adottato come una sorella e che sono una ricchezza per l’anima.

Quindi ho ancora comunque tanto per cui essere grata.

Una vita piena, pur nelle sue avversità. Sogni realizzati, altri da realizzare, altri ancora che so che non realizzerò mai ma che ancora non posso dire infranti.

Sono nata esattamente un mese dopo il Live Aid di Wembley, oggi sono trentacinque anni e quest’anno più che mai, dopo tutte quello che è successo nella mia vita e nel mondo, mi chiedo se la direzione che sto dando alle vele sia quella giusta.

Ho nei ricordi della mia infanzia le immagini della guerra nei Balcani, ricordo perfettamente dove ero nel momento in cui seppi dell’attacco alle Torri Gemelle, ho visto alla televisione le immagini di guerre e tsunami, pensavo di essere pronta a tutto ma mai nella vita avrei pensato di dover affrontare anche una pandemia, con due figli a cui dover rendere conto di un mondo che non è quello che mi ero immaginato per loro.

I trentacinque anni dovrebbe essere l’età della maturità, delle certezze, delle conferme e della affermazione personale e nel lavoro. Anche in questo caso, così dicono.

Perchè non riesco a sentire tutte queste certezze, le uniche sicurezze stanno nelle persone che amo, mentre tutto il resto è in continuo mutamento. Penso però che nel mutamento sta la vita stessa, un po’ come accade nella natura, dove muore chi sta fermo, chi non si adatta, chi rimane immobile. Solo la materia inanimata non cambia mai. O forse questa percezione di continuo mutamento è solo perché la natura umana è sempre alla ricerca di un po’ di pace, e in questo senso sento di dovere ancora fare pace con parecchi aspetti della mia vita.

Sono in quella età in cui apprezzo e stimo chi mi apprezza e ha stima di me. Chi crede in qualcosa, che ha dei valori. Non stimo le anime vuote e superficiali e chi non si mette mai in discussione. Questa lo so per certo.

Ma devo trovare un equilibrio su tante cose, primo fra tutti fare pace con la mia malinconia, che conoscono in pochi perché mascherata da sempre dietro un sorriso.

Devo fare pace con la mia insicurezza, che poi è solo un’altra faccia della dolcezza che ho ereditato da mia madre.

Devo ancora imparare a fare pace con il mio corpo, con il mio mangiare troppo o troppo poco, con le smagliature, con la curva morbida dei miei fianchi e le miei gambe da camminatrice. Con i miei capelli, che diventano mossi quando li vorrei lisci e viceversa e che iniziano a diventare bianchi sulle tempie.

Devo fare pace con il senso di giustizia che mi ha trasmesso mio padre, che spesso mi fa sentire inadeguata in questo mondo dove sembra sempre vincere il più furbo e non l’onesto.

Devo ancora fare pace con il mio essere incostante, aspetto del mio carattere legato a doppio filo al mio animo bohémien e artistico.

Devo fare pace con le mie frustrazioni e la mia eccessiva empatia, che mi porta a volere aiutare sempre tutti, ma che alla fine mi fa dimenticare di aiutare me stessa. Devo fare pace con la mia fretta di vivere, che non mi fa apprezzare nel modo migliore le cose che ho qui ed ora e che mi ha fatto sempre avere una testa “da adulta” fin da quando ero bambina.

Devo ancora riuscire a nuotare nell’acqua alta e non avere paura, voltandomi, nel vedere che mio papà non è più fisicamente al mio fianco, come ha sempre fatto per tutta la sua vita.

Spero di avere ancora tempo nella vita per poter fare pace con questi e altri aspetti.

E se non proprio pace, almeno avere un po’ di tregua di tanto in tanto.

Quello che mi auguro per questo compleanno, se posso esprimere un desiderio come si fa la notte di San Lorenzo, è di poter vedere ancora un po’ di mondo nei prossimi venti o trent’anni, zaino in spalla e i miei bambini per mano.

Vorrei poter regalare ai miei figli tante esperienze, perché so che solo quelle posso lasciare in eredità. Regalare loro ogni volta occhi nuovi con cui vedere le cose.

Regalare loro la fiducia nel prossimo in una società che vedo sempre più chiusa, a dispetto della globalizzazione. Regalare loro la serenità nel lasciarli andare quando sarà il momento e saranno grandi.

E poi mi auguro di trovare un pò di equilibrio su questa Terra che trema così spesso.

Non è ancora un bilancio, spero di avere il privilegio di invecchiare per poter fare bilanci più in là nella mia vita, è solo una riflessione e un augurio che faccio a me stessa, a metà del mio cammino.

Buon compleanno, buon compleanno a me.

Continua a leggere →

Lettera a Andrea Bocelli

Landriano, 28 luglio 2020

Caro Andrea,
se sei in grado di fare un po’ di autocritica devi ammetterlo a te stesso: stavolta hai detto un’immensa fesseria.
A parte il fatto che, come ti hanno già giustamente fatto notare i tuoi figli, dovrebbero invitarti a discutere di argomenti di cui sei competente, come le arie de La bohème o della Cavalleria Rusticana.
Sono rimasta davvero dispiaciuta e sgomenta nell’ascoltare le tue esternazioni pubbliche su quella che ritieni sia stata una “non emergenza” sanitaria. Fino a ieri ti stimavo come artista. Ora mi verrebbe da dirti che ti disprezzo come essere umano per le frasi che hai detto e che sono una pugnalata a chi questa tragedia l’ha vissuta in tutta la sua profondità.
Lascia che ti dica una cosa: in pochi, se non medici e infermieri, hanno visto i morti delle terapie intensive di mezza Italia e della Lombardia soprattutto. E lo sai perché non li ha visti nessuno? Perché a nessun amico, figlio o parente era concessa la visita ai malati messi in isolamento a causa del virus. Morivano soli, alcuni coscienti fino all’ultimo, altri con il dono almeno della sedazione ad evitare la sofferenza, ad accompagnarli nel viaggio.
Un destino purtroppo che ha accomunato tanti, troppi italiani. Neanche io ho potuto vedere mio papà morire in un reparto di terapia intensiva convertito alla gestione della emergenza. E penso che siano fortunati quelli che non hanno dovuto passare il calvario che hanno passato tante famiglie come la mia.
Sai cosa vuol dire non poter dire addio ad un genitore, sapere di non avere potuto fare niente per salvarlo? Saperlo dentro una bara consegnata chiusa? Sapere di non aver potuto dargli un ultimo abbraccio, un ultimo bacio? Forse per tua fortuna non lo sai, perché è una sofferenza che accompagnerà me e mia sorella per il resto della vita e che non auguro a nessuno.
Su una cosa sono pienamente d’accordo con te. Anche io mi sono sentita umiliata e offesa.
Mi sono sentita umiliata e offesa da una politica che ha scelto il silenzio nelle settimane precedenti allo scoppio della pandemia, quando già le informazioni c’erano su quello che stava per arrivare nel nostro Paese ma si è preferito tacere in nome del dio denaro, in nome di una economia che non si poteva fermare, non si poteva creare panico. E so per certo che le aziende italiane con delle sedi in Cina già a gennaio avevano preso tutti i provvedimenti necessari al contenimento del contagio, perché sapevano che piaga sarebbe arrivata di lì a poco anche in Italia, a riprova che qualcosa si poteva fare per tempo.
Mi sono sentita umiliata e offesa quando a mio padre un operatore del numero delle emergenze di Regione Lombardia ha risposto di “stare a casa e prendere la tachipirina” davanti a dieci giorni di evidenti sintomi del virus che lo avrebbe ucciso dopo altre due settimane.
Un virus che ha ucciso e sta ancora uccidendo nel mondo, anche se tanti, come te, non lo vogliono vedere.
Mi sono sentita umiliata quando alla mia famiglia è stato detto che non avrebbero fatto il tampone a nessuno se non davanti a evidenti sintomi di malattia. Come a dire “intanto muori a casa tua”.
Mi sono sentita offesa per non aver potuto fare un funerale decente a mio papà, un uomo che ha speso metà della vita ad aiutare gli altri, a rendere questo mondo un posto un po’ migliore o quantomeno meno schifoso di come lo ha trovato lui, ed è stato salutato nel silenzio di un cimitero vuoto neanche fosse stato un delinquente.
Forse non conoscerò tanta gente quanta ne conosci tu, ma ti dico che sei stato fortunato, perché solo fra le mie conoscenze più strette sono più di dieci le famiglie che hanno avuto un parente morto per Coronavirus, e altrettante che hanno visto un amico o un famigliare ricoverato in terapia intensiva e che per fortuna è guarito.
Ma io sono solo una mamma lombarda quindi la mia esperienza e il mio pensiero contano sicuramente meno del tuo che vieni invitato nel Senato della Repubblica a parlare di cose di cui non sai nulla.
Ora che la bufera si sta forse calmando, che si cerca di fare rimarginare le ferite, sentire queste esternazioni da un personaggio del tuo spessore culturale è davvero sconvolgente, immaginando poi che personaggi pubblici come te non avranno sicuramente vissuto la stessa quarantena delle persone comuni, costrette in bilocali di città per mesi insieme a bambini, oppure lontani da genitori anziani.
Non so cosa ti sia passato per la testa per dire certe assurdità, a questo punto spero che ti abbiano pagato, perché se davvero le pensi dovresti farti una chiacchierata con qualche medico o infermiere di un qualsiasi ospedale italiano. Oppure se preferisci ti apro casa mia e davanti ad un caffè ti racconto per filo e per segno cosa abbiamo vissuto. Forse allora potresti “aprire gli occhi” sulla vicenda, e lo dico senza alcuna ironia.

Mi piacerebbe davvero che questa lettera ti arrivasse, chi lo sa quali magie possono fare le condivisioni sul web.

Paola Cavioni

Donne

donna

Che belle le donne che sanno accompagnare gli anni che passano.

Che non nascondono un capello bianco o quella ruga che allunga l’orizzonte del loro sguardo.

Che dona espressione al loro sorriso.

Che belle le donne sorelle delle donne.

Che sanno essere complici.

Donne solo apparentemente semplici.

Che belle le donne che in un mondo sterile sanno essere madri.

Madri di progetti, di idee. Di figli.

Che belle le donne che non nascondono la loro fragilità ma che sanno quanto valgono.

E come sono belle le donne quando amano.

Ma anche quando si accorgono di non amare più.

Che belle le donne che sanno essere libere ma mettere radici.

Che belle le donne che si perdono nella musica che hanno dentro.

Paola Cavioni

Se ti sono piaciuti i miei post, puoi seguire il blog Righe di Arte con il tuo account di WordPress oppure inserendo il tuo indirizzo mail dalla sezione “Segui questo blog”. In questo modo riceverai una notifica ogni volta che pubblicherò dei nuovi contenuti.

Righe su La mattina dopo, di Mario Calabresi

davLa mattina dopo, di Mario Calabresi

(Mondadori, settembre 2019)

Dovremmo resistere

Dovremmo insistere

E starcene ancora su

Se fosse possibile

Toccando le nuvole

O vivere altissimi

Come due acrobati

Sospesi…

 

Acrobati, Daniele Silvestri

“I primi giorni sono come una corrente a cui non si riesce a sfuggire: non fai che pensare a quello che hai perso. Come un fiume in piena che ti trascina, ogni tanto incontri una roccia o un ramo e per un attimo rallenti, metti la testa fuori, fai un respiro profondo. Per un momento ti illudi di aver razionalizzato, di avere trovato una spiegazione convincente capace di mettere da parte la sofferenza o di contenerla, ma l’istante dopo l’hai già dimenticata e sei tornato in balia della corrente.”

Come è un peccato interrompere un amico che davanti a una tazza di caffè ti sta raccontando la sua vita, così è un peccato interrompere la lettura di La mattina dopo di Mario Calabresi. Poco più di cento pagine che vanno lette tutte d’un fiato, in un paio di ore.

Avevo sul comodino questo libro ormai da qualche mese, mio marito lo aveva comprato appena uscito a settembre dello scorso anno. Fino a ieri non avevo ancora avuto il tempo e il coraggio di leggerlo per timore della tristezza che avrei potuto trovarci.

E invece mi sbagliavo.

Perché un libro dedicato a chi “combatte per tornare alla vita”, non può che trasudare vita ed esaltarla in ogni pagina.

E forse mi è servito leggere questo libro proprio ora, in un momento in cui io stessa mi trovo in prima linea a dover affrontare l’alba di un giorno dopo a provare a ritrovare la rotta dopo la tempesta, per la seconda volta in 34 anni, perché il Covid-19 non ha risparmiato neanche la mia famiglia. E così cerco conforto nei libri, nelle esperienze degli altri, come ho sempre fatto, non potendo più trovare conforto nelle parole di mio padre.

Calabresi parte dal suo presente: è il giorno del suo licenziamento dalla direzione del giornale La Repubblica. Quella prima mattina dopo è lo spunto per ripercorrere a ritroso la sua vita, alla ricerca delle radici della sua famiglia, fino ad arrivare a suo padre e a Giorgio Pietrostefani. E qui è il Mario Calabresi-uomo a parlare, non il giornalista.

Quella di Calabresi non è la sola voce che incontriamo nel libro, perché in ogni capitolo – capitoli brevi che sembrano opera di un pittore più che di un giornalista, poichè ogni frase è stesa con la stessa delicatezza di un artista – ci viene presentata una storia diversa.

Piccole storie nella Storia.

Storie di resilienza, termine del quale si abusa ultimamente, anche a sproposito. Ma sono soprattutto storie di sopravvivenza e di speranza.

“C’è però una mattina dopo che non può essere organizzata perché non poteva essere nemmeno immaginata. Accade con gli incidenti, le morti improvvise, accade quando l’equilibrio della tua vita è sconvolto senza preavviso […] Ci sono lutti e mancanze che forse non si elaborano mai, ma ricordare e provare a sorridere del ricordo è quello che possiamo cercare di fare.”

Calabresi con le sue storie, e i loro insegnamenti, ci racconta una semplice verità: l’unico modo per superare le tragedie è aggrapparsi alla vita e a quello che resta, tanto o poco che sia.

Ci parla così di sua madre Gemma, per due volte vedova, che deve imparare a vivere nuovamente, come se fosse rinata.

C’è Damiano,  giovane sopravvissuto per miracolo a un incidente aereo in Africa, che decide appena rimessosi in piedi di non smettere di fare surf e di viaggiare.

C’è Andra Bucci, “ragazza di 80 anni” sopravvissuta  con la sorella ad Auschwitz, che tutti i giorni va a camminare all’alba e fa tre o quattro mezze maratone all’anno. Ognuno trova una cura per l’anima in modo differente.

“La ascolto parlare e mi viene in mente una canzone degli Oasis, Don’t look Back in Anger. Parla di tutt’altro, ma il suo titolo è la sintesi perfetta di quello che mi porto a casa dei giorni passati con Andra: non guardare al passato con rabbia. Non puoi cambiare ciò che è successo, bisogna farci pace. E prima lo si fa meglio è.”

Perché la mattina dopo è quella in cui ti trovi davanti un bivio: lasciarti consumare dal dolore e dalla rabbia o provare a trovare un accordo con il destino, con Dio o con la sfortuna (ognuno la chiami come vuole). Dove fare pace, trovare un punto d’incontro, non vuol dire smettere di soffrire, ma riuscire a convivere con le cicatrici della vita, che in qualche modo prima o poi colpisce tutti, senza distinzione.

Perché la mattina dopo ha tanti volti. Ha il volto del tempo vuoto di chi ha perso il lavoro di una vita. È il letto vuoto di chi ci ha lasciato per sempre. È il tempo che resta ad un malato terminale. È  il vuoto di un braccio o una gamba che mancano dopo un  brutto incidente.

La mattina dopo è il momento in cui ti rendi conto che devi provare a mettere insieme i pezzi per provare a dare un senso alla sofferenza che vita ti presenta come un conto troppo salato.

Non è un libro su chi ce l’ha fatta, ma su chi ci sta provando.

Perché farsi consumare dalla rabbia o abbandonarsi al dolore possono dare conforto per un breve lasso di tempo, il tempo di decidere se scegliere la vita, la speranza, o la morte.

 

L’autore

mde

Mario Calabresi nasce a Milano nel 1970, figlio di Luigi Calabresi e di Gemma Capra.

Studia Storia contemporanea all’Università Statale di Milano e si specializza poi alla scuola di Giornalismo “Carlo de Martini”. Inizia nel 1996 la sua carriera come cronista politico all’Agenzia Ansa di Montecitorio.

Lavora come inviato speciale per La Repubblica e La Stampa, raccontando gli Stati Uniti dopo gli attentati del settembre 2011 e le elezioni presidenziali del 2008.

È il più giovane direttore de La Stampa, che dirige dal 2009 al 2016.

Dal 2016 al 2019 è direttore de La Repubblica.

Il suo primo romanzo, Spingendo la notte più in là, tradotto in Francia, Germania e Stati Uniti, vende oltre mezzo milione di copie.

“Faccio il giornalista fin da bambino, se giornalista significa avere curiosità di tutto quello che accade nel mondo. Mi piace capire il perché dei fatti e le storie delle persone.”

Mario Calabresi

Se ti sono piaciuti i miei post, puoi seguire il blog Righe di Arte con il tuo account di WordPress oppure inserendo il tuo indirizzo mail dalla sezione “Segui questo blog”. In questo modo riceverai una notifica ogni volta che pubblicherò dei nuovi contenuti.

Paola Cavioni

Se ti sono piaciuti i miei post, puoi seguire il blog Righe di Arte con il tuo account di WordPress oppure inserendo il tuo indirizzo mail nel form che trovi di seguito.

In questo modo riceverai una notifica ogni volta che pubblicherò dei nuovi contenuti.

← Precedente

Grazie per la risposta. ✨

Superluna 7 aprile 2020

La luna si lascia fotografare, vanitosa più che mai.
Ignara, beata lei, di quello che succede qui..

Dal balcone di casa, Landriano (PV).

Tempo di quarantena, aprile 2020

“Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno che hai voglia ad aspettare
Un tempo sognato che viene di notte
E un altro di giorno teso
Come un lino a sventolare”

C’è tempo, Ivano Fossati

tempo

È un tempo di pace questo, ma il suono dei cannoni è quello delle sirene sulle strade.

Non si piangono soldati ma padri, madri, fratelli e sorelle, amici persi. Persi per sempre.

Ma è solo un tempo diverso, chiusi nelle nostre case che ci sembravano più grandi.

È il tempo del pane che lievita e della notte che non passa mai.

È il tempo del sole che sorge presto, delle giornate che si fanno più lunghe e ci fanno scoprire quanto fosse inutile il nostro affannarci di prima. Per cosa?

È il tempo infinito e sospeso del lutto e del pianto, della solitudine.

Del cambiamento, se avremo fortuna.

Ma è anche il tempo ritrovato degli abbracci e dei baci alla mattina. Ha il profumo dei nostri figli e il suono delle loro voci. È il tempo semplice di una colazione insieme.

È il tempo regalato al pensiero senza il rumore delle macchine sulla strada.

È un tempo che sembra vuoto ma che sta mostrando quanto vuote fossero tante vite così impegnate.

Le vite del non ho tempo.

E ora che abbiamo tutto il tempo del mondo, a malapena sappiamo cosa farne.

È il tempo delle preghiere di chi non crede in Dio.

Paola Cavioni

2 aprile 2020

In loving memory…

antonio_cavioni

1 aprile 2020

In ricordo di Antonio Cavioni (25 febbraio 1952 – 28 marzo 2020)

Mio padre.

Ciao papi.

Ieri ti abbiamo salutato, come si fa di questi tempi balordi, solo noi e il don Antonio al cimitero, senza messa, solo una benedizione veloce.

Ai funerali si dovrebbe dire qualcosa in ricordo di chi se ne va ma ieri non sono riuscita a dire niente.

Tu lo sai però che sono sempre stata più brava a scrivere che a parlare. Ieri ci ha pensato una dolce Ave Maria, cantata solo per te dalla cara Maricia, a parlare per tutti noi anche se da un cellulare. Per noi che da sabato scorso siamo rimasti senza parole, quelle parole che tu avevi sempre per tutti.

In tempi “normali” la morte sarebbe arrivata lo stesso prima o poi. Ma saremmo stati insieme, molto probabilmente. Avremmo tenuto la tua mano, ci saremmo stretti attorno alla mamma senza le mascherine e senza paura di potersi contagiare a vicenda. Ora non si può, questa forse è la più grande sofferenza, la più grande ingiustizia. Questo mostro obbliga a fare i conti ognuno per sé con il proprio dolore, con i propri pensieri, le proprie domande.

Non so se sia una guerra quella che stiamo combattendo, perché in guerra almeno il nemico lo vedi. E in guerra i nonni non ci vanno. Il virus ci sta portando via un pezzo della nostra memoria, e si dovrà fare presto i conti con il lutto collettivo di migliaia di bambini che da un giorno all’altro hanno perso uno o più nonni, senza neanche poterli salutare, senza neanche poter essere presenti al funerale, cosa che se non allevia la sofferenza almeno è un momento di passaggio per poter iniziare ad elaborare il lutto.

Che mondo ci aspetta domani papà, senza di te? Eri una di quelle anime buone che sarebbero servite per gestire “il dopo”, per ricostruire questa società e provare a renderla magari migliore, se e quando arriverà la fine di questo incubo.

So che tu non avevi paura di morire, perché non avevi paura di vivere. Non so se sono e sarò capace di fare altrettanto. Non so se sarò in grado di essere per i miei figli lo stesso modello di vita che sei stato tu non solo per noi, ma per le tante persone che ti hanno conosciuto e stimato da sempre.
Quello che so per certo è che sei sempre stato orgoglioso della tua famiglia, più che dei tuoi successi lavorativi e professionali.

Eri orgoglioso di Valeria, della sua intelligenza e indipendenza.

Eri orgoglioso della bontà di cuore di Stefano, un cuore forse tanto grande quanto fragile.

Eri orgoglioso di me, perché ti ho da sempre spontaneamente seguito in molte delle tue passioni e sono sempre rimasta la piccola di casa, forse per questo ora mi sento così persa davanti alla tua morte.

Eri orgoglioso dei tuoi nipotini e non riesco neanche ad immaginare quanto tu li abbia amati, ricambiato con quell’amore così profondo che solo i bambini sanno donare.

Gaia ti ha fatto un disegno con un arcobaleno quando eri in ospedale. Nonno andrà tutto bene. Abbiamo voluto lasciarlo a te, per il tuo ultimo viaggio, come se fosse quell’ultima carezza che non ti abbiamo potuto dare.

Ci sono stati vicino tutti in queste settimane. Abbiamo avuto tante conferme di quanto già sapevamo, ovvero quanto fossi amato.

Tutti abbiamo sperato e pregato, pregato e sperato perché tornassi da noi, magari anche un po’ ammaccato ma vivo, anche se sapevamo che questo maledetto virus troppo spesso non lascia respiro, e la tua storia è stata troppo simile alle tantissime che si leggono sui giornali in questi giorni.

Sai anche perché avevo paura che non saresti tornato quando l’anestesista ti ha fatto addormentare? Perché ero sicura che nel tuo sonno avresti visto e abbracciato Stefano, e non saresti più voluto tornare. Perché sapevi che in quel Paradiso a cui fortemente credevi lui era lì a tenerti un posto, e che noi di qua saremmo stati uniti e forti.

Manchi e mancherai a tutti. Mancheranno i tuoi insegnamenti, la tua generosità. Mancheranno i pranzi tutti insieme, senza pensieri. Mancherai tu, semplicemente tu. Mancherai immensamente a Gaia, ora chi le spiega storia? Mancherai alla mamma, tua compagna di sempre, la nostra dolce mamma, ancora una volta messa alla prova così duramente dalla vita.

Ci hai fatto un bello scherzo papà, non ci voleva proprio. Perché delle tante cose che ci hai insegnato, una sola ci manca. Come fare ad andare avanti senza di te, la nostra roccia, la nostra guida.

Mi resta la certezza che le ultime persone che hai visto, i medici della terapia intensiva, hanno fatto davvero di tutto per poterti salvare. Ci resta la tua voce in quell’ultima telefonata, eri preoccupato per la mamma, non per te, perché eri sicuro di svegliarti. Altruista fino all’ultimo momento.

Ora penseremo noi alla mamma, come tu hai pensato a noi per tutta la nostra vita fino a qua.

Ora cercheremo di andare avanti un passo alla volta, un giorno alla volta, ricordando sempre a tutti la grande persona che eri.

Riposa in pace papi. Ci abbracceremo ancora.

Tua figlia Paola